Aci, Galatea e Polifemo

Pompeo Batoni, Aci, Galatea e Polifemo, 1761

George Friedrich Händel, Aci, Galatea e Polifemo

Torino, teatro Carignano, 16 giugno 2009

★★★★★

Incantevole opera giovanile del Caro Sassone

Sei sole persone occupano il palcoscenico, un numero perfettamente calibrato sulle ridotte dimensioni del Teatro Carignano di Torino. Sono i tre protagonisti della serenata händeliana e i rispettivi doppi, affidati a tre mimi che accompagnano costantemente l’azione scenica, amplificando attraverso il linguaggio del corpo ciò che il canto esprime musicalmente. Una soluzione semplice ma di grande efficacia teatrale, diversa da quella adottata nell’Acis and Galatea londinese, dove il doppio era affidato a un danzatore. Qui la mimica diventa un’estensione del gesto vocale: i movimenti anticipano, sottolineano e riflettono gli stati d’animo dei personaggi senza mai sovrapporsi al canto.

Aci, Galatea e Polifemo è la cosiddetta “Serenata a tre” che Georg Friedrich Händel compose durante il suo soggiorno napoletano nell’estate del 1708. L’occasione era festosa: celebrare le nozze della nipote della duchessa Aurora Sanseverino, una delle più influenti mecenati dell’epoca. Il libretto di Nicola Giuvo si conclude infatti con un’esplicita esaltazione della fedeltà e della costanza in amore, evidente omaggio agli sposi e perfetto coronamento di una festa nuziale. Come spesso accade nelle composizioni d’occasione del primo Settecento, il mito classico si trasforma così in allegoria morale, capace di offrire un insegnamento perfettamente adeguato alla circostanza celebrativa.

Per Händel quella serenata rappresenta una tappa importante del suo primo viaggio italiano. Appena ventunenne, nell’autunno del 1706 aveva attraversato le Alpi lasciando la Germania per confrontarsi direttamente con quella tradizione musicale che dominava l’Europa. Firenze, Roma, Napoli e Venezia divengono le tappe fondamentali di un percorso artistico straordinario durante il quale il giovane compositore sassone conquista rapidamente l’ammirazione dei principali ambienti aristocratici e musicali della penisola. Sono gli anni nei quali nascono alcuni dei suoi primi capolavori, dal Trionfo del Tempo e del Disinganno all’oratorio La resurrezione, fino all’opera Agrippina, destinata a consacrarlo definitivamente anche sulle scene veneziane.

Il soggetto della serenata deriva dal tredicesimo libro delle Metamorfosi di Ovidio e racconta il celebre triangolo amoroso fra il pastore Aci, la ninfa marina Galatea e il ciclope Polifemo. Una vicenda destinata ad accompagnare Händel anche nella maturità: appena nove anni più tardi, ormai stabilitosi in Inghilterra, il compositore tornerà infatti sullo stesso mito con Acis and Galatea, definita da lui stesso una “little opera”, destinata a diventare uno dei suoi lavori teatrali più popolari.

La trama segue fedelmente il racconto ovidiano. Il giovane pastore Aci e la nereide Galatea vivono un amore intenso e sincero, che i due protagonisti proclamano apertamente fin dalle prime scene. Ma sulla loro felicità incombe la minaccia del ciclope Polifemo, innamorato senza speranza della ninfa. Galatea teme da subito che il rifiuto del gigantesco figlio di Nettuno possa trasformarsi in una violenta vendetta. I suoi timori trovano presto conferma quando un fragore improvviso annuncia l’arrivo del mostro. Su consiglio dell’amata, Aci riesce momentaneamente a sottrarsi alla sua presenza.

L’ingresso di Polifemo introduce immediatamente il clima del conflitto. Accecato dalla gelosia, il ciclope promette di ricorrere a qualsiasi mezzo pur di eliminare il rivale. Galatea resiste con fermezza alle sue minacce e Aci, tornato accanto all’amata, si frappone coraggiosamente fra i due nel tentativo di proteggerla. Polifemo ribadisce allora che la sua ira colpirà inevitabilmente chiunque osi opporsi al suo desiderio. Galatea invoca il padre Nereo affinché la salvi dall’abbraccio violento del gigante, ma il destino della coppia è ormai segnato.

Quando i due innamorati possono finalmente ritrovarsi soli e rinnovare le loro promesse d’amore, Polifemo li sorprende mentre ascolta le loro parole. In un accesso di furia incontrollabile scaglia contro Aci un enorme masso che lo uccide. Alla disperazione di Galatea il ciclope risponde con una logica crudele e distorta, attribuendo alla stessa ninfa la responsabilità della morte del giovane, colpevole soltanto di non aver corrisposto il suo amore. Nel momento conclusivo Galatea si rivolge ancora una volta al padre Nereo, implorandolo di trasformare il sangue dell’amato in un fiume destinato a raggiungere il mare, affinché possa continuare simbolicamente ad abbracciarlo per sempre. Il miracolo si compie e persino Polifemo comprende che la preghiera è stata esaudita. La serenata si chiude così con il celebre terzetto moraleggiante, nel quale i tre protagonisti intonano insieme: «Chi ben ama ha per gli oggetti fido cor, pura costanza».

Lo spettacolo nasce nel 2009 come contributo alle celebrazioni per il duecentocinquantesimo anniversario della morte di Händel, su iniziativa del Centro di Musica Antica Pietà de’ Turchini, in coproduzione con il Teatro Regio di Torino e il Teatro di San Carlo di Napoli. Alla guida musicale troviamo Antonio Florio, fra i maggiori specialisti del repertorio barocco italiano, mentre Davide Livermore firma sia la regia sia le scene, costruendo uno spettacolo di grande eleganza visiva.

L’impianto scenografico colpisce per la sua apparente semplicità. L’azione si svolge all’interno di un salone settecentesco prospetticamente deformato, quasi vuoto e leggermente decadente, dove le pareti sembrano custodire i segni del tempo. Progressivamente, dalle porte laterali entra sabbia — o forse fango — che invade il pavimento a scacchi di marmo, simbolica irruzione della natura all’interno dello spazio artificiale costruito dall’uomo. È un’immagine di forte valore evocativo che accompagna l’intero sviluppo della vicenda.

Sullo sfondo le videoproiezioni di Marco Fantozzi dialogano costantemente con il testo, traducendone visivamente le metafore senza mai risultare invasive. Acqua, aria e sangue diventano immagini concrete, mentre alcuni animali identificano simbolicamente i protagonisti: l’aquila rappresenta Aci, la farfalla Galatea e il serpente Polifemo. Le proiezioni non cercano mai l’effetto spettacolare fine a sé stesso, ma si integrano con naturalezza nella drammaturgia, contribuendo a creare un’atmosfera sospesa fra realtà e mito.

Gli oggetti scenici sono ridotti all’essenziale. Un candeliere che si accende misteriosamente grazie a un abile effetto teatrale e un letto sul quale prende forma, con raffinata discrezione, l’amplesso evocato nel trio amoroso sono gli unici elementi materiali di uno spazio volutamente rarefatto. L’essenzialità della scena permette così alla musica e agli interpreti di occupare il centro della narrazione.

La componente visiva trova un perfetto equilibrio nella resa musicale. Pur disponendo di una formazione orchestrale relativamente esigua, composta da strumenti originali, Antonio Florio riesce a mettere in luce tutta la ricchezza della scrittura händeliana, esaltandone i colori, il dinamismo ritmico e la continua invenzione melodica. La sua direzione è precisa, partecipe e stilisticamente impeccabile. Interessante anche la scelta di dividere la serenata in due parti, facendole precedere da un finto preludio costituito da altre pagine händeliane che introducono con naturalezza il clima musicale dell’opera.

Sul piano vocale, il punto di forza del cast è prevedibilmente Sara Mingardo. Il contralto veneziano mette al servizio di Galatea il magnifico colore scuro della sua voce, accentuando la dimensione profondamente umana del personaggio e conferendole una nobiltà espressiva che va ben oltre il semplice virtuosismo. Piacevole sorpresa è anche Ruth Rosique nel ruolo en travesti di Aci: il soprano affronta con sicurezza le numerose agilità richieste dalla scrittura händeliana, restituendo un protagonista credibile e musicalmente convincente.

Più problematico appare invece Antonio Abete nei panni di Polifemo. Pur autorevole scenicamente, il basso incontra evidenti difficoltà nelle impegnative agilità richieste dal ruolo, che spaziano dal furioso virtuosismo della celebre «Sibilar l’angui d’Aletto» fino alle più liriche e malinconiche inflessioni di «Fra l’ombre e gl’orrori», pagina particolarmente ardua anche nella versione qui opportunamente adattata alle sue possibilità vocali. Completano con efficacia la realizzazione scenica Cristina Banchetti, Luisa Baldinetti e il promettente Sax Nicosia, i tre mimi chiamati a incarnare i doppi dei protagonisti, contribuendo in maniera determinante all’originalità e alla poesia dell’intero allestimento.

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