I Was Looking at the Ceiling and Then I Saw the Sky

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John Adams, I was looking at the ceiling and then I saw the sky

★★★★☆

Roma, 17 settembre 2015

«Earthquake/romance»

Dopo Philip Glass, con il suo Akhnaten a Torino, ecco l’altro grande compositore americano vivente e appartenente alla corrente “minimalista”, John Adams, anche lui autore di musica per il teatro, di cui l’Opera di Roma presenta I was looking at the ceiling and then I saw the sky (Guardavo il soffitto e ho visto il cielo) su libretto di June Jordan, poeta e saggista della cultura afro-americana.

Anche Adams è autore a suo modo di una “trilogia storica”, se vogliamo così intendere i suoi Nixon in China (1987), The Death of Klinghoffer (1991, sulla vicenda dell’attacco terrorista alla nave da crociera “Achille Lauro”) e Doctor Atomic (2005), quest’ultimo sulla figura di Robert Oppenheimer, il costruttore della bomba atomica. Ma per questo  I was looking…  presentato a Berkeley nel 1995 con la regia di Peter Sellars, Adams scrive invece qualcosa di completamente diverso e la forma che sceglie è il “Songplay”, una serie di canzoni che raccontano la storia di sette persone nella Los Angeles del terremoto del 1994. Anche Philip Glass aveva scritto nel 1986 sei canzoni pop, Songs from liquid days, una raccolta su testi di David Byrne cui si aggiunsero in seguito Paul Simon, Suzanne Vega e Laurie Anderson, che fu il disco più venduto del compositore, ma qui Adams organizza in due tempi una ventina di numeri per formare «a polyphonic love story».

Il preludio, con il suo ritmo incalzante, è quello più tipico della scrittura di Adams. Qui le voci intonano quel «I was looking…» che ti si appiccica addosso e non riesci a liberartene neppure all’uscita dal teatro. Non tutti i songs sono altrettanto orecchiabili, ma, soprattutto nella seconda parte, dopo il terremoto realisticamente rievocato e rappresentato in scena, gli interventi di Dewain in «Crushed by the rock I’ve been standing on» e «Song of liberation and surprise» raggiungono vertici di intensa emotività. Dewain è il fidanzato di una immigrata clandestina, Consuelo, la quale alla fine dell’opera deciderà di ritornare in El Salvador: «Questo paese non mi vuole e non vuole te» dice al fidanzato che preferisce, forse, rimanere. Non tutto è definito e definitivo nella vicenda di I was looking…: il poliziotto Mike non sa di essere gay, la giornalista Tiffany ripiegherà, per quanto tempo?, sull’amore dell’avvocato Rick, mentre il predicatore David trova in Leila l’anima gemella che però uscirà gravemente ferita dal terremoto.

Il difetto dell’opera di Adams è di essere formata tutta da “arie” senza “recitativi” e, come una torta fatta solo di ciliegine, risulta dopo un po’ stucchevole, soprattutto nella prima parte. Non musical, non opera, il lavoro è un ibrido che stenta a trovare una sua definizione. L’orchestra ha una struttura rock (chitarra, basso, tastiere e sintetizzatori, pianoforte, batteria, clarinetti, sax e contrabbasso) in cui si cimentano con successo gli strumentisti dell’orchestra dell’Opera condotti da Alexander Briger. Bravi cantanti e attori gli interpreti, mentre la regia di Giorgio Barberio Corsetti rispetto ad altri suoi allestimenti utilizza qui in maniera meno sorprendente i mezzi della videografica.

Un pubblico giovanile e partecipe ha decretato un caldo successo allo spettacolo.

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