Die Zauberflöte (Il flauto magico)

  1. Rattle/Carsen 2013
  2. Böer/Kentridge 2011
  3. Conlon/Branagh 2006
  4. Ericson/Bergman 1975

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★★★★★

1. La seconda volta di Carsen

Nel libretto del Flauto magico le parole morte (Tod) e morire (sterben) vengono nominate innumerevoli volte – solo nel Tristano vi è un maggior numero di ricorrenze. Questa circostanza, assieme al fatto che il suo debutto il 30 settembre 1791 sia avvenuto due mesi prima della morte di Mozart, getta una luce particolare su un’opera che sembra tra le più felici del compositore, ma non si può fare a meno di ricordare la lettera al padre del 4 aprile 1787 in cui Mozart aveva confidato: «Siccome la morte (presa in sé) è il vero scopo della nostra vita, da un paio d’anni ho fatto tale conoscenza con questa vera e ottima amica dell’uomo, che la sua immagine non ha nulla di spaventoso per me, ma qualche cosa di tranquillante e consolante! […] Non mi corico mai la sera senza considerare ch’io forse (per quanto giovane) il giorno dopo non ci sarò più».

Nato al Festival di Pasqua di Baden-Baden del 2013 questo spettacolo di Carsen non ha nulla a che fare con la messa in scena che il regista canadese aveva apprestato per il festival di Aix-en-Provence vent’anni prima.

Qui egli adotta un’ottica completamente diversa: Il suo Flauto magico non è affetto da quella visione manichea di buoni contro cattivi cui siamo abituati. Nella sua visione sono tutti buoni, anche la Regina della Notte, donna sensuale e tenera madre, non l’isterica megera che abbiamo visto in molte messe in scena.

Anzi, sono Sarastro e i suoi seguaci che ci fanno pensare al lato oscuro, negativo della vicenda: abitano sotterranee necropoli, vestono grigi mantelli e sono resi ciechi da una benda che copre gli occhi. E sono loro che gettano Tamino nella fossa del serpente o spingono con violenza Pamina alle prove di iniziazione, tra cui quella della madre che le impone di uccidere Sarastro. Ma è solo un test, Astrifiammante è un personaggio positivo, anche lei è introdotta da Sarastro agli iniziati e parteciperà con apprensione alle prove cui è sottoposta la figlia.

Come nel testo di Schikaneder la morte è onnipresente anche nella messa in scena di Carsen: con l’esperienza del pericolo e della morte c’è la conseguente presa di coscienza della finitezza dell’esistenza umana da cui il carattere prezioso della vita e dell’amore per il prossimo. Il finale struggentemente umano è una riconciliazione generale cui tutti partecipano: Sarastro e i suoi iniziati, che si sbarazzano dei loro orpelli, la Regina della Notte e le sue dame, perfino Monostatos incoraggiato da Pamina. Come per molti altri registi di questi ultimi tempi (a partire dal film di  Ingmar Bergman fino al recentissimo McBurney) a Carsen non interessano simboli e riti massonici. La sua è una regia che come le migliori messe in scene “moderne” parte da una prospettiva inedita per svelarci altri aspetti della vicenda. C’è chi ha rilevato qui una lettura wagneriana (l’immagine della foresta, Tamino come Siegfried, il cattivo Monostatos come il nano nibelungico), quasi un preludio alla Tetralogia e alle opere romantiche tedesche, come in effetti è.

La visione del regista è splendidamente sostenuta dalle scene semplici e ingegnose di Michael Levine. Nel primo atto (quello della vita) siamo su un prato verde che copre anche la passerella che separa la buca dell’orchestra dal pubblico della platea. Sul fondo viene proiettata l’immagine di un bosco nell’avvicendarsi delle stagioni e prima una, poi due e infine tre fosse si aprono nel terreno: sono le porte da cui entrano i nostri giovani eroi. E infatti nel secondo atto (quello della morte) siamo nei sotterranei, il pavimento è di terra e sono le tre fosse, che vediamo dal basso verso l’alto, ora a illuminare l’ambiente ipogeo. La buca dell’orchestra è anch’essa una fossa da cui scaturisce la musica che riconcilia l’umanità la quale tutta vestita di bianco alla fine dell’opera vi si affaccia per celebrare «la bellezza e la saggezza».

Anche i costumi di Petra Reinhardt sono coerenti con l’impostazione registica: al bianco dei giovani si contrappone la rigidezza e il grigiore degli adepti di Sarastro; Papageno è un simpatico autostoppista con zaino e frigo portatile; Papagena uscirà da una tomba vestita come la sposa cadavere di Tim Burton; la Regina della Notte e le dame sono in eleganti e sexy abiti da sera.

I dettagli della messa in scena sono altrettanto preziosi della visione d’insieme. Ecco allora i costumi dei tre piccoli geni di volta in volta identici a quelli dei personaggi che vengono a salvare, o il telecomando con cui viene chiusa la bocca di Papageno, la giacca di Monostatos gettata nella fossa che riappare cadendo dall’alto nel sotterraneo…

I personaggi giovani sono interpretati qui da cantanti altrettanto giovani e attraenti: dal Tamino burroso e dal timbro affascinante di Pavol Breslik alla Pamina di Kate Royal, da Michael Nagy (Papageno) a Regula Mühlemann (la Papagena di Aix-en-Provence), anche Monostatos è un giovane, James Elliott. Tutti eccellenti.

I grandi nomi sono riservati alle parti degli “adulti”: le tre irresistibili dame (Annick Massis, Magdalena Kožená e Nathalie Stutzmann), tutte individualmente delineate; il Sarastro autorevole di Dimitrij Ivaščenko e lo Sprecher di lusso di José van Dam. Meraviglia di intonazione e precisione nelle agilità contraddistinguono la vocalità della Regina della Notte di Ana Durlovski.

I Berliner Philharmoniker avevano già suonato tre volte l’opera in studio di registrazione per le edizioni discografiche di Beecham, Böhm e Karajan, ma è la prima volta che lo fanno dal vivo e sotto la bacchetta di Simon Rattle il quale, come racconta in uno degli extra contenuti nel blu-ray, si è avvicinato con molte cautele al capolavoro mozartiano. La sua direzione è classicamente apollinea, più convincente nei momenti solenni e misticheggianti, meno in quelli umoristici della commedia.

La registrazione dello spettacolo è disponibile su doppio DVD o blu-ray che si possono ottenere solo dal sito online dei Berliner Philharmoniker. Niente sottotitoli in italiano.

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★★★★☆

2. Il Flauto visionario di Kentridge

La favola di Schikaneder ha sempre affascinato gli artisti: da Karl Friedrich Schinkel, che disegnava le scene del Flauto magico ad appena vent’anni dalla prima, a Oskar Kokoschka e Marc Chagall nel secolo passato, da Maurice Sendak a David Hockney più recentemente. In tutti questi pittori la vivacità del colore è un elemento determinante. William Kentridge, invece, come immagine della dicotomia luce/tenebre della vicenda sceglie un rigoroso bianco e nero che declina in mezzi espressivi diversi: il gesto tracciato dal gesso sulla lavagna (1), il teatro d’ombre e il cinema dei primordi. Le tre dame non si muovono mai senza un apparecchio che assomiglia al cinématographe dei fratelli Lumière e i tre gèni una lavagna su cui sono tracciati grafici geometrici. La scenografia, ideata assieme a Sabine Theunissen, richiama una camera oscura dove è la luce a creare le immagini fotografiche con il positivo/negativo della pellicola e il tutto è qui reso con proiezioni di quella grafica digitale che rende fluidi i movimenti delle immagini. Al contempo, però, con questa moderna tecnica l’artista sudafricano sembra voler ricuperare la bidimensionalità delle vecchie scene dipinte su tela del teatro barocco e dei fondali piatti in prospettiva. Nelle sue proiezioni rincorrono elementi egizi e massonici e per la Regina della Notte l’artista riprende il cielo stellato disegnato da Schinkel, ma in nero. L’unica concessione al colore è quella dei bei costumi fine ‘800 di Greta Goiris con gli sgargianti panciotti degli uomini, l’abito rosso di Pamina e la gonna verde di Papagena.

Nel 2007 è stato pubblicato un magnifico libro sull’allestimento dell’opera (Flute, David Krut Publishing) contenente i disegni dell’artista, interviste e commenti sul processo di creazione, libro che si trova solo più nel mercato dell’usato a prezzi da amatore. In rete è però disponibile il saggio di Serena Guarracino dell’Università degli Studi di Milano, The Dance of the Dead Rhino: William Kentridge’s “Magic Flute”, che analizza vari aspetti della produzione tra cui l’ambientazione allusiva al colonialismo evidente nella metafora del rinoceronte bianco africano che vediamo prima danzare nei suoi disegni e poi venire ucciso da un bracconiere in un filmato d’epoca. Lo stesso soggetto è presente in altre opere dell’artista mentre qui è la silenziosa voce della passata violenza coloniale che si mescola al messaggio ottimistico della musica di Mozart. Per Kentridge infatti il colonialismo è una realizzazione pratica dell’Illuminismo nel voler portare la “luce” (la democrazia) nel continente “nero” – gli adepti di Sarastro sembrano membri della National Geographic Society e Tamino compare vestito da esploratore.

Questo Flauto magico era nato a La Monnaie di Bruxelles nel 2005 ed era stato in seguito ripreso a Napoli, Lille, Caen, Parigi, New York e Cape Town. L’ingranaggio perfettamente rodato dell’allestimento, arrivato alla Scala di Milano nel 2011 viene qui registrato per questo DVD della Opus Arte.

Invece dei secchi accordi del clavicembalo i recitativi sono qui accompagnati da più complessi interventi musicali ideati da René Jacobs, ma la direzione di Roland Böer non è sempre convincente, con tempi staccati in maniera rigida. Le eccellenze della serata vanno assegnate, in ordine decrescente, alle voci principali. Prima di tutto all’impareggiabile Alex Esposito, il cui Papageno sanguigno e stralunato offre una lezione di recitazione teatrale in ogni sillaba del canto e del parlato, ogni movimento del corpo o smorfia della mutevole espressione facciale. Vero animale da palcoscenico, oltre che cantante di eccellente livello, Esposito saprà abilmente adattare il suo personaggio ad altre letture del Flauto Magico, come sarà pochi anni dopo per il Papageno bidello nella regia di Michieletto alla Fenice di Venezia. Subito dopo si colloca la strepitosa Astrifiammante di Al’bina Šagimuratova, per potenza vocale, precisione e acrobazie stratosferiche nelle sue due temibili arie. Intensa l’ottima prestazione di Genia Kühmeier, Pamina, qui il ruolo centrale della lettura di Kentridge: il personaggio meno compromesso con la filosofia della ragione. Di bel timbro ma esangue il Tamino di Saimir Pirgu, un principe scenicamente poco espressivo. Bella presenza ma vocalmente non autorevole il Sarastro di Günther Groissböck.

Nella regia video Patrizia Carmine non rinuncia ai suoi soliti effetti di immagini sovrapposte e dissolvenze, qui per lo meno meno fastidiosi del solito. Come extra vi sono due interviste al regista e al direttore. Sottotitoli anche in italiano.

(1) In realtà sono il negativo di disegni al carboncino su carta bianca.

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★★★★☆

3. Il film di Branagh 

Trent’anni dopo la versione cinematografica di Ingmar Bergman del 1975 e in occasione dei duecentocinquant’anni della nascita di Mozart, Kenneth Branagh, dopo tante fortunate esperienze shakespeariane, si cimenta con l’ultimo capolavoro mozartiano. Diversamente dall’edizione del maestro svedese, che ambienta il suo Flauto in un vero teatro, anche se un po’ particolare come quello del castello di Drottningholm a Stoccolma, quella di Branagh è una versione del tutto cinematografica, girata in un set e piena di effetti speciali che avrebbero fatto felici Mozart e Schikaneder. Gli interpreti cantano in playback la loro parte, qui in inglese mentre nel film di Bergman era in svedese. Ma entrambi i registi concordano in importanti varianti della vicenda originale: Sarastro è il padre di Pamina, quindi ex-marito della Regina e Monostatos alla fine si uccide.

Come in Bergman neanche qui ci sono riferimenti massonici, ma mentre là si esaltavano gli aspetti da favola infantile della vicenda, qui il messaggio è più terreno e decisamente contro la guerra. Infatti, il libretto, riscritto da Stephen Fry, ambienta la vicenda in un campo di battaglia della Prima Guerra Mondiale. Il palazzo di Sarastro è adibito a ospedale da campo e Papageno utilizza piccioni per i messaggi e canarini per rilevare i gas velenosi che minacciano Tamino – non c’è spazio per draghi qui. La prova dell’acqua per Tamino e Pamina è l’allagamento della loro trincea e quella del fuoco l’attraversamento di un campo fra le bombe. E la Regina della Notte fa il suo minaccioso ingresso su un carro armato. Alla fine l’amore dei due giovani determina anche il destino di una nazione che esce dalle tenebre della guerra, dalla morte e dalla distruzione per conquistare la luce e la pace.

La versione in inglese di Fry è pregevole anche perché preserva l’accentazione e sillabazione della lingua tedesca originale.

La Chamber Orchestra of Europe è diretta da James Conlon e il cast è stato scelto sia per le qualità vocali sia per le capacità interpretative e cinegeniche. Ecco perché a parte René Pape, autorevole nel ruolo di Sarastro portato molte volte in scena, gli altri interpreti erano debuttanti o poco conosciuti allora nel 2005. Il suo Tamino ha aperto a Joseph Kaiser una discreta carriera nell’opera lirica. Il soprano russo Lyubov’ Petrova, qui acrobatica Regina della Notte, è quella con più esperienza avendo già debuttato precedentemente come Zerbinetta. Ben Davis, Papageno, ha invece scelto la strada del musical di Broadway. L’esordiente Amy Carson è una Pamina convincente come attrice, ma dalla vocina acerba.

L’attore/regista irlandese non solo è la prima volta che affronta un’opera lirica, ma è un neofita assoluto del genere e porta una freschezza e una sincerità pregevoli nella sua visione, tanto da riuscire a commuovere anche un vecchio smaliziato spettatore come me. Questa di Branagh è un’edizione non tanto destinata al pubblico consueto dell’opera, ma per chi all’opera non ci va o non la conosce, un pubblico diverso, giovane cui l’immortale capolavoro di Mozart sembra comunque essere destinato fin da quel lontano 1791.

Il film è stato presentato al Festival del Cinema di Venezia del 2006 in un teatro La Fenice che per la prima volta ospitava una proiezione cinematografica. Il disco non ha sottotitoli e come extra ha interviste agli interpreti e il making of del film. Immagine perfetta in formato panoramico e due tracce audio.

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★★★★☆

4. Quarant’anni più tardi…

… e dopo aver assistito a molti degli innumerevoli adattamenti dell’ultimo capolavoro di Mozart (compreso quello infelicissimo di Baricco al Regio di Torino nel 2006) rieccoci a immergerci nella lettura di uno dei maestri del cinema del Novecento.

Diciamo subito che l’impressione di freschezza e gioioso stupore della prima volta è rimasta intatta. Pur non rinunciando alla sua cifra stilistica (dialoghi sussurrati, primissimi piani ecc.), Ingmar Bergman fa del suo Flauto magico non solo un lavoro di grande originalità, ma anche una delle migliori trasposizioni filmiche di un’opera in musica. E alcune delle sue invenzioni le ritroviamo riadattate negli allestimenti oggi più à la page come i tre fanciulli in mongolfiera o le moralità presentate sotto forma di didascalie.

Pur partendo da una recita allestita nel settecentesco teatrino di corte di Drottningholm con il suo attento pubblico multirazziale, il successivo montaggio trasforma la recita in un film a tutti gli effetti con scene che possono essere registrate solo in un attrezzato studio cinematografico, quello del Filmhuset di Stoccolma.

Seppure scorciata nei recitativi e con vistosi spostamenti di scene e tagli alla parte musicale, la versione è sostanzialmente fedele allo spirito del testo di Schikaneder. Non ci sono però simboli massonici e le invocazioni a Iside e Osiride sono dirette a un’entità più cristiana con Sarastro visto come una figura simile al Cristo e i suoi sacerdoti i discepoli dell’ultima cena.

Bergman filma anche l’intervallo con molta ironia. Non ci sono però le interviste dietro le quinte delle dirette dal MET. Qui durante la pausa vediamo Sarastro studiare la partitura del Parsifal, uno schiavo leggere Paperino, la regina della notte farsi una sigaretta sotto il cartello “Vietato fumare”, il ‘drago’ sgranchirsi le gambe e i due giovani innamorati giocare a scacchi come nella pièce di Giacosa.

Come farà trent’anni dopo Kenneth Branagh, anche Ingmar Bergman sceglie la sua lingua madre, lo svedese (Branagh l’inglese) e interpreti soprattutto cinegenici. I cantanti svedesi del film non erano noti allora al di fuori del loro paese e non sembra lo siano diventati neppure in seguito. Non tutti sono spigliati attori, a parte Papageno e il secondo sacerdote che si ritagliano argute scenette a due. Il playback quasi non si nota e la recitazione è comunque funzionale, un po’ meno la loro vocalità, soprattutto quella della Regina della Notte, voce potente ma stridula. Non memorabile quella degli altri interpreti.

Di ottimo livello la direzione di Eric Ericson dell’orchestra della radio Svedese.

Altre edizioni:

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