Viktor Dyk

I viaggi del signor Brouček

foto © Bregenzer Festspiele – Anja Koehler/Daniel Ammann

Leoš Janáček, Výlety páně Broučkovy (I viaggi del signor Brouček)

Bregenz, Festspielhaus, 23 luglio2026

★★★☆☆

I viaggi del signor Brouček: la difficile attualità della satira di Janáček al Festival di Bregenz

Al Festival di Bregenz, Yuval Sharon affronta I viaggi del signor Brouček di Janáček con una regia visivamente raffinata ma troppo fedele al libretto, incapace di attualizzarne la satira. Sul piano musicale, invece, la produzione convince pienamente grazie alla direzione di Robert Jindra, all’eccellente prova dei Wiener Symphoniker e a un cast di alto livello guidato da Peter Hoare.

Ci sono opere che aspettano il regista giusto per rivelare tutto il loro potenziale. È il caso de I viaggi del signor Brouček, il dittico di Leoš Janáček che, pur appartenendo al catalogo di uno dei maggiori operisti del Novecento, continua a occupare una posizione marginale nei cartelloni internazionali. Troppo ceco, troppo satirico, troppo fitto di allusioni storiche e culturali per risultare immediatamente leggibile fuori dai confini della sua terra d’origine. Eppure, quando un regista riesce a trovare la chiave giusta, quest’opera sorprende per modernità e irresistibile vena teatrale.

I viaggi del signor Brouček nasce dall’incontro fra Janáček e due romanzi satirici di Svatopluk Čech: Il vero viaggio del signor Brouček sulla Luna (1888) e Il nuovo epocale viaggio del signor Brouček questa volta nel XV secolo (1889). Il protagonista, il cui cognome in ceco significa significativamente “bacherozzo”, è un piccolo proprietario praghese, conformista, pavido e irrimediabilmente amante della birra. Dopo qualche boccale di troppo, si ritrova catapultato in due mondi fantastici: prima sulla Luna, dove incontra un’élite di esteti decadenti e inconcludenti; poi nella Praga del XV secolo, nel pieno delle guerre hussite contro l’occupazione tedesca. In entrambi i viaggi ritrova persone del suo quotidiano, trasfigurate in nuovi personaggi, secondo un meccanismo teatrale che ricorda il sogno, la satira e il carnevale.

La genesi dell’opera fu tutt’altro che lineare. Janáček aveva concepito il progetto già nei primi anni del Novecento, ma lo stesso Čech gli negò i diritti di adattamento, costringendolo ad accantonarlo. Solo dopo la morte dello scrittore, nel 1908, la famiglia concesse finalmente al compositore l’autorizzazione esclusiva. La vicenda si complicò ulteriormente quando Karel Moor sostenne di aver ottenuto gli stessi diritti dal fratello minore di Čech. La controversia si risolse a favore di Janáček, ma non impedì a Moor di completare e rappresentare una propria opera sul medesimo soggetto nel 1910, destinata tuttavia a un rapido oblio.

La composizione procedette con estrema lentezza. Il primo pannello, ambientato sulla Luna, risale al 1907-1908; il secondo, dedicato alla Praga hussita, fu completato soltanto nel 1917. La prima assoluta arrivò infine nel 1920, non a Brno – tradizionale laboratorio teatrale del compositore – bensì al Teatro Nazionale di Praga. L’accoglienza fu rispettosa ma tiepida: più ammirazione che entusiasmo.

Le ragioni di questa fortuna intermittente sono molteplici. I viaggi del signor Brouček è forse l’opera meno accomodante di Janáček. La sua satira non risparmia nessuno: prende di mira gli esterofili, gli pseudo-intellettuali, i cattivi patrioti, gli opportunisti e persino il più innocuo dei vizi nazionali, l’amore smodato per la birra. È un teatro che costringe lo spettatore a riconoscere qualcosa di sé nei difetti del protagonista, senza offrirgli facili vie di fuga.

Nemmeno sul piano musicale Janáček cerca di conquistare il pubblico con melodie seducenti o effetti spettacolari. La scrittura è frammentaria, nervosa, continuamente modellata sulle inflessioni della lingua ceca, mentre la costruzione drammaturgica alterna episodi farseschi, visioni fantastiche e improvvise impennate liriche. Ne emerge un oggetto teatrale difficilmente classificabile: un opéra-vaudeville mitteleuropea che accosta la satira sociale alla fantasia visionaria, il grottesco alla riflessione storica.

È proprio questa duplice natura a renderla ancora oggi un titolo complesso per il pubblico internazionale. Da una parte il secondo viaggio affonda le proprie radici nel mito nazionale degli hussiti, uno dei pilastri dell’identità storica ceca; dall’altra il primo prende di mira l’ambiente artistico e intellettuale della Praga fin de siècle, con una serie di riferimenti che il pubblico contemporaneo fatica inevitabilmente a decifrare. A ciò si aggiunge un umorismo corrosivo, vicino per spirito al Buon soldato Švejk di Jaroslav Hašek, nel quale assurdo, sarcasmo e critica sociale convivono senza soluzione di continuità.

Per questo I viaggi del signor Brouček continua a rappresentare una sfida tanto per i teatri quanto per i registi: trasformare un’opera profondamente radicata nella cultura ceca del suo tempo in uno spettacolo capace di parlare anche a chi quella cultura non la conosce. È precisamente su questo terreno che si misura la nuova produzione di Yuval Sharon al Festival di Bregenz, ospitata all’interno della Festspielhaus mentre sul palcoscenico galleggiante va in scena La traviata. Sharon è anche il regista scelto per il prossimo allestimento della Seebühne nel 2028, Der fliegende Holländer di Wagner.

Diversamente da quanto aveva fatto Robert Carsen con il suo geniale allestimento presentato al Festival Janáček di Brno due anni fa – ambientando l’opera nel biennio 1968-69, tra la repressione della Primavera di Praga e lo sbarco degli astronauti americani sulla Luna – Sharon segue il libretto quasi alla lettera, con il rischio di privare la vicenda di quel filtro interpretativo che potrebbe renderla più vicina allo spettatore di oggi.

Sia chiaro, visivamente la sua messa in scena parte benissimo: incantevole è l’inizio con quel video che mostra una strada di case monocrome, ridotte all’essenziale, come disegnate da un bambino o provenienti dalla grafica di un videogioco dei primi anni Ottanta. Nella scenografia di Jon Bausor la Luna appare come una semplice forma bidimensionale sospesa nel cielo; tutto è costruito secondo le geometrie fondamentali del Bauhaus: cerchio, quadrato e triangolo.

Al centro si trova la piccola casa di Brouček, il suo rifugio sacro e sicuro in un mondo grigio, arredata con carta da parati stampata a mano e una poltrona coordinata. Brouček siede davanti al televisore quando la casetta viene sollevata da terra come un giocattolo, sale verso il cielo e infine si posa sulla superficie lunare: un evidente omaggio al Voyage dans la Lune (1902) di Georges Méliès, a sua volta ispirato al romanzo di Jules Verne.

Ma è qui che la rappresentazione del mondo lunare prende una piega poco soddisfacente: già i personaggi non emergono per una particolare plausibilità psicologica, ma rivestirli con anonimi parallelepipedi e trasformarli nei protagonisti di un balletto meccanico di ascendenza cubista – evidente il richiamo al Ballet Neoconcreto ideato da Lygia Pape nel 1958 – non aiuta certo a rendere più accessibile la satira del testo.

Nella seconda parte si passa alla Praga medievale. Brouček discende nel proprio passato, scende materialmente nella cantina della sua casa e qui incontra i fantasmi dei suoi antenati praghesi – hussiti e taboriti – riflessi in un enorme specchio sovrastante, come se ci trovassimo davanti a uno scavo archeologico. Efficacissimi i costumi, sporchi di fango, disegnati anch’essi da Jon Bausor. È esattamente ciò che prescrive il libretto, ma ancora una volta la fedeltà letterale finisce per lasciare lo spettatore ai margini di una vicenda storica che, senza un’adeguata mediazione teatrale, resta difficile da condividere emotivamente.

Sul piano musicale, invece, la serata convince molto di più grazie a un cast omogeneo e preparato, capace di affrontare una scrittura vocale fra le più impervie dell’intero catalogo janáčekiano. Peter Hoare, interprete ormai identificato con il ruolo di Brouček, ne offre una caratterizzazione ricchissima di sfumature. Il tenore inglese, che ha costruito gran parte della propria carriera nel repertorio del Novecento e contemporaneo – da Berg a Weill, da Stravinskij a Zimmermann, fino a Turnage e George Benjamin – mette al servizio del personaggio una dizione esemplare, una vocalità sempre controllata e soprattutto un notevole istinto teatrale. Il suo Brouček non è soltanto un pavido ubriacone, ma un piccolo uomo meschino e insieme sorprendentemente umano, capace di suscitare tanto il sorriso quanto un’inaspettata compassione.

Molto positiva anche la prova di Mihails Čuļpajevs, chiamato a interpretare Mazal nel primo pannello e poi Blankytný e Petřík. Il tenore lettone affronta con apparente disinvoltura una parte disseminata di salti, cambi di registro e tessiture spesso proibitive, sostenuto da un’emissione sicura, da uno squillo luminoso e da una proiezione che gli permette di emergere con naturalezza anche nei momenti orchestrali più densi.

Tatev Baroyan affronta il triplice ruolo di Málinka, Etherea e Kunka con voce fresca, timbro limpido e un fraseggio elegante, riuscendo a differenziare efficacemente i tre personaggi pur mantenendo una linea di canto sempre omogenea. Károly Szemerédy conferisce autorevolezza alle sue molteplici incarnazioni – Sakristan, Lunobor e Domšik – grazie a un baritono saldo, ben timbrato e a una presenza scenica di notevole rilievo.

Di eccellente livello anche il nutrito gruppo dei comprimari, chiamati come spesso accade in Janáček a ricoprire più ruoli nell’arco della serata. Jan Šťáva, Linard Vrielink, Paul Curievici, Lukáš Bařák, Gaja Napast, Svatopluk Sem e Jana Kurucová contribuiscono con professionalità e precisione a una compagnia perfettamente affiatata, nella quale nessun intervento appare trascurabile. Ugualmente convincente il Coro Filarmonico di Praga, protagonista di una prova compatta e disciplinata, capace di restituire con incisività tanto gli episodi satirici quanto quelli di più intensa partecipazione collettiva.

Alla testa dei Wiener Symphoniker, Robert Jindra si conferma interprete ideale di questo repertorio. La sua direzione governa con sicurezza una partitura densissima, ricca di improvvisi cambi di atmosfera, di raffinati dettagli strumentali e di continui sbalzi ritmici. Evita qualsiasi tentazione di appesantire il discorso musicale e lascia invece emergere la straordinaria modernità della scrittura di Janáček, mettendo in luce l’incessante dialogo fra orchestra e declamazione vocale. Ne scaturisce una lettura limpida, tesa e narrativamente sempre eloquente. Il momento culminante arriva nel finale della prima parte, quando il tessuto orchestrale si distende in una delle rarissime pagine di lirismo assoluto dell’opera, sostenendo il canto dei due innamorati con una tavolozza timbrica di irresistibile fascino: pochi minuti di autentica sospensione poetica, che rappresentano senza dubbio il vertice emotivo dell’intera serata.

Resta così la sensazione di un’occasione solo parzialmente colta. Sharon firma uno spettacolo elegante, raffinato sul piano visivo e rispettoso della lettera del testo, ma proprio questa fedeltà finisce per limitare la forza comunicativa di un’opera che, oggi più che mai, avrebbe bisogno di un’interpretazione capace di tradurne la satira in termini contemporanei. La qualità musicale dell’esecuzione, sostenuta dall’eccellente lavoro di Robert Jindra, dei Wiener Symphoniker e di un cast di prim’ordine, permette comunque di riscoprire tutta la ricchezza di una partitura che meriterebbe una presenza ben più stabile nei teatri. Perché I viaggi del signor Brouček continua a dimostrare che il problema non è l’opera: è trovare la chiave giusta per farla parlare al nostro tempo.

I viaggi del signor Brouček

Leoš Janáček, Výlety páně Broučkovy (I viaggi del signor Brouček)

Brno, Janáčkovo Divadlo, 4 dicembre 2024

★★★★★

(live streaming)

Brouček tra la Luna e i carri armati: il Janáček politico di Robert Carsen

Al Festival Janáček di Brno, Robert Carsen rilancia I viaggi del signor Brouček con una regia ambientata tra il 1968 e lo sbarco sulla Luna, trasformando la satira originale in una riflessione sulla Primavera di Praga. L’allestimento, intelligente e comunicativo, è sostenuto dall’eccellente Nicky Spence, dall’intero cast e dalla direzione sinfonica di Marko Ivanović, inaugurando con successo il Festival moravo.

Robert Carsen avrebbe dovuto firmare un vero e proprio ciclo janáčekiano al Teatro Regio di Torino: ben cinque opere del compositore moravo, a partire dalla stagione 2015-2016. Il progetto, però, si interruppe quasi subito. Soltanto  La piccola volpe astuta e Kát’a Kabanová riuscirono infatti a raggiungere il palcoscenico, prima che le ben note vicende del teatro torinese mettessero fine a quell’ambizioso disegno. Curiosamente, tra quei cinque titoli non figurava I viaggi del signor Brouček , opera che oggi torna invece al centro dell’attenzione inaugurando il Festival Janáček di Brno, organizzato nel 170° anniversario della nascita del compositore. Dal 1° novembre al 4 dicembre la città morava dedica infatti un’intera rassegna al proprio musicista più illustre, proponendo il suo teatro musicale — tra cui L’affare Makropulos nell’acclamata produzione di Claus Guth e Jenůfa nella rara versione del 1904 — accanto a un ricco programma di concerti sinfonici e cameristici.

Fra tutti i lavori teatrali di Janáček, I viaggi del signor Brouček resta probabilmente quello meno rappresentato, non soltanto fuori dai confini della Repubblica Ceca ma perfino in patria. Le ragioni sono evidenti. Da una parte, la seconda sezione dell’opera ruota attorno al movimento hussita del XV secolo, argomento profondamente radicato nella storia nazionale ceca; dall’altra, la prima parte sviluppa una satira molto legata al proprio tempo, nella quale Janáček e i librettisti prendono di mira gli intellettuali velleitari, narcisisti e inconcludenti della Praga di fine Ottocento. Due livelli di lettura fortemente contestualizzati che rendono l’opera meno immediatamente accessibile alle platee internazionali.

La nuova produzione di Brno nasce in coproduzione con la Staatsoper Unter den Linden di Berlino e il Teatro Real di Madrid. Era dunque inevitabile chiedersi come Robert Carsen avrebbe affrontato un titolo tanto peculiare per renderlo comprensibile a pubblici di diversa provenienza. La risposta è semplice quanto geniale: spostare tutta l’azione alla fine degli anni Sessanta del Novecento, un periodo capace di evocare immediatamente due eventi destinati a segnare la storia contemporanea. Nel 1968 la Cecoslovacchia veniva infatti invasa dalle truppe sovietiche che soffocavano la Primavera di Praga; nel 1969, invece, il primo uomo metteva piede sulla Luna.

Da questa doppia suggestione prende avvio la lettura di Carsen. Il viaggio lunare del protagonista Matěj Brouček, provocato come sempre da una memorabile sbronza di birra, nasce all’interno di una tradizionale vikárka, una taverna praghese, dove un televisore trasmette in bianco e nero le immagini di Neil Armstrong mentre lascia la propria impronta sulla superficie del satellite terrestre. È il punto di partenza di una fantasia irresistibile.

Nella mente ormai annebbiata del ricco proprietario immobiliare, il cui cognome significa scherzosamente “insetto” o “bacherozzo”, gli enormi serbatoi della birra Pilsner si trasformano nel razzo Saturn V che lo conduce verso la Luna. Dopo un allunaggio realizzato con un delizioso omaggio al cinema fantastico di Georges Méliès, Brouček si ritrova immerso nella raffinata e improbabile società dei seleniti. Qui tutti i prosaici clienti della taverna si sono trasformati in creature eteree che si nutrono esclusivamente di profumi, poesia e bellezza.

Carsen si diverte a costruire un universo visivo perfettamente coerente con la cultura pop di quegli anni. L’insegna “Moonstock ’68”, evidente parodia di Woodstock, le copertine psichedeliche degli album dell’epoca e l’estetica hippie dominano la scena. I figli dei fiori lunari celebrano una festa dai colori sgargianti e dalle atmosfere lisergiche. Quando Brouček tira fuori le sue amate salsicce, gli abitanti della Luna reagiscono con autentico orrore: non certo per snobismo aristocratico, ma perché convinti vegani, dettaglio che aggiorna con ironia la satira originale senza tradirne lo spirito.

La seconda parte dell’opera compie invece un salto temporale molto diverso da quello previsto dal libretto. Non si torna infatti indietro fino alla rivolta hussita del 1419, bensì di appena un anno, nella Praga del 1968. Anche questa scelta dialoga con una celebre regia del passato. Se David Pountney, nella produzione dell’English National Opera del 1992, aveva reinterpretato I viaggi del signor Brouček alla luce della Rivoluzione di velluto che tre anni prima aveva posto fine al regime comunista cecoslovacco, Carsen preferisce ambientare il secondo viaggio durante gli stessi giorni della Primavera di Praga.

Il riferimento storico è preciso. Il movimento riformatore, iniziato il 5 gennaio 1968 sotto la guida di Alexander Dubček, viene brutalmente interrotto nella notte tra il 20 e il 21 agosto dall’invasione dei carri armati del Patto di Varsavia. Tutta l’atmosfera dello spettacolo cambia radicalmente. Le scenografie di Radu Boruzescu, i costumi di Annemarie Woods e il raffinato disegno luci firmato da Peter van Praet insieme allo stesso Carsen abbandonano gli accesi colori psichedelici della prima parte per immergersi in un universo cupo, grigio e opprimente.

La stessa taverna della prima parte riappare ora completamente diversa. Brouček vi si ritrova solo, immerso nel buio dopo l’orario di chiusura. L’unica fonte di luce proviene ancora una volta dal televisore, sul quale compare Alexander Dubček. Ma il confine tra realtà e immaginazione si dissolve rapidamente: il leader cecoslovacco esce letteralmente dallo schermo e recita l’Inno al sole di Svatopluk Čech, poeta autore dei racconti dai quali deriva il libretto dell’opera.

Da questo momento la messinscena intreccia continuamente finzione e documentazione storica. Durante l’incontro con la resistenza scorrono sullo schermo le immagini autentiche dell’invasione sovietica e dei funerali di Jan Palach, il ventunenne studente che nel gennaio 1969 si diede fuoco in piazza San Venceslao per denunciare la repressione e scuotere le coscienze del proprio paese. Il suo volto ricopre le pareti del locale clandestino dove si riuniscono gli oppositori del regime, trasformandosi in una presenza silenziosa ma potentissima.

Carsen non rinuncia tuttavia a ricordare anche uno dei pochi momenti di orgoglio nazionale concessi ai cechi in quei mesi drammatici: la vittoria della nazionale di hockey su ghiaccio contro l’Unione Sovietica nel marzo 1969, celebrata in scena come una simbolica rivincita sportiva e morale. Ma la speranza dura poco. Nel finale, mentre la vikárka sembra ritrovare per un attimo l’atmosfera festosa dell’inizio, un carro armato irrompe improvvisamente sulla scena, spezzando ogni illusione proprio mentre cala il sipario.

Giunto alla sua settima regia dedicata a Janáček, Robert Carsen conferma ancora una volta la straordinaria capacità di entrare nel cuore di un’opera e di restituirla con assoluta chiarezza teatrale. Di fronte a un titolo considerato fra i più ostici dell’intero catalogo janáčekiano, il regista canadese costruisce una lettura insieme coerente, intelligente e profondamente comunicativa, capace di conservare il senso originario dell’opera pur rendendola immediatamente leggibile anche da un pubblico internazionale. Il risultato, come spesso accade nel suo teatro, sorprende per naturalezza e forza drammatica.

Non è soltanto il Canada, patria di Carsen, ad aver contribuito negli anni alla diffusione della musica di Janáček. Anche il mondo britannico ha svolto un ruolo decisivo nel far conoscere il compositore moravo ben oltre i confini dell’Europa centrale. Basterebbe ricordare il fondamentale lavoro musicologico di John Tyrrell, l’appassionata attività del direttore d’orchestra Charles Mackerras oppure le innovative regie di David Pountney. A questo prestigioso elenco può ormai essere aggiunto anche il nome del tenore scozzese Nicky Spence.

Da tempo interprete sensibile del repertorio slavo, in particolare delle opere di Dvořák e dello stesso Janáček, Spence offre qui una caratterizzazione memorabile del protagonista. La sua vocalità, sempre salda e luminosa, si accompagna a una presenza scenica irresistibile che rende il vanitoso, pavido e irresistibilmente comico Brouček un personaggio di straordinaria vitalità.

Il resto della compagnia beneficia naturalmente della familiarità linguistica e stilistica con questo repertorio, ma è chiamato a una prova tutt’altro che semplice: ogni interprete deve infatti trasformarsi più volte nel corso della serata, passando dagli avventori della taverna ai sofisticati abitanti della Luna fino ai patrioti della resistenza. L’intero cast affronta brillantemente questa continua metamorfosi. Ottima la prova del secondo tenore Daniel Matoušek nei triplici ruoli di Mazal, Blankytný e Petňik, così come convincente è Doubravka Novotná, che passa con disinvoltura dalla fidanzata Málinka all’Etherea, spiritosa citazione di Barbarella e del fumetto coevo, fino alla combattente Kunka. Jan Šťáva mette a disposizione una voce di notevole imponenza nei ruoli dell’oste Würfl, del Presidente e del Consigliere, anche se sul piano attoriale risulta meno incisivo del basso-baritono David Szendiuch, efficace tanto come Sagrestano quanto come Lunobor e Campanaro.

Sul podio Marko Ivanović privilegia soprattutto la dimensione sinfonica della complessa partitura di Janáček, mettendone in luce la ricchezza orchestrale più che ricercando una costante fusione con il canto. Un’impostazione che funziona bene nel valorizzare la straordinaria inventiva musicale dell’autore. Sempre puntuale ed efficace anche il coro del teatro, spesso coinvolto direttamente nell’azione scenica e parte integrante dell’impianto drammaturgico concepito da Carsen.

I viaggi del signor Brouček

 

Leoš Janáček, The Excursions of Mr. Brouček

West Horsley, Grange Park Opera, 7 luglio 2022

★★★★☆

(video streaming)

Dall’Inghilterra arriva lo Janáček meno conosciuto

Výlety páně Broučkovy (I viaggi del signor Brouček) è il titolo del dittico di Leoš Janáček basato su due romanzi satirici di Svatopluk Čech: Pravý výlet pana Broučka do Měsíce (Il vero viaggio del signor Brouček sulla Luna, 1888) e Nový epochální výlet pana Broučka, tentokráte do XV. století (Il nuovo epocale viaggio del signor Brouček questa volta nel XV secolo, 1889). 

Nei primi anni del secolo, Janáček aveva cercato di scrivere un lavoro basato sui romanzi di Čech, ma questi gli aveva negato i diritti sulle sue storie e il compositore aveva accantonato il progetto fino alla morte dello scrittore nel 1908. La famiglia di Čech esitava a rilasciare i diritti, ma dopo aver sentito lo stesso Janáček, acconsentì a concedergli l’uso esclusivo dei romanzi. Poco dopo aver ottenuto il permesso di iniziare la composizione, anche un altro musicista, Karel Moor, sosteneva di aver ricevuto l’autorizzazione esclusiva dal fratello minore di Čech, Vladimír. La questione fu rapidamente presa in esame e si scoprì che Moor non aveva ricevuto un’autorizzazione valida. Ciò non gli impedì di comporre un’opera che andò in scena nel 1910, circa dieci anni prima di quella di Janáček, ma senza il successo e la longevità di quest’ultima. La composizione dell’opera fu un processo complesso e lungo su un periodo di quasi dieci anni: il viaggio sulla Luna è del biennio 1907/8, quello nel XV secolo è del 1917 ma il lavoro ebbe la prima rappresentazione solo nel 1920 e non a Brno come avveniva di solito per le opere di Janáček, bensì a Praga. Ma il 23 aprile al Teatro Nazionale I viaggi del signor Brouček ebbero solo apprezzamenti di stima. 

Brouček (in ceco insetto) è un proprietario di casa di Praga che vive una serie di eventi fantastici mentre viene trasportato, grazie agli effetti inebrianti di un cospicuo consumo di birra, prima sulla Luna e poi nella Praga del XV secolo, durante la rivolta hussita contro l’occupazione tedesca. In entrambe le escursioni, Brouček incontra personaggi che sono versioni trasformate dei suoi conoscenti abituali.

Parte I: Il viaggio del signor Brouček sulla Luna. Scena 1. Il signor Matěj Brouček è un padrone di casa spesso ubriaco e piuttosto trasandato nella Praga di fine Ottocento. In una notte di luna inciampa in via Vikárka dopo una sbronza alla taverna. Nel suo stato di alterazione, incontra Málinka. La donna è sconvolta e drammaticamente suicida dopo aver scoperto che il suo amante, Mazal (che si dà il caso sia uno degli inquilini di Brouček), la tradisce. Nel tentativo sconsiderato di calmare Málinka, Brouček accetta di sposarla. Ben presto si rende conto dell’errore e ritira l’offerta, lasciando che Málinka torni dal suo amante bohémien. Brouček decide di averne abbastanza di questo stress e sogna una vita più rilassata sulla Luna. Scena 2. Brouček è presto deluso da ciò che trova nel suo paradiso lunare. Atterra nel mezzo di una colonia di artisti e intellettuali d’avanguardia che l’incolto Brouček chiaramente disprezza. Si ritrova nella casa di un artista, Blankytny (un personaggio parallelo a Mazal). Blankytny canta un’accorata ode d’amore platonico alla fanciulla lunare, Etherea. Questo segna l’arrivo di Etherea e delle sue “sorelle”, che iniziano con una canzone che predica i benefici di uno stile di vita sano. Ironia della sorte, Brouček cattura l’attenzione della fanciulla, che si infatua immediatamente dell’esotico straniero. Lo porta via a bordo del mitico Pegaso, lasciando Blankytny nell’incredulità e nella disperazione. Scena 3. Eterea e Brouček atterrano nel Tempio Lunare delle Arti, dove si è riunito un gruppo di abitanti. Alla vista di Brouček sono subito sorpresi e spaventati, ma presto lo considerano l’ultima moda. Gli abitanti del luogo presentano a Brouček le ultime novità dell’arte lunare e gli offrono un pasto a base di fiori da annusare. Brouček non è affatto soddisfatto di questo sfoggio d’arte, né si nutre dei profumi. Viene presto sorpreso a mangiare di nascosto un boccone di salsiccia di maiale; la folla gli si rivolta contro ed egli è costretto a una fuga a bordo di Pegasus. Mentre fugge, gli artisti lunari inneggiano all’arte. Scena 4. Mentre la scena della luna si trasforma di nuovo nel cortile della taverna di Praga, Mazal e Málinka stanno tornando a casa e gli artisti si godono un ultimo drink. Un giovane cameriere ride dell’ubriaco Brouček che viene portato via in una botte. Málinka si è apparentemente ripresa dal suo turbamento, mentre lei e Mazal cantano in duetto il loro amore.
Parte II: Il viaggio del signor Brouček nel XV secolo. Scena 1. Nel Castello di Venceslao IV, il signor Brouček e i suoi compagni di bevute discutono sui particolari dei tunnel medievali che si credeva esistessero sotto la città di Praga. Ancora una volta, un Brouček inebetito barcolla verso casa sua e si ritrova in qualche modo in uno di questi tunnel bui, dove incontra apparizioni del passato. Una di queste figure spettrali è Svatopluk Čech, l’autore dei racconti di Brouček. Čech esprime il suo rammarico per il declino dei valori morali nella nazione ceca. Canta la perdita dei veri eroi e desidera la rinascita della sua nazione. Ironicamente, il lamento di Čech è rivolto allo stesso Brouček e alla natura satirica di quest’opera. Scena 2. Il signor Brouček viene trasportato indietro nel tempo e si ritrova nella Piazza della Città Vecchia nel 1420. È un periodo tumultuoso nella Praga del XV secolo, quando il popolo ceco, guidato da Jan Žižka, è assediato dalle armate tedesche del Sacro Romano Impero. Brouček viene subito affrontato dai ribelli hussiti, che lo accusano di essere una spia tedesca a causa della sua scarsa grammatica ceca carica di espressioni tedesche. Brouček convince in qualche modo i ribelli di essere dalla loro parte e gli viene permesso di unirsi a loro. Scena 3. Brouček viene portato a casa di Domšik, un sacrestano, e di sua figlia Kunka. Brouček si trova ora nel mezzo di un’imminente battaglia decisiva per il futuro della nazione ceca, segnalata dal potente canto di inni di battaglia da parte delle masse riunite. I ribelli chiedono a Brouček di esporsi nella difesa di Praga, cosa a cui è tipicamente contrario. Quando inizia la battaglia, il nostro eroe fugge dalla scena. Scena 4. Nella piazza della Città Vecchia, i praghesi festeggiano la loro sofferta vittoria ma lamentano la morte di Domšik. Brouček viene trovato nascosto e accusato di tradimento. Viene opportunamente condannato alla morte per rogo… in un barile di birra. Scena 5. Ancora nella Praga del 1888, appena fuori dalla locanda Vikárka, il signor Würfl, proprietario della locanda e produttore della famigerata salsiccia di maiale della Luna, sente dei gemiti provenire dalla cantina. Scopre il signor Brouček in una botte di birra, visibilmente sollevato di essere vivo e di essere tornato a casa. Il nostro spudorato eroe si vanta con Würfl di aver liberato da solo la città di Praga.

«Anche se le relative riduzioni librettistiche sono indicate sullo spartito come opera di Viktor Dyk, la prima, e di František Serafinský Procházka, la seconda, sappiamo che al testo del Viaggio sulla luna pose mano un numero di librettisti tale da superare il primato della Manon Lescaut di Puccíni. Oltre ai sette dichiarati — V. Dyk, Fr. Mašek, Z. Janke, Fr. Gellner, Jiři Mahen, Jos. Holý e F.S. Procházka — si possono ancora aggiungere Fedora Bartošová e Artuš Rektoris, che con Janáček stesso scrissero un primo abbozzo, e altri ancora, per arrivare forse a quindici in tutto, tra cui persino Max Brod. I litigi, le bizze artistiche, le incomprensioni, i risentimenti e le avventure che s’incrociano nella stesura di questo libretto potrebbero costituire la materia di un romanzo comico» scrive Franco Pulcini nella sua biografia del compositore moravo.

L’obiettivo del compositore era molto chiaro, ossia mettere alla berlina la meschinità della borghesia del suo paese. «Il mancato successo di quest’opera, rappresentata non di frequente e persino in Cecoslovacchia, potrebbe anche essere collegato al rigore morale del suo assunto drammatico, nel quale gli spettatori – esterofili del gusto artistico, cattivi patrioti o rozzi bevitori di birra – si possono riconoscere con fastidio», scrive ancora Pulcini, «la sua rinuncia alla piacevolezza melodica è talmente radicale, come lo è l’assunto drammatico, da suscitare un’immediata indisponibilità del pubblico. È un’opera per esperti molto affascinati dalla storia cèca. Dubitiamo che venga un giorno il suo tempo tra una fetta considerevole del pubblico, come invece accaduto a molte delle opere scritte da Janáček negli ultimi 10 anni della sua vita». Parte di ciò che rende I viaggi del signor Brouček incomprensibili al pubblico moderno non è solo la sua forma specificamente mitteleuropea di opera-vaudeville, ma anche le allusioni storiche agli hussiti mescolate a buffonerie degne del coevo Buon soldato Švejk di Jaroslav Hašek.

Leoš Janáček è riconosciuto grande compositore al di fuori della sua terra d’origine grazie a due protagonisti del mondo dell’opera di lingua inglese: Charles Mackerras e David Pountney. Il primo, settant’anni fa tornava a Londra dopo aver studiato Janáček e altri compositori cechi proprio mentre il nascente regime comunista abbatteva i contatti culturali con l’Occidente. Mackerras è stato il direttore d’orchestra che, alla fine degli anni Cinquanta, ha registrato la Sinfonietta e i preludi d’opera di Janacek, facendo conoscere la musica soprattutto agli ascoltatori britannici. In seguito ne ha registrato quasi tutta la produzione operistica con la Filarmonica di Vienna, ma non questa, che è la quinta opera di Leoš Janáček. Il secondo è il regista che ha portato il compositore moravo sul palcoscenico in Gran Bretagna, debuttando a Wexford cinquant’anni fa con la Kat’a Kabanová per poi costruire un repertorio di produzioni che riflette una profonda simpatia per ciò che Janáček cercava di fare con le parole e con la musica. Pountney condivide con Janáček la convinzione che l’opera debba essere comprensibile: sostenitore dell’opera in inglese, con una presunta avversione per i sopratitoli che distraggono dall’azione sul palcoscenico, in questa produzione fornisce la sua versione del testo e aggiorna le battute ai nostri tempi realizzando un libretto di grande godibilità dove i lunatici sono vegani e non mancano quindi riferimenti al lockdown pandemico o a Boris Johnson in versi adattati ai modelli ritmici della musica di Janáček. 

Questa è la seconda volta che Pountney mette in scena I viaggi di Janáček, la prima fu nel 1992 all’English National Opera e vi si alludeva alla Rivoluzione di velluto che tre anni prima condusse alla dissoluzione dello Stato comunista cecoslovacco. Questa è una produzione totalmente differente con un tocco di Monty Python: la scenografia di Leslie Travers ambienta la vicenda tra un bric-à-brac di souvenir della città d’oro in formato gigante sotto un piatto spezzato decorato con la vista di Hradčany, l’antico palazzo reale alto sulla collina. La birra è una presenza costante, Pegaso è una lattina di Pilsner e i pezzi grossi della Praga del XV secolo vengono portati in giro come statue del Ponte Carlo su carrelli costruiti con casse di birra. I lunatici sono artisti fatui e travestiti dai nomi di Postdatedček o Spotček e negli irriverenti costumi in lattice scintillante di Marie-Jean Lecca. La vicenda del 1420 è preceduta da una scena opportunamente contrassegnata “1989”, in cui l’Autore diventa un imprigionato Vaclav Havel – il poeta dissidente e perseguitato politico sotto il regime comunista dell’allora Cecoslovacchia – alla ricerca di parole «ferventi e liriche, non solo satiriche, come tutto questo».

Eccellente il cast, con un Peter Hoare che sembra divertirsi un mondo nel ruolo del titolo mentre i suoi colleghi Mark Le Brocq, Andrew Shore, Adrian Thompson e Clive Bayley si destreggiano alla grande in ruoli multipli. Il soprano Fflur Wyn brilla nei panni di Málinka, della femminista affamata di uomini Etherea e di Kunka nel XV secolo e Anne-Marie Owens sfrutta al meglio il suo ruolo di Kedruta. Alla testa della BBC Concert Orchestra il direttore George Jackson mette in luce le invenzioni musicali di due opere differenti unite in questo singolare lavoro.

  • I viaggi del signor Brouček, Ivanović/Carsen, Brno, 4 dicembre 2024
  • I viaggi del signor Brouček, Jindra/Sharon, Bregenz, 23 luglio 2026