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Giuseppe Verdi, Aida
★★★★☆
Busseto, Teatro Verdi, 27 gennaio 2001
(registrazione video)
Sette metri per Aida: il miracolo teatrale di Zeffirelli
Chi continua a ribadire, giustamente, che Aida è, al di là della fama di grand-opéra spettacolare che l’accompagna, un’opera profondamente intimista, questa volta può dirsi pienamente accontentato. Dalla vastità monumentale dell’Arena di Verona, con i suoi 14.000 posti e un palcoscenico largo ben 47 metri, l’opera verdiana si trasferisce infatti nelle dimensioni quasi domestiche del Teatro Verdi di Busseto: appena 300 posti e un palcoscenico di soli 7 metri. A compiere questa operazione è lo stesso regista, Franco Zeffirelli, che nel 2001, anno del centenario della morte di Giuseppe Verdi, riprende una delle sue numerose produzioni dell’opera per adattarla al minuscolo ambiente del teatro della città natale del compositore.
Il rischio, evidentemente, era quello di trasformare questa Aida “in sedicesimo” in una sorta di caricatura del kolossal al quale siamo abituati, soprattutto pensando alle produzioni areniane. Zeffirelli, invece, fugge immediatamente questa tentazione e affronta la vicenda con assoluta serietà teatrale. Proprio la limitatezza dello spazio diventa, paradossalmente, uno degli elementi più interessanti dello spettacolo. Il regista ricorre ad astuti stratagemmi scenografici e prospettici per ingannare lo sguardo dello spettatore e suggerire dimensioni che il piccolo palcoscenico non potrebbe materialmente contenere.
L’esiguità degli spazi spinge inoltre Zeffirelli a concentrare maggiormente il proprio lavoro sulla recitazione e sui rapporti tra i personaggi. I cantanti sono chiamati a essere interpreti nel senso più completo del termine e rispondono con eccellente professionalità. A contribuire alla credibilità dello spettacolo non guastano certamente l’avvenenza e la giovane età degli interpreti, che rendono ancora più immediato il coinvolgimento nella tormentata vicenda sentimentale e politica raccontata da Verdi.
Anche l’orchestra è necessariamente ridotta rispetto agli organici abitualmente impiegati per Aida. Il risultato conferisce alla partitura un tono quasi cameristico, particolarmente coerente con le dimensioni del Teatro Verdi. La mano sicura di Massimiliano Stefanelli riesce tuttavia a ricreare i colori e le atmosfere della partitura originale senza far percepire la riduzione come un impoverimento. Il direttore mantiene sempre viva la tensione drammaturgica e riesce nello stesso tempo a dipanare con intensità i numerosi momenti lirici dell’opera.
Le celebri trombe, naturalmente, ci sono, anche se sul piccolo palcoscenico non può trovare posto la grandiosa parata trionfale. La musica arriva dunque da fuori scena, mentre sul fondo appare una piramide inondata dal sole. Il corteo viene in qualche modo osservato dalla stessa prospettiva di Aida, quasi da dietro le spalle della folla che acclama i vincitori. La scena del trionfo risulta così drasticamente accorciata. È una soluzione certamente geniale e, date le circostanze, necessaria, anche se non del tutto convincente: inevitabilmente viene meno una parte di quella grandiosità spettacolare che Verdi aveva previsto per questo momento.
Un’altra soluzione dettata dalla particolare natura dell’allestimento riguarda le danze nel tempio, affidate a una sola ballerina. Ma non a una ballerina qualunque: a interpretarle è infatti la sessantacinquenne Carla Fracci, la cui presenza conferisce alla scena un fascino e un valore simbolico del tutto particolari. Suggestive ed efficaci risultano inoltre le luci firmate da Vinicio Cheli, determinanti nel dare profondità e atmosfera a uno spazio scenico tanto limitato.
Bella e brava l’Aida di Adina Aaron, dotata del giusto accento drammatico. Curiosamente, la sua dizione non sempre perfetta finisce quasi per rafforzare il carattere esotico della schiava etiope, rendendola ancora più estranea al mondo egiziano che la circonda. Il Radamès di Scott Piper è eccellente per qualità del timbro e sicurezza nel registro acuto. Affronta con intelligenza la celebre aria iniziale, terminandola giustamente in piano, ed è particolarmente convincente nell’ultimo atto. Nella sua interpretazione si avverte chiaramente il prezioso lavoro di assistenza ai giovani cantanti svolto da Carlo Bergonzi.
Un po’ fuori parte appare invece l’Amneris di Kate Aldrich, sebbene l’interprete si dimostri, come sempre, vocalmente sicura. Potente l’Amonasro di Giuseppe Garra, che ha inoltre il merito di evitare quella caratterizzazione eccessivamente trucida con cui il personaggio viene spesso rappresentato. Magnifico, infine, il Ramfis di Enrico Giuseppe Iori.
Nel complesso, questa Aida dimostra come la forza dell’opera verdiana non dipenda necessariamente dalla monumentalità delle masse, dalle grandi parate o dall’ampiezza degli spazi. Costretta nelle dimensioni raccolte del Teatro Verdi di Busseto, l’opera rivela con ancora maggiore evidenza la propria natura intima e drammatica: dietro l’Egitto delle piramidi, delle trombe e dei cortei rimangono soprattutto i conflitti, le passioni e le tragedie dei suoi protagonisti.
⸪

