Don Giovanni

Wolfgang Amadeus Mozart, Don Giovanni

★★★★★

Londra, Royal Opera House, 12 febbraio 2014

(video streaming)

Don Giovanni tra Freud e Hitchcock

Ogni epoca ha il suo Don Giovanni. Quello di Tirso de Molina, nom de plume di un monaco nato nel secolo dell’inquisizione, è un burlador che viene cattolicamente punito con le fiamme dell’inferno per la sua dissolutezza. Il Dom Juan di Molière, un secolo dopo, è un intellettuale irriverente che si vanta di giocare all’uomo onesto, di non cedere al vizio di moda dell’ipocrisia e rimane impenitente fino alla fine. Per Byron Don Juan è un eroe romantico di superiori qualità intellettuali sedotto dalle donne. Secondo E.T.A. Hoffmann, che fu sconvolto dall’opera di Mozart, Don Giovanni passa da una donna all’altra perché tende a un irraggiungibile ideale di appagamento.

Anche i nostri tempi, ossessionati dalla psicologia e dalla bellezza patinata delle star, sono stati sedotti dall’ambiguità del personaggio, che ha perso la sua natura simbolica e ora è totalmente umano. Nel film Don Juan de Marco (1995) di Jeremy Leven, Johnny Depp è un giovane che si crede Don Giovanni, tenta il suicidio ed è in cura da uno psichiatra (Marlon Brando) che si spaccia per Don Ottavio. Nel Juan (2010), versione cinematografica di Kasper Holten dell’opera mozartiana, Don Giovanni è un artista playboy in fuga per aver ucciso il padre di Donna Anna, un commissario di polizia. L’urgenza a sedurre le donne che incontra interrompe più volte la sua fuga che finisce in una frenetica caccia all’uomo.

Kasper Holten quattro anni dopo ritorna alla messa in scena di Don Giovanni, ma questa volta sul palcoscenico di quella Royal Opera House di cui è direttore. I costumi sono di epoca vittoriana, quando la differenza di classi sociali era netta e inoltre sfilare il guanto di una dama era il massimo del piacere erotico. Quella rigida moralità rende il contrasto con la frenetica libidine di Don Giovanni ancora più sconvolgente.

Fin dall’ouverture, diretta con mano leggera e ritmo perfetto da Nicola Luisotti, che suonerà con arguzia e maestria il fortepiano nei recitativi, con quell’elenco di nomi femminili scritti dalla magia dell’arte digitale sulla struttura architettonica in scena – quasi labirinto tridimensionale escheriano o cubo di Rubrik che ruota su sé stesso, ma anche modello della mente del protagonista – si capisce che l’allestimento non sarà dei più tradizionali, ma gli elementi della vicenda ci saranno tutti. La geniale scenografia è di quella maga di Es Devlin.

L’uso delle proiezioni digitali, realizzate in 3D mapping da Luke Halls, raggiunge qui livelli di vera fantasmagoria con effetti squisitamente cinematografici (Hitchcock è l’evidente riferimento). Riescono a rendere invisibili i personaggi o a cambiare il colore dell’abito, come quando Don Giovanni spaccia Leporello per sé stesso. (1)

Nella prima scena il servo si inerpica per una scala a pioli al primo piano per scrivere il nome “Anna” sulla porta della stanza in cui si sta intrattenendo Don Giovanni. Leporello è vestito come l’Estragon di En attendant Godot, con la sua lisa bombetta che egli sogna di cambiare con il lucido cilindro del padrone. (2) Alex Esposito è magnifico da subito: le parole «Notte e giorno faticar | per chi nulla sa gradir; | piova e vento sopportar, | mangiar male e mal dormir… » sono sibilate con un tono minaccioso che non promette nulla di buono nel rapporto fra servo e padrone. Rapporto spesso ambiguo: coppia comica alla De Rege, amici di bisboccia, padrone minaccioso col servo, amici di nuovo uniti dal terrore alla fine.

Compaiono Don Giovanni e Donna Anna: tra di loro l’intesa è evidente, fingono di stare al gioco del seduttore e della sedotta per salvare le apparenze. Donna Anna sotto sotto non ne vuol sapere di quel Don Ottavio che gli ha affibbiato il padre, il quale arriva inaspettato riportando alla cruda realtà il gioco troppo azzardato dei due amanti e la sua morte tinge di rosso la scena.

Quando Donna Anna scopre di non essere la sola amata da Don Giovanni, il suo amore si tramuta in desiderio di vendetta e denuncia l’ex amante come uccisore del padre, ma poi non sa resistere e cade subito dopo un’altra volta fra le braccia del seduttore e proprio mentre Don Ottavio canta «Dalla sua pace»!

Per Mariusz Kwiecień, che ha affrontato il ruolo per la centesima volta e in sedici diverse produzioni, l’immedesimazione col personaggio è totale. Adorabile seduttore, fascinoso, irresistibile, qui è ossessionato dal fantasma del Commendatore, ma soprattutto dalla solitudine cui è costretto dalla sua indole. Ed è lui stesso la vera vittima in questa vicenda. Quasi sempre in scena, è come se la vicenda fosse una proiezione della sua mente. (3)

Alla fine Don Giovanni non è inghiottito dalle fiamme dell’inferno, ma ripiomba nella dannazione della sua solitudine esistenziale, mentre fuori scena (solo nella sua mente?) gli altri personaggi intonano solo la parte del sestetto con il coretto finale. Una soluzione musicale e scenica alternativa al taglio completo della scena (n° 27) della versione viennese.

Dei principali personaggi maschili si è già detto. Nel comparto femminile Véronique Gens porta qui la sua esperienza maturata nei ruoli delle opere barocche: stile perfetto e ottima vocalità, trasforma la sua aria «Mi tradì quell’alma ingrata» in una vera scena händeliana infarcendo il da capo con variazioni di gran gusto. La sua Elvira è dolente, ma ancora piena della passione non sopita per il marito fedifrago.

Donna Anna trova nel soprano svedese Malin Byström un’interprete vocalmente personale. Figura femminile molto avvenente, quando canta però costringe il viso e la bocca in particolare a smorfie poco telegeniche. La stessa cosa avviene per Alex Esposito, ma lì il taglio clownesco del personaggio quasi lo richiede mentre nella compostezza ed eleganza della dama spagnola dà un po’ fastidio.

Alexander Tsymbalyuk è il Commendatore che infesta come un fantasma la casa/mente di DonGiovanni. Il basso ucraino esibisce la sua autorevole voce che non avrebbe probabilmente necessitato di amplificazione nella scena del banchetto, qui un semplice spuntino a base di pollo fritto e bottiglia di vino.

Antonio Poli canta bene, a parte qualche intonazione vagante, ma non fa molto per aggiungere spessore alla bidimensionalità del personaggio di Don Ottavio.

Perfettamente convincente con la sua semplice umanità fatta di carne e impulsi naturali è invece la Zerlina di Elizabeth Watts che si accoppia a quel sedanone di Masetto con il rimpianto di quel signore che è Don Giovanni cui si sarebbe data più volentieri.

Della direzione di Luisotti c’è solo da aggiungere che utilizza un mix di entrambe le versioni (Vienna e Praga) dell’opera mozartiana, prassi ormai generalizzata.

(1) Per la sua versione cinematografica del 1990, ambientata nella desolata Harlem newyorkese di allora, Peter Sellars aveva optato per un criterio semplicemente geniale per rendere lo scambio plausibile: aveva scelto per le parti di Don Giovanni e Leporello i baritoni Eugene e Herbert Perry, due fratelli gemelli…

(2) Gli stessi cappelli saranno occasione per una gag da farsa nel secondo atto.

(3) Anche per il suo Ring danese Holten aveva immaginato Brunilde riscoprire la sua storia negli archivi del Walhalla.