La donna del lago

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 Gioachino Rossini, La donna del lago

★★★★★

New York, 17 marzo 2015

(live streaming)

Una donna sola a combattere contro il testosterone dei maschi

Lo spettacolo approdato ora alla Metropolitan Opera House è stato originariamente prodotto dall’Opera di Santa Fe in quello strano edificio, il Crosby Theatre, considerato uno dei più curiosi teatri d’opera e utilizzato esclusivamente in estate perché formato da una grande platea digradante e una balconata solo parzialmente protette da una copertura a vela che lascia liberi i lati. Lo sguardo spazia quindi al panorama montano del New Mexico al tramonto o ai lampi lontani che aggiungono drammaticità alle rappresentazioni qui tenute. Viene contemporaneamente risolto in modo ecologico anche il problema del raffrescamento in una delle città più calde degli Stati Uniti.

A New York la scenografia dello spettacolo, che vuole richiamare il paesaggio delle desolate lande scozzesi in cui è ambientata la vicenda, è costituito dalle proiezioni sul fondale di cieli solcati da nuvole e meteoriti in questo allestimento prodotto da Paul Curran con le scene e i costumi di Kevin Knight. L’effetto spaziale ottenuto non è proprio quello open air di Santa Fe, ma almeno è ben diverso da quello plumbeo e claustrofobico dell’allestimento di Werner Herzog alla Scala diretto da Muti nel ’92, unica registrazione video esistente a tutt’oggi de La donna del lago. Nel 2011, sempre alla Scala, si era avuta una produzione (con la regia di Lluis Pasqual e la direzione di Roberto Abbado) il cui cast principale si è ripresentato tale e quale al MET.

Donna ambita da ben tre pretendenti e in strenua lotta per la pace contro il ribollente testosterone maschile, Elena ha qui la completa immedesimazione scenica e la prodigiosa vocalità di Joyce DiDonato, interprete di riferimento della parte in questi anni. Inesausta dalla sua intensa partecipazione nei due atti in cui è divisa l’opera, la DiDonato emerge trionfante nel rondò finale con il suo timbro ricco e penetrante, le acrobatiche agilità condotte senza il minimo sforzo, le ornamentazioni impavide ma sempre di gusto. Questa interpretazione stabilisce il culmine della già eccelsa carriera del mezzosoprano del Kansas.

Alla DiDonato si unisce ancora una volta Juan Diego Flórez, forse l’unico Uberto/re Giacomo possibile di questi giorni. Il tenore peruviano ha esibito l’eleganza, il fraseggio, lo squillo che gli riconosciamo, ma qui in forma splendida come non mai.

Finalmente con la gonna, ma è il kilt di quel maschiaccio di Malcom, Daniela Barcellona, unica italiana del cast, anche lei si è dimostrata insuperabile. Timbro di miele e interpretazione magnificamente trattenuta, è riuscita a delineare la mascolinità del ruolo senza rinunciare alla dolcezza dell’emissione vocale.

Completa più che degnamente il quartetto delle voci principali un prodigioso John Osborn, anche lui in forma invidiabile. Il personaggio meno simpatico tra i quattro, ha però conquistato il pubblico con lo smalto lucente della voce e la facilità con cui ha emesso i suoi acuti in gara con l’altro tenore e antagonista sulla scena.

Di tutt’altro livello gli altri interpreti.

La direzione di Michele Mariotti è un miracolo di leggerezza e musicalità che crea un equilibrio tra buca e palcoscenico raramente così perfetto. Il maestro respira letteralmente con i cantanti senza però mai perdere lo slancio della musica.

Il pubblico ha giustamente e lungamente acclamato i cinque artefici del successo.

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