Amleto

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Franco Faccio, Amleto

★★★★☆

Bregenz, 20 luglio 2016

(video streaming)

L’Amleto più scespiriano

Tre anni prima di quello di Thomas, al Carlo Felice di Genova il 30 maggio 1865 debutta l’Amleto di Franco Faccio, opera in quattro atti su libretto di Arrigo Boito. Nonostante il buon successo il lavoro non decolla: deve aspettare sei anni, sensibilmente rimaneggiato, per riapparire sulle scene nella ripresa alla Scala del 9 febbraio 1871 ed è un fiasco memorabile, in parte dovuto alla cattiva esecuzione, in parte al pubblico ostile a due vessilliferi dell’“arte dell’avvenire”, quali si consideravano Faccio e Boito, artisti della scapigliatura. L’insuccesso convince Faccio ad abbandonare la carriera di compositore per dedicarsi alla meglio avviata carriera di direttore d’orchestra; né vorrà in seguito, al culmine della sua fama, acconsentire a una ripresa dell’opera, su cui scese l’oblio. Solo la musica del funerale di Ofelia è talora proposta in qualche concerto sinfonico.

Il libretto di Arrigo Boito, prodromo alle successive esperienze verdiane di Otello e Falstaff, sperimentale e scapigliato al massimo grado («Con impaziente foja abbandonava la sposa del magnanimo defunto nell’adre braccia di quel drudo! […] All’arsiccio gorgozzule bramoso una felice innaffïata […] Eccovi tutto grullo e incamuffito!»), segue con fedeltà le linee generali della tragedia scespiriana ed è molto intenso e cupo lasciando grande spazio alle “follie” di Amleto e Ofelia.

Faccio infonde nella sua opera una musica mai prevedibile, originale, ma non troppo dissimile da quella di Verdi stesso e con spunti melodici che anticipano il Verismo. Pagine di notevole efficacia musicale e drammaturgica si alternano senza posa: il monologo di Amleto («Essere o non essere! codesta la testi ell’è»), la preghiera di Claudio, il duetto di Amleto con la madre, la scena di pazzia di Ofelia («Ahimè! Chi piange? È il salice».

Il compositore veronese studia musica a Milano, frequenta assieme ad Arrigo Boito ed Emilio Praga il salotto di Andrea Maffei e grazie alla moglie Chiara viene presentato a Verdi. Inizialmente il compositore di Busseto lo accoglie tiepidamente, anche a causa dei diversi gusti musicali e delle tendenze wagneriane e antitradizionali del giovane, ma in futuro ne farà il proprio direttore d’orchestra di fiducia facendogli dirigere la prima rappresentazione italiana dell’Aida (1872) e dell’Otello (1887). Faccio diventa così il più grande e celebrato direttore d’orchestra dell’epoca in Italia. Suo grande merito è quello di aver contribuito a promuovere la musica sinfonica europea. La sua carriera di compositore era iniziata con l’opera I profughi fiamminghi su libretto di Emilio Praga, che aveva debuttato con successo alla Scala di Milano nel 1863. Amleto è dunque la sua seconda e ultima opera. Faccio morirà prematuramente a 51 anni in un manicomio di Monza.

Atto primo. Gran sala reale nel castello di Elsinora (sic). È la festa della incoronazione. Il nuovo re e la corte festeggiano a banchetto e a ogni tazza che il re vuota scoppiano gli evviva della reggia. Amleto, però, appare introverso e assolutamente contrariato nei confronti di questi festeggiamenti a un solo mese dalla morte del padre in circostanze alquanto misteriose. Tutti si preoccupano della mestizia che avvolge la sua figura. Ofelia, palesemente innamorata del principe, lo invita a non pensare alla tristezza e a credere nell’amore. Anche il re cerca di distoglierlo da questi pensieri e propone un brindisi in onore dei defunti. Quando la festa sta per volgere al termine gli si accostano Orazio, suo ex-compagno di università, e Marcello, una guardia, che gli riferiscono alquanto spaventati di aver veduto il fantasma del defunto re e lo pregano di venire lui stesso a vedere il fenomeno soprannaturale. Esterno del castello d’Elsinora. Gli alberi e i culmini del castello biancheggiano di neve. Amleto, Orazio e Marcello, avvolti in lunghi mantelli, aspettano infreddoliti la comparsa dello spettro. Improvvisamente una bianca figura s’avanza e Amleto ravvisa in essa il defunto padre. L’apparizione ordina ad Amleto di far allontanare Marcello e Orazio. Lo spirito rivela ad Amleto inorridito quale fu la causa della sua morte: mentre nel pomeriggio riposava tranquillamente come suo solito, il fratello, l’attuale re Claudio, gli si avvicinò di soppiatto e gli versò nell’orecchio il liquido contenuto in una fiala. La morte lo colse in poco tempo tra spasimi atroci. Scomparso lo spettro, Amleto promette a sé stesso di vendicare la morte del padre e fa giurare ai due compagni di non rivelare a nessuno quello che hanno visto. Atto secondo. Una sala del castello. Polonio, sicuro che la causa della pazzia di Amleto sia l’amore per Ofelia, propone al re di spiare un incontro tra i due per sincerarsene. Sopraggiunge Amleto, assorto in profondissima meditazione, che ragiona sulle sorti della vita. Ofelia gli si avvicina ma lui è scostante e la tratta con grande durezza e lei si allontana  dolente. Accorre Polonio e lo informa dell’arrivo di alcuni teatranti girovaghi che si sarebbero esibiti nel castello. La sala degli spettacoli. La rappresentazione sta per cominciare e Amleto si mostra allegro e alquanto ciarliero, soprattutto nei confronti di Ofelia e questo rinforza i sospetti di Polonio. Il dramma non tratta d’altro che d’una “Trappola” (è proprio questo il titolo dello spettacolo) per il re. Infatti, rappresenta l’assassinio del defunto re danese e nel momento in cui Luciano (il malvagio fratello del re) versa nell’orecchio del fratello un liquido, Claudio si alza spaventato e fa cessare la recita. Ora Amleto ha la certezza della colpevolezza dello zio. Atto Terzo. Un’alcova del castello. Il re è preso dal rimorso e recita un “Padre Nostro” chiedendo pietà del suo delitto. Sopraggiunge Amleto armato di pugnale intenzionato a uccidere lo zio, ma preferisce rimandare il colpo per non mandarlo in paradiso e decide di aspettare un momento più propizio per avere giusta vendetta. Polonio ancora una volta vuole provare l’amore di Amleto per la figlia e si nasconde dietro un arazzo per ascoltare il dialogo di Amleto con la madre. Amleto in un raptus di follia aggredisce la madre, Polonio grida aiuto e il giovane principe lo trapassa attraverso l’arazzo credendolo il re. Amleto accusa la madre di complicità in assassinio e adulterio e, mentre è colto da un attacco di risate isteriche, ricompare lo spettro del padre che gli rinnova il proposto di vendetta. Ma l’apparizione è invisibile alla madre che si convince sempre di più della follia del figlio. Luogo romito nel parco d’Elsinora. La folla è inferocita e irrompe nel palazzo capeggiata da Laerte che ha saputo della morte del padre e ne chiede vendetta. Nel frattempo giunge anche Ofelia, visibilmente sconvolta, che intona un canto senza senso. L’atto si conclude con la morte di Ofelia, che, al contrario della tragedia shakespeariana, qui viene rappresentata sulla scena. Atto Quarto. Un cimitero. Orazio e Amleto scoprono il teschio del giullare Yorick che spesso portò sulle spalle Amleto. S’avanza lentamente il funerale d’Ofelia e Laerte, nel vedere Amleto, gli si avventa furioso. Scoppia un terribile duello, ma il principe danese, dopo aver disarmato Laerte lo uccide con la sua stessa spada, intrisa di veleno dal re perché destinata a Lui. Anche la coppa di vino che Claudio  gli offre è avvelenata, ma è Gertrude che in preda al rimorso la beve. Amleto allora si avventa contro il re e lo trafigge nello sbalordimento generale. Il padre è vendicato.

Per l’anno scespiriano, al Festival di Bregenz, nella moderna sala della Festspielhaus di fianco alla maggiore Seebühne (quella con la spettacolare grande tribuna affacciata sul lago), Paolo Carignani dirige questo trascurato lavoro che ha tutti i titoli per diventare opera di repertorio. La stampa internazionale ha lodato la proposta di questo sconosciuto piccolo capolavoro che tra il 1871 e oggi ha visto una sola ripresa nel 2014 ad Albuquerque nell’edizione critica di Anthony Barrese.

La messa in scena di Oliver Tambosi teatralizza al massimo la vicenda con il proscenio incorniciato di lampadine come lo specchio dei camerini degli artisti, poi però il teatro nel teatro dei guitti che inscenano “La trappola” è reso in maniera deludente. Ci sono poi alcune ingenuità: lo spettro del padre di Amleto che, vestito da crociato tutto in nero, appare in una luce accecante come il Darth Vader di Star Wars o le piante della scena di Ofelia la quale per un quarto d’ora ci intrattiene sul salice circondata invece da piante tropicali. Il lavoro attoriale funziona solo con alcuni interpreti: Amleto, sempre immerso in un suo soliloquio, ha poca interazione fisica con gli altri personaggi mentre Claudio non sembra abbia ricevuto direzioni su come muoversi; solo le donne hanno una presenza scenica maggiormente efficace.

Le scene minimaliste di Frank Philipp Schlößmann sono funzionali, con largo utilizzo di sipari di velluto rosso. I costumi di Gesine Völlm vorrebbero rimandare a un Rinascimento stilizzato, ma ricordano invece le figure delle carte da gioco e il coro di cortigiani (faccia bianca, gorgiera) i soldati della Regina di Cuori di Alice nel paese delle meraviglie con gli abiti che espongono invece del seme della carta un grande occhio. Potrebbe essere l’«occhio dell’anima» cui fa riferimento re Claudio nel suo soliloquio del terzo atto, ma non si spiega questa sua onnipresenza su tutti quanti i personaggi ad eccezione di Amleto.

La direzione di Paolo Carignani tende a enfatizzare l’esuberante strumentazione, ma non trascura i momenti più lirici della partitura. La sua lettura mette in evidenza l’internazionalità dei gusti del compositore, perfettamente a suo agio nel mondo musicale della seconda metà dell’Ottocento, e un po’ meno le aperture veriste, cosa che fa invece il protagonista titolare, un lanciatissimo Pavel Černoch, che gioca sul volume e la forza a scapito delle mezze voci. Il giovane tenore di Brno ha un timbro particolare e una dizione che palesa una certa disinvolta pronuncia dell’italiano, a volte impastata e poco comprensibile. È comunque fatto segno di grandi ovazioni negli applausi finali. Si è già detto della sua presenza scenica qui risolta in maniera monocorde con lo sguardo perennemente rivolto al vuoto o al direttore d’orchestra.

Non ha problemi di dizione invece il nostro Claudio Sgura, un re Claudio dalla voce potente, ma che sa piegarsi nella preghiera verso una dolorosa intimità. Eccellenti la Gertrude di Dshamilja Kaiser, una Lady Macbeth di accento verdiano, e il soprano rumeno Julia Maria Dan, Ofelia intensa e dall’affascinante timbro di colore slavo che ricorda un po’ quello della compianta Lucia Popp. Problemi di dizione si sono rilevati anche per gli altri interpreti, soprattutto per l’acerbo Laerte di Paul Schweinester.

Ora ci si aspetta che anche i teatri italiani rimettano in circolazione questo Amleto di Faccio nelle loro stitiche programmazioni. Se lo merita pienamente.

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