Caterino Mazzolà

La clemenza di Tito

Wolfgang Amadeus Mozart, La clemenza di Tito

★★★★☆

Glyndebourne, Opera House, 3 agosto 2017

(live broadcast)

Nessuna Roma antica ne La clemenza di Claus Guth

Non è un Tito paludato, quanto in palude quello dell’allestimento di Claus Guth a Glyndebourne: la scenografia di Christian Schmidt prevede infatti un ambiente di erbe e canne selvatiche mentre su un livello superiore un ponteggio viene utilizzato per le stanze di Tito con poltrone in pelle nera. Viene così evidenziato al massimo il contrasto tra potere e natura – La clemenza di Tito venne composta per l’ascesa al trono di Leopoldo II pochi mesi dopo la Rivoluzione Francese – in un periodo in cui le autorità venivano messe violentemente in discussione.

Dello stesso scenografo i costumi. Poco sforzo: sono tutti in nero e moderni. Inizialmente solo le donne si scostano dal look total black: Vitellia sfoggia qualche colore scuro, Servilia un vestitino verde e Berenice (che vediamo partire con le valigie tra la maligna soddisfazione del popolo) un soprabito a fiori. La drammaturgia di Ronny Dietrich prevede un uso abbondante di video, tra cui quello durante l’ouverture, che ci rende edotti dell’amicizia di Tito e Sesto fin da bambini, quasi coetanei che, in un paesaggio simile a quello rappresentato in scena, giocano con una fionda. Ma mentre Tito usa come bersaglio una vecchia bottiglia di vetro, Sesto dimostra un lato più sadico uccidendo una gazza.

O per lo meno si pensa che i bambini siano i due personaggi, giacché poi sulla scena Tito pare il nonno di Sesto! Invecchiato anzi tempo dalle preoccupazioni? Lo scarto è probabilmente dovuto anche alla defezione all’ultimo momento dell’interprete titolare (trentenne) ritiratosi per diversità di vedute col regista. Il sostituto, il tenore americano Richard Croft, sembra invece aver accettato la lettura di Guth, che ne fa un personaggio isolato, idealista e combattuto tra il potere che gli dà la possibilità di fare del bene e la vita semplice cui sembra ambire: «In mezzo al bosco | quel villanel mendico, a cui circonda | ruvida lana il rozzo fianco, a cui | è mal fido riparo | dall’ingiurie del ciel tugurio informe, | placido i sonni dorme, | passa tranquillo i dì». E soprattutto «sa chi l’odia, e chi l’ama», cosa negata a un politico.

Una Vitellia nevrotica che si accende una sigaretta dopo l’altra è quella di Alice Coote, neanche lei accettabilmente giovane per la parte. Publio è il cinico e insidioso cortigiano che si mette la giacca di Tito e si siede sul suo trono di nascosto. Quando Tito alla fine gli passerà il comando si capisce che molte cose cambieranno a Roma, o meglio nella palude.

Come sempre nelle sue regie, Guth dimostra un’impronta molto personale basata sulla intensa psicologia dei personaggi, come aveva già fatto nelle indimenticabili Nozze di Figaro di Salisburgo. Nella sua lettura non c’è l’antichità, non c’è Roma, non c’è nemmeno la politica. Unico riferimento potrebbe essere quello del coro che ha i gesti sincronizzati come quelli di un popolo/esercito sotto una dittatura. Il regista tedesco è maestro nel declinare la vicenda di Caterino Mazzolà tratta da Metastasio secondo la sua idea di psicodramma, un caso di amicizia corrotta dalla politica e dal sesso e poi vilmente tradita, in cui una psicopatica (Vitellia) tramite un ricatto sessuale ordina all’amante l’uccisione del monarca a tempi alterni, salvo pentirsene ogni volta dopo. Il suo teatro musicale scavalca senza alcun riguardo il testo e lo stile della musica, ma come sempre, grazie alla sua personregie, lo spettacolo che ne esce fuori ha una coerente e intensa drammaticità e quando alla fine con il perdono incondizionato di Tito rivediamo la gazza libera in volo tutti quanti ci sentiamo rinfrancati.

L’ultima opera di Mozart è concertata qui dal direttore musicale dell’Opera di Glyndebourne, Robin Ticciati, alla testa dell’Orchestra of the Age of Enlightenment diretta con stile e precisone. Due eccellenti voci femminili sono quelle di Anna Stéphany e Michèle Losier per i ruoli di Sesto e di Annio. Soprattutto la prima scatena gli applausi del pubblico con la meravigliosa aria del primo atto «Parto, ma tu ben mio» con clarinetto di bassetto obbligato e poi con il recitativo accompagnato «Oh dèi, che smania è questa» che precede il finale primo e quindi con il rondò «Deh, per questo istante solo» dell’atto secondo, resi tutti con impeccabile agilità vocale e partecipazione. Vitellia, come s’è detto, è Alice Coote, specialista del repertorio, ma qui la tessitura è talora un po’ troppo alta per lei che comunque in «Non più di fiori vaghe catene» raggiunge un livello di intensa espressività. Ultima voce femminile è quella di Servilia, qui Joélle Harvey, cui è destinata un’altra sublime pagina, «S’altro che lacrime», efficacemente risolta. Clive Bayley caratterizza un Publio sospetto e a tratti inquietante.

Infine, l’interprete del ruolo titolare. Con mezzi vocali tutt’altro che strepitosi Richard Croft riesce a delineare con eleganza, sensibilità e colori sempre cangianti un Tito tormentato e combattuto ben più complesso del solito inamidato personaggio che abbiamo visto in molte produzioni. Come per gli altri interpreti (nessuno di lingua italiana) dà il meglio soprattutto nelle arie piuttosto che nei recitativi, qui comunque massimamemte curati e costellati di lunghe pause che magari non sono funzionali al ritmo della rappresentazione, ma che ne esaltano la drammaticità.

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La clemenza di Tito

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Wolfgang Amadeus Mozart, La clemenza di Tito

★★☆☆☆

Bruxelles, Théâtre Royal de la Monnaie,16 gennaio 2016

(video streaming)

«Or che diranno | i posteri di noi?»

«Non ha conosciuto l’antichità né migliore, né più amato principe di Tito Vespasiano. Le sue virtù lo resero a tutti sì caro che fu chiamato la delizia del genere umano. E pure due giovani patrizi, uno de’ quali era suo favorito, cospirarono contro di lui. Scoperta però la congiura furono dal Senato condannati a morire. Ma il clementissimo Cesare, contento di averli paternamente ammoniti, concesse loro ed a’ loro complici un generoso perdono». (Caterino Mazzolà)

Se l’ultima opera di Mozart, scritta negli stessi mesi del Flauto magico, ha spesso stimolato le fantasie architettoniche di registi e scenografi (dagli scorci audaci dello spettacolo di Pizzi alla Fenice nel 1986 alle fughe prospettiche del Tito dei coniugi Hermann a Parigi nel 2005), nell’attuale allestimento di Ivo van Hove alla Monnaie di Bruxelles non abbiamo «parte del foro romano magnificamente adornato d’archi, obelischi, e trofei», come indica il libretto del Metastasio adattato da Caterino Mazzolà, ma una suite d’albergo: l’intrigo sentimentale-matrimoniale predomina su quello politico in questa lettura del regista belga. La lista dei cospiratori qui è su uno smartphone, la confessione di Sesto su un iPad, Tito è in t-shirt, Vitellia in sottoveste e i mobili sono anni ’60. Un grande schermo rimanda particolari della scena, primi piani degli interpreti o gli stessi visti dall’alto. Espediente già visto nel teatro d’opera e del tutto pleonastico in una ripresa televisiva come questa in cui il regista video già usa primi piani ed effetti cinematografici di suo. Sul fondo una tribuna si riempie del coro, pubblico che assiste alla vicenda come a un reality televisivo. La diversità dei punti di ripresa sottolinea la diversità dei punti di vista dei personaggi, le loro indecisioni: Tito è incerto sulla sorte di Sesto e Vitellia più volte chiede l’uccisione di Tito, pentendosene subito dopo.

La scena fissa non manca di far calare un certo velo di monotonia sulla produzione e i lunghissimi recitativi (che ricordiamo non sono di Mozart, ma del suo allievo Süssmayr) non sono certo di aiuto. Ci mette di suo anche la direzione spenta e pesante di Ludovic Morlot, che pur avendo già deluso nel Don Giovanni e nel Così fan tutte qui a Bruxelles si ostina con Mozart.

Nonostante la buona resa attoriale, vocalmente il Tito di Kurt Streit denuncia da subito la sua debolezza, il timbro sbiancato, ma è nel secondo atto che diviene più evidente la sua inadeguatezza nelle agilità richieste dalla parte. Certamente la sua interpretazione è coerente con la lettura registica che fa di questo personaggio un uomo sempre in preda a dubbi e incertezze. Qualitativamente migliore la distribuzione degli altri personaggi. Sesto è una sensibile Anna Bonitatibus, seppure affetta da eccessivo vibrato. Vitellia, come l’Elettra dell’Idomeneo donna in preda a una passione travolgente e irrazionale e il personaggio più intrigante dell’opera, qui è una regale Véronique Gens. Annio è la gradevole Anna Grevelius e Simona Šaturová una Servilia con toni sexy. Nel breve ruolo di Publio Alex Esposito si dimostra eccellente come al solito.

La clemenza di Tito

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★★☆☆☆

 «Una porcheria tedesca in lingua italiana»

È questo lo stupido giudizio sull’ultima opera di Mozart espresso da Maria Luisa di Borbone moglie di Leopoldo II d’Asburgo e futura imperatrice del Sacro Romano Impero. Non brillava certo per intelligenza la no­bile dama (e neppure per bellezza se neanche il Mengs riesce a migliorarla nei suoi due ritratti, uno a Vienna e l’altro ad Amsterdam).

Mozart morirà tre mesi dopo la prima rappresentazione nel settembre 1791. In questo breve lasso di tempo il compositore riuscirà a scri­vere ancora il sublime concerto per clarinetto in La, la Piccola cantata masson­ica e il Requiem. Il testo è del Metastasio, ma è ampiamente riadattato da Caterino Mazzolà e da Mozart stesso con l’introduzione di con­certati del tutto assenti nel libretto d’origine.

Atto I. L’azione ha luogo a Roma nell’anno 80 a.C. Il nuovo imperatore Tito Vespasiano ha intenzione di sposare la principessa giudea Berenice. Vitellia, figlia di Vitellio, il precedente imperatore deposto da Tito, è furiosa: «Prima che il sol tramonti, | estinto io vo’ l’indegno. | Sai ch’egli usurpa un regno | che in sorte il ciel mi diè» chiede a Sesto che è ciecamente innamorato di Vitellia. Tito cede sotto la pressione dei sudditi a sposare invece una donna romana e ciò infonde nuove speranze in Vitellia («Sesto, sospendi | d’eseguire i miei cenni»). Ma Tito pensa a Servilia, sorella di Sesto, il suo migliore amico, e Vitellia ridiventa furiosa: «Ah trema ingrato! | Trema d’avermi offesa. Oggi il tuo sangue…». Sesto fallisce nel piano ordito dalla donna che nel frattempo scopre che Tito ha rinunciato a sposare Servilia che è innamorata di Annio, l’amico di Sesto e ora Tito annuncia di voler sposare Vitellia che nuovamente si pente: «Vengo… aspettate… | Sesto!… Ahimè!… Sesto!… è partito?… | Oh sdegno mio funesto! | Oh insano mio furor!».
Atto II. Sesto è sopraffatto dal rimorso e confessa ad Annio il suo misfatto, ma Vitellia ha paura di essere coinvolta e lo persuade a non rivelarsi. Il ruolo di Sesto nel tentativo di assassinio di Tito è stato però scoperto, anche se Tito inizialmente non ci vuol credere. Colpita dal fatto che Sesto sia pronto a morir per lei, Vitellia è sempre più combattuta, «Annio, Servilia, andiam. (Ma dove corro | così senza pensar?) Partite, amici, | vi seguirò», ma poi si risolve per una confessione pubblica, dicendo così addio alle sue speranze di sposare l’imperatore e regnare al suo fianco: «Non più di fiori | vaghe catene | discenda Imene | ad intrecciar. | Stretta fra barbare | aspre ritorte | veggo la morte | ver me avanzar». In uno straordinario atto di clemenza Tito perdona tutti.

La freddezza dimostrata dal pubblico della prima segnò il destino dell’oper­a, assieme al giudizio ingeneroso espresso in seguito da Wagner. Ancora nel secolo scorso la valutazione era negativa se anche Mila la considerava «un’opera mancata», soprattutto se confrontata con l’altra opera seria, l’Idomeneo. Solo recentemente la fortuna del lavoro si sta ripren­dendo con una serie di produzioni che sono riuscite a metter­ne in luce la marmorea bellezza: Muti, Gardiner, Hogwood, Harnon­court, Tate con Ronconi al San Carlo, Bicket con Ponnelle al Met sono solo alcuni dei nomi che vengono in mente.

Qui abbiamo l’edizione di Zurigo del 2005 con la messa in scena di quel monellaccio di Jonathan Miller che ambienta la vicenda in un’impre­cisata epoca tra le due guerre, in uno stile vagamente fascista. Ma Tito come Mussolini che ci azzecca? Qui l’attualizzazione non aggiunge nulla alla comprensione della vicenda. La regia poi è estremamente sta­tica così come la scenografia centrata su una specie di torre-osservato­rio gire­vole con annessa scalinata che ha sul fondo una parete di vetrocemento.

Sul podio c’è Franz Welser-Möst a cui si deve l’idea di so­stituire i recitativi con dialoghi parlati, poiché Mozart non riuscì a scri­verli e fu l’allievo Süssmayer a completarli. Idea molto discutibile e per di più rischiosa se i cantanti non sono anche ottimi attori con una per­fetta padronanza della lingua italiana. E qui le due condizioni non si verificano. Che sofferenza passa­re dalle eccelse arie ai dialoghi stentati o falsamente impostati. Non sfugge allo strazio neppure Eva Mei, l’unica italiana del cast. Figuriamoci con gli altri interpreti stranieri.

Poi finalmente cantano: il Sesto di Vesselina Kasa­rova è giustamente sofferto, anche se un po’ manierato. Eva Mei è vocalmente corretta, ma la sua Vitellia non è del tutto convincente. Neanche Jonas Kaufmann con il suo viso giovanile e le orecchie a sventola non è molto credibile come imperatore romano, ma è comunque otti­mo. Ma come si è scurita nel tempo la voce!

Due ore di musica in tre tracce audio, nessun extra, ma una valanga di pubblicità.