Libri

L’opera in CD e video

Elvio Giudici, L’opera in CD e video

2007 Il Saggiatore, 2642 pagine

Il sottotitolo “Guida all’ascolto di tutte le opere liriche” sembrerebbe esagerato e promettere quello che non può mantenere. E invece, incredibilmente, non c’è edizione discografica commerciale che non sia inclusa ed esaminata in questo volumone.

Quello che stupisce di più però è che l’imponente lavoro sia il frutto di una sola persona. Ed è questo il carattere peculiare del libro, giacché qui non si troveranno verità assolute, bensì i giudizi, al più condivisibili e comunque sempre intelligenti, di un autore che ha le sue simpatie e antipatie nei confronti di questo o quel cantante, questo o quel direttore d’orchestra.

La ricchezza di valutazioni e osservazioni di questo testo lo rende un unicum nella pubblicistica mondiale facendone uno strumento indispensabile per chiunque ami l’opera. Il suo limite è dovuto al travolgente sviluppo della tecnologia: al tempo della redazione il mezzo principale di registrazione era il disco audio, prima l’LP e in seguito il CD, per cui i video costituiscono solo una piccola percentuale sul totale. Proprio per questo Giudici ha giudicato opportuno intraprendere un altro immane lavoro: quello dell’analisi dei DVD d’opera, con particolare attenzione alle messe in scena. Questo è l’oggetto del suo nuovo frutto librario ancora in progress: L’Opera. Storia, teatro, regia, di cui sono usciti finora i poderosi volumi dedicati ognuno a un secolo e al momento arrivati all’Ottocento.

Nell’edizione del Saggiatore due sono i difetti: il corposo aggiornamento di 490 pagine è stato aggiunto in fondo al volume così da dover sfogliare due volte il libro per trovare quello che si cerca (ma esistono comunque due indici: uno delle opere e uno dei nomi) e la bizzarra scelta di stampare i numeri di pagina sul margine interno del foglio!

Dizionario dell’Opera

Dizionario dell’Opera, a cura di Piero Gelli

1996 Baldini & Castoldi, 1430 pagine

Arricchito di 366 pagine nella sua edizione più recente (2019), il volume compendia oltre 1100 titoli in ordine alfabetico, dall’Abandon d’Ariane di Milhaud allo Zwerg di Zemlinsky. In tutto, più di quattro secoli di sviluppo del teatro musicale.

Per ciascuna opera vengono fornite ampie notizie sulla gestazione, la composizione e la rappresentazione, poi ne viene raccontata la trama e infine ci si sofferma sul valore e la fortuna critica del lavoro. Ogni voce è affidata a un musicologo specialista.

In fondo al volume un utile – prima che venisse in aiuto google – indice degli incipit delle arie.

Il testo è ora consultabile gratuitamente on line.

Divas and Scholars

Philip Gossett, Divas and Scholars

2006 The University of Chicago Press, 677 pagine

Illuminante e accattivante, Divas and Scholars, Performing Italian Operas (Dive e maestri: mettere in scena l’opera italiana) è il racconto di come l’opera arriva sul palcoscenico. Il libro è il frutto delle esperienze personali di Philip Gossett. Appassionato, musicista, studioso e principale autorità mondiale sull’opera italiana.

L’autore inizia tracciando la storia sociale dei teatri italiani del diciannovesimo secolo per spiegare la natura delle partiture musicali e cosa significa parlare di edizione critica. Di come si determina quale musica eseguire quando esistono più versioni di un’opera e quali sono le implicazioni di omettere passaggi di un’opera. Gossett affronta anche questioni di ornamentazioni e trasposizioni, di stili vocali, di questioni di traduzione e adattamento e di aspetti della regia e della scenografia.

Gossett ravviva la sua storia con resoconti delle sue esperienze con importanti compagnie operistiche in sedi che vanno dal Metropolitan all’opera di Santa Fe al Rossini Opera Festival di Pesaro. Il risultato è un libro che affascina sia gli appassionati che i neofiti in cerca di un’introduzione affidabile all’opera italiana.

L’Ottocento

Elvio Giudici, L’Ottocento, Volume secondo: Verdi e Wagner

1704 pagine, Il Saggiatore, 2018

La stazza dei volumi de L’opera Storia, teatro, regia cresce in progressione quasi geometrica. Nella seconda parte dell’Ottocento 1000 pagine sono dedicate a Verdi e 700 a Wagner, i due compositori massimi del teatro musicale del XIX secolo.

Per rendersi conto dell’ampiezza del lavoro del Giudici basti notare che al Don Carlos di Verdi sono dedicate oltre cento pagine e oltre duecento al Ring di Wagner. Decine e decine di DVD scrutati con occhio e orecchio attenti, allestimenti che hanno fatto epoca o soltanto scalpore, ma come dice l’autore «Non è certo un caso se, in epoca recente, le regie meno banali del teatro musicale abbiano riguardato Mozart, Händel, Wagner, Verdi. Autori, cioè, tra i più decisi a porre l’uomo […] al centro dei loro interessi artistici».

Continua il Giudici: «L’opera è tutt’ora un campo artistico tra i più moderni non solo perché fa ascoltare musiche spesso straordinarie, ma perché le molte stratificazioni di cui si compone – lungi dall’appesantirla o limitarla – aprono un ventaglio potenzialmente molto ampio ove dibattere e quindi anche proporre idee sociali, politiche, culturali tutte inerenti alla complessa e multiforme realtà umana. In ambiti siffatti Verdi torreggia».

Verdi e Wagner inscenano la realtà lasciando a uomini e dèi il compito di parlarci del nostro presente. L’opera è sempre attuale.

Il Galempio

Piero Rattalino, Il Galempio

203 pagine, Zecchini Editore, 2018

Come L’amore è un dardo di Baricco, anche Il Galempio è la fantasiosa lettura di un verso di un libretto d’opera, in questo caso il «colga l’empio» del concertato finale atto primo del Macbeth di Verdi.

Ne è autore il pianista, musicologo e direttore musicale Piero Rattalino, che si cimenta nel raccontare «fauna e flora del teatro lirico». Un genere, quello dell’aneddotica teatrale, che dai tempi de Il teatro alla moda di Benedetto Marcello ama mettere in risalto in modo satirico o semplicemente divertito il mondo dell’opera lirica. Ma questa volta non sono i/le cantanti con le loro bizze e bizzarrie a farne le spese, bensì direttori, sovrintendenti e presidenti, cui sono dedicati in parti uguali dodici capitoli del testo. In un altro capitolo si ritorna alle stramberie dei libretti d’opera e un altro ancora al “dodipetto”. Il libro è anche una riflessione su come la musica colta, lirica e concertistica, in Italia è stata gestita negli ultimi cinquant’anni, quando si è cercato inutilmente di dare alle attività musicali una disciplina gestionale, una saldezza economica, una finalità sociale ancora ben lontane.

Scritto con modo garbato il testo fa sorridere con intelligenza e illumina anche su alcuni aspetti autobiografici dell’autore.

L’anello di Wagner

Giorgio Pestelli, L’anello di Wagner

272 pagine, Donzelli editore, 2018

Il 1848 è un anno fatale per l’Europa: con i ribaltamenti politici «l’idea stessa di civiltà culturale era stata compromessa in modo irreparabile». Per Wagner a Dresda in quel periodo sembra esserci la condizione per far nascere uno dei maggiori monumenti artistici del secolo: Der Ring des Nibelungen, una saga musicale che occuperà il compositore per quasi trent’anni.

In Francia il mondo teatrale era monopolizzato dal grand opéra, in Italia Rossini aveva chiuso la parabola del belcanto col suo Tell, nei paesi tedeschi prendeva piede l’opera romantica nella forma di Singspiel e qui il mito nibelungico non era una novità: la vicenda di Sigfrido e Brunilde era stata raccontata da Friedrich de La Motte Fouqué in una trilogia del 1808-1810 e da Ernest Raupach in una tragedia del 1834. Nel 1844 poi  Friedrich Theodor Vischer in un saggio aveva raccomandato la saga nibelungica come soggetto per una grande opera.

Come sappiamo Wagner inizia allora da La morte di Sigfrido per poi procedere a ritroso nel completare la sua tetralogia.

Il «racconto musicale» de L’anello del Nibelungo è narrato con grande sapienza da Giorgio Pestelli in questo agile volumetto. L’insigne musicologo assume il ruolo di un piacevole divulgatore – ruolo raro nel mondo letterario nostrano essendo più frequente in quello anglosassone – per fornire una guida alla complessità delle quattro opere. Opere  che hanno superato il tempo e le mode per la «infallibilità di musicista teatrale, miracolosa capacità di suscitare immagini di natura e spaccati dell’animo umano con la forza dell’invenzione musicale» del suo autore.

1791 Mozart e il violino di Lucifero

Davide Livermore e Rosa Mogliasso, 1791 Mozart e il violino di Lucifero

234 pagine, Salani, 2018

«Lasciatevi trasportare con fiducia nel passato e nel presente» è l’invito che fa uno dei personaggi di questo strano libro. E vale anche, e soprattutto, per il lettore che viene sballottato tra il passato (il 1706,  1728, 1756-1764, 1810),  il presente e il futuro prossimo (gennaio 2019) in una storia che tratta di profezie, predestinazioni, società segrete, strumenti musicali, delitti e personaggi storici, reali e immaginari – o quasi: il maestro Flavio Tondi virtuoso di violino, il collezionista Carlos Buyer e il suo jet privato…

Il libro è composto a sei mani: quattro piemontesi per scriverlo e due pesaresi per illustrarlo. Un uomo di teatro, Davide Livermore, e una scrittrice, Rosa Mogliasso,  il primo di Torino la seconda di Susa, dipanano a turno la complessa vicenda e non sempre è facile distinguere l’effettivo autore tale è la concordanza di intenti. Delle intriganti illustrazioni di Francesco Calcagnini, scenografo di genio, si rimpiange il fatto che, a parte la copertina rigida, siano riprodotte solo in bianco e nero.

Meyerbeer

Jean-Philippe Thiellay, Meyerbeer

185 pagine, Actes Sud, 2018

Nato tre mesi prima della morte di Mozart, scomparso qualche giorno prima della nascita di Richard Strauss. Ecco l’arco temporale della vita di Meyerbeer, nato ebreo tedesco come Jakob Liebmann Meyer Beer, diventato poi italiano, morto francese. Jakob, Giacomo, Jacques: tre nomi, tre chiavi di lettura della vita e della carriera di un compositore che ha dominato le scene liriche internazionali per parecchi decenni.

Le sue opere sono state rappresentate dappertutto, in Francia anche nei più piccoli teatri di provincia, in tutta la Germania, nel resto dell’Europa, oltre Manica e anche oltre Oceano. Ha frequentato teste coronate – da Federico Guglielmo IV di Prussia alla Regina Vittoria a Napoleone III – artisti, intellettuali e sapienti – George Sand, Victor Hugo, Alexandre Dumas, Heinrich Heine, Franz Liszt, Alexander von Humboldt tra i tanti.

Erede di Rossini a Parigi, venerato inizialmente da Wagner, poi sia da vivo che da morto vittima dell’antisemitismo, aveva capito perfettamente le aspettative della società europea di metà Ottocento inventando un genere d’opera del tutto nuovo. Al successo immenso subentrò un rapido oblio alla fine del secolo con la sua sparizione dall’immaginario lirico collettivo e ancora non ha goduto di una rivalutazione come è accaduto con la Rossini Renaissance, anche se, per lo meno oltralpe, si riprendono a mettere in scena le sue opere maggiori: Robert le diable, Les Huguenots, Le prophète, L’Africaine. Chissà se anche l’Italia saprà ricordarsi delle opere scritte nel nostro paese: Romilda e Costanza per Padova, Semiramide riconosciuta per Torino, Emma di Resburgo per Venezia, Margherita d’Anjou L’esule di Granata per Milano, Il crociato in Egitto ancora per Venezia. (1)

Lo smilzo librino di Jean-Philippe Thiellay, vice direttore generale dell’Opéra National di Parigi, giunge a colmare qualche lacuna e a stimolare un rinnovato interesse per il compositore senza il quale la storia del teatro musicale sarebbe stata ben diversa.

(1) Per dover di cronaca Margherita d’Anjou ha avuto un bell’allestimento a Martina Franca nell’estate 2017.

Meno grigi più Verdi

Alberto Mattioli, Meno grigi più Verdi

2018 Garzanti, 163 pagine

In copertina il titolo è stampato tutto maiuscolo così da mantenere il gioco di parole verdi/Verdi, essendo il sottotitolo: Come un genio ha spiegato l’Italia agli italiani.

E il genio è ovviamente Giuseppe Verdi, il compositore più rappresentato al mondo, ma anche l’artista italiano che meglio ha saputo descriverci come siamo realmente e non come vorremmo essere,  «una specie di antropologo di una popolazione dai curiosi usi e costumi, un Lévi-Strauss padano che analizza gli strani abitanti di quella penisola allungata in mezzo al Mediterraneo in una bizzarra forma di stivale».

La lettura dell’indice ci fa capire quale libro abbiamo tra le mani. Dopo i primi capitoli (L’uomo Verdi – Verdi politico – Il canto secondo Verdi) se ne susseguono  altri centrati su ciascuna delle opere della maturità del compositore (Le regole della famiglia: Stiffelio – Le donne oggetto: Rigoletto – Il seguito alla prossima puntata: Il trovatore  – Santa e puttana: La traviata – Il vitellone del Ballo in mascheraLa forza del destino o l’Italia che fu – «Taci, prete»: Stato e Chiesa nel Don Carlo(s) – Faccetta nera: Aida – Fu vero Shakespeare? Gli equivoci di Otello – Il grande vecchio: Falstaff).

Le sue opere sono i modelli dei nostri vizi e delle nostre virtù, queste ultime meno numerose: «tutti noi abbiamo un debito da pagare verso questa civiltà immensa che ci fa nascere, crescere, vivere e morire immersi nel Bello, nella lingua, nella musica, nel paesaggio, nell’arte, negli oggetti, nel cibo, nei vestiti, nei modi, nelle città più belle che l’Uomo abbia prodotto. Poi, dopo, solo dopo, possiamo lamentarci delle insufficienze, delle cialtronaggini, dei ritardi e dei disastri. Alla base dev’esserci la gratitudine per tutti quelli che, nei secoli, hanno realizzato questo miracolo che si chiama Italia. Compreso Giuseppe Verdi».

Quei più modesti romanzi

 

Mario Lavagetto, Quei più modesti romanzi

2003 (1979) EDT, 140 pagine