The Rake’s Progress

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★★★★☆

Storia con morale

Pretesto dell’opera è la famosa serie di otto dipinti di William Hogarth del 1733, ora al Soane Museum di Londra, in cui il pittore descrive ascesa e caduta del giovane Tom che sperpera una ricca eredità e finisce i suoi giorni in manicomio.

Lo spumeggiante libretto, di Wystan Hugh Auden e Chester Kallman, infonde vita a un lavoro che sulla carta sembrerebbe una fredda operazione intellettuale. Loro è l’invenzione della figura di Nick Shadow e soprattutto della teatralissima barbuta Baba la Turca.

Stravinskij, superato da tempo il “periodo russo” dei suoi primi balletti parigini, dopo il ’20  aveva spostato il suo interesse verso l’utilizzo di temi del periodo classico, la mitologia greca da una parte e le forme musicali del settecento dall’altra. The Rake’s Progress (La carriera di un libertino), presentata a Venezia nel 1951, fu l’ultimo esempio di questo periodo neoclassico prima che l’inesausto musicista affrontasse una nuova strada nella musica seriale e dodecafonica delle composizioni degli ultimi anni.

La storia parla di Tom Rakewell, un giovanotto scapestrato, che, ereditata una cospicua somma da un suo zio, su consiglio dell’amico Nick Shadow decide di spassarsela a Londra, lasciando a casa l’amata Anne, sposando la turca Baba, una donna barbuta, ma ricchissima. Anne, arrivata a Londra, scopre tutto e si allontana da Tom che, nel giro di pochi mesi, sperpera tutto il patrimonio; Nick, però, vuole la sua ricompensa per il bene che ha procurato a Tom: la sua anima. Il diavolo sfida Tom ad una partita a carte, dove il ragazzo vince, aiutato dall’amore di Anne; Nick ritorna all’Inferno, ma fa perdere la ragione a Tom. Il ragazzo trascorrerà la fine dei suoi giorni in manicomio, dove morirà senza nemmeno riconoscere l’amata Anne che era venuta a fargli visita.

La collaborazione tra John Cox (regista) e David Hockney (scenografo) per l’opera di Stravinskij risale al 1975. Dopo trentacinque anni la loro produzione approda nel 2010 per la settima volta consecutiva a Glyndebourne.

Per le sue originali scenografie Hockney non si ispira ai quadri a olio di Hogarth quanto alle popolari incisioni che ne seguirono, poiché applica la stessa tecnica per dipingere le sue scene: un tratteggio in bianco e nero acceso da qualche raro colore e un rigore geometrico che rispecchiano a meraviglia la musica che ricostruisce un settecento visto dagli occhi di un compositore russo dell’avanguardia, anche se qui ripiegato in una fase neoclassicista.

Il giovane direttore Vladimir Jurowski apporta il suo contributo russo alla produzione con una lettura della impegnativa partitura che dà ottimi risultati.

Bravissimi i due interpreti principali: Topi Lehtipuu è Tom Rakewell mentre Miah Persson copre il ruolo di Anne Trulove che Elisabeth Schwarzkopf aveva cantato alla prima, il personaggio cui Stravinskij dedica le pagine più liriche e struggenti. Matthew Rose è un Nick Shadow di maniera, poco musicale e senza bagliori luciferini.

Immagine perfetta, regia video di François Roussillon, due tracce audio, extra e sottotitoli in quattro lingue, ma non in italiano.

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