Louis de Cahusac

Les Boréades

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★★★★★

Il trionfo dell’amore

Ultima opera di Rameau, che non ne vedrà mai la rappre­sentazione e che morirà un anno dopo nel 1764. Caduta in oblio per oltre due secoli, Eliot Gardiner la risco­pre nel 1974. Le produzioni ai festival di Aix-en-Provence e di Salisburgo precedono questa edizione del 2003 affidata alle esperti mani di William Chri­stie a capo dei musicisti de Les Arts Florissants all’Opéra Garnier di Pari­gi.

La storia della regina Alphise (la bravissima Barbara Bon­ney) corteggiata dai figli di Borée, ma innamorata del giovane Abaris (un superlativo Paul Agnew) dà l’occasione al regista Ro­bert Carsen di creare una delle sue visualizzazioni più ispirate. Tutti molto bravi gli altri interpreti (Lau­rent Naouri, Toby Spen­ce, Stéphane Degout, Nicolas Rivenq, Anna Maria Panza­rella e Jaël Azzaretti) aiutati da una regia che sa trarre da un libretto im­possibile momenti di splendida teatralità.

I balletti così importanti nell’opera francese di questo pe­riodo trovano nei passi nervosi e geometrici dei La La La Hu­man Steps uno stimo­lante contrappunto alla meravigliosa musi­ca di Rameau, come dice anche Christie nel video di un’ora con­tenuto nel secondo disco.

Ed ecco un breve riassunto della vicenda e di quanto si vede in scena.

Nel primo atto siamo in un meraviglioso campo fiorito, dove la regina Alphise si lamenta con la fedele Sémire della scelta che deve fare, per volere degli dèi, tra uno dei due figli di Borée, Ca­lisis e Borilée, mentre lei è inna­morata del giovane Abaris. Entra­no i suddetti pretendenti e i loro sudditi, che fanno piazza pulita di tutti i fiori che costellano il prato per farne un goffo omaggio alla regina recalcitrante. La tempesta che si avvici­na è segno del­la collera di Borée che non vede rispettati i suoi voleri. I venti trasporta­no turbini di foglie morte.

Nel secondo atto i due innamorati si confessano i loro senti­menti e Abaris chiede aiuto al dio dell’amore. Il dio appare e gli consegna una frec­cia incantata, ma nello stesso tempo conferma che solo un discenden­te di stirpe divina può sposare la regina – e di Abaris non si conosce l’origi­ne.

Nel terzo atto il popolo è impaziente di conoscere il nome del suo nuo­vo re, ma Alphise decide di abdicare per poter sposa­re chi ama. La collera del rei dei venti del nord si scatena con una tempesta di neve e gelo che mette in pericolo la sopravvi­venza dei mortali.

Quarto atto: Abaris si dispera, ma scopre le virtù della frec­cia incantata quando riesce a risvegliare i mortali irrigiditi e quindi parte alla ricer­ca di Alphise che è stata rapita dai principi boreadi e portata nelle loro buie ca­verne.

Il quint’atto vede la regina preda della collera di Borée e delle sue torture, ma Alphise non cede. Abaris arriva a buon punto non solo a salvare l’amata, ma anche a calmare, tramite la freccia incantata, la furia dei Bo­readi. Apollo discende dal cielo portando la luce che d’ora in avanti illu­minerà questi antri oscu­ri e svelando che Abaris è figlio di una sua relazione con una ninfa e quindi è di stirpe divina. Finalmente i due innamo­rati pos­sono coronare il loro sogno mentre la terra si ricopre nuovamen­te di fiori.

Il cofanetto contiene – cosa rara! – il libretto dell’o­pera di Louis de Cahusac. Da acquistare senza esitazioni questo video di uno degli spettacoli più belli dell’ul­timo decennio.

Zoroastre

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★★★☆☆

No, non è il Flauto Magico

Vicenda di ambiente massonico su libretto di  Louis de Cahusac in cui le forze delle luce combatto­no contro quelle delle tenebre, ma alla fine queste ulti­me soccombono e Zoroa­stre/Sarastro riprende il suo legittimo potere. No, non si tratta del Flauto magico, anche perché l’opera di Rameau viene rappresentata, nella sua ver­sione definitiva, nel 1756, l’anno della nascita di Mozart! Si può dire che in musica Rameau, con le sue frequentazioni di Voltaire e Diderot, stia al fiorire dello spirito illuminista come Mozart, con la sua morte a pochi anni dalla Rivolu­zione Francese, al suo epilogo. È lo Zeitgeist, baby.

Per la registrazione nel luglio 2006 di questo DVD abbando­niamo i vel­luti e gli ori del Palais Garnier per trasferirci nell’inti­mità legnosa e un po’ freddina del teatrino di Drottningholm a Stoccolma. Alla testa dei Talens Lyriques Christophe Rousset fa rim­piangere la verve e lo smalto delle direzioni di William Christie, che ha registrato l’opera su CD per Erato. Gli strumenti hanno un suono soffocato e un’into­nazione precaria. Zoroastre è comunque una tragédie lyrique e non lascia troppo spa­zio al divertimento: la musica qui è solenne, il canto declamato, i cori mae­stosi. La prima aria vera e propria, l’air gra­cieux «Non, non une flamme vola­ge», la sentiamo cantare solo dopo una ventina di minuti dall’inizio dell’opera.

Non eccelsi i cantanti, soprattutto nel reparto maschile. As­senza di mu­sicalità, dizione e intonazione inaccettabili nella voce dell’Abramane di Ev­gueniy Alexiev: è una pena per le orecchie tutte le volte che entra in scena e, ahimè, in scena ci sta molto. Bella presenza, ma voce acerba quella dello sve­dese Anders J. Dahlin, nel ruolo del titolo. Brava invece Anna Maria Panza­rella che nella parte di Erinice, la Regina della Notte della si­tuazione, mostra senso del teatro e musicalità soprattutto nell’intensa sce­na che apre il quin­to atto. Sine Bundgaard, come Amélite, dipa­na le sue volate virtuosistiche con precisione, ma senza troppa convinzione.

La scelta registica di Pierre Audi è molto semplicista: bian­chi i buoni, neri i cattivi, distinzione manichea che non lascia spazio a un parti­colare approfondi­mento psicologico dei personaggi. Affascinato dalle macchine sceniche del meravi­gliosamente conservato teatrino settecentesco, Audi adatta la sua messa in scena alle loro possibilità, ma niente più. Senza fondali, il palcoscenico è nudo, c’è solo il gioco delle luci, una botola nel pavimento e nuvole di car­tapesta. Grandgui­gnolesca e da Thriller (quello di Michael Jackson) la visualizzazione della “messe noire” del quarto atto.

Ricchi i serici costumi d’epoca, mentre i movimenti coreo­grafici firmati da Amir Hosseinpur sono un ibrido tra pop e clas­sico rivisitato.

Il regista video non ci risparmia riprese dal fondo della sce­na, da die­tro le quinte, dall’alto dei praticabili, dalle postazioni dei macchinisti, ralenti e altri effetti spesso gratuiti e importuni.

Non molto informativi gli extra nel secondo disco, ma fanno luce sulle scelte del coreografo che definisce la musica di Ra­meau il rock-and-roll del XVIII secolo. Due tracce audio e sottotitoli in cinque lin­gue.