Louis Gallet

Le Cid

Jules Massenet, Le Cid

★★☆☆☆

Marsiglia, 17 giugno 2011

(registrazione video)

L’onore prima di tutto

Continue fanfare su un’armonia sommariamente improntata al gusto fin de siècle, una scrittura che conserva la grandiloquenza dell’opera romantica, un declamato stentoreo e personaggi senza spessore: Massenet ha composto la partitura di Le Cid in grande fretta e si sente. Di certo questo non è il suo capolavoro, interessante sì, ma non commovente. In questa produzione dell’Opéra di Marsiglia poi l’ambientazione novecentesca non rende la vicenda a noi più vicina e l’insulsa questione d’onore che porta il protagonista a uccidere il padre della sua amata, la quale aveva chiesto all’Infanta di rinunciare all’amore per l’uomo di cui è follemente invaghita, è radiosa di felicità per l’onore assegnato al suo amato, ma poi accecata dalla sete di vendetta ne chiede la morte appena apprende del padre caduto in duello per mano sua, salvo poi cedere nuovamente quando lui la viene a trovare prima di partire per la guerra, per infine accettarlo come sposo… il tutto sfugge a ogni plausibilità e identificazione col personaggio.

Nella messa in scena di Charles Roubaud, con le realistiche e piatte scenografie di Emmanuelle Favre che riprendono l’art déco del teatro di Marsiglia, la Reconquista diventa una guerra coloniale spagnola ma nel periodo suggerito dai costumi, gli anni 1950, il paese era sotto la reggenza franchista e l’ultimo re, Alfonso XIII, era stato deposto nel ’31. Così si trivializza una vicenda il cui posto è nella leggenda – appare anche un santo – non nella quotidianità borghese.

Fidès Devriès, creatrice del ruolo il 30 novembre 1885 all’Opéra di Parigi, fu un soprano lirico, qui abbiamo invece il mezzosoprano Béatrice Uria-Monzon dal timbro molto scuro, con un’emissione urlata e acuti troppo vibrati. Debutto nel ruolo titolare quello di Roberto Alagna, ma è un po’ tardi: in difficoltà di intonazione (ma non è l’unico in questa produzione, purtroppo) e prudente all’inizio, poi riprende quota se non scenicamente (la posa occhi in alto con aria ispirata è la preferita) almeno vocalmente, squillante e generoso, ma lo smalto non è più quello di una volta.

Usurati i mezzi vocali dei due padri, teso e impacciato il re un po’ troppo giovanile di Franco Pomponi, coro un po’ sconclusionato, resta la direzione talora disequilibrata di Jacques Lacombe che effettua alcuni tagli alla partitura ed elimina completamente i balletti.

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Le Cid

Jules Massenet, Le Cid

direzione di Emmanuel Villaume

regia e scene di Hugo De Ana

coreografie di Leda Lojodice

2001, The Washington Opera

Il libretto di Louis Gallet, Édouard Blau e Adolphe d’Ennery è basato sull’omonima tragicommedia di Pierre Corneille (1636) a sua volta tratta da Mocedades del Cid (La gioventù del Cid, 1621) di Guillem (Guillén) de Castro in cui si narra delle vicende del condottiero castigliano Cid (in arabo al sayyid, il signore) Campeador (vincitore), ossia Rodrigo Diaz de Vivar (Bivar) vissuto nell’XI secolo, cavaliere di nobili virtù e campione della cristianità esaltato nel Cantar de mi Cid, il più antico e importante testo della poesia epica spagnola (XII secolo).

Gallet e Blau nel 1873 avevano scritto il libretto per Bizet che stava lavorando alla Carmen, ma l’incendio dell’Opéra prima e la morte del compositore francese mandarono a monte il progetto e indussero l’editore Hartmann a proporlo dieci anni dopo a Massenet, che lo mise in musica con qualche cambiamento.

A Burgos nell’XI secolo, durante la guerra contro i Mori. Il re ha nominato Rodrigue de Bivar, detto ‘Le Cid’, cavaliere e suo padre Don Diègue tutore del principe ereditario. Il conte de Gormas si risente per non aver ottenuto l’onore attribuito a Don Diègue e offende pubblicamente il rivale. Rodrigue ama ricambiato la figlia del conte, Chimène, ma per vendicare l’offesa fatta al padre sfida ugualmente Gormas a duello e lo uccide. Chimène viene a sapere che è il promesso sposo il colpevole. Nella grande piazza di Burgos il re e l’infanta assistono a danze e festeggiamenti. Chimène esige che sia fatta giustizia, ma la punizione del giovane viene rimandata perché i Mori dichiarano guerra alla Spagna e Rodrigue chiede di partire e di dare la propria vita per la patria. Prima di andare a combattere domanda perdono alla fanciulla amata, la quale, triste e sconsolata, gli augura di tornare vincitore. Rodrigue ha paura dell’imminente battaglia e chiede la protezione e l’aiuto di San Giacomo di Compostela, che gli appare predicendogli la vittoria. Lo scontro termina e Rodrigue ritorna vincitore, viene acclamato da tutti come Cid Campeador, ma il re deve ugualmente punirlo per la morte di Gormas e decreta che sia la stessa Chimène a decidere sulla sorte dell’amato. La fanciulla lo ha perdonato e quando il Cid tenta di uccidersi, ferma la sua mano. I due giovani possono unirsi in matrimonio con la benedizione del re.

«Una pagina caratteristica dell’opera è rappresentata dalle danze: castillane, andalouse, aragonaise, aubade, catalane, madrilene e navarraise che, oltre alle melodie e ai ritmi particolari, racchiudono delle vere e proprie “impressions d’Espagne” […] Destinato alla danzatrice Rosita Mauri, questo balletto offre ritmi molto interessanti. […] Degna di nota è l’aria di Chimène “Pleurez mes yeux”, che presenta caratteristiche singolari, sia per il trattamento dell’orchestra sia per la scrittura vocale. L’orchestra ha un notevole rilievo non solo nell’ampia introduzione, ma anche perché è in continua dialettica con la linea del canto, mentre la voce si sposta di continuo dal registro grave all’acuto e viceversa […] riuscendo così ad aumentare la tensione e il fervore fino a raggiungere l’apice di passione nella frase “Tu ne saurais jamais conduire”. Anche il duetto successivo Rodrigue-Chimène “O jours de première tendresse” è ispirato; ove Massenet esprime gli stati d’animo dei due innamorati travolti da sentimenti contrastanti, tormentati dall’insicurezza, ripiegati a contemplare le loro debolezze e disillusioni. Il quarto atto conclude l’opera trionfalmente con grande ostentazione di vessilli, trombe, popolo inneggiante che acclama il vincitore, ritmi che scandiscono il passo da parata e insiemi vocali con numerosi acuti dedicati ai protagonisti. Un finale maestoso, richiesto dalle esigenze del libretto e ben realizzato, ma non pienamente congeniale alle migliori doti del compositore». (Maria Menichini)

Non delle più frequentate tra le opere di Massenet, Le Cid vede le scene nel 2001 alla Washington Opera con Plácido Domingo ed Elisabete Matos interpreti principali. Sotto la bacchetta di Emmanuel Villaume Domingo offre una delle sue performance più sfolgoranti.

  • Le Cid, Marsiglia, 17 giugno 2011

Le roi de Lahore

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★★★☆☆

«Ah! mon français est infâme et Dieu me frappera!»

La febbre dell’esotismo non ha risparmiato nessuno dei compositori dell’Ottocento francese. Neanche Massenet ne è rimasto indenne e prima dei grandi capolavori intimisti per cui è ricordato ha prodotto questo esotico grand-opéra dal libretto inverosimile che fu il suo primo successo. Rappresentato a Parigi il 27 aprile 1877 nel nuovo Palais Garnier, Le Roi de Lahore subito dopo prese la strada dell’Italia. Storiche furono le rappresentazioni, in italiano (in cui Sitâ viene ribattezzata Nair), al Regio di Torino nel febbraio 1878 con alcune aggiunte alla partitura che Massenet aveva preparato apposta. Seguirono Roma, Bologna, Venezia e infine Milano, dove fu replicata venti volte durante la stagione.

Il libretto in cinque atti di Louis Gallet narra dell’amore tra la sacerdotessa Sitâ del tempio di Indra e un misterioso straniero, che si rivelerà essere Alim, re di Lahore. Il perfido Scindia, che aspira a impadronirsi del suo trono, scoperta la vera identità dell’amante, lo accusa davanti al gran sacerdote Timour che lo condanna a espiare muovendo guerra ai musulmani che minacciano la regione. In battaglia Alim viene sconfitto e, ferito gravemente, torna a Lahore con le truppe in rotta solo per morire tra le braccia dell’amata. Nel terzo atto siamo nel paradiso degli indù (!) con il conseguente corredo di danze orientali, voci celesti, scintillio di gioielli e veli. Un inedito valzer per sassofono, strumento di recente invenzione a quei tempi, causò non pochi problemi di ‘esportazione’ poiché difficilmente le orchestre ne erano  dotate allora. Avendo ottenuto da Indra di potersi reincarnare in un mendicante e di vivere finché Sitâ resterà in vita, Alim torna a Lahore giusto in tempo per assistere alla scena dell’incoronazione dell’usurpatore e rivelarne i delitti davanti a tutto il popolo. Nell’ultimo atto i due amanti braccati si rifugiano nel tempio di Indra e lì, dopo aver espresso la sua disperazione in un’aria prototipo dei grandi monologhi delle eroine massenetiane, Sitâ si pugnala provocando così anche la morte di Alim. A Scindia, ora pentito, non resta che piangerne la tragica fine.

Che con una storia del genere non fosse facile essere sinceramente ispirati è comprensibile. Massenet riempie l’opera di tanta musica, molta è convenzionale ma comprende già alcune belle pagine che fanno intravedere il futuro grande compositore.

Le Roi de Lahore rappresenta il crepuscolo di un genere, il grand-opéra, che nel 1877 si poteva già considerare estinto. Meyerbeer, Halévy, Auber, i maestri del genere, erano tutti deceduti e Wagner stava rivoluzionando il teatro musicale. Non minor peso aveva avuto la mutata situazione politica: l’Impero aveva ceduto il passo alla Repubblica e le élites borghesi si affiancavano con gusti diversi a quelle aristocratiche nel pubblico dei teatri.

La terza opera di Massenet viene riproposta nel dicembre 2004 alla Fenice di Venezia in una nuova edizione critica e con la direzione musicale di Marcello Viotti. La fluidità di concertazione del maestro svizzero dà smalto ulteriore a questa partitura e ne esalta gli aspetti più preziosi, dall’ouverture sinfonica di ampio respiro, al duetto del secondo atto, all’effetto magico del sassofono nel terzo, al monologo di Sitâ nel finale.

Il cast non prevede cantanti di lingua francese (ma perché?) e si sente: la pronuncia è fortemente approssimativa per tutti gli interpreti, senza raggiungere comunque gli eccessi di certe registrazioni audio dell’opera. Bellissima la voce del soprano Ana María Sánchez, ma gli acuti sono urlati e fisicamente risulta poco credibile. Un buono stilista è il tenore albanese Giuseppe Gipali, Alim, così come il baritono bulgaro Vladimir Stoyanov, il perfido Scindia. Troppo stentoreo e scenicamente impacciato il Timour di Riccardo Zanellato.

La regia di Arnaud Bernard non prevede movimenti in scena che non siano lo strascicamento di piedi, la mano al cuore o le braccia alzate e un andirivieni sconclusionato. Peggio ancora con le masse. Per di più i brutti costumi di Carla Ricotti trasformano i personaggi in marionette rigide. La lettura del regista oscilla tra la scarsa adesione alla vicenda e l’ironia. È il terzo atto, quello del paradiso indù e del balletto, a dare un guizzo allo spettacolo. Sui versi «Libres du lien mortel, | nous planons dans la lumière, | oubliant la vie amère, | pour les délices du ciel!» la scena si apre su un ballo in costume in quella che potrebbe essere una stazione termale fin de siècle con abiti da sera, camerieri in frac e fotografi pronti a immortalare l’avvenimento. La “lumière” dei versi è qui un grande lampadario che ha bisogno dell’intervento di un elettricista e “les délices du ciel” comprendono oltre a un ricchissimo balletto con la coreografia di Gianni Santucci la proiezione di un film muto di ambientazione esotica e l’ingresso di Indra su un elefante d’argento.

Più stilizzate le scenografie, di Alessandro Camera, degli altri atti con stūpa semoventi nel primo e nel quinto, tende a righe nel secondo e nel quarto un palazzo a pandoro con la facciata del Hawa Mahal, il Palazzo dei Venti di Jaipur. Suggestive le luci di Vinicio Cheli.

I due DVD su cui è registrata la rappresentazione sono dedicati alla memoria del maestro Marcello Viotti che è venuto a mancare neanche due mesi dopo all’età di cinquant’anni.

Thaïs

 

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★★☆☆☆

Da cortigiana a santa e una sfilata di moda al rallentatore

La comédie lyrique Thaïs che Massenet rappresenta all’Opéra di Parigi nel 1894 su libretto di Louis Gallet è tratta dall’omonimo romanzo di Anatole France in cui il monaco cenobita Athanaël intende convertire al cristianesimo la cortigiana Thaïs (che non è la Taide dell’Inferno dantesco, personaggio ancora più dissoluto ma appartenente a una commedia di Terenzio) che corrompe il popolo di Alessandria spingendolo al culto di Afrodite. Nel corso della vicenda però il monaco si innamora della donna ed è lui che alla fine si danna mentre Thaïs scopre la seduzione della fede, cerca rifugio in un cenobio nel deserto e muore dolcemente tra le sue braccia assorta in una celeste visione.

Tipica del suo tempo, l’opera attinge a quel clima di voluttà e religiosità intimamente e morbosamente intrecciate che Massenet traduce mirabilmente in musica. Prima interprete dell’opera fu quella Sibyl Sanderson particolarmente ammirata dal compositore che scrisse per lei anche l’Esclarmonde.

Nella produzione del teatro Regio di Torino del 2008 abbiamo una Barbara Frittoli perfetta come physique du rôle (anche come monaca di clausura non rinuncia a esibire la sua generosa scollatura), ma la voce è troppo vibrata e logorata. Il confronto con le rivali del passato (Doria, Moffo, Sills…) è impietoso. Pazienza se non spara il re sopracuto con cui si conclude la sua aria allo specchio, ma è la sua interpretazione che non è vocalmente all’altezza se non nel duetto dell’ultimo atto, reso invece bene.

L’assonanza al nome Athanaël deve essere stato l’unico motivo della scelta del baritono Ataneli. Ha voce potente, ma monotona, usa quasi sempre solo il registro forte, l’intonazione non è sempre ineccepibile e ingessato com’è non dimostra la torturata passione che il ruolo richiede. La traiettoria discendente del suo personaggio – simmetrica a quella ascendente della cortigiana – non è per niente evidente.

In parte è colpa della messa in scena glaciale, lambiccata, spesso astrusa ed estranea alla vicenda, di Stefano Poda, autore di regia, scene, costumi, coreografie, luci e quant’altro alla «ricerca di un’unità estetica e concettuale», come dice egli stesso nel suo sito. L’aspetto visivo nelle sue messe in scena è preponderante e raggiunge vertici di massima eleganza e ipnotica bellezza. Le fotografie dei suoi spettacoli sono lì a dimostrarlo con evidenza. Ma il teatro, anche quello di Massenet, è altra cosa, è fatto di azione, passioni, sentimenti, emozioni, del tutto assenti nei pur stupefacenti tableaux vivants del regista. La totale mancanza di interazione tra i due personaggi principali rende la vicenda distante e non coinvolgente.

Malgrado il calore del sito (siamo in Egitto) e le vampe della lussuria, etere e schiavi (o chi altro sono) sono tutti incappucciati in pesanti palandrane lunghe nere e con strascico. Sarà per non sudare che tutti si muovono lentissimamente come modelli di una sfilata di moda al rallentatore. Anche alla gioiosa musica di cimbali e tamburini della banda che prepara l’arrivo di Thaïs, non si scompone un capello. Nude sono invece le enigmatiche figure maschili che sono spesso in scena.

Le indicazioni del libretto sono quasi sempre disattese. Come quando Crobyle e Myrtale costringono il cenobita a cambiarsi d’abito per essere ricevuto nel palazzo di Nicias: «Cache tes riguers sous cette robe souple» (nascondi il tuo rigore sotto questa morbida veste) e si divertono a profumarlo e a cospargerlo di unguenti ammirando il suo corpo svestito «Ah! Il est beau comme un jeune dieu!» (è bello come un giovane nume). Nulla, sulla scena non accade niente di tutto questo. Come se fosse una recita in forma d’oratorio con sfondo di bellissime immagini avulse dalla vicenda.

La prima scena del II atto si svolgerebbe poi davanti a uno specchio in casa di Thaïs, ma ci troviamo invece davanti a quello che sembrerebbe il puzzle del tempio indiano di Khajuraho con i particolari dei suoi bassorilievi erotici. E vada per la mancanza di specchio, di altarino a Venere e de «l’or pur de mes cheveux», ma l’«éternellement” che conclude la sua aria, cantato «avec élan et ivresse» (con slancio ed ebbrezza) dice il libretto, è solo gridato.

La “méditation” invece che a sipario abbassato si dipana nell’orchestra mentre in scena i ballerini eseguono un lentissimo tai chi sotto una pioggia di petali di fiori… E mentre il coro vocalizza sulla «ah» (anche se la partitura prescrive invece un intervento a bocca chiusa), dall’alto una clessidra di perspex scende, lentamente, sui personaggi. Il tempo della conversione è arrivato – dannazione! penserà poi Athanaël.

Un quadro a parte è quello dei balletti in cui Poda, non legato alla storia che deve narrare, ci dà un esempio delle sue qualità di moderno coreografo. È il momento migliore della serata salutato dal pubblico torinese con il più lungo applauso. Qui almeno i corpi si muovono!

Eccellenti la direzione di Noseda e la prestazione dell’orchestra del Regio. Dizione quasi da caricatura degli interpreti, nessuno escluso. Possibile che non ci fosse un ripetitore di lingua francese per correggere la pronuncia?

Ottima la regia video di Tiziano Mancini. Due tracce audio e sottotitoli in cinque lingue, compresa l’italiana.