Elfriede Jelinek

Monster’s Paradise

Olga Neuwirth, Monster’s Paradise

★★★★☆

Zurigo, Opernhaus, 14 marzo 2026

Trump, vampiri e fine del mondo: benvenuti all’opera

L’opera contemporanea affronta sempre più direttamente la realtà politica e ambientale. In Monster’s Paradise, Olga Neuwirth ed Elfriede Jelinek costruiscono una satira apocalittica sul potere populista e sul declino del pianeta. La regia di Tobias Kratzer amplifica il caos con un collage visivo e multimediale, mentre la musica mescola generi diversi in un teatro musicale provocatorio e volutamente eccessivo.

L’opera, contrariamente a quanto qualcuno incautamente afferma, non è mai stata un museo. Semmai è stata una specie di specchio deformante: riflette il mondo, ma lo fa con parrucche, corazze romane, toghe senatorie e castelli medievali ricostruiti secondo il gusto dell’epoca. Dietro quelle scenografie in costume si agitavano però passioni e paure perfettamente contemporanee. L’antica Roma di Monteverdi, il Medioevo di Verdi o la Cina immaginaria di Puccini parlavano in realtà del presente dei loro spettatori.

Nel Novecento, però, questa elegante ipocrisia cade. Non c’è più bisogno di travestire l’attualità da tragedia classica o melodramma storico. Il teatro musicale comincia a raccontare il presente quasi in diretta, con protagonisti riconoscibili e vicende che odorano di giornale del mattino. Così l’opera incontra Nixon, Jackie Kennedy, Walt Disney e persino il terrorismo contemporaneo. È il caso di lavori ormai celebri come Nixon in China o The Death of Klinghoffer di John Adams, Powder her Face di Thomas Adès, Jackie O di Michael Daugherty o The Perfect American di Philip Glass. L’opera smette definitivamente di fingere: non racconta più storie lontane, ma quelle che stanno accadendo sotto i nostri occhi.

Tra i temi che negli ultimi decenni hanno attirato i compositori, uno in particolare sembra avere una forza quasi magnetica: la crisi del pianeta. L’eco del cambiamento climatico e del degrado ambientale risuona ormai anche nelle buche orchestrali. Filippo Perocco con Aquagranda, Giorgio Battistelli con CO2, Mark Grey con Frankenstein sono solo alcuni esempi di come l’opera contemporanea abbia deciso di affrontare il disastro ecologico senza troppi giri di parole.

In questo panorama si inserisce Monster’s Paradise, la nuova creazione della compositrice austriaca Olga Neuwirth, approdata prima ad Amburgo e ora a Zurigo. Il libretto è firmato insieme a Elfriede Jelinek, premio Nobel per la letteratura nel 2004 e autrice che, quando si tratta di demolire le illusioni della società contemporanea, non ha mai avuto il minimo senso della misura.

Prologo. Due vampire, Vampi e Bampi – avatar delle autrici Neuwirth e Jelinek – appaiono come narratrici. Guardano il mondo con ironia e sgomento: l’umanità sembra avviata verso l’autodistruzione tra crisi climatica, autoritarismo e culto del potere. Decidono di scendere sulla Terra per osservare da vicino ciò che sta accadendo.
Atto I – Il regno del Presidente-Re. L’azione si svolge nel palazzo iper-kitsch di un Presidente-Re, tiranno populista e narcisista che vive in un palazzo dorato pieno di simboli di ricchezza e potere; si vanta continuamente delle sue vittorie politiche; governa con propaganda, narcisismo e violenza. Attorno a lui si muove una corte assurda: consiglieri tecnologici, sostenitori fanatici e un coro di zombie che rappresenta una massa manipolata. Vampi e Bampi osservano tutto con sarcasmo, commentando l’assurdità del potere umano. Nel frattempo emerge una minaccia: dalle profondità del mare emerge Gorgonzilla, un gigantesco mostro nato da disastri ecologici e dagli incidenti nucleari.
Atto II – L’incontro con il mostro. Il Presidente-Re decide di affrontare il mostro Gorgonzilla su un’isola remota. L’episodio assume toni parodistici e spettacolari: il tiranno si presenta come un conquistatore deciso a dominare la natura stessa. Ma la realtà è più ambigua. Gorgonzilla non è solo una creatura distruttiva: è anche il prodotto degli errori dell’umanità. Vampi e Bampi riflettono sul paradosso centrale dell’opera: l’umanità potrebbe essere salvata solo da un mostro. In questa parte compaiono anche figure simboliche e visionarie, come una una divinità che ammonisce gli uomini, mentre la scena si riempie di immagini apocalittiche.
Atto III – La caduta del tiranno. Il conflitto culmina nello scontro tra il Presidente-Re e Gorgonzilla. Il tiranno continua a proclamare la propria grandezza e il proprio diritto a dominare il mondo. Ma il mostro si rivela più potente. Alla fine Gorgonzilla divora il Presidente-Re, eliminando il despota. Tuttavia il trionfo del mostro non porta la liberazione sperata: anche Gorgonzilla mostra segni di trasformarsi a sua volta in una forza autoritaria. L’opera suggerisce che il problema non è solo il tiranno, ma il sistema che lo genera.
Epilogo – Dopo la fine del mondo. Il mondo viene travolto dalla catastrofe: le città sono sommerse e resta soltanto un paesaggio acquatico post-apocalittico. In un’immagine finale di grande poesia, Vampi e Bampi galleggiano su una zattera con un pianoforte. Suonano a quattro mani la Fantasia in fa minore di Schubert, mentre tutto attorno è distruzione. Il finale lascia una domanda aperta: se la civiltà è fallita, può l’arte sopravvivere e conservare qualcosa di umano?

Chi si aspetta una trama lineare farebbe bene a lasciare le speranze nel guardaroba. Il testo di Jelinek non procede secondo la logica narrativa tradizionale. Piuttosto scorre come un fiume linguistico tumultuoso: frammenti, slogan, citazioni, sarcasmi, giochi di parole, invettive politiche e improvvise deviazioni meta-teatrali. Non c’è una storia nel senso classico del termine, ma una specie di corrente verbale che trascina tutto con sé.

Il bersaglio principale è la politica spettacolo del nostro tempo. Al centro compare un Presidente-Re caricaturale, un leader autoritario che incarna narcisismo, populismo e culto della personalità. Il linguaggio con cui si esprime è quello deformato della propaganda, dei talk show, dei social network: slogan ripetuti fino allo sfinimento, parole svuotate e riassemblate, retorica che diventa rumore.

La satira non è mai sottile. Ma non è nemmeno limitata a una singola figura. Jelinek colpisce un intero ecosistema: il sistema mediatico che produce leader come se fossero star televisive, la cultura politica che trasforma il potere in intrattenimento, il pubblico stesso che consuma questo spettacolo con la stessa voracità con cui guarda una serie su Netflix.

Un secondo ingrediente fondamentale è il grottesco. Il mondo di Monster’s Paradise sembra uscito da un incubo teatrale in cui convivono vampiri narratori, mostri marini, figure caricaturali e creature degne di un luna park horror. Il riferimento implicito è quello del Grand Guignol, il celebre teatro parigino che a fine Ottocento faceva rabbrividire il pubblico con storie sanguinolente e sensazionalistiche.

Qui però l’orrore non è fine a sé stesso. È una lente deformante attraverso cui la realtà contemporanea appare per ciò che forse è diventata: un teatro dell’assurdo popolato da mostri molto simili a noi. Su tutto aleggia una dimensione apocalittica: il degrado della vita pubblica e l’autoritarismo si intrecciano con l’immagine di un pianeta sempre più vicino al collasso. I mostri e le creature fantastiche funzionano allora come metafore di un mondo percepito come profondamente distorto, quasi irriconoscibile.

Il testo porta con sé tutte le caratteristiche della scrittura di Jelinek: montaggi di registri linguistici diversi, citazioni implicite della cultura popolare e mediatica, ripetizioni martellanti, ironia corrosiva. Come testo letterario autonomo può risultare ostico, a tratti persino respingente. Ma dal punto di vista musicale offre un materiale straordinariamente ricco di ritmo e sonorità.

Naturalmente non mancano i limiti. L’assenza di una trama definita e  la densità di allusioni politiche, giochi linguistici e riferimenti culturali rischia di trasformare il libretto in una giungla semantica, soprattutto per chi non è abituato allo stile di Jelinek. In certi momenti la satira diventa così insistente da schiacciare la dimensione teatrale. Più che assistere a un’azione drammatica, si ha la sensazione di ascoltare un lungo commento politico.

Ed è qui che entra in gioco il regista Tobias Kratzer. Con una scelta intelligente – e anche un po’ temeraria – decide di non domare il caos del libretto, ma di cavalcarlo fino in fondo. Il risultato è uno spettacolo che mescola horror, fumetto, rock, politica, elettronica e videoarte in un gigantesco collage scenico. Sin dall’inizio è chiaro che non siamo nel territorio dell’opera tradizionale. Il pubblico viene accolto nel foyer da cheerleader armate di pon-pon, mentre sul palcoscenico compaiono zombie, mostri giganti, parodie di personaggi pop e spettacolari proiezioni video. Il bombardamento visivo è continuo. Teatro, cinema e installazione artistica convivono nello stesso spazio. A tratti sembra di assistere a un’opera che ha digerito YouTube, i meme e la cultura digitale.

Il protagonista, una sorta di incrocio tra l’Ubu di Jarry e il dittatore grottesco del film di Chaplin, è la caricatura di un leader autoritario contemporaneo. Le allusioni a Donald Trump sono tutt’altro che discrete. Il “palazzo sfarzoso e riccamente decorato” previsto dal libretto, per gli scenografi Matthias Piro e Johanna Schulz-Bongert diventa sulla scena lo Studio Ovale della Casa Bianca. Solo che qui l’inquilino ha arredato l’ufficio con un gusto decisamente personale: un water in oro massiccio come poltrona, un armadio Coca-Cola, una lampada a forma di Melania e, in un angolo, una pila di Epstein files.

La satira politica è evidente, ma ridurre lo spettacolo a una caricatura sarebbe un errore. Il bersaglio, in fondo, non è solo un leader ma il declino collettivo: la crisi climatica, la tecnologia fuori controllo, il culto del potere. In questo senso Monster’s Paradise somiglia a una sorta di fantascienza musicale sul fallimento della civiltà contemporanea.

Se la scena è un caos visivo, la musica non è certo più disciplinata. La partitura di Neuwirth costruisce un paesaggio sonoro che ricorda una radio impazzita: rock distorto, elettronica, jazz, citazioni colte, frammenti orchestrali che appaiono e scompaiono all’improvviso. L’orchestra tradizionale convive con chitarra elettrica, batteria e live electronics. La buca orchestrale diventa una centrale sonora in cui ogni genere musicale viene smontato e ricombinato. Con una durata di circa due ore e senza numeri chiusi nel senso tradizionale, l’opera procede come una successione di quadri fortemente contrastanti. Momenti narrativi si alternano a episodi grotteschi e a sezioni quasi rituali.

Il risultato è una musica spesso brutale ma anche sorprendentemente ironica. In certi momenti affiora il ricordo del teatro musicale di Ligeti, con la sua miscela di sarcasmo e virtuosismo sonoro. Le percussioni martellano, la chitarra elettrica graffia, i campioni digitali creano un flusso quasi cinematografico. Chi cerca melodie da canticchiare uscendo dal teatro resterà probabilmente deluso. Ma proprio questa anarchia sonora è il motore dell’opera. Neuwirth non costruisce una narrazione lineare: compone un collage che riflette la frammentazione del mondo contemporaneo. L’opera si inserisce nella linea del teatro musicale contemporaneo che unisce critica politica, grottesco e spettacolarità visiva. In questo senso, Monster’s Paradise dialoga con altre opere della stessa compositrice, come Lost Highway e Orlando, nelle quali la dimensione teatrale e multimediale è centrale. Nel complesso, il lavoro rappresenta una nuova tappa nella ricerca di Neuwirth su un teatro musicale ibrido, in cui musica, parola, elettronica e immagine scenica concorrono alla costruzione di un’esperienza drammaturgica fortemente contemporanea.

In mezzo a questo turbine, il cast riesce sorprendentemente a mantenere il controllo della situazione. Le vampire protagoniste – interpretate vocalmente da Sarah Defrise e Kristina Stanek assieme a Sylvie Rohrer e Ruyh Rosenfeld – funzionano come guide attraverso il delirio scenico: ironiche, malinconiche, a tratti quasi commoventi. Accanto a loro, il baritono Robin Adams (che si alterna a Gorg Nigl in due recite) offre un ritratto volutamente esagerato del Presidente-Re, un personaggio che alterna comicità e inquietudine. Non da meno sono i controtenori Andrew Watts ed Eric Jurenas (Mickey e Tuckey). La voce elettronicamente deformata del mosgtro Gorgonzilla è del mezzosoprano Anna Clementi mentre sotto la pesante pelliccia dell’orso troviamo il basso-baritono Ruben Drole. Sulla volta della sala neobarocca appare perfino il volto di una dea cinematografica: Charlotte Rampling in video, presenza enigmatica e quasi mitologica.

Il direttore Titus Engel, specialista di musica contemporanea, tiene insieme la partitura con notevole precisione. Dietro l’apparente anarchia della musica di Neuwirth si nasconde infatti una costruzione estremamente rigorosa.

E poi, dopo due ore di immagini, provocazioni e rumori, arriva la sorpresa finale. Il mondo è ormai devastato. Tra le rovine galleggiano le due vampire su una zattera. E lì, in mezzo all’apocalisse, suonano a quattro mani la Fantasia in fa minore di Schubert. È un momento sospeso, quasi lirico. Dopo tanto caos teatrale, la musica del passato appare come un fragile rifugio. Non salva il mondo, ma lo illumina per un attimo.

Monster’s Paradise non vuole essere elegante, né equilibrata, né tantomeno rassicurante. È un’opera volutamente eccessiva, una macchina teatrale che accumula immagini e suoni per riflettere il rumore del nostro tempo. Come le grandi provocazioni del Novecento – da Ubu Roi in poi – rischia di sembrare troppo rumorosa, troppo grottesca, troppo arrabbiata. Ma è proprio questo rumore a renderla viva.

La domanda inevitabile resta: è questo il futuro dell’opera? Forse no. Ma è certamente una delle strade possibili. Un teatro musicale che dialoga con il cinema, la cultura pop, la politica e la tecnologia senza paura di esagerare. E soprattutto dimostra una cosa semplice: l’opera contemporanea può ancora far discutere, indignare, entusiasmare.

In fondo è esattamente quello che l’arte dovrebbe fare. Anche – e forse soprattutto – quando ci costringe a guardare un mondo popolato da mostri.