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Giuseppe Verdi, Aida
Roma, Teatro dell’Opera, 31 gennaio 2023
(video streaming)
Livermore trasforma Aida in un sogno cinematografico
La nuova Aida del Teatro dell’Opera di Roma, diretta da Davide Livermore, evita il tema del blackface puntando su un’estetica ispirata al cinema muto e su una lettura intimista della vicenda. Scene digitali eleganti sostituiscono il tradizionale kolossal. Splendida la direzione di Michele Mariotti, mentre il cast, pur vocalmente non freschissimo, convince per intensità interpretativa ed esperienza.
Con il primo numero di Calibano, la nuova rivista del Teatro dell’Opera di Roma, il sipario si alza subito su un tema spinoso e attualissimo: il blackface. Non è una scelta casuale. A imporla è l’arrivo in cartellone di Aida, opera che da anni, soprattutto nel mondo anglosassone, alimenta discussioni accese sulla rappresentazione scenica dei personaggi africani. La questione è complessa e il magazine del teatro le dedica un approfondimento articolato, segno di una sensibilità culturale che oggi nessuna istituzione può permettersi di ignorare.
La produzione firmata dal direttore artistico Alessio Vlad sceglie però una strada laterale, evitando accuratamente ogni approccio didascalico o provocatorio. Davide Livermore, che cura regia e movimenti coreografici, non affronta il nodo del realismo etnico: Aida e Amonasro non hanno il volto annerito né alcun trucco che richiami una precisa identità africana. Al contrario, appaiono quasi figure sospese in un universo cinematografico d’altri tempi, con i visi coperti di biacca e una recitazione che richiama apertamente il cinema muto. Anche i costumi ideati da Gianluca Falaschi evitano contrasti troppo marcati fra egizi ed etiopi: le differenze esistono, ma rimangono accennate, quasi stemperate in una visione estetica più simbolica che storica.
È evidente che per Livermore il cuore di Aida non sia il conflitto razziale. Il regista torinese sposta l’asse del racconto verso la dimensione privata, sentimentale, quasi interiore. Più che il kolossal storico, gli interessa il dramma umano: l’amore impossibile, il desiderio soffocato, la guerra che distrugge ogni possibilità di felicità. Ne nasce uno spettacolo che rinuncia a gran parte dell’apparato monumentale tradizionalmente associato all’opera verdiana, senza però cadere nell’astrazione fredda di certo teatro contemporaneo.
La spettacolarità, infatti, non scompare: cambia linguaggio. Niente cavalli in scena, niente folle oceaniche, niente trionfi da cartolina archeologica. Al loro posto, Livermore e il collettivo D-WOK costruiscono un universo digitale sorprendentemente misurato. Le immagini vengono proiettate sulla superficie inclinata di un gigantesco parallelepipedo che domina la scena, accentuandone la profondità e trasformandolo di volta in volta in parete, tempio, tomba o miraggio. Fiamme, geroglifici dorati, paesaggi desertici, sabbie in tempesta e figure spettrali emergono con eleganza, senza l’effetto invasivo che talvolta appesantisce il teatro multimediale.
L’impianto scenografico ideato da Giò Forma si completa con pareti oblique e scorrevoli che ridefiniscono continuamente gli spazi, mentre le luci di Antonio Castro lavorano con precisione cinematografica sui contrasti e sulle ombre. Dominano il bianco e nero, cifra estetica che richiama ancora una volta il mondo del muto e che Falaschi utilizza nei costumi con maggiore controllo rispetto agli eccessi visti nel precedente Ciro in Babilonia. Solo l’oro rompe a tratti questa monocromia severa, creando bagliori improvvisi di regalità e sacralità.
Anche i momenti coreografici, spesso tra gli aspetti più problematici di Aida, vengono affrontati con intelligenza. Livermore evita il rischio dell’esotismo da cartolina e sostituisce le danze convenzionali con movimenti nervosi, quasi urbani, affidati alle giovani ballerine del corpo di ballo del teatro. In alcuni passaggi si intravedono suggestioni da breakdance che introducono una tensione contemporanea inattesa ma coerente con l’impianto dello spettacolo.
Questa lettura culmina in un finale significativamente diverso dalla tradizione. Non c’è il consueto tableau statico dei due amanti sepolti vivi. Radamès rimane solo nella tomba chiusa dall’esterno e Aida diventa una presenza visionaria, quasi un’apparizione luminosa che lo accompagna oltre la morte. Livermore sembra voler suggerire che l’amore sopravviva alla violenza della storia e perfino alla distruzione fisica. Una scelta forse discutibile per i puristi, ma che trova una sua legittimità nell’ambiguità sublime della musica verdiana, sempre sospesa fra tragedia e trascendenza.
Sul piano musicale lo spettacolo trova il suo vero trionfo nella direzione di Michele Mariotti. Il maestro guida l’orchestra del Teatro dell’Opera con grande lucidità, scavando nella partitura con attenzione quasi analitica. In questa Aida emergono dettagli orchestrali che spesso passano inosservati: colori, trasparenze, sfumature timbriche che restituiscono tutta la modernità della scrittura di Verdi. Mariotti evita qualsiasi enfasi bandistica e costruisce invece un suono mobile, raffinato, ricco di dinamiche e chiaroscuri. Alcuni passaggi sembrano addirittura anticipare atmosfere impressionistiche, dimostrando quanto Aida guardi già oltre il melodramma ottocentesco tradizionale.
Il cast riunisce interpreti di grande esperienza, forse non più nel pieno della freschezza vocale, ma ancora capaci di offrire prove artisticamente solide e spesso emozionanti. Krassimira Stoyanova affronta il ruolo del titolo con un mezzo meno terso rispetto agli anni migliori, ma compensa con un’intensità interpretativa notevole. La sua Aida è fragile, tormentata, profondamente umana. Ogni frase sembra nascere da una riflessione interiore più che da un’esibizione vocale, e proprio questa maturità espressiva rende il personaggio particolarmente toccante.
Gregory Kunde, dal canto suo, porta in scena un Radamès segnato da una carriera lunghissima e straordinaria. La voce non possiede più l’incredibile compattezza che fino a pochi anni fa sembrava sfidare il tempo, e alcuni suoni appaiono meno stabili. Eppure gli acuti conservano luminosità e slancio, mentre l’eleganza del fraseggio rivela ancora la matrice belcantistica dell’artista. Kunde non interpreta Radamès come un guerriero tronfio, ma come un uomo nobile e vulnerabile. Persino il discusso finale di «Celeste Aida», privo del pianissimo previsto da Verdi, viene risolto con intelligenza musicale attraverso un sapiente controllo del volume.
Ekaterina Semenčuk offre un’Amneris di grande classe. Anche qui la freschezza vocale non è assoluta, ma il personaggio vive grazie a un fraseggio ricco di intenzioni e a una recitazione sempre misurata. La principessa egizia emerge non come antagonista isterica, bensì come donna lacerata fra amore, orgoglio e disperazione. Vladimir Stoyanov è un Amonasro efficace e autorevole, nonostante un timbro oggi meno smagliante, mentre Riccardo Zanellato disegna un Ramfis corretto ma non memorabile.
Più incisivo il Re di Giorgi Manoshvili, solido e credibile nella sua autorevolezza scenica. Molto apprezzabili anche gli interventi di Veronica Marini, elegante Sacerdotessa, e di Carlo Bosi, che conferma ancora una volta il proprio talento di comprimario di lusso scolpendo un Messaggero di rara precisione.
A completare il quadro c’è l’ottima prova del coro del Teatro dell’Opera, preparato da Ciro Visco, compatto, sonoro e teatralmente partecipe. Un elemento fondamentale in un’opera come Aida, dove la massa corale non rappresenta soltanto il potere e il rito, ma diventa il respiro stesso della tragedia collettiva.
Quella immaginata da Livermore è dunque un’Aida che guarda più all’anima che al monumento, più al sentimento che all’esotismo. Uno spettacolo che rinuncia alla polvere dell’archeologia teatrale senza pretendere di demolire la tradizione, ma piuttosto reinventandola attraverso immagini eleganti, tecnologia controllata e una forte attenzione alla dimensione emotiva. E soprattutto, una produzione che trova nella musica di Mariotti la propria autentica ragion d’essere: una Aida meno faraonica, ma decisamente più umana.
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