Simon Boccanegra

Giuseppe Verdi, Simon Boccanegra

★★★☆☆

Zurigo, Opernhaus, 6 dicembre 2020

(live streaming)

A Zurigo si dà un tedeschissimo Simon Schwarzmund

L’opera di Zurigo sembra cercarseli, i problemi. In tempi di pandemia, quando quasi tutti i teatri nel mondo sono chiusi, qui non solo l’Opernhaus è aperta, seppure a un ristretto pubblico, ma vi vengono messe in scena opere impegnative per numero di personaggi e presenza del coro: a settembre il Boris Godunov, ora il Simon Boccanegra, opere in cui per di più il popolo è personaggio esso stesso.

L’espediente dell’orchestra e del coro dall’altra parte della città, mentre i loro suoni sono portati in teatro dalla fibra ottica e riversati in sala da altoparlanti accuratamente posizionati per simularne la presenza, è una bella sfida tecnologica che funziona fino a un certo punto, poi viene il momento, come nel finale del secondo atto, in cui l’equilibrio sonoro e la scollatura tra cantanti presenti e orchestra e coro lontani diventa evidente. E per fortuna che in quest’opera il popolo («le plebi!») è quasi sempre “fuori”! Dove non lo è se ne affidano talora gl’interventi a personaggi in scena e a figuranti con la mascherina. Ma è un azzardo che tiene col fiato sospeso, nonostante l’attenta direzione di Fabio Luisi che riesce a tenere saldamente le redini e a dare il giusto colore a questa scura opera di Verdi, ovviamente nella versione di Boito del 1881. Il direttore arriva a farci partecipi delle vibrazioni atmosferiche e delle folate di brezza marina là dove il mare si vede solo dai piani alti delle case patrizie, ossia Genova.

Un azzardo è anche il cast. Nella parte eponima debutta Christian Gerhaher, che canta Verdi come canta lo Schubert del Winterreise: non si sono mai sentite così tante intenzioni in una frase come «Dinne, perché in quest’eremo | tanta beltà chiudesti? | Del mondo mai le fulgide | lusinghe non piangesti?», ma anche in una sola parola, quel «Figlia!» nel finale del prologo. La pronuncia e il sillabato sono però innaturali, si sente che non è la sua lingua – ma piuttosto che il becero birignao di certi Simoni italiani, meglio così.

Il problema della dizione si presenta anche per il Paolo di Nicholas Brownlee, peraltro ben cantato, mentre scuro fino al morchioso è il timbro del Fiesco di Christof Fischesser. Interessante il tenore georgiano Otar Jorjikia, dalla generosa vocalità ma dalla performance discontinua con momenti di grazia alternati ad altri di pura atonalità. Unica donna sul palcoscenico, Jennifer Rowley è un’Amelia di temperamento e dalla voce ben proiettata.

La messa in scena è di Andreas Homoki, sovrintendente del teatro, che opta per un’ambientazione nei primi decenni del XX secolo, il periodo delle dittature. Lo scavo sui personaggi è facilitato dall’assenza delle masse e da una struttura scenografica, di Christian Schmidt, che ne esalta la psicologia da topi intrappolati dal destino in un labirinto senza uscita. D’accordo che si ritrova la solita struttura rotante, ma questa rende efficace l’effetto cinematografico di percorrere i carrugi di Genova con le sue edicolette per la Madonna all’inizio e poi il dedalo di stanze dell’«atra magion», del «palagio altero» dei Fieschi, un interno grigio e solennemente opprimente. A Parigi Bieito aveva messo in scena la poppa di una nave porta container, qui Homoki si accontenta di una barca spiaggiata la cui immagine ritornerà più volte assieme all’Amelia bambina e alla donna morta al suo fianco. Qui come non mai è decisivo l’apporto del bel gioco luci di Franck Evin.