Mese: agosto 2019

70ème Festival de Musique

70ème Festival de Musique

Menton, Parvis de la Basilique de Saint-Michel Archange, 10 agosto 2019

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Tre controtenori sotto le stelle

«Ivresse baroque». Così è stato definito il decimo dei concerti I Grandi Interpreti nel programma di questo importante festival musicale estivo che arriva alla sua 70esima edizione. E non è l’unico filone offerto: dal 25 luglio al 13 agosto in vari punti della bella città della Costa Azzurra, assieme ai Concerti a Palazzo (Palais de l’Europe) e il Fuori Festival, ogni giorno c’è almeno un’occasione di ascoltare musica ad alto livello con artisti di fama mondiale e programmazioni intriganti.

E un vero stordimento barocco ci viene proposto dall’orchestra Il Pomo d’Oro diretta da Zefira Valova in un programma centrato sulle figure di Georg Friedrich Händel e Antonio Vivaldi, con tre dei migliori controtenori reperibili oggi. Sul sagrato di San Michele Arcangelo brillano fuochi d’artificio di roulades, trilli, picchettati, puntature, cadenze e variazioni. Ma non è il virtuosismo fine a sé stesso la cifra di questo concerto, quanto la messa in scena delle possibilità espressive di un tipo vocale che soltanto pochi decenni fa in questo registro – che voleva ricreare quello dei castrati cantori del secolo d’oro dell’opera italiana – contava interpreti con timbri innaturali, colori sbiancati, voci senza corpo e dal fiato corto. Oggi la situazione è drasticamente mutata e ne sono un esempio questi tre giovani cantanti, diversissimi tra loro, che testimoniano la straordinaria fioritura di voci controtenorili, anche grazie ai quali si sta riaffermando con successo crescente nel mondo un genere musicale che alcuni definiscono ironicamente Barock.

Ecco dunque l’italiano Carlo Vistoli, voce “maschile”, seducente e timbrata. Con estrema eleganza e proprietà di stile ha portato sui palcoscenici mondiali i personaggi delle opere di Monteverdi, Cavalli, Purcell, Caldara, Hasse, Mysliveček, Händel, Vivaldi, Gluck. Qui dà una lettura intensa dell’aria di Guido «Rompo i lacci e frango i dardi» dal Flavio di Händel e poi della meravigliosa «Sovente, il sole risplende in cielo» con violino obbligato dall’Andromeda liberata di Vivaldi. La bellezza del suono sempre perfettamente sostenuto, il fraseggio e i legati impeccabili, la perfetta dizione del testo sono gli elementi che contraddistinguono la qualità dell’arte di Vistoli.

Di Kangmin Justin Kim si può vedere su youtube la sua esilarante performance come Kimchilia Bartoli in «Agitata da due venti», omaggio scherzoso, risalente al tempo dei suoi studi negli USA, al suo idolo e modello di elezione. Dotato di un timbro luminoso e perfettamente a suo agio nel registro più acuto, Kim inizia la serata con una versione molto controllata dell’aria di Lotario «Sento in seno ch’in pioggia di lagrime», uno dei pochi numeri musicali rimasti della Tieteberga di Vivaldi, dove il Prete Rosso fa sfoggio della sua maestria strumentale mimando con i pizzicati degli archi le lacrime che punteggiano il lamento del re. Più virtuosistica è l’interpretazione di «Con l’ali di costanza» dall’Ariodante di Händel, con agilità e salti di registro che mettono in luce la tecnica del controtenore coreano.

Jake Arditti è un frutto della grande scuola controtenorile inglese. Enfant prodige come Yniold nel Pelléas et Mélisande di Debussy a soli 11 anni, ha collezionato poi riconoscimenti e successi sui palcoscenici lirici anche per la sua eccellente presenza scenica che ha reso indimenticabile il suo Nerone nell’Agrippina di Händel nella messa in scena di Robert Carsen. Qui al sassone Arditti dedica l’aria «Crude furie» dal Serse e al veneziano «Vedrò con mio diletto» dal Giustino. In nuove combinazioni si sono esibiti poi Kim e Vistoli in un duetto dall’Olimpiade di Vivaldi («Ne’ giorni tuoi felice») e nuovamente Vistoli con Arditti in «Coronata di gigli e di rose» dal Tamerlano di Händel.

L’orchestra Il Pomo d’Oro limitata ai soli archi (nove violini, due viole, due violoncelli e un contrabbasso) – le cui corde di budello hanno faticato a mantenere l’intonazione con l’umidità che saliva dal mare e hanno quindi necessitato di continue accordature – aveva iniziato la serata con l’Ouverture dall’Olimpiade vivaldiana per poi intervallare i pezzi vocali con una sonata in sol minore di Händel, quasi un concerto per due violini e due violoncelli, e un concerto per violino in si minore di Vivaldi di complessa e sapiente costruzione dove Zefira Valova si è esibita da solista.

Gli applausi entusiastici del pubblico che ha gremito in ogni ordine di posti la piazzetta hanno indotto i tre cantanti a proporre due inediti bis: «Nel profondo cieco mondo» dall’Orlando Furioso di Vivaldi e, per par condicio, dal Serse di Händel il celeberrimo «Ombra mai fu». Intonati a tre voci, i due brani hanno permesso di apprezzare fino alla fine lo stile e la consumata abilità dei tre giovani controtenori.

Una serata che sarebbe stato un peccato perdere.

Cavalleria rusticana

Pietro Mascagni, Cavalleria rusticana

Matera, 2 agosto 2019

(video streaming)

Cavalleria tra la ggente nei Sassi di Matera

La città millenaria e Capitale Europea della Cultura fa da sfondo a questa messa in scena di Cavalleria rusticana. Nella trasmissione televisiva per il circuito Arte le immagini da presepe della città riprese da un drone si alternano a quelle della folla in piedi che si assiepa nella piazza di San Pietro Caveoso intorno al palco, all’orchestra e alla passerella che taglia in due il pubblico. I cantanti sono lì a pochi metri e l’effetto empatico viene amplificato dalla vicinanza con gli spettatori, come era già successo per lo Stiffelio parmense. Ma niente di più, Giorgio Barberio Corsetti non perde troppo tempo con la regia attoriale e con i movimenti delle masse (quanto mai statiche e addirittura assenti in una delle più deludenti processioni mai viste in quest’opera), ma si concentra con le sue proiezioni che altrove avevano dato risultati sorprendenti e qui oscillano tra il realismo e il fiabesco. Nella prima scena Alfio passa col trattore su un «campo tra le spighe d’oro», presto distrutte però da uomini in tuta gialla che irrorano veleni. «Il cavallo scalpita» sarà poi il camion che trasporta bidoni di materiali tossici. È la terra dei fuochi questa del Verga e sono lontani gli aranci olezzanti e le allodole cinguettanti tra i mirti in fior. Gli unici fiori che vedremo sono quelli che si proiettano sulla parete della roccia assieme ai primi piani degli interpreti, talora impietosi, che si atteggiano alla più consumata tradizione nelle espressioni di dolore, rabbia, gelosia, rassegnazione, sfida. Incombente è la lotta tra il bene e il male, due grandi burattini che hanno partecipato prima al “prologo” con le sette stazioni dei “peccati capitali(sti)” allestite in città.

Con l’orchestra e il coro del Teatro San Carlo, di cui è direttore musicale, Juraj Valčuha (pronunciato Valtusha dalla presentatrice francese) dipana con sensibilità le intense melodie mascagnane, ma all’aperto e con l’amplificazione le finezze orchestrali non sono sempre percepibili. Modesto il comparto vocale con un Roberto Aronica (Turiddu), che non ha mai soddisfatto al chiuso e all’aperto è ancora peggio. Veronica Simeoni è una Santuzza un po’ lagnosa e Alfio cavernoso e ingolato è quello di George Gagnidze. Mancava poi Elena Zilio, l’unica vera mamma Lucia: qui Agostina Smimmero sembra la Eboli del Don Carlo mentre di giusta prorompente presenza è la Lola di Leyla Martinucci.

«Evento straordinario, un modo nuovo per fruire la lirica e per risvegliarne il valore culturale» dichiarano gli ideatori di questo progetto, Abitare l’Opera. Una coproduzione RAI e RSI, che diffonderanno il segnale in tutta la Svizzera, e Arte, che trasmetterà l’evento in Svizzera, Francia, Germania, Belgio, Austria, Lichtenstein, Lussemburgo, Principato di Monaco e nei paesi francofoni d’oltremare. L’opera sarà poi presentata da metà agosto in Giappone, Ungheria, Slovenia e Grecia. Tra il 2019 e il 2020 verrà distribuita nei cinema in Europa, Corea, Stati Uniti e America Latina, dalla primavera del 2020 sarà invece disponibile in DVD. Grandi sforzi, ma si poteva far meglio per portare la cultura italiana all’estero e per mantenere viva l’opera. Speriamo almeno che qualcuno tra i giovani in piedi a Matera o davanti allo schermo televisivo sia rimasto incuriosito e invogliato a scoprire questo genere. Purtroppo la registrazione video non può ricreare l’atmosfera vissuta dal vivo. Questo è l’elemento più debole di queste produzioni.

NCPA

National Centre for the Performing Arts

Mumbai (1999)

1109 posti

Il National Centre for the Performing Arts (NCPA) è un centro culturale multiuso il cui scopo è quello di preservare l’eredità artistica dell’India (musica, danza, teatro, cinema, letteratura e fotografia) ma anche di presentare nuove e innovative esperienze performative. Fondato nel 1969 da Jamshed Bhabha (fratello del fisico nucleare Homi Jehangir Bhabha) ha a disposizione 32 mila metri quadri di terreno ricavato dal mare.

Cinque sono le sale dedicate ognuna a un diverso genere teatrale. Il Jamshed Bhabha Theatre è la più recente e la maggiore, riservata a concerti sinfonici, rappresentazioni operistiche, balletti e musical. Teatro tecnicamente ben attrezzato, vanta anche uno storico scalone di marmo, appartenente a un’altra location e qui stravagantemente trasferito, e uno stupefacente foyer a doppio livello.

Le altre quattro sale sono il Tata Theatre (1010 posti, aperto nel 1982), disegnato da Philip Johnson, con un palcoscenico rotante e un foyer con vista mare è il preferito per la musica classica indiana o i concerti di musica da camera; lo Experimental Theatre, aperto nel 1986, con 300 posti che possono assumere diverse configurazioni; il Godrej Dance Theatre, inaugurato nel 1987, con una capacità di 200 posti; il Little Theatre, aperto nel 1975, con 114 posti.

Austieg und Fall der Stadt Mahagonny

Kurt Weill, Ascesa e caduta della città Mahagonny

★★★☆☆

Aix-en-Provence, Grand Théâtre de Provence, 15 luglio 2019

(video streaming)

Mahagonny, la città ragnatela non irretisce gli spettatori

E se il profetico teatro di Brecht-Weill non scandalizzasse più perché ne vediamo ben peggio oggi giorno e dei benpensanti non c’è manco più l’ombra? Quale rappresentazione dell’abiezione ci può ancora smuovere se la stessa abiezione ci è presentata lucidamente confezionata ogni giorno in immagini e video dai mezzi di comunicazione?

Questo veniva in mente vedendo l’ultima produzione di Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny, l’opera che aveva fatto scandalo a Lipsia nel 1930, l’opera che “non si poteva rappresentare all’Opera” e che aveva turbato la digestione del pubblico. Quasi novant’anni dopo le musiche di Weill e le parole di Brecht non riescono più a épater les bourgeois – semmai ancora ne esistessero, spariti tutti nell’informe e livellante massa dei fruitori di social. Non c’è più nessuna immagine che ci possa sconvolgere e far meditare. E se lo fa è per un lasso di tempo infinitesimo, prima di essere soppiantata da qualche altra icona più sconvolgente ancora in un processo continuo che porta alla saturazione. Eppure il mondo di Mahagonny non è solo contemporaneo, è una pallida  riflessione di quello che viviamo oggi: il potere gestito da dei criminali, la giustizia corrotta, gli enormi squilibri sociali, l’ecatombe ecologica prossima ventura. Gli autori non potevano pensare che le loro parole di allora («Non abbiamo bisogno di tifoni, non abbiamo bisogno di uragani. Il terrore e la distruzione che scatenano ce li procuriamo noi stessi») sarebbero state superate ampiamente dalla realtà.

Sui giornali francesi la nuova produzione di Mahagonny al festival di Aix-en-Provence era annunciata come «chic et dans le vent». Chic non lo è, mentre alla moda sì, se si intende l’utilizzo di riprese video e la contemporanea proiezione live, cosa vista già mille volte nei teatri lirici. Nella messa in scena di Ivo van Hove questo è l’elemento predominante e talora fastidioso per quella percettibile asincronia tra video e audio o per la nausea data dalle immagini en abîme. Qui tutto è falso e ricostruito con la tecnica del chroma key e nella carrellata dei vizi (cibo, sesso, violenza, alcol) in scena gli attori agiscono contro uno schermo verde e un abile montaggio di immagini rende “reale” una realtà solo virtuale. Mahagonny è dunque solo un’illusione. E i titoli dei vari capitoli che vengono proiettati sugli schermi, confermano lo straniamento e la teatralità di questa cruda vicenda di avidità e lussuria.

«Ihr bekommt leichter das Gold von Männern als von Flüssen!» (È più facile cavar oro dagli uomini che dai fiumi) è il cinico motto di Leokadia Begbick, la spietata intraprendente vedova che assieme a quegli altri due poco di buono che sono Fatty der Prokurist e Dreieinigkeitmoses fonda la città del piacere e della corruzione, dove tutto è permesso, basta avere i soldi, il denaro essendo l’unico valore su cui ruota la società di Mahagonny – così come la nostra. Anche i posti per assistere al processo hanno un prezzo. Un processo con giudici corrotti e dove un assassino viene lasciato libero perché il morto ammazzato non può esporre le sue ragioni («Die Toten reden nicht») mentre chi non ha pagato il whisky viene condannato a morte. Ma nella messa in scena di van Hove il messaggio è talmente insistito e ripetuto che perde di mordente e annoia. E ci vuole un finale in cui tutto viene distrutto fra fumi e fiamme per ridestare la tensione e l’attenzione del pubblico.

A capo della magnifica Philharmonia Orchestra e senza indulgere troppo sulla piacevolezza dei ritmi ballabili della musica di Weill, Esa-Pekka Salonen riesce a equilibrare le due diverse anime della partitura: le canzoni canaille e il rigore formale dei pezzi strumentali. Così sono lucidamente rese sia le ciniche ballate sia lo struggente addio di Jimmy in attesa dell’alba quando verrà giustiziato, «Nur die Nacht darf nicht aufhör‘n […] denn dann beginnt ein verdammter Tag». Analogamente compiute sono la pagina del tifone e la marcia funebre di Jimmy. E qui, se per caso qualcuno non avesse capito che l’opera che egli sta dirigendo parla del nostro presente, il direttore ferma l’orchestra e col cadavere di Jimmy steso al suolo si volta verso il pubblico e sotto un faro che ne illumina il volto Esa-Pekka Salonen fissa gli spettatori per pochi intensi istanti. Sì, i rifiuti della società di Mahagonny siamo noi.

Il problema dei cantanti in Mahagonny è che devono avere una voce non troppo impostata – Lotte Lenya prima, Gisela May dopo, furono soprattutto grandi attrici – e spesso ci si è lamentati che le voci negli ultimi allestimenti fossero troppo belle. Qui abbiamo tre veterani in fin di carriera a coprire le parti degli imprenditori del malaffare. Appurato che senza Willard White sembra non si possa avere un altro  Dreieinigkeitmoses e che le residue risorse vocali di Alan Oke non danneggiano più che tanto il suo Fatty, la Begbick di Karita Mattila si salva quasi solo per la presenza scenica. Come sappiamo a Jenny toccano le ballate più struggenti («Oh! Moon of Alabama») o ciniche («Meine Herren, meine Mutter prägte»). Qui anche Annette Dasch è ottima attrice ed efficace quando sibila fra i denti «Ein Mensch ist kein Tier!», ma la voce sempre tirata al limite fa un po’ effetto sirena e la oscillante intonazione non è proprio quella voluta dal compositore. Vocalmente apprezzabile è invece il quartetto dei boscaioli dell’Alaska: il Jimmy sensibile e sognante di Nikolai Schukoff, il simpatico Bill di Thomas Oliemans, il piacevole Sean Panikkar (Jack/Tobby) e l’autorevole Joe di Peixin Chen. Eccellente il Coro Pygmalion diretto da Richard Wilberforce.