Anthropocene

Stuart MacRae, Anthropocene

★★☆☆☆

Londra, Hackney Empire, 9 febbraio 2019

(video streaming)

Scienziati sull’orlo di una crisi di nervi

E tre! Il 2019 inizia con ben tre opere che hanno come ambientazione il ghiaccio. Ma se Jää del finlandese Kuusisto era la vicenda di una piccola comunità e Frankenstein di Grey la lettura filosofica del classico della Shelley, qui in Anthropocene di MacRae predominano le questioni ecologiche legate al cambiamento climatico che minacciano lo scioglimento delle calotte polari. In queste due ultime opere un essere vivente è liberato dal blocco dove si trovava ibernato. Qui è una ragazza che ritorna in vita a complicare quella dei sette scienziati intrappolati sulla nave bloccata dai ghiacci di una spedizione nell’Artico alla ricerca delle tracce di vita microbica e che invece incappano nientemeno che in un essere umano, e vivo.

La nave “King’s Anthropocene” si trova nell’Artico per una spedizione alla ricerca di campioni organici tra i ghiacci. A bordo oltre al capitano Ross e al marinaio Vasco, ci sono la professoressa Prentice e suo marito Charles, il giornalista Miles, il proprietario della nave Harry King e la figlia Daisy, fotografa, Per aspettare i colleghi che ritardano per ritornare alla nave dopo essere usciti per una spedizione, vengono bloccati dai ghiacci. Un esploratore che si riteneva perso arriva invece con un blocco di ghiaccio che contiene una figura umana. Liberata, questa si rivela una ragazza che è viva e parla. Il giornalista per avere lo scoop tutto per sé manomette la radio così che il capitano non possa informare il resto del mondo della scoperta, ma così mette a repentaglio la vita della spedizione. Scoperto dal marinaio lo uccide. La presenza di Ice, la ragazza del ghiaccio, mette in crisi i rapporti tra i vari personaggi che neanche una tempesta riesce a rendere più ragionevoli. Miles accusa la ragazza della morte di Vasco e di tutti i guai che stanno passando. Lei allora racconta finalmente la sua storia, quella di una vittima sacrificale di una precedente crisi ambientale. Anche ora occorre una vittima. Appena ammazzato il colpevole le acque si sciolgono e  la ragazza fugge inorridita.

La produzione della Scottish Opera aveva debuttato il 24 gennaio a Glasgow, mentre questa è la registrazione effettuata alla Hackney Empire (1).

All’ingenuità del libretto di Louise Welsh si sommano quelle dell’allestimento come quando uno degli scienziati fotografa l’aurora boreale usando il flash… Ovviamente la creatura sopravvive in tshirt a cinquanta gradi sotto zero mentre uno scienziato si ripara con la pelliccia di un orso – alla faccia dell’ecologia!

Non c’è un personaggio per cui scatti l’immedesimazione dell’ascoltatore, sono tutti banalmente mediocri e in certi momenti tremendamente stupidi, come quando viene distrutto l’unico pezzo che potrebbe salvarli. I dialoghi sono fatti di litigi, schermaglie e banalità che non ci si aspetterebbe da degli scienziati impegnati in un’impresa tanto importante e rischiosa. C’è anche l’inizio di un flirt, qui tra la fotografa e il marinaio, prima che ques’ultimo venga fatto fuori dalla carogna suddetta che ha manomesso la radio bloccando le comunicazioni – lui però parla tranquillamente al telefonino con la redazione del giornale!

La regia di Matthew Richardson non fa molto per rendere plausibile o interessante la vicenda. Le scene di Samal Blak sembrano poi fatte in casa: l’infinità dell’Artico qui è realizzata con quella che pare una grande tenda da doccia che chiude il fondo della scena e non meglio realizzati sono gli oggetti, tra cui le lettere della parola ANTHROPOCENE ritagliate nel compensato.

Il direttore Stuart Stratford dipana con convinzione i suoni gelidi e atonali della partitura, ma, come talora succede in certe opere, i momenti musicalmente forse più interessanti sono gli interludi puramente strumentali. Altrimenti si ha un tedioso canto declamato sempre forte disseminato di saltuari squarci lirici e qualche melisma per gli scienziati. Una vocalità più eterea in un registro molto acuto distingue quello della ragazza “aliena”, il soprano Jennifer France.

(1) Teatro dell’omonimo quartiere londinese costruito nel 1901 come music hall, convertito negli anni ’60 in sala da gioco e poi ampliato nel 2004 con una moderna struttura e utilizzato come sala di spettacoli, soprattutto commedie musicali ma anche opere e le operette di Gilbert & Sullivan.

 

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