Fedora Bartošová

Osud

Leoš Janáček, Osud (Destino)

★★★★☆

Brno, Janáčkovo Divadlo, 27 novembre 2020

(diretta streaming)

Carsen affronta la più sperimentale delle opere di Janáček

Quasi a complemento dell’ambiente rurale di Jenůfa, Osud ha un’ambientazione borghese, il milieu artistico di un musicista in crisi che vuole esprimere nella sua opera una vita dominata dalla combattuta passione per la donna amata e tragicamente scomparsa. La presenza dell’elemento biografico è tipica di un compositore che non ha mai fatto mistero delle sue ossessioni per una donna, un tormento costante della sua vita.

La più famosa, naturalmente, fu la sua infatuazione per Kamila Stösslová, che divenne la musa di un certo numero di sue opere. Prima di incontrare la Stösslová, fu sotto l’incantesimo di un’altra Kamila (Urválková), la cui voce fu da lui descritta come quella di una viola d’amore, che incontrò nella città termale di Luhačovice. A quel tempo, la Urválková si sentiva tradita da un altro compositore, Ludvík Čelanský, che aveva scritto un’opera chiamata Kamila che lei sosteneva fosse su di lei e che la ritraesse in una cattiva luce. Janáček considerò suo dovere rimediare a questo torto, e iniziò immediatamente a comporre una nuova versione dell’opera, che avrebbe presentato la Urválková in modo più positivo. Per una serie di ragioni, tuttavia, l’opera cambiò direzione e si trasformò in un lavoro autobiografico con il compositore stesso, qui chiamato Živny, al lavoro su un’opera il cui finale rimane «nelle mani di Dio, e ci rimarrà», ossia incompiuto.

Se non incompiuto, Osud sarà il lavoro che il compositore non vedrà mai rappresentato: nel 1958, trent’anni dopo la sua morte, andrà finalmente in scena a Brno. E ci ritorna ora per inaugurare il Festival Janáček 2020 il cui direttore artistico Robert Carsen mette in scena quest’altro lavoro del suo compositore preferito, il più sperimentale di quelli di Janáček.

Carsen divide il ruolo di Živny fra due interpreti: il vecchio Živny che guarda indietro alla sua vita, e il giovane Živny, che nel primo e secondo atto vive come nel ricordo del vecchio Živny. Questa di Carsen è una rappresentazione inequivocabile della vita di Janáček, con sia il giovane che il vecchio assomiglianti in modo convincente al compositore. La scenografia di Radu Boruzescu è progettata per facilitare l’idea che stiamo seguendo i ricordi del compositore: l’opera si apre con l’anziano Živny seduto a scrivere la sua opera al pianoforte nel conservatorio dove lavora. Il conservatorio si trasforma nella città termale del primo atto e poi nel suo appartamento del secondo atto, in modo che il presente non scompaia mai completamente, con il vecchio Živny che va in giro e interagisce con il suo passato, guardando il suo io più giovane. Nel terzo atto la scena torna alla sala del conservatorio per le prove dell’opera. I costumi di Annemarie Woods sono colorati nell’atto “contemporaneo”, con tinte grigiastre in quelli del ricordo.

Entrambi stranieri i due interpreti di Živný: il tenore inglese Philip Sheffield per il compositore da vecchio, l’italiano Enrico Casari per il compositore da giovane. Più efficace attorialmente che vocalmente il primo, esile nel registro acuto; più convincente il secondo, controllato seppure espressivo. Intensa la parte di Míla, sensibilmente interpretata da Alžběta Poláčková mentre breve ma ben caratterizzata è la madre folle di Natascha Petrinsky. Nel folto gruppo di caratteri secondari si fa notare per il bel timbro di baritono Lukáš Bařák nella doppia parte di Konečný e di Verva. Marko Ivanović a capo dell’orchestra dà una lettura molto asciutta che esalta la modernità della partitura, un po’ meno accentata è la drammaticità della musica espressa dai forti contrasti sonori, qui attenuati.

Osud

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Leoš Janáček, Osud (Destino)

Brno, Narodní Divadlo, 16 novembre 2012

(registrazione video)

Il triste destino di Osud

Per la sua quarta opera Janáček non si ispira a un testo letterario, bensì alla vicenda di una giovane che il compositore aveva incontrato alle terme di Luhačovice, Kamila Urválková. Proveniente da una ricca famiglia, sotto la pressione dei genitori fu costretta a rompere con il suo fidanzato povero. Il giovane abbandonato non credette che lei lo amasse davvero, la accusò di superficialità e volubilità, e siccome era un compositore, si vendicò scrivendo un’opera sulla loro storia chiamata Kamilla, che fu rappresentata a Praga nel 1897. Il giovane era il direttore d’orchestra e compositore Ludvík Čelanský. Comprensibilmente, la parte della storia che attraeva di più Janáček era il fatto che il personaggio principale fosse un compositore, l’unica cosa che sarebbe rimasta della storia originale nella trama dell’opera. Janáček stesso scrisse la storia che fu versificata in forma di libretto dalla giovane insegnante Fedora Bartošová. La sua inesperienza come librettista e il fatto che Janáček le inviasse la storia in parti e non le permettesse nemmeno di conoscere l’intera storia in anticipo fecero sì che il libretto non risultasse di grande qualità.

Atto I. Quindici anni fa. Una stazione climatica in Slovacchia, agl’inizi del Novecento. Il compositore Živný sta componendo un’opera il cui soggetto è un giovane amore. Míla e il compositore Živný una volta erano amanti, ma la madre di Míla pose fine alla relazione nella speranza di un partito più vantaggioso per sua figlia. Ahimè, Míla era già incinta e ora è una madre single, improbabile che sposerà qualcun altro. Lei e Živný si incontrano di nuovo nella città termale e si riaccende il loro amore, ma la madre li rintraccia tra la folla e predice il disastro.
Atto II. Undici anni fa. L’appartamento di Živný. Il compositore vive con Míla, ma senza essere sposato con lei. Manca ancora l’ultimo atto dell’opera, che tratta della vita e del grande amore di Živný per Míla. Mentre lui ricorda i dolci momenti del loro amore, si sente la madre che si lamenta della figlia. Živný cerca di distogliere l’attenzione di Míla, ma la madre entra nella stanza con una scatola di gioielli in mano e comincia una lite con Živný, poi impazzita completamente fa per gettarsi dal balcone. Tentando di trattenere sua madre, anche Míla viene trascinata ed entrambe muoiono.
Atto III. Oggi. L’auditorium del Conservatorio di musica. L’opera di Živný sta per essere finalmente rappresentata, sebbene rimanga incompiuta. Si prova un coro dell’opera con i suoi studenti, tra i quali Doubek, ora un giovane. Un altro studente, Verva, ipotizza che l’eroe dell’opera sia il compositore stesso. Attraverso la musica, Živný rivive di nuovo il suo amore per Míla e la sua crudeltà nei suoi confronti. Tormentato dal rimpianto, chiede a Doubek di andargli a prendere un bicchiere d’acqua e sviene. Si chiama un medico. Živný rinviene, si mette a canticchiare una melodia e sente il pianto di Míla. Il direttore d’orchestra comprende que questo era l’ultimo atto dell’opera. Živný muore.

«Questo libretto, gioco continuo fra ambiguo realismo e simbolismo onirico, fu steso su precise indicazioni di Janáček da Fedora Bartošová, una scrittrice appena ventenne. La giovane non seppe rendere la sconcertante modernità del soggetto, con quel suo sfuggente alternarsi di fantasia e di realtà, di poesia e di memoria, cosi vicini alla problematica della proustiana Recherche, altra autobiografia sui generis di un artista. Non seppe tradurre in narrazione drammatica quel continuo intersecarsi di esperienza vissuta e fantasia creativa che avrebbe permesso a Destino di diventare una specie di Fellini Otto 1/2 operistico. L’originalità geniale del soggetto di Destino resta purtroppo solo al livello delle intenzioni giacché il libretto è poco chiaro e pieno d’incongruenze, a meno di considerarlo un testo di teatro dell’assurdo. […] Ben altro valore ha la musica, rispetto all’inefficacia del libretto. La scrittura è abile e magistrale, e ciò che stupisce è il divario stilistico rispetto alla precedente Jenůfa. Nel passare da un soggetto realistico-contadino ad uno borghese-sentimentale, la musica si è saputa adattare alle nuove esigenze espressive. Le ‘melodie parlate’, che avevano reso così bene la franca rusticità popolare, senza eccedere in sguaiatezze veristiche, generano in Destino un leggero stile di conversazione salottiera. L’atmosfera un po’ smorta e annoiata dei bagni termali – e proprio per questo predisposta all’eros – è ricreata con un tempo di valzer che ha in sé qualcosa d’inquietante e annoiato. L’opera abbonda di un lirismo che sta a metà strada tra Massenet e Čajkovskij». (Franco Pulcini)

Janáček lavorò all’opera per oltre un anno (1904-05, con revisioni nel 1906, 1907, 1914), e creò un lavoro unico e interessante dal punto di vista musicale affidandone la prima all’appena aperto Teatro Vinohradý, anche se per vari motivi la direzione ritardò la produzione e poi nel 1914 la rifiutò del tutto. Fu solo nel 1934 che l’allievo di Janáček, Břetislav Bakala, organizzò la prima radiofonica. La prima rappresentazione scenica di Osud fu al teatro di Brno nel 1958.

Nel 2002 Bob Wilson aveva messo in scena Osud a Praga e negli anni seguenti completerà la sua trilogia janačekiana con Kabanová e Makropulos. Questa del Teatro Nazionale di Brno di dieci anni dopo è una delle edizioni più recenti di questo particolare lavoro. La direzione è di Jakub Klecker, la regia di Angar Haag e le scene di Kerstin Jacobssen.

  • Osud, Ivanović/Carsen, Brno, 27 novembre 2020