Don Giovanni

Wolfgang Amadeus Mozart, Don Giovanni

★★★★★

Milano, Teatro alla Scala, 7 dicembre 2011

(video streaming)

Un Don Giovanni moderno? Che orrore! 

E per di più in versione austera? E per l’inaugurazione della stagione della Scala, dove basterebbero i gioielli e le toilette di una decina delle spettatrici per ripianare il bilancio di qualche ente lirico o di un paese centroafricano…

Nel dicembre 2011 dunque, in piena austerity da crisi economica, il teatro milanese affida a Daniel Barenboim, a Robert Carsen e a uno stuolo di insigni interpreti il compito di aprire la sua stagione. Come sempre le polemiche non mancano, acuite dal fatto che la maggior parte degli artisti impegnati non sono italiani – invece di ringraziare che gli stranieri abbiano ancora voglia di venire qui a farsi fischiare e criticare e pagare in ritardo – e il loggione è irritato dal fatto che non si inauguri con il “suo” Verdi. Le recensioni italiane sono in parte improntate a una feroce critica. Il fondo lo tocca Sgarbi col suo articolo “Carsen e Barenboim avete tradito Mozart” su Il Giornale: «allestimento umiliante, ingiustificato e ridicolo […] tradimento del racconto e dei personaggi […] lo scempio e l’insulto ci sono stati. E qualcuno dovrebbe vendicare Mozart e chiedere ai colpevoli di dimettersi». Quattro anni dopo il suo Candide, Carsen indispettisce ancora una volta le vestali milanesi della tradizione.

Dopo l’inno di Mameli, sulle prime note dell’ouverture e con le luci ancora accese irrompe sulla scena Don Giovanni che tira giù il sipario scoprendo un enorme specchio che riflette, deformandola, la sala del Piermarini con tutto il suo pubblico (politici, star della moda, alta borghesia meneghina, presenzialisti), ori e decorazioni floreali incluse. Don Giovanni è uno di noi, della nostra epoca sembra suggerirci fin da subito il regista che ambienta la vicenda in un teatro (nientemeno che il Teatro alla Scala) utilizzandone il corridoio di platea, il palco di proscenio, il palco reale. Don Giovanni prende il controllo del teatro, è lui e solo lui il personaggio centrale attorno al quale tutto ruota. L’azione che vediamo in scena è spesso teatro nel teatro, in cui Don Giovanni diventa spettatore lui stesso. Sempre attento il lavoro attoriale di Carsen sui cantanti, con momenti di grande intensità come quando Donna Anna scopre Don Giovanni dopo l’“incidente” e lo accarezza con tenerezza scoprendo così l’ambiguità dei suoi affetti.

Gli elementi scenografici di Michael Levine sono costituiti da sipari rossi su schermi scorrevoli, visioni multiple del proscenio in una prospettiva infinita, e poi di nuovo la sala, vuota questa volta e illuminata dalle fiamme che avvolgono il dissoluto impenitente.

L’ambientazione in abiti moderni cede il passo a costumi d’epoca in un velluto rosso, uguale a quello del sipario, per la scena del ballo in maschera a casa di Don Giovanni, il momento più teatrale del bellissimo allestimento, momento in cui Carsen dà significato a quel «Viva la libertà» spesso incomprensibile: per un breve attimo tutti quanti si lasciano andare prima del turbinoso finale del primo atto. Scoperto, Don Giovanni fugge alle spade sguainate dei suoi assalitori perché fa calare il sipario che scendendo le colpisce facendole cadere di mano.

Vero coup de théâtre è l’apparizione della statua del Commendatore, momento topico troppe volte disatteso o male inscenato. Qui c’è la sua immagine distorta sullo specchio che riflette il cantante in piedi nel palco reale tra Napolitano e Monti (si può discutere su chi dei tre sia più di marmo…) e infine il finale, in cui i protagonisti sono vestiti come per una prima e hanno in mano il programma della serata – i nobili per lo meno, ché Masetto e Zerlina sono un po’ gli impacciati parvenu in bianco e Donna Elvira non smette il suo négligé di satin nero. Se fino a questo momento la drammaturgia di Carsen ha seguito più che fedelmente il libretto, ora c’è la sorpresa: il suo Don Giovanni non può finire dannato all’inferno in cui non crede: viene sì infilzato dalla spada vendicatrice del Commendatore, ma sono piuttosto i suoi antagonisti che finiscono sottoterra quando lui ricompare all’ultimo minuto, beffardo e con la sigaretta in mano, più vivo che mai.

Il successore di Muti, Daniel Barenboim, sceglie un ritmo solenne («Troppo lento» grida un musicologo loggionista prima del secondo atto) e un’orchestra maestosa, non “d’epoca”, a parte il clavicembalo. Barenboim mette in luce la drammaticità dell’opera, più che il lato giocoso, con una bella sfida ai fiati dei cantanti.

Chi non ne ha risentito è il Don Giovanni di Peter Mattei, dalla morbida emissione e dalla chiara dizione (le vocali della sua lingua probabilmente aiutano come già era successo per Gedda) che rende tra l’altro meravigliosamente la serenata. Il suo è un Don Giovanni raffinato che si porta sempre appresso il guardaroba e si cambia d’abito in continuazione, ma in fondo è un personaggio positivo, nobile, energico, ma meno crudamente ossessionato dal sesso di altre volte. Il baritono svedese risolve tutto col canto, senza gigionismi e si adegua perfettamente alla lettura del regista e del maestro concertatore. Donna Anna Netrebko, attesissima al suo debutto scaligero, ha incantato per la nobiltà e drammaticità del carattere unitamente al timbro sontuoso ma non sono mancate incertezze di intonazione che però non hanno inficiato il suo successo personale. La patetica infatuazione di Donna Elvira per il “marito” ha trovato in Barbara Frittoli un’interprete efficace e scenicamente sempre convincente. Anna Prohaska è una Zerlina finta innocentina e vocalmente non sempre ineccepibile. Giuseppe Filianoti avrebbe il timbro ideale per Don Ottavio, ma pur nell’eleganza del fraseggio e nella proprietà degli abbellimenti sembra un po’ spaventato e soprattutto senza i fiati richiesti dalla concertazione del direttore. Il suo Don Ottavio risulta così più anemico e inane del solito. Per Bryn Terfel, Leporello, quasi quindici anni dopo il Don Giovanni di Ferrara, la voce non è più la stessa, ahimè. Pesante e meno duttile di un tempo, la performance si salva ovviamente per la verità della parola scenica del basso-baritono gallese. Anche il Commendatore di Kwangchul Youn denuncia un certo affaticamento, pur nella nobiltà e forza dell’emissione. Quasi inascoltabile il Masetto di Štefan Kocán dal timbro impastato, la voce ingolata e il colore troppo scuro.