Friedrich II

Silla

     

foto © Birgit Gufler

Carl Heinrich Graun, Silla

★★★★★

Innsbruck, Landestheater, 5 août 2022

 Qui la versione italiana

La conversion d’un dictateur

Dans le théâtre lyrique du XVIIIe siècle, les événements historiques mis en scène ont toujours été un prétexte pour évoquer amours et jalousies, et le Silla de Carl Heinrich Graun ne fait pas exception, bien qu’ici la lutte pour le cœur d’Octavia que mène Silla (alors que la jeune femme est amoureuse d’un autre homme), amène le héros éponyme à reconsidérer son rôle de dictateur et à renoncer spontanément au pouvoir…

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Silla

     

foto © Birgit Gufler

Carl Heinrich Graun, Silla

★★★★★

Innsbruck, Landestheater, 5 agosto 2022

bandiera francese.jpg  Ici la version française

La conversione di un dittatore

Le vicende storiche nel teatro d’opera settecentesco sono sempre state un pretesto per vicende amorose e gelosie e il Silla di Carl Heinrich Graun non fa eccezione, anche se qui la lotta per il cuore di Ottavia, innamorata di un altro, porta Silla a riconsiderare il suo ruolo di dittatore e a lasciare spontaneamente il potere (1).

Formato da una sinfonia e da 22 numeri musicali distribuiti in tre atti, il libretto di Silla fu scritto in francese da Federico II il Grande (1712-1786) e versificato in italiano da Giovanni Pietro Tagliazucchi. Bravo musicista dilettante lui stesso, quando le ambizioni militari lasciavano il posto a quelle artistiche, il principe elettore di Brandeburgo scriveva composizioni musicali e inaugurava l’opera di corte di Berlino per far rappresentare l’opera italiana di cui ammirava l’inventiva melodica, il virtuosismo strumentale e la voce dei castrati. Tra il 1749 e il 1754, il re scrisse le bozze per una serie di opere con intenti politico-statali che intendevano trasmettere l’immagine di governanti eroi: Coriolano, generale romano; Silla, generale e dittatore romano; Montezuma, imperatore del Messico.

Dopo che Silla ha stabilizzato la Repubblica romana durante le guerre civili (133-30 a.C.) come dittatore e restituendo al Senato il potere che aveva un tempo, egli non è tuttavia in pace con sé stesso e cerca la sua realizzazione nell’amore per Ottavia, che non ricambia però questo amore. Silla deve decidere su quale fronte muoversi: dovrà, come gli consiglia il ben intenzionato senatore Metello, dimostrarsi degno di un sovrano romano e rinunciare all’amore non corrisposto o dovrà invece, come trama l’intrigante Crisogono, conquistare con la forza Ottavia che è stata rapita per lui? Silla si rende conto che il potere, la grandezza e la fama gli hanno dato alla testa e che ha abusato del suo potere in modo tirannico e si ripromette di fare solo del bene d’ora in poi. Il messaggio che Federico voleva trasmettere ai suoi sudditi è che quando i tempi lo richiedono il fine giustifica i mezzi, ma una volta adempiuto il dovere, una volta scongiurato il danno, il sovrano deve moderarsi in nome della giustizia e della libertà.

Opera della maturità del Kapellmeister Carl Heinrich Graun (nato nel 1704 e morto nel 1759, lo stesso anno della scomparsa di Händel), Silla andò in scena il 27 marzo 1753 con due star dell’epoca, il soprano vercellese Giovanna Astrua (Ottavia) e il castrato Giovanni Carestini detto il Cusanino (Silla), per le quali furono pagate cifre spropositate.

Tesoro recuperato dal direttore artistico del festival Alessandro De Marchi, l’opera ha festosamente inaugurato le settimane di musica antica di Innsbruck con grande successo. La concertazione magistrale del De Marchi ha messo in evidenza la bellezza di una partitura ricca di raffinatezze strumentali che l’orchestra del festival ha reso in modo impareggiabile: fin dalle prime note della lunga sinfonia tripartita si è potuta ammirare la perfetta intonazione dei due corni barocchi (Alessandro Orlando e Claudia Pallaver) e la fluidità degli archi (Konzertmeisterin Olivia Centurioni) nei vaghi toni pastorali di questa complessa pagina. L’opera di Graun è formata da un poderoso primo atto con nove arie in cui si presentano i sette personaggi, tutti di pari importanza. Una lunga drammatica scena di Silla conclude questo atto maestoso che contrasta con un atto secondo che tra gli otto numeri musicali comprende due duetti e un concitato terzetto finale. Alla staticità del primo si contrappone dunque un atto secondo di grande teatralità la cui tensione musicale è resa in modo molto efficace. Più breve il terzo atto, solo quattro arie solistiche e un coro finale che conclude in tono giubilatorio: «Viva di Silla il nome | famoso in ogni età. | Eroe di lui maggiore | il Tebro ancor non ha». Altro pregio del lavoro di De Marchi è l’assoluta completezza dell’opera, con tutte le arie eseguite con da capo e cadenze. Molta cura è poi stata riservata alla strumentazione dei recitativi e qui è stato fondamentale il ruolo di Chiara Cattani al cembalo.

Di pari eccellenza è la distribuzione delle voci. Il personaggio eponimo, con ben quattro arie, un duetto e un terzetto, è affidato alla sicura presenza scenica e vocale del controtenore Bejun Mehta, timbro di velluto, grande proiezione, sicuro fraseggio e precise agilità. I suoi interventi sono di grande peso drammaturgico: le arie sono quasi sempre precedute da un lungo recitativo accompagnato così da formare vere e proprie scene atte a esprimere la sfaccettata personalità del personaggio che Mehta arricchisce di intenzioni e sfumati tratti psicologici. Esemplare la scena quarta del secondo atto tutta centrata su un lungo monologo di Silla in cui il dittatore prende coscienza di sé e si prepara alla “conversione”: «Ah, Metello ha ragion… Che feci? … e come avendo un cor sì generoso in petto, divenir seppi un Barbaro, un Tiranno?».

La incontenibile vena melodica del compositore, che alla corte di Berlino ricrea la gloriosa scuola napoletana, trova una felice espressione nelle tre arie di Ottavia, in cui il soprano Eleonora Bellocci sfoggia una voce vibrata e trepidante che ben delinea la sensibilità e nello stesso tempo fermezza della donna romana. Le sue sono tra le arie più belle di una serie di arie meravigliose e il pubblico dimostra di apprezzare la sua performance con applausi entusiastici a scena aperta. Roberta Invernizzi interpreta con efficacia l’altro personaggio femminile, Fulvia, una madre più preoccupata della sicurezza materiale della figlia piuttosto che dei suoi sentimenti. Ben definiti gli altri quattro personaggi maschili con due controtenori per le parti dei due consiglieri di Silla: Valer Sabadus è un Metello di non grande proiezione vocale ma espressivo ed elegante; Hagen Matzeit mette a servizio di Lentulo il suo innegabile stile. Il sopranista Samuel Mariño è un Postumio vocalmente agile e di temperamento incontenibile. Il cattivo della situazione, Crisogono, ha in Mert Süngü un convincente interprete per il quale Graun scrive strepitose arie di furore che vengono magnificamente rese dal tenore turco.

Sobria ma efficace la regia di Georg Quander, ex sovrintendente della Staatsoper unter der Linden di Berlino, che cura molto le interazioni tra i personaggi e la loro gestualità. Gli interpreti si muovono in una scenografia, di Julia Dietrich, semplice e funzionale con pochi elementi che suggeriscono la monumentalità romana – una doppia scalinata, un obelisco, una statua muliebre, una testa del dittatore che ha le fattezze dello stesso interprete – e un fondale su cui vengono proiettate abilmente, tanto che sembrano dipinte, vedute architettoniche in prospettiva. Qui non ci sono strutture rotanti (finalmente!) e quando si deve cambiare scena si chiude il sipario e il cantante dipana il da capo e le cadenze della sua aria al proscenio di fronte al pubblico con grande effetto, un effetto che avevamo quasi dimenticato. La stessa Dietrich ha disegnato i costumi e qui si è sbizzarrita un po’ di più: è una carrellata di epoche diverse quella con cui veste i personaggi, dalla romanità al Settecento, dalla contemporaneità al futuro. In definitiva una messa in scena apparentemente semplice ma del tutto convincente che si affianca a un’esecuzione musicale di eccelso livello. Chapeau alle Innsbrucker Festwochen der Alten Musik.

Gli altri due appuntamenti operistici sono purtroppo diluiti nel mese di agosto: bisogna ritornare una seconda volta per L’amazzone corsara di Carlo Pallavicino e una terza per l’Astarto di Giovanni Bononcini, gemme di quel tesoro sei-settecentesco italiano che i nostri teatri si ostinano a non prendere in considerazione.

(1) Atto I. Il dittatore romano Silla è all’apice del suo potere. Ha sconfitto tutti i nemici esterni di Roma, soprattutto Mitridate, il potente re del Ponto, e in patria ha concluso con mano pesante la sanguinosa guerra civile, per la quale il Senato romano lo ha dotato di poteri illimitati e lo ha eletto dittatore a vita. Ora desidera come moglie Ottavia, figlia di un patrizio romano vittima di una delle sue epurazioni. La madre Fulvia le consiglia di obbedire agli ordini di Silla, avendo sperimentato in prima persona l’accanimento con cui Silla persegue i suoi oppositori. Ottavia, tuttavia, ha dato il suo cuore a Postumio, che ama in modo idolatrico. Anche Postumio proviene da una famiglia nobile che ha perso quasi tutto a causa delle proscrizioni di Silla. L’amico Lentulo gli consiglia di liberare finalmente il Paese dal tiranno. Appare Metello, un altro senatore, che riferisce che Silla desidera l’onore di un grande trionfo e ordina a tutti i senatori di recarsi in Curia a questo scopo. Egli parla di coraggio alle due donne, dicendo che la loro bellezza sottometterà ogni crudeltà. Ancora una volta Fulvia consiglia alla figlia di obbedire alla richiesta di Silla. Ottavia, però, non riesce a lasciare Postumio. Si riunisce il Senato. Silla chiede un trionfo in riconoscimento dei suoi servizi allo Stato, come è stato concesso ad altri statisti prima di lui. Quando il Senato esita a dare il suo consenso, il popolo chiede a gran voce che a Silla sia dato l’onore che merita. Silla li ringrazia e distribuisce il governo delle province sottomesse ai suoi fedeli. Quando vuole dare la Sicilia a Postumio, quest’ultimo rifiuta. Essendo figlio di un uomo che era caduto vittima delle proscrizioni di Silla, non aveva diritto a tale onore. Silla si infuria. Il suo confidente Crisogono è convinto che Silla non possa raggiungere il suo obiettivo con la benevolenza, ma solo con la violenza. Gli consiglia di rapire Ottavia. Metello, però, lo mette in guardia da questi eccessi: Silla dovrebbe domare la sua passione. Crisogono sfrutta l’intervento di Metello per farlo passare per un traditore e per convincere Silla ad aderire nuovamente al suo piano di rapire Ottavia. Silla rimane combattuto.
Atto II. Ottavia e Fulvia attendono con impazienza il ritorno di Postumio dal Senato. Quando arriva, riferisce del suo confronto con il dittatore. Appare Lentulo e chiede a Fulvia di arrivare, Ottavia e Postumio assicurano di andare da Crisogono, che vuole parlarle. Nel frattempo, l’uno e l’altra si parlano del loro amore e della loro fedeltà. Al loro ritorno, Fulvia comunica ancora una volta la volontà di Silla di fare di Ottavia sua moglie. Ogni resistenza sarebbe inutile. Mentre i presenti sono ancora indignati da ciò, Crisogono si presenta con la guardia del corpo di Silla per portare via Ottavia, mentre impotenti, Postumio e Lentulo sono costretti a guardare mentre Ottavia viene portata via. Crisogono riferisce a Silla del successo della sua missione e lo informa che Postumio, tra tutti, è il suo rivale. Tra speranza e paura, Silla attende la comparsa di Ottavia che Crisogono gli conduce. Infuriata, Ottavia insulta Silla mentre cerca di conquistare il suo cuore. Fulvia cerca di mediare e chiede clemenza per la figlia. Appare Metello, che riferisce che la notizia del violento rapimento ha messo in subbuglio tutta Roma. Egli invoca il suo leale servizio di seguace e soldato di Silla in tutte le situazioni, ma con il rapimento Silla si è spinto troppo oltre, abusando del potere che gli era stato conferito con la dittatura. Questo non è stato degno di lui. Metello rinuncia a Silla e gli offre il suo petto aperto per il colpo di grazia. Postumio irrompe nella stanza con il pugnale sguainato e chiede a Silla di consegnargli Ottavia. Prima che possa pugnalare, viene sopraffatto dalla guardia del corpo e messo in catene.
Atto III. Ottavia e Fulvia sono disperate quando Lentulo irrompe improvvisamente con la notizia del fallito attentato di Postumio alla vita di Silla. Nessuno sa se Postumio sia ancora vivo. Lentulo è pronto a sacrificarsi per il suo amico. Tutti vogliono correre da Silla per chiedergli pietà. Ottavia immagina che Postumio muoia con il suo nome sulle labbra. I rimproveri di Metello hanno fatto riflettere Silla; è pronto a cedere, a rinunciare a Ottavia e a perdonare Postumio. Non vuole essere annoverato tra gli spregevoli tiranni. Che le sue azioni siano degne delle virtù romane! Chiama Crisogono e chiede che tutto sia pronto per il grande trionfo. Questo giorno sarà il più felice per Roma e per il mondo intero! Ottavia e Fulvia cercano invano di raggiungere Silla, che è già partito per il Foro. Poi appaiono le guardie con Postumio legato. Ancora una volta gli amanti si assicurano reciprocamente la loro immutabile fedeltà. Il popolo e il senato di Roma sono riuniti nel Foro Romano per rendere omaggio a Silla come trionfatore. Silla appare, ordina a Postumio di essere liberato e di restituirgli i beni di famiglia confiscati e la sua amante in cambio solo della sua amicizia e manda in esilio il cattivo consigliere Crisogono. Rivolgendosi al popolo, spiega di aver sempre agito per il bene di Roma e dei suoi cittadini e di aver punito solo coloro che minacciavano la libertà di Roma. Ora che lo Stato è pacificato, può rimettere nelle mani del Senato e del popolo le leggi e il potere che gli erano stati conferiti. Tutti lodano la magnanimità di Silla e la pace e la libertà che ha restituito loro.

Montezuma

Carl Heinrich Graun, Montezuma

★★★☆☆

Un libretto reale

Frutto di un re illuminato e di un musicista al suo servizio, l’opera seria in tre atti Montezuma fu presentata al Königliches Opernhaus (Real Teatro dell’Opera) di Berlino il 6 gennaio 1755. Autore del libretto era Federico II (il Grande), re di Prussia dal 1740 a 1786, che l’aveva scritto in francese traendone l’ispirazione da Alzire ou les Américains di Voltaire, che qualche anno prima era stato ospite alla sua corte. Il testo per la rappresentazione fu tradotto in italiano da Giampietro Tagliazucchi.

Atto primo. Il regno di Montezuma è dominato dalla pace e dalla felicità per le imminenti nozze con la regina Eupaforice, quando giungono le notizie dello sbarco di misteriosi guerrieri dotati di una forza quasi divina. Montezuma è sereno e confida di ingraziarseli con ricchi doni. Nonostante i presagi di Eupaforice, l’imperatore invita nella sua reggia il loro condottiero, Cortés.
Atto secondo. Gli spagnoli si impadroniscono del palazzo tradendo l’ospitalità dell’imperatore, Montezuma viene fatto prigioniero ed Eupaforice è destinata a essere la sposa di Cortés. La regina progetta una sommossa, anche se la notizia che l’esercito del nipote di Montezuma è passato dalla parte dei conquistatori, vanifica la speranza di ricevere un aiuto contro gli spagnoli.
Atto terzo. Eupaforice cerca di far fuggire Montezuma, ma il tentativo viene sventato. Di fronte ai messicani prigionieri, Cortés offre salva la vita a Montezuma a condizione che abiuri gli dèi pagani e consegni il proprio regno e la sposa agli spagnoli. Intanto la vendetta di Eupaforice appare agli occhi di tutti: la città e il palazzo sono in fiamme, i tesori ambiti dagli spagnoli sono distrutti. Trionfante, la regina si uccide, mentre Cortés scatena i suoi soldati contro i messicani.

Nell’imperatore sudamericano che viene tradito e assassinato da un Cortés predatore senza scrupoli, il re prussiano vedeva impersonate le virtù su cui si era voluto conformare: un sovrano illuminato e pacifico di un prospero impero collocato in una sorta di età dell’oro. La vicenda storica della conquista del Messico veniva così letta in chiave politica quale apologia dell’assolutismo illuminato. Lo stesso soggetto era stato scelto da Vivaldi per il suo Motezuma del 1733, pur con una vicenda differente. (1)

L’intonazione del testo viene affidata dal re al suo maestro di cappella Carl Heinrich Graun (1704-1759). Lo stesso monarca interviene nella composizione musicale e sua è la richiesta di utilizzare per lo più ariette bipartite invece delle solite arie con da capo, le quali vengono riservate al ruolo di Eupaforice, la promessa sposa dell’imperatore messicano.

Montezuma è tra le ultime della trentina di opere scritte da Graun (con il suo Cesare e Cleopatra era stato inaugurato il Königliches Opernhaus nel 1744), opere che ora raramente vengono rappresentate. La prima in epoca moderna è questa produzione del 1982 della Deutsche Oper di Berlino che sceglie come luogo per la registrazione la strabiliante sala del Markgräfliches Opernhaus di Bayreuth senza pubblico e prima che venisse chiusa per restauri che dureranno ancora fino al 2018.

Il ruolo titolare, in origine affidato a un castrato, qui è cantato da un soprano. Così pure quello di Pilpatoè, originariamente tenore. In questo modo tutte le voci dei personaggi messicani sono femminili, mentre quelle dei conquistadores spagnoli sono maschili.

Durante la seconda parte dell’ouverture tripartita il sipario si alza su un tableau vivant che rifà il dipinto di Adolph Menzel Flötenkonzert Friedrichs des Großen in Sanssouci (2) in cui il monarca suona il flauto nella residenza di Sanssouci, il tutto affinché l’immedesimazione con l’imperatore messicano sia rafforzata. La messa in scena di Herbert Wernicke dipinge con raffinata eleganza la corte sudamericana – tre levrieri si rincorrono nella prima scena, abiti, parrucche, suppellettili alludono alla ricercatezza della stessa corte prussiana – con tocchi ironici rivolti all’opera barocca negli atteggiamenti dei personaggi, soprattutto in Eupaforice. Per questa produzione il libretto italiano è riadattato in tedesco da Georg Quander, ma vengono lasciati in francese o in italiano alcuni interventi di Eupaforice, che si esprime dunque in tre lingue, mentre i conquistadores spagnoli parlano tra loro nella loro lingua.

I lunghi recitativi sono qui in gran parte conservati, soprattutto il recitativo accompagnato con cui inizia il terzo atto, dove Montezuma in prigione canta «Gott, welch schreckliches Schicksal» (Dio, che destino orrendo), parole che echeggiano quelle di Florestan nel Fidelio beethoveniano «Gott, welch dunkel hier!». L’analogia è rafforzata dall’ingresso di Cortés che in tedesco ripete più volte la parola «Rache» (vendetta), la stessa del perfido Pizarro, «Ha, welch ein Augenblick, die Rache werd ich kühlen» (Ah, quale istante, placherò la mia vendetta). Per il resto Montezuma è un’opera musicalmente molto aderente allo stile settecentesco, con un accompagnamento orchestrale non molto distante da quello dell’opera napoletana. Qui è diretta diligentemente da Hans Hilsdorf a capo dell’orchestra della Deutsche Oper.

Il reparto delle voci femminili supera in qualità quello maschile con il Montezuma di Alexandra Papadjakou dal timbro caldo e dal fraseggio elegante e l’Eupaforice di Sophie Boulin alla quale sono destinati i numeri musicali più ricchi di colorature dipanate con agilità dal soprano francese.

Immagine in 4:3 e sottotitoli anche in italiano.

(1) La mancanza della n nel titolo era dovuta a un errore tipografico, ma la grafia era comunque incerta, essendo in spagnolo Moctezuma, nome con cui si era cercato di riprodurre l’originale Motēcuhzōma.

(2) Nel dipinto è presente anche Graun in piedi a sinistra dietro il divano su cui è seduta in atteggiamento sognante Wilhelmine von Preußen. Al clavicembalo c’è invece Carl Philipp Emanuel Bach.