Bruno Bettelheim

Hänsel und Gretel

 

Engelbert Humperdinck, Hänsel und Gretel

★★★☆☆

Cape Town, Opera, 8 aprile 2021

(video streaming)

A Cape Town va in scena Hänsel und Gretel per adulti

Credo che ormai solo in una sala parrocchiale nel periodo di Natale il lavoro di Humperdinck venga presentato come una caramellosa ed edificante fiaba, dimenticando così l’origine del testo, uno dei terrificanti racconti dei fratelli Grimm in cui non mancano indigenza, carestia, foreste paurose, streghe che sgranocchiano i bambini, forni minacciosi e assortiti personaggi inquietanti. Tutti elementi che oggi sono considerati inadatti ai nostri pargoli ai quali vengono servite fiabe espurgate di quanto nell’Ottocento era considerato essenziale per “una sana educazione dei fanciulli”!

Questa nuova produzione di Hänsel und Gretel della Cape Town Opera (1) ha come elemento visivo predominante il lavoro di Roger Ballen, americano abitante a Johannesburg,  nella sua prima collaborazione con un teatro d’opera. È un artista che ingloba cinema, installazioni, teatro, scultura, pittura e disegno nei suoi mondi espressivi abitati da persone emarginate, animali, objets trouvés, disegni infantili. Ballen descrive le sue opere come «psicodrammi esistenziali che toccano il subconscio, evocano il ventre della condizione umana e mirano a sfondare i pensieri e i sentimenti repressi coinvolgendoli in temi di caos, impulsi animali, violenza e follia, angoscia mentale». La sua fotografia è influenzata da Diane Arbus, una dimensione grottesca e provocatoria che confina col surrealismo, il teatro dell’assurdo e l’art brut e contiene in sé una forte teatralità: «Nel creare queste fotografie, ho sviluppato un teatro visivo che si muove a cavallo tra fantasia e realtà, tra documento e finzione. Ho iniziato a muovermi in questa direzione a metà degli anni ’90, creando dei set “balleniani”. I set possono essere costruiti in tutti i modi: si può fare un bel set fiabesco con piccole farfalle felici che svolazzano tra gli alberi, oppure si possono creare scenografie che rappresentano uno stato di caos, un crollo. Scenografie che rivelano instabilità psicologica, così vediamo le nostre paure – della psiche, dell’anarchia. Le scenografie per l’opera sono come una delle mie fotografie, in cui sono rappresentati gli stati archetipici dell’essere».

La sua presenza, quale scenografo e costumista assieme a Marguerite Rossouw, condiziona la messa in scena di Alessandro Talevi che deve fare i conti con una personalità così ingombrante. La sua regia si adatta però abilmente e lo spettacolo che esce fuori è una lettura coerente della vicenda adattata da Adelheid Wette, la sorella di Humperdinck, di cui sono sottolineati gli oscuri aspetti psicologici: «Un’esperienza adulta che non si tira indietro rispetto ai componenti più oscuri e inquietanti della vicenda», afferma il regista.

In scena abbiamo la casa fatiscente dei bambini lasciati soli. Due bambini che hanno perso l’ingenuità della loro età, abbrutiti dalla noia e dai morsi della fame. Uno sbrindellato tutu rosa per Gretel e un raffazzonato costume da Superman per Hänsel non restituiscono loro la fanciullezza perduta e i loro giochi sembrano tendere pericolosamente alla morbosità. Un video di Ballen, Il teatro delle apparizioni, riadattato da Talevi e Marcel Bezuidenhout, esplicita i nascosti desideri di una sessualità illecita. La precaria presenza dei genitori – una madre esaurita e senza speranze e un padre ubriacone – si aggiunge allo squallore e alla sporcizia della loro sistemazione, che richiama chiaramente quella nelle baraccopoli nere del periodo dell’apartheid.

Il «fitto bosco» del secondo atto qui è una discarica di immondizie in cui si vedono dei manichini bianchi che in parte si animeranno per diventare i quattordici angioletti della preghiera dei bambini, o dell’«ometto grigio» che qui riacquista la presenza tutt’altro che rassicurante dell’originale Sandmann, Mago Sabbiolino nell’annacquata traduzione italiana. La casa della strega non ha nulla della prevedibile casetta fatta di dolci, ma che già nelle didascalie del libretto ha un aspetto tutt’altro che rassicurante con quel forno, la gabbia e la catena di statuette di marzapane. Qui un interno, dominato da un grande letto e dalla bocca spaventosa di un forno spalancato sulle fiamme, ha le pareti graffiate da facce deformi dai cui occhi e dalle cui bocche escono braccia che tentano i bambini con lecca-lecca giganti e biscotti colorati. Nella regia di Talevi non manca alcun elemento della vicenda, ma è rappresentato in maniera inquietante e ironico allo stesso tempo – quello che Hänsel fa tastare alla strega, ad esempio, non è esattamente un ditino…

Anche il finale è ben distante dal festoso girotondo di grandi e piccoli: i bambini salvati esitano a ritornare a una realtà che fa paura e nulla è cambiato per Hänsel, Gretel e i genitori. Ritorneranno nello squallido tugurio e le facce deformi e inquietanti di Ballen continueranno a infestare la loro vita.

Kazem Abdullah dirige la Cape Town Philharmonic Orchestra distillando i wagnerismi di una partitura che fu tenuta a battesimo da Richard Strauss che la diresse a Weimar nel 1893. In un certo senso la sua lettura non contrasta con quanto vediamo in scena: anche i momenti più lirici della partitura qui hanno come una vena sotterranea di inquietudine.

Nonostante sia comune rappresentarla in inglese nei paesi anglofoni, qui la versione scelta è quella originale in tedesco, in cui talora incespicano i cantanti, tutti giovani e appartenenti alla scuderia del teatro. Da citare almeno la fresca e agile Gretel di Brittany Smith, il più corposo Hänsel di Ané Pretorius e la strabordante Knusperhexe di Bongiwe Nakani.

Lo spettacolo è disponibile come video on demand per alcuni giorni qui.

(1) La CTO è la più grande organizzazione permanente di arti dello spettacolo senza scopo di lucro del Sudafrica, con in cartellone un ricco repertorio che spazia dall’opera all’operetta al musical. Promuove l’espressione di un’identità nazionale attraverso la creazione e la performance di nuove opere sudafricane, come il musical Mandela Trilogy, un tributo alla vita di Nelson Mandela, che è stato presentato al Ravenna Festival nel 2016.

Hänsel und Gretel

 

Engelbert Humperdinck, Hansel and Gretel

★★★★☆

New York, Metropolitan Opera House, 1 gennaio 2008

(registrazione video)

«Greedy little mousey, stop nibbling at my housey» (1)

Hansel and Gretel in inglese, la lingua in cui è cantata l’opera di Humperdinck qui alla Metropolitan Opera House di New York il primo gennaio 2008 nella libera versione di David Pountney. Il regista Richard Jones, un altro inglese che l’ha messa in scena alla Welsh National Opera assieme allo scenografo e costumista John Macfarlane, si ispira al crudele racconto dei fratelli Grimm per allestire la vicenda di adulti abbrutiti e bambini affamati. Nessun intervento divino o consolazione religiosa nella lettura del regista: dalla piccola e squallida cucina del tugurio in cui vivono i protagonisti all’enorme e minacciosa cucina industriale della strega, domina l’ossessione della fame che viene placata solo in sogno, ma non grazie ai “14 angioletti” bensì ad altrettanti cuochi ciccioni che allestiscono una tavola riccamente imbandita a cui si accomodano i due bambini vestiti “da grandi”: i bambini non sognano una “Goldly salvation” quanto un “gaudy dessert”! E un’altra abbuffata, questa volta reale, la faranno in casa della strega per acquistare peso e soddisfare così le voglie cannibalistiche della padrona di casa.

Come si capisce ogni leziosaggine fiabesca è bandita da questo allestimento dove il Taumann (il mago Rugiadino nella sdolcinata versione italiana) è una simpatica cameriera e il Sandman (mago Sabbiolino…) un vecchietto decrepito che sparge sabbia sugli occhi dei bambini per farli addormentare. E qui il bosco non c’è: c’è invece un’enorme camera da pranzo con le pareti tappezzate a motivi vegetali, un lungo tavolo, camerieri che hanno rami d’albero al posto della testa e un mezzo-uomo-mezzo-pesce uscito da un quadro di Hieronimus Bosch quale maggiordomo. Nella regia di Jones ogni nota della musica è un felice spunto visivo, come nel finale della pantomima onirica quando nell’orchestra il crescendo raggiunge il climax e si sollevano le calotte d’argento dei piatti a rivelarne le prelibatezze, oppure come nel hexenritt, il volo della strega a cavallo della scopa, qui invece in piedi sul tavolo a impiastricciarsi voluttuosamente con creme e cioccolata.

Il contrappunto “wagneriano” dell’orchestrazione di Humperdinck è ben reso dalla direzione lucida e vitale di Vladimir Jurovskij. Per quanto riguarda gli interpreti vocali Alice Coote è ancora una volta in pantaloni, anche se corti, e realizza un Hänsel perfetto sia scenicamente sia vocalmente. Christine Schäfer è una Gretel determinata e dalla voce forse un po’ troppo importante, ma anche lei accettabilmente credibile. Rosalind Plowright è leggermente stridula ma efficace nel delineare la madre stressata sull’orlo del suicidio mentre Alan Held è un padre beone dalla voce potente. Sacha Cooke e Lisette Oropesa prestano le loro preziose vocalità per il Sandman e la Dew Fairy mentre nel ruolo en travesti della strega si diverte molto Philip Langridge, anche se è parlato più che cantato. Magnifico il coro dei bambini tra cui la figlia di Renée Fleming, come annuncia la madre orgogliosa mentre presenta il backstage.

(1) «Knusper, knusper Knäuschen, | wer knuspert mir am Häuschen?» (Rosicchiate, rosicchiate, golosoni. Chi sta rosicchiando la mia casetta?)

Hänsel und Gretel

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Engelbert Humperdinck, Hänsel und Gretel

★★☆☆☆

Torino, Teatro Regio, 7 maggio 2015

25 anni. E li dimostra tutti.

La produzione di questo Hänsel und Gretel risale al 1991, quando l’opera venne data al Regio nella versione italiana di Giovanni Morelli con la regia di Tonino Conte e le scene di Emanuele Luzzati. Allora aveva diretto l’orchestra Maurizio Benini. Nel 1996 divenne uno spettacolo per le scuole con la stessa regia ripresa da Vittorio Borrelli e la direzione d’orchestra di David Angus. Ora viene riproposta per la terza volta, finalmente nella lingua originale, con la regia nuovamente di Borrelli e la direzione di Pinchas Steinberg. La lingua originale ci risparmia (ma non nei sopratitoli) le leziosaggini della edulcorata versione italiana di Gustavo Macchi in cui la Knusperhechse (la strega Rosicchiona, e sappiamo cosa rosicchi…) diventa la strega del Marzapane e il Sandmann (il nostro Babau) il mago Sabbiolino. Siamo d’altronde in una delle spaventevoli fiabe dei fratelli Grimm.

Le scene di Luzzati e i costumi di Santuzza Calì circoscrivono la lettura dell’opera alla sua mera componente fiabesca. Certo il lavoro di Humperdinck è frutto di quella cultura romantica tedesca di cui ci ha ricordato Carla Moreni nella presentazione dell’opera, ma già da subito le analisi di Freud, poi di Propp e soprattutto di Bettelheim hanno svelato dei meccanismi della fiaba i lati più reconditi che sono stati messi talora in luce in certi allestimenti di Hänsel und Gretel. Per non parlare della inquietante vicenda del forno in cui bruciare i bambini in un’opera figlia di quel paese che è sempre stato centrale nella cultura europea, ma che vedrà di lì a non molti anni lo svilupparsi di una ben diversa ‘cultura’ che farà dei forni crematori un agghiacciante e sistematico utilizzo.

Niente di tutto questo nello spettacolo torinese in cui l’infanzia è vista con gli occhi nostalgici degli adulti e la vicenda è narrata in modo pedissequamente didascalico. Non c’è nulla che non sia esatto, ma in questo allestimento manca la magia della fiaba e non bastano le bolle di sapone che scendono dall’alto o i pupazzi nei colorati costumi della Calì a darci un’emozione. La casetta di marzapane, con la sua gabbia/stia di bambù, è francamente deludente e miseramente realizzata. Il bosco notturno con gli angeli di compensato è da recita amatoriale.

La regia di Borrelli non ci fa mancare nulla: le trecce bionde, le fragole, le scope di saggina, la brocca del latte, i bambini-biscotti, ma sugli interpreti non fa un lavoro che vada al di là di qualche passo di danza, del dondolare la testa al ritmo dei valzerini dell’ultimo atto o del mettere le mani a visiera per scrutare in piena notte (?).

Dalla buca dell’orchestra, opportunamente ampliata per ospitare gli innumerevoli strumenti richiesti dalla partitura (tre flauti, due oboi, due clarinetti, quattro corni, due fagotti, due trombe, tre tromboni, basso tuba, tre timpani e percussioni assortite oltre agli archi) il maestro Pinchas Steinberg dirige in maniera corretta, ma certo non trascinante. E nella sua lettura mancano i momenti di struggente bellezza in cui Humperdinck si dimostra il vero e unico discepolo del genio di Lipsia: da quel tema dei corni con cui si apre l’opera, che più wagneriano di così non potrebbe essere, al magico momento della “preghiera dei 14 angioletti”, qui per di più rovinata dalla presenza di strane bestie con le lucine rosse e soprattutto dall’imbarazzante balletto sulle punte della “pantomima onirica” che chiude il secondo atto – cui però si deve dare il merito di aver riportato in scena il velo di Elvira, dei precedenti Puritani, qui finalmente candeggiato…

Buoni gli interpreti: Annalisa Stroppa presta la sua calda voce a Hänsel mentre Regula Mühlemann, la Papagena di recenti produzioni dello Zauberflöte, disegna una Gretel senza bamboleggiamenti e dalla tessitura sicura. Particolarmente vivace il padre Tommi Hakala, meglio qui che nel Tannhäuser di Holten, mentre per la parte della strega c’era da rimpiangere il più divertente tenore en travesti della produzione di Pelly a Glyndebourne.

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Hänsel und Gretel

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★★★★★

Una fiaba molto moderna

Allievo e collaboratore a Bayreuth di Richard Wagner, Engelbert Humperdinck dovette a questa sua opera fama mondiale e indipendenza economica. La prima rappresentazione di Hänsel und Gretel avvenne sotto la bacchetta di Richard Strauss a Weimar il 23 dicembre 1893 mentre un anno dopo fu la volta di Mahler ad Amburgo. Il libretto di Adelheid Wette, sorella di Humperdink, era inizialmente pensato per uno spettacolo di burattini e attenuava certe crudeltà della fiaba in cui  la madre è matrigna e muore alla fine.

Atto primo. La cucina della povera casa di un venditore di scope, alla cui fattura sta lavorando il piccolo Hänsel in compagnia della sorella Gretel. I due ragazzi hanno lo stomaco che brontola per la fame e sognano di cambiar vita lontano da casa. La madre li sorprende a ballare e, innervosita dal loro bighellonare, rompe la brocca del latte nel tentativo di punirli. Disperata per aver perso il poco cibo a disposizione per la cena, li caccia nel bosco a cercare fragole, con la minaccia di non farsi rivedere a casa senza il cestino pieno e quindi, spossata dalla fatica e dalle preoccupazioni, si addormenta. Nel frattempo arriva il padre Peter, tutto allegro per i buoni affari fatti alla fiera del paese. Sotto gli occhi increduli della moglie, Peter tira fuori burro, salsicce, uova e persino un sacchetto di tè. Passata la sorpresa e l’euforia, Gertrud racconta al marito del latte versato e di aver mandato per punizione i ragazzi nel bosco di Ilsenstein. Peter sbianca in volto, perché al paese dicono che in quel posto abita una strega che mangia i bambini. In preda all’ansia, i genitori si mettono subito in cerca dei piccoli.
Atto secondo. Nel bosco Gretel ha intrecciato una ghirlanda di rose selvatiche, mentre Hänsel sta terminando di riempire il cestino. Si mettono a giocare e finiscono per mangiarsi tutte le fragole raccolte. Per non tornare a mani vuote, i due fratellini si spingono dentro il bosco, finché non trovano più la strada. Hänsel e Gretel, spaventati dall’eco delle loro voci e dal buio imminente, si trovano davanti all’improvviso un omino, che sbuca fuori da una strana foschia del terreno. Costui è il mago Sabbiolino, che li rassicura e sparge sui loro occhi una sabbia magica per farli addormentare. Come cadono assopiti appare vicino a loro un arcobaleno luminoso, da cui discendono sette paia di angeli, che si mettono in cerchio attorno ai bambini per proteggerne il sonno.
Atto terzo. Il mattino dopo. Prima che i bambini si sveglino, un altro genio benigno provvede ad asciugare la rugiada posatasi sui loro corpi. Stropicciandosi gli occhi, i fratelli si accorgono con stupore di aver sognato entrambi la pantomima degli angeli. Ma con maggior meraviglia vedono davanti a loro una casa intera fatta di dolciumi. Ai lati della casa ci sono una grande gabbia e un forno, e intorno tante statuine di marzapane. Hänsel si avvicina coraggiosamente alla casa e ne assaggia un pezzo. Incantati da tanta delizia, i bambini non si accorgono della presenza della strega, che riesce a infilare un laccio al collo di Hänsel. La strega vorrebbe rimpinzarli di dolci e poi cuocerli nel forno, ma i due fratelli non si danno per vinti. Gretel libera con astuzia Hänsel dalla gabbia e insieme riescono a cacciare dentro il forno la strega stessa. Bruciata la vecchia, le statuine di marzapane si trasformano immediatamente in bambini, quegli stessi che la strega aveva cotto in precedenza. Liberi e festanti, i due fratelli riabbracciano i genitori giunti nel frattempo.

L’utilizzo da parte del compositore di melodie tratte dal patrimonio popolare rende particolarmente gradevole la partitura di un’opera permeata di un wagnerismo che non sempre si adatta alla lievità della vicenda, ma che ha pagine orchestrali bellissime. Nei paesi anglosassoni l’opera, popolarissima, è rappresentata in lingua inglese in diverse traduzioni, ultima quella di David Pountney del 1987 per la English National Opera il quale per primo trasforma l’opera “per bambini” in opera “con bambini” qui quasi brutalizzati e in un ambiente suburbano che ha poco della favola.

Ancora diversa è la proposta di Laurent Pelly, qui in una delle sue regie migliori. Data l’impossibilità di mettere in scena “onestamente” l’adattamento delle crudeli fiabe, pubblicate nel 1812, nella visione di artisti (librettista e musicista) del XIX secolo, Pelly sceglie di rendere contemporanei, e quindi più veri, i temi presenti nel libretto. I bambini dell’opera sono sempre bambini, sì, ma sono fratelli di quegli obesi marmocchi vittime del consumismo alimentare: più nessuno sogna una casa di marzapane e torrone perché basta entrare in un qualunque supermercato per trovare ogni bene desiderabile. All’opposto della misera casa di cartone dei bambini, la casa della strega è un insieme di scaffalature ripiene di tutti i prodotti che ci vengono quotidianamente offerti nell’emporio sotto casa. Come nel Paese dei balocchi di Pinocchio la casa si rivela una trappola che qui trasforma i bambini stessi, con spietato contrappasso, in cibo per la strega. Lo stucchevole tema religioso del libretto è poi del tutto assente nella messa in scena di Pelly. Qui viene messo in evidenza invece il tema dell’abbondanza di beni di consumo (causa dello sfruttamento e della distruzione dell’ambiente naturale) che alla fine sono alla portata anche della indigente famiglia di Hänsel e Gretel in un amaro finale.

Lo spettacolo presentato a Glyndebourne nel 2008 si avvale della partecipe e dotta conduzione musicale del maestro Kazushi Ono. In scena come convincenti bambini le vocalmente eccellenti Jennifer Holloway e Adriana Kučerová. Il tenore Wolfgang Ablinger-Sperrhacke en travesti è la perfetta strega del supermercato.

100 minuti di musica deliziosa e oltre 40 minuti di extra nel disco che contiene sottotitoli in cinque lingue compreso il cinese, ma non l’italiano.