Aci, Galatea e Polifemo

51H+ZVXH4oL

★★★★☆

Incantevole opera giovanile del Caro Sassone

Sei sole persone in scena (il numero giusto per il minuscolo palcoscenico del teatro Carignano): i tre personaggi del titolo e il loro doppio interpretato da un mimo (nell’Acis and Galatea di Londra era un danzatore invece) che riprende e amplifica i gesti del cantante.

Questa “Serenata a tre” è il lavoro che Händel allestisce a Napoli nell’estate del 1708 in occasione delle feste per le nozze della nipote della duchessa di Sanseverino. Il libretto di Nicola Giuvo si chiude in effetti con un elogio della fedeltà e della costanza in amore, degno suggello per una festa di nozze. Il compositore era al suo primo viaggio in Italia. A 21 anni nell’autunno del 1706 aveva varcato le Alpi. Firenze, Roma, Napoli, Venezia sono le città in cui il giovane sassone è acclamato per i suoi lavori tra cui Il trionfo del Tempo e del Disinganno, l’opera Agrippina e l’oratorio La resurrezione.

Tratto dal tredicesimo libro delle Metamorfosi di Ovidio, in Aci, Galatea e Polifemo si narra dell’amore della ninfa Galatea per il pastore Aci, amore contrastato dalla gelosia del gigante. La stessa vicenda sarà soggetto, nove anni dopo, per un’altra “little opera” rappresentata nella nuova patria del musicista, l’Inghilterra.

Lo spettacolo qui registrato, nato come contributo alle celebrazioni nel 2009 dei 250 anni dalla morte del compositore su progetto del Centro di Musica Antica Pietà de’ Turchini e coprodotto dal Regio di Torino e dal San Carlo di Napoli, si è avvalso della direzione musicale di Antonio Florio e della messa in scena di Davide Livermore a cui si devono la regia e la scenografia. Semplice ma incantevole la scena, costituita da un interno settecentesco visto in prospettiva, spoglio e un po’ fatiscente. Dalle porte entra a coprire il pavimento a scacchi di marmo della sabbia (o fango) come intrusione della natura nell’artificiale umano. Sullo sfondo vengono proiettate le immagini realistiche di Marco Fantozzi che rendono visivamente le metafore del libretto. Non solo acqua, aria, sangue, ma anche animali che concretizzano le essenze dei protagonisti: l’aquila per Aci, la farfalla per Galatea, il serpente per Polifemo. Sono immagini video suggestive e non invadenti. Unici oggetti in scena sono un candeliere che si accende da solo con un abile trucco e un letto dove avviene l’amplesso cantato nel trio. La parte visiva è equilibrata dall’ottima resa sonora di una smilza orchestra di strumenti d’epoca che sa trarre dalla partitura tesori di musicalità. Precisa e partecipe la direzione del maestro Florio, specialista del repertorio barocco, il quale ha diviso il lavoro in due parti facendole precedere da un finto preludio costituito da altre composizioni händeliane.

Dire che Sara Mingardo è il punto di forza del triangolo di interpreti era prevedibile. Il contralto veneziano usa il bellissimo colore scuro della sua voce per accentuare il carattere umano della sua Galatea. Una piacevole sorpresa è il soprano Ruth Rosique che dipana con abilità le agilità del suo ruolo en travesti. Antonio Abete è, ahimè, il punto debole del triangolo: il suo Polifemo non ha le agilità richieste da una parte molto impegnativa che va dal furore della sua prima aria «Sibilar l’angui d’Aletto» alle dolenti note di «Fra l’ombre e gl’orrori», quest’ultima temibile aria pur venendo “adattata” alle sue capacità. Cristina Banchetti, Luisa Baldinetti e un interessante Sax Nicosia sono i mimi che raddoppiano i personaggi.

Immagine e suono discreti, nessun extra e sottotitoli anche in italiano.

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