Die tote Stadt (La città morta)

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★★★★☆

Intrigante produzione dell’opera giovanile di Korngold

Scritta a diciannove anni. Non sempre ci si ricorda di questo particolare quando si affronta quest’opera. Il giovane Korngold ne aveva iniziato la scrittura nel 1916, ma a causa del servizio militare dovette sospendere la composizione e riprenderla un anno dopo. Die tote Stadt aveva poi debuttato in contemporanea il 4 dicembre 1920 ad Amburgo, diretta da Otto Klemperer, e a Colonia, e qui alla guida dell’orchestra c’era Egon Pollack. Il libretto era stato scritto dal compositore stesso e da suo padre sotto lo pseudonimo Paul Schott. Il romanzo di Rodenbach Bruges-la-morte (1892) era già stato adattato a dramma teatrale dall’autore come Le mirage e tradotto in tedesco come Die stille Stadt (La città silenziosa).

Nel romanzo, «étude passionelle» lo definisce l’autore, la città di Bruges è personaggio lei stessa, indissolubilmente associata agli stati d’animo del protagonista che l’ha scelta per «insabbiarsi» nell’atmosfera muta delle sue strade e dei suoi canali, «arterie fredde» come quelle della “sua” morta, la moglie scomparsa da cinque anni di cui venera e coltiva il ricordo in una casa mausoleo dedicata alla sua memoria. Fino a che non incontra per caso una donna che gli ricorda incredibilmente la defunta o meglio, ossessionato dalla scomparsa dell’amata moglie, egli cerca di ricrearla nella figura di un’altra. Come nel film Vertigo (La donna che visse due volte, 1958), se nel film di Hitchcock lo sfondo del dramma era la città di San Francisco, qui è Bruges: «la donna morta, la città morta… c’è un misterioso legame tra loro». Paul, il protagonista, non riesce a conciliare il passato e il presente, l’ideale e la realtà. Il romanzo racconta l’ossessione dell’uomo per questa donna che alla fine uccide perché ha profanato il cimelio a lui più caro, la treccia bionda della defunta. Nel romanzo tre soli sono i personaggi: il vedovo Hugues, la ragazza Jane e Barbe, la governante.

Nella pièce teatrale ha maggior risalto suor Rosalie, la sorella di Barbe, che appare nella prima scena, ma soprattutto viene introdotto il personaggio di Joris, l’amico di Hugues. A lui e ai colloqui con Hugues sono affidate alcune delle descrizioni e dei commenti presenti nel romanzo. Nel terzo atto entra anche Geneviève, la moglie morta, che gli parla dei suoi capelli: «Te rappelles-tu mes cheveux? Tu les aimais tant! […] Je te les ai laissés, mes cheveux. […] Ainsi je continuais à être un peu vivante auprès de toi. C’est en ces cheveux qu’on se survit… C’est notre portion d’immortalité». Nella scena che segue Jane e Hugues si mettono crudelmente a nudo: lei ammette che lo vuole per i suoi soldi, lui la vuole solo perché gli ricorda la defunta. La scena decima del quarto atto vede la processione del Santo Sangue sotto le finestre e nella seguente il culmine del dramma. Barbe, che è ritornata per prendere un cesto che aveva dimenticato, scopre il cadavere. «Mon Dieu… Il l’a tuée… Il est fou… Au  secours!» grida. E Hugues: «Ce n’est pas moi… c’est la chevelure!».

Nel libretto invece si tratta solo di un sogno e la seconda e la terza parte in cui è divisa l’opera è un unico dramma onirico. Diversi sono anche i nomi dei personaggi.

Paul (siamo alla fine del XIX secolo) coltiva quasi morbosamente la memoria della moglie Marie, morta in giovane età e ritratta in un grande quadro al centro di una sorta di museo casalingo a lei dedicato. L’inconsolabile vedovo confida all’amico Frank di avere incontrato una donna che a Marie somiglia straordinariamente, e l’ha invitata a fargli visita per inscenare una sorta di resurrezione. Si tratta di Marietta, una danzatrice e cantante dalla quale Paul è affascinato ed eccitato. Egli è combattuto tra la lealtà verso Marie e l’attrazione per Marietta e finisce per scambiare le due donne in una confusa immaginazione, tra realtà e sogno. E vive con senso di colpa uno straziante travaglio interiore, attratto e respinto al tempo stesso dalla giovane e provocante creatura. Nella sua visione nebulosa, coinvolge altri personaggi: la fedele governante Brigitta, che abbandona scandalizzata la sua casa e si rifugia in uno di quei béguinages per i quali la città va famosa; l’amico Frank, che a sua volta sarebbe sedotto dal prorompente fascino della donna di spettacolo. Assiste non visto a una festa, alla quale partecipa tutta la compagnia teatrale di cui Marietta fa parte. Tra canti, lazzi, libagioni, atteggiamenti licenziosi e blasfemi, l’atmosfera si fa surriscaldata e minacciosa. Si prova una scena dell’opera Robert le diable di Meyerbeer, nella quale Marietta interpreta la parte di Hélène. Nell’opera ricorre il motivo ‘della resurrezione’ e la concezione stessa della resurrezione è fatta oggetto di dileggio da parte dei teatranti. La città morta sembra ribellarsi al sacrilegio, tra suoni d’organo e di campane a morto, presagi di tempesta e apparizioni di beghine. Paul, offeso nei suoi affetti e nei suoi sentimenti religiosi, si palesa, affronta Marietta, la accusa delle sue perversità e le dice che in lei ha amato soltanto la moglie scomparsa. Piccata, Marietta accetta la sfida e, facendo uso di tutti i suoi poteri di seduzione, irretisce Paul e si introduce nella sua casa per una folle notte di passione. L’indomani, Marietta si ritrova di fronte al ritratto di Marie e, dalla stanza che ne custodisce le memorie, assiste con Paul allo spettacolo di una solenne, fastosa processione. Torna a deridere la religiosità di Paul e a profanarne i sentimenti esercitando il suo potere erotico, ma il giovane la respinge. Egli difende appassionatamente la propria fede, le ragioni dell’amore e della lealtà. Marietta si impadronisce di una treccia dei capelli di Marie, conservata in una teca e se la avvolge intorno al collo, danzando come indemoniata. Finisce che Paul, davanti a tanta intollerabile sfrontatezza, la strangola con la stessa treccia. Ma è stato un sogno, una visione: nessuna profanazione, nessun delitto è avvenuto. Brigitta viene ad annunciare che la signora venuta in visita è tornata sui suoi passi. Entra Marietta: ha dimenticato qualcosa e si chiede se non sia un invito a rimanere. Paul resta muto e allora lei se ne va, mentre arriva Frank. È avvenuto un miracolo? La donna del ritratto si è ridestata dal suo sonno di morte? No, non c’è stata, né può esservi resurrezione. Paul lascerà per sempre Bruges, la città morta.

Die tote Stadt aveva debuttato nel 1920 a Colonia sotto la bacchetta di Klemperer. Musicalmente l’opera si avvale di una lussureggiante orchestrazione (Korngold trasferito negli USA nel ’34 comporrà molte colonne sonore per film). C’è sì molto Strauss nella sua musica, ma anche tanto lirismo alla Puccini e come La Rondine anche la sua opera è conosciuta quasi esclusivamente per la canzone della protagonista, là Magda, qui Marietta. (1)

«Questa cupa vicenda, con i suoi potenti vertici melodrammatici, si colloca forse nell’atmosfera luttuosa di una società ancora ferita dagli eventi della grande guerra, in un clima dolente di orrifico dormiveglia. L’opera risente dell’impronta espressionistica che ispira un po’ tutta la creatività del periodo, soprattutto in Germania, dalle arti figurative al teatro al cinema. I suoi passaggi allucinatori sono esaltati da una musica di memorabile suggestione, dolorosamene intensa, mai clamorosa, distillata in motivi e melodie brevi a formare una struttura melodico-drammatica forte e compatta, a tutto vantaggio della plausibilità e tensione narrativa della trama, in apparenza evanescente e ambigua, in bilico fra sogno e realtà, straziante memoria e sprazzi di lucida, rabbiosa coscienza. Ricca di arie anche orecchiabili e divenute popolari perfino fuor di contesto, l’opera ebbe subito enorme successo e contribuì a consolidare la fama precoce di Korngold, giovane prodigio espresso dal fatato ambiente musicale austro-germanico di Mahler e di Richard Strauss. La partitura, che fu eseguita dall’autore in una riduzione per pianoforte alla presenza di Puccini nell’occasione di una sua visita a Vienna nel 1920, fu giudicata dal musicista italiano “la più forte speranza della nuova musica tedesca”. Padrone di tutte le tecniche e linguaggi musicali, Korngold si cimenterà in seguito nella confezione di abili arrangiamenti di operette, in composizioni orchestrali e cameristiche, e in un’altra opera di ispirazione espressionistica, Das Wunder der Heliane». (Francesco Cavallone)

La scenografia della Es Devlin in questa produzione di Kasper Holten sottolinea l’alterazione psichica del personaggio: le pareti e il pavimento sono pieni di ritratti della defunta, di scrigni contenenti suoi ricordi, di vasi da cimitero colmi di rose rosse. Il letto al centro della scena, di marmo come una tomba, ci suggerisce che si tratta di un sogno del protagonista e nello stesso tempo il letto è il simbolo dell’atto sessuale tanto desiderato ma anche tanto temuto da Paul, ossessionato dal suo senso di colpa. Ma è il fondo della scena quello che più colpisce in questa realizzazione dell’Opera Nazionale Finlandese del 2010: ad angolo retto col palcoscenico c’è una vertiginosa visione di Bruges vista dall’alto, la vecchia città, monumento di chi ci è vissuto e non c’è più, la memoria del passato che incombe sul protagonista.

Marietta è interpretata da una Camilla Nylund che affronta l’impervia ed estenuante parte con magnifica disinvoltura. Il tenore Klaus Florian Vogt ha la voce adatta ad esprimere lo stato onirico del protagonista, ma è un po’ debole nella parte bassa della tessitura. Mikko Franck dirige senza infamia e senza lode l’orchestra finlandese.

Ripresa con tecnica molto cinematografica, due dischi, immagine e audio non al massimo delle possibilità tecniche attuali, nessun extra e sottotitoli non in italiano.

Da non perdersi nei titoli di coda la vista dell’esterno del teatro di notte nella neve dell’inverno finlandese.

(1) Tra le tante versioni di quest’aria un posto a parte per sublime bellezza ha quella di Anne Sofie von Otter, con quartetto d’archi e pianoforte in concerto da Parigi, reperibile in rete.

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