La clemenza di Tito

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Wolfgang Amadeus Mozart, La clemenza di Tito

★★☆☆☆

Bruxelles, 16 gennaio 2016

(video streaming)

«Or che diranno | i posteri di noi?»

«Non ha conosciuto l’antichità né migliore, né più amato principe di Tito Vespasiano. Le sue virtù lo resero a tutti sì caro che fu chiamato la delizia del genere umano. E pure due giovani patrizi, uno de’ quali era suo favorito, cospirarono contro di lui. Scoperta però la congiura furono dal Senato condannati a morire. Ma il clementissimo Cesare, contento di averli paternamente ammoniti, concesse loro ed a’ loro complici un generoso perdono». (Caterino Mazzolà)

Se l’ultima opera di Mozart, scritta negli stessi mesi del Flauto magico, ha spesso stimolato le fantasie architettoniche di registi e scenografi (dagli scorci audaci dello spettacolo di Pizzi alla Fenice nel 1986 alle fughe prospettiche del Tito dei coniugi Hermann a Parigi nel 2005), nell’attuale allestimento di Ivo van Hove alla Monnaie di Bruxelles non abbiamo «parte del foro romano magnificamente adornato d’archi, obelischi, e trofei», come indica il libretto del Metastasio adattato da Caterino Mazzolà, ma una suite d’albergo: l’intrigo sentimentale-matrimoniale predomina su quello politico in questa lettura del regista belga. La lista dei cospiratori qui è su uno smartphone, la confessione di Sesto su un iPad, Tito è in t-shirt, Vitellia in sottoveste e i mobili sono anni ’60. Un grande schermo rimanda particolari della scena, primi piani degli interpreti o gli stessi visti dall’alto. Espediente già visto nel teatro d’opera e del tutto pleonastico in una ripresa televisiva come questa in cui il regista video già usa primi piani ed effetti cinematografici di suo. Sul fondo una tribuna si riempie del coro, pubblico che assiste alla vicenda come a un reality televisivo. La diversità dei punti di ripresa sottolinea la diversità dei punti di vista dei personaggi, le loro indecisioni: Tito è incerto sulla sorte di Sesto e Vitellia più volte chiede l’uccisione di Tito, pentendosene subito dopo.

Atto I. L’azione ha luogo a Roma nell’anno 80 a.C. Il nuovo imperatore Tito Vespasiano ha intenzione di sposare la principessa giudea Berenice. Vitellia, figlia di Vitellio, il precedente imperatore deposto da Tito, è furiosa: «Prima che il sol tramonti, | estinto io vo’ l’indegno. | Sai ch’egli usurpa un regno | che in sorte il ciel mi diè» chiede a Sesto che è ciecamente innamorato di Vitellia. Tito cede sotto la pressione dei sudditi a sposare invece una donna romana e ciò infonde nuove speranze in Vitellia («Sesto, sospendi | d’eseguire i miei cenni»). Ma Tito pensa a Servilia, sorella di Sesto, il suo migliore amico, e Vitellia ridiventa furiosa: «Ah trema ingrato! | Trema d’avermi offesa. Oggi il tuo sangue…». Sesto fallisce nel piano ordito dalla donna che nel frattempo scopre che Tito ha rinunciato a sposare Servilia che è innamorata di Annio, l’amico di Sesto e ora Tito annuncia di voler sposare Vitellia che nuovamente si pente: «Vengo… aspettate… | Sesto!… Ahimè!… Sesto!… è partito?… | Oh sdegno mio funesto! | Oh insano mio furor!». Atto II. Sesto è sopraffatto dal rimorso e confessa ad Annio il suo misfatto, ma Vitellia ha paura di essere coinvolta e lo persuade a non rivelarsi. Il ruolo di Sesto nel tentativo di assassinio di Tito è stato però scoperto, anche se Tito inizialmente non ci vuol credere. Colpita dal fatto che Sesto sia pronto a morir per lei, Vitellia è sempre più combattuta, «Annio, Servilia, andiam. (Ma dove corro | così senza pensar?) Partite, amici, | vi seguirò», ma poi si risolve per una confessione pubblica, dicendo così addio alle sue speranze di sposare l’imperatore e regnare al suo fianco: «Non più di fiori | vaghe catene | discenda Imene | ad intrecciar. | Stretta fra barbare | aspre ritorte | veggo la morte | ver me avanzar». In uno straordinario atto di clemenza Tito perdona tutti.

La scena fissa non manca di far calare un certo velo di monotonia sulla produzione e i lunghissimi recitativi (che ricordiamo non sono di Mozart, ma del suo allievo Süssmayr) non sono certo di aiuto. Ci mette di suo anche la direzione spenta e pesante di Ludovic Morlot, che pur avendo già deluso nel Don Giovanni e nel Così fan tutte qui a Bruxelles si ostina con Mozart.

Nonostante la buona resa attoriale, vocalmente il Tito di Kurt Streit denuncia da subito la sua debolezza, il timbro sbiancato, ma è nel secondo atto che diviene più evidente la sua inadeguatezza nelle agilità richieste dalla parte. Certamente la sua interpretazione è coerente con la lettura registica che fa di questo personaggio un uomo sempre in preda a dubbi e incertezze. Qualitativamente migliore la distribuzione degli altri personaggi. Sesto è una sensibile Anna Bonitatibus, seppure affetta da eccessivo vibrato. Vitellia, come l’Elettra dell’Idomeneo donna in preda a una passione travolgente e irrazionale e il personaggio più intrigante dell’opera, qui è una regale Véronique Gens. Annio è la gradevole Anna Grevelius e Simona Šaturová una Servilia con toni sexy. Nel breve ruolo di Publio Alex Esposito si dimostra eccellente come al solito.

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