Vincenzo Grimani

Agrippina

Georg Friedrich Händel, Agrippina

Monaco, Prinzregententheater, 28 luglio 2019

★★★★☆

(diretta streaming)

Ottetto paranoico in un interno

Otto personaggi: sette mentono, uno solo è onesto e sincero. In un ambiente nero e claustrofobico essi svelano le loro personalità spinte dalla libido e dalla brama di potere in un gioco crudele di intrighi e macchinazioni. Il regista Barrie Kosky spoglia la vicenda fino a svelarne i crudi risvolti psicologici e trasformandola in un caleidoscopio dei sentimenti umani. In scena c’è solo una fredda struttura metallica a due piani, scale, stanze bianche illuminate da luce fluorescente, finestre con tapparelle. La struttura, di Rebecca Ringst, ruota e si scompone per creare i diversi ambienti. Tutto è giocato sulle capacità attoriali degli interpreti e sulla direzione di Ivor Bolton che asseconda il regista nel sottolineare gli aspetti comicamente tragici o tragicamente comici di questa commedia con cui il 24enne Händel sbalordì il pubblico veneziano il 26 dicembre 1709.

Convinto che il teatro barocco sia quanto mai attuale, Kosky, maestro della Personregie, mette impietosamente a nudo il gioco crudele che sottende questa commedia, salvo poi sfogarsi con la sua ironia nella scena da pochade dei tre amanti di Poppea che giocano a nascondino – e dove il campanello della porta suona lo “Hallelujah” del Messiah. O in quella del primo atto quando Nerone «apporta sollievo ai miseri» tra il pubblico divertito della prima fila. Nel finale poi, invece della discesa di Giunone e dei suoi seguaci, l’orchestra intona un melanconico adagio per Agrippina che resta sola in scena, abbandonata da tutti, mentre una tenda scende lentamente fino a farla sparire.

A capo della Bayerisches Staatsorchester, utilizzante anche strumenti barocchi, Ivor Bolton infonde energia e ritmo con una lettura drammatica e nervosa della miracolosa partitura. Nel ruolo titolare Alice Coote si dimostra grande attrice, spesso sopra le righe e utilizza i salti di registro della sua parte in maniera quasi espressionistica. Il suo morboso rapporto con il figlio mette in una nuova luce la sua smania di volerlo innalzare al trono. In «Ho un non so che nel cor», con quell’accompagnamento livido degli archi, raggiunge momenti di forte espressività. Fagioli, che come cantante incarna un po’ la mostruosità dei castrati, qui è uno skinhead con piercing e tatuaggi che mostra il lato inquietante del suo personaggio. Manierato e artificioso, smorfie comprese, costruisce un Nerone perturbante che di «Come nube che fugge dal vento» fornisce una lettura isterica foriera di future temibili furie. Inutile dire che il teatro esplode in applausi fragorosi alla sua performance.

Iestyn Davies è un Ottone lirico ed elegante, forse un po’ esile, ma che in «Voi che udite il mio lamento» si dimostra intensissimo e conclude drammaticamente la prima delle due parti in cui è ormai consuetudine dividere l’opera. Il suo meraviglioso duetto con Poppea tocca poi vertici di estenuato languore e malinconia, la quale Poppea trova in Elsa Benoit una valida interprete per presenza scenica e vocale. Il Claudio di Gianluca Buratto è sanguigno, testosteronico ma vocalmente un tantino sguaiato e dall’intonazione poco curata. Pallante e Narciso diversi per voce (basso il primo, controtenore il secondo), ma entrambi maschere efficacissime, sono Andrea Mastroni ed Eric Jurenas. Markus Suihkonen, Lesbo, conclude il cast di questa intrigante produzione.

 

Agrippina

Georg Friedrich Händel, Agrippina

★★★☆☆

Northington, The Grange, 8 giugno 2018

(video streaming)

Agrippina da farsa nella campagna inglese.

Versione ridotta dell’opera Agrippina di Händel qui al Grange Festival (1). Non solo i recitativi sono decimati e molte scene eliminate, le arie sono quasi sempre prive non solo del da capo ma anche della seconda sezione. Lettura senza particolari bellurie quella di Robert Howarth, ma con equilibrio tra le voci in scena e l’orchestra Academy of Ancient Music in buca. I tempi sono rapidi e coerenti con la scelta di rendere la vicenda di corruzioni, seduzioni e tradimenti a ritmo frenetico.

Walter Sutcliff punta sulla semplicità della messa in scena e sulla simpatia e vivacità dei cantanti, specialisti del barocco come Anna Bonitatibus o Raffele Pe: la prima è un’Agrippina dall’aria di casalinga a suo agio nei grandi salti di registro della parte; il secondo è un Nerone impetuoso e buffonesco che snocciola con facilità le agilità di «Come nube, che fugge dal vento». Una sorpresa è l’Ottone di Christopher Ainslie, interprete vero e sensibile; talora i suoni sono un po’ fissi, ma il timbro è piacevole e con la sua aria «Voi, che udite il mio lamento» con oboe obbligato fa terminare con grande pathos la prima delle due parti in cui è divisa la rappresentazione e per una volta non gli viene tagliata l’aria del terzo atto con violoncello obbligato. Al suo fianco figura una vocalmente esile Poppea, Stefanie True. Sul caricaturale il Claudio di Ashkey Riches e non memorabili le voci di Alex Otterburn (Pallante) e James Hall (Narciso). Di sicuro mestiere il Lesbo di Jonathan Best.

La scenografia di Jon Bausor utilizza una piattaforma rotante che permette i cambi di scena con l’efficace gioco luci di Wolfgang Göbbel. Con gli abiti di tutti i giorni di Sydney Florence, Claudio sembra un attempato playboy di periferia e Ottone un ragazzotto qualsiasi in t-shirt, ovviamente firmata Versace come la bigiotteria e gli abiti sfoggiati da Agrippina, mentre Poppea è in hot pants, sandali con la zeppa e giubbotto di jeans prima di indossare un più seducente abito di raso color corallo.

La notizia del naufragio di Claudio arriva per whatsapp alla moglie Agrippina mentre è da sola nella platea formata da file di poltrone che rispecchiano quelle della sala costruita nella dimora degli Ashburton a Nothington. Quando i sedili spariscono, l’aggiunta di alcune colonne trasforma il palcoscenico nell’ingresso della villa che dà sul verde dello Hampshire che si vede al di là della porta. «Pensieri» poi Agrippina lo intonerà su un modellino dell’edificio. L’idea del teatro nel teatro non è certo nuova, ma si adatta bene alla vicenda del Cardinale Grimani dove realtà e finzione sono indissolubilmente legati e dove possiamo rispecchiare i nostri vizi in quelli rappresentati. Qui Nerone non si rivolge ai poveri in scena (spesso finti come nella produzione di Carsen), ma scende in platea tra il pubblico a offrire il suo denaro. Il regista punta sugli aspetti satirici di questa irridente commedia con risultati che divertono il pubblico e spesso sulla commedia prevale la farsa, come negli incontri erotici sotto la piattaforma con Claudio a brache calate o Nerone che controlla i preservativi nel portafoglio, ma il teatro di Händel riesce a sopportare anche un tipo di approccio così disinibito.

(1) Da non confondere con The Grange Park Opera, nata due anni fa per una disputa tra la proprietà della dimora nello Hampshire e i fondatori del festival. Il risultato per una volta è stato positivo: due diverse rassegne e un nuovo teatro di 700 posti immerso nel verde del Surrey.

 

Agrippina

2639_PhotoWerK_TAW_Agrippina_BOI_HiRes_023

Georg Friedrich Händel, Agrippina

★★★★★

Vienna, Theater an der Wien, 29 marzo 2016

(live streaming)

Sesso, potere e fake news. Ieri come oggi

È inutile girarci intorno: che cos’è Agrippina se non una vicenda di sesso e potere? Robert Carsen qui va dritto al segno nella sua lettura del dramma di Händel e fin da subito vediamo infatti Agrippina promettere i suoi favori sia a Pallante sia a Narciso affinché sostengano l’elezione del figlio Nerone dopo il falso annuncio della morte di Claudio. Due scene simili che il regista Carsen rappresenta in modo ironicamente identico sulla stessa scrivania. «Quanto fa quanto puole | necessità di stato; io stessa, io stessa: | nulla più si trascuri, all’opra all’opra | lode ha, chi per regnar inganno adopra» commenta cinicamente Agrippina dopo aver usato i due bellimbusti e averli poi spediti ad aizzare la folla a favore del figlio. Nella scena seguente vediamo infatti Nerone, debitamente ripreso dalle telecamere, distribuire soldi a dei finti poveri. Come dice Claudio, in questa vicenda non si sa chi dica il vero e chi mentisca.

A bilanciare questa storia di intrighi e menzogne c’è quella, vera storia d’amore, di Poppea e Ottone. Ma ancora di Nerone sarà l’ultima scena in questa drammaturgia di Ian Burton: appena ottenuto il potere Nerone fa uccidere Agrippina, Poppea e tutti gli altri lasciandoci con l’amaro di una risata sardonica. Un guizzo finale simile a quello dell’Incoronazione di Poppea dove Carsen all’ultimo istante ci fa presagire la tragica fine della protagonista ora vittoriosa.

Qui siamo al Theater an der Wien che è diventato la sede lirica più interessante del panorama viennese soppiantando, con la sua stimolante programmazione, la conservatrice Staatsoper. La cinica vicenda, messa nero su bianco dal cardinal Grimani per il San Giovanni Grisostomo e presentata con grande successo il 26 dicembre 1709 (la prima fu seguita da 27 repliche consecutive), già allora era piena di allusioni politiche all’attualità del tempo. Carsen non fa che aggiornare queste allusioni: nei lucidi ambienti di un’EUR patinata (le belle scenografie sono di Gideon Davey), Claudio, tronfio e donnaiolo, non nasconde la sua somiglianza a Mussolini in pubblico, a Berlusconi nell’intimità e a tanti altri potenti d’oggi, con Trump in prima linea.

Nella lettura di Carsen non c’è vero dramma, ma un’elegante trasposizione che fa il verso alla serie televisiva House of Cards, ma non altrettanto inquietante. Così invece delle terme romane in scena c’è la piscina di una spa di lusso con modelle in bikini e aitanti giovanotti che fanno ginnastica e gli stilizzati archi piacentiniani del Palazzo della Civiltà del Lavoro prendono il posto del Colosseo.

Thomas Hengelbrock mette in luce le straordinarie doti musicali della partitura con ritmi elettrizzanti e la Balthasar-Neumann-Ensemble, pur utilizzando strumenti d’epoca, ha però la piena sonorità di un’orchestra moderna in tutti suoi settori, dagli archi fluidi e corposi, ai fiati perfettamente intonati, all’impeccabile accompagnamento di clavicembalo, liuto e tiorba. Spiace ancor di più quindi il taglio di alcune arie.

Patricia Bardon è qui un’incisiva Agrippina votata anima e corpo, soprattutto il secondo, all’ambizioso piano di far diventare imperatore il figlio Nerone. La voce a tratti denuncia una certa stanchezza che la cantante compensa con un’innegabile presenza scenica come nella sublime aria «Pensieri», irta di difficoltà di intonazione in quella moderna e sorprendente trama sonora, fatta soprattutto di silenzi stupefatti e di dolorose strappate degli archi. La Poppea che si destreggia abilmente con ben tre diversi spasimanti ha qui la figura sensuale di Danielle de Niese, un po’ meno agile della Cleopatra del Giulio Cesare di Glyndebourne sia nella voce sia nel fisico, ma comunque la sua è pur sempre una interpretazione magistrale e si può comprendere come tutti ne siano innamorati. Con Claudio truccato da Berlusconi, lei assomiglia in maniera inquietan­te a Ruby el Mah­roug…

Eccoli i pretendenti: dal Claudio temibilmente bonario del basso vocalmente possente Mika Kares, al Nerone di Jake Arditti, controtenore della scuola anglosassone che sciorina le agilità di «Come nube che fugge dal vento» a una velocità prodigiosa. come Tom Verney, Narciso, molto esile. Pallante suadente è quello di Damien Pass.

Fin qui sono stati nominati tutti cantanti di lingua non italiana, e infatti spesso si è sentita qualche parola impastata o qualche pronuncia sbilenca. Con l’Ottone di Filippo Mineccia, invece, abbiamo il caso di un controtenore italiano, fiorentino per di più, che dà lezioni a tutti per proprietà di dizione, sensibilità e intensità di espressione. La nobiltà e la bontà di questo personaggio, l’unico positivo della faccenda, non sembra però aver solleticato la fantasia del regista che non ne ha sfruttato la riconosciuta presenza scenica. Di certo Ottone è l’unico personaggio che non appartiene alla linea “brama di potere, strategia politica, torbide trame, desiderio sessuale, gelosia criminale” degli altri. Ma se il libretto del Grimani non gli dà il dovuto merito, ci pensa però la musica di Händel, come nell’aria «Tacerò purché fedele» con quel bellissimo accompagnamento di violoncello all’inizio del terzo atto – che qui però viene tagliata!

Produzione di lusso che sicuramente vedremo in altri teatri europei. Su quelli italiani c’è poco da sperare.

Agrippina

71ipAJ+1lCL._SL1171_

★★★☆☆

«Lode ha, chi per regnar inganno adopra»

Primo successo teatrale di Georg Friedrich Händel, suo primo capolavoro musicale e ultima performance teatrale italiana, Agrippina, “commedia satirica anti-eroica”, viene rappresentata per il carnevale vene­ziano del 1709-1710 al termine di un soggiorno di tre anni in Italia del venticin­quenne compositore il cui nome viene italianizzato in Giorgio Federico Hendel ed egli stesso si firma così.

Molti pezzi dell’opera vengono ri­ciclati da compo­sizioni precedenti dello stesso autore, pratica piuttosto dif­fusa in quell’epoca, ma l’opera inanella una dopo l’al­tra una serie di splen­dide arie degne del più maturo compositore. Il vivace libret­to del Car­dinale Vincenzo Grimani è pieno di “a parte” con cui i cantanti ammicca­no al pubbli­co come in una commedia goldoniana.

Quasi un prequel alla vicenda dell’Incoronazione di Poppea, si narra degli intrighi che Agrippina mette in ope­ra per far succe­dere al trono di imperatore il figlio Ne­rone, sfruttando senza scru­polo gli altri personaggi per le sue macchinazioni. È una commedia piena di immoralità e inganni. Tutti i personaggi, eccetto Ottone, sono infidi e agisco­no per inte­resse, fingono e tramano – come dice Claudio a un certo punto: «né so chi dice il vero o chi mentisca» – ma sono anche pieni di sfaccettatu­re, soprattutto la perfida Agrippina cui Händel regala la bellissima aria «Pen­sieri» nel secondo atto. Su tutto però Gri­mani e Händel stendono un velo di ironia che ha il culmine nel­la scena dell’atto terzo con la sfrontata Poppea che sull’equivoco dei nomi Ne­rone-Ottone scambiati l’uno per l’altro riesce a ca­povolgere la situazione a suo favore. Il finale riesce a soddisfare tutti quanti, anche il disorientato imperatore Clau­dio sulla cui figura sembra volessero appuntarsi gli strali satirici del librettista che si voleva far beffe del pontefice Clemente XI.

Ecco l'”argomento” nelle parole stesse del librettista: «Agrippina nata di Germanico nipote d’Augusto, fu moglie di Domitio Enobardo. Di questi ebbe un figlio chiamato Domitio Nerone. Passata alle seconde nozze con Claudio imperatore, tutta la di lei premura fu di portare sul trono il suo figlio Nerone, e se bene fosse da un astrologo avvertita, che il di lei figliuolo sarebbe stato imperatore, ma insieme matricida, ella rispose, me quidem occidat dum imperet. Questa donna di grande talento, avida di regnare, e del pari ambiziosa, che potente, tanto s’adoprò col marito Claudio, che l’obbligò a dichiarare cesare il suo Nerone. Ciò le riuscì stante la debolezza dello spirito di Claudio, tutto dedito al lusso, disapplicato, e innamorato, avendo però con tutto ciò la gloria d’avere acquistata a Roma la Bretagna. Otone fu marito di Popea donna ambiziosa, e vana, e di cui fu anche Nerone amante, che poi ad Otone la tolse, e la sposò. Con Claudio il credito de’ liberti fu smisurato, e particolarmente di Pallante, e di Narciso, de’ quali anche Agrippina si valse. Da tali fondamenti istorici s’intreccia con verisimili il presente dramma intitolato l’Agrippina, in cui intendi sanamente le solite frasi poetiche dettate dalla penna senza pregiudizio della religione».

Atto I. L’azione si svolge a Roma durante il regno dell’imperatore Claudio Tiberio (41-54 d.C.). Agrippina, consorte dell’imperatore, è anche madre del giovane Nerone, frutto di nozze precedenti. Un dispaccio annuncia la morte in mare di Claudio, durante il viaggio di ritorno a Roma dopo la conquista della Britannia. Esultante, Agrippina convoca il figlio: egli ha finalmente la possibilità di diventare imperatore, ma deve comportarsi con abilità e ingraziarsi la plebe mostrandosi generoso. Subito dopo l’imperatrice stringe alleanza con due liberti, Pallante e Narciso, entrambi invaghiti di lei. Sulla piazza del Campidoglio fervono i preparativi per proclamare il nuovo imperatore. Ma proprio quando Agrippina sta per vedere Nerone assiso sul soglio imperiale, giunge un servitore di Claudio, Lesbo, per informare che il sovrano si è salvato dal naufragio. Il valoroso che ha messo l’imperatore al sicuro dai flutti, Ottone, comunica ai convenuti che Claudio, per riconoscenza, lo ha nominato suo successore. Il partito di Agrippina dissimula a fatica la delusione. Entusiasta e pieno di aspettative, Ottone confida con ingenuità ad Agrippina il suo amore per Poppea, una passione autentica e superiore ad ogni altra aspirazione. Nei suoi appartamenti Poppea si compiace dei sentimenti che ha saputo suscitare in uomini diversi come Ottone, Claudio e Nerone. Lesbo le annuncia la visita dell’imperatore nella notte. Poppea simula grande nostalgia nei confronti del sovrano, ma per precauzione tiene a ribadire la propria castità. Sopravviene Agrippina, cui Poppea confessa il proprio amore per Ottone. Invece di svelare alla fanciulla la devozione di Ottone, l’astuta Agrippina pone in cattiva luce l’inconsapevole rivale di Nerone: a suo dire Ottone avrebbe ottenuto la successione al trono attraverso la rinuncia a Poppea in favore di Claudio e pertanto le consiglia di vendicarsi. Poppea cade nel tranello e respinge l’imperatore, ma lo istiga contro Ottone e chiede per l’amato una punizione esemplare: non deve diventare il nuovo imperatore.
Atto II. Pallante e Narciso si sono resi conto della slealtà di Agrippina e si promettono alleanza reciproca. Da parte sua Ottone attende fiducioso l’investitura, che però gli viene negata pubblicamente dall’imperatore furibondo. Stupefatto Ottone si rivolge dapprima ad Agrippina, alla quale aveva fiduciosamente aperto il suo cuore, poi alla sdegnata Poppea, successivamente a Nerone e ai liberti, ma invano: perfino Lesbo rifiuta di ascoltare un traditore. Nel frattempo nel cuore di Poppea si insinua il dubbio: in un giardino ella si finge addormentata e ha così modo di riconciliarsi con l’innamorato, giunto lì a sfogare il suo dolore. I due comprendono la perfidia di Agrippina e il maneggio a favore del figlio, e Poppea giura vendetta. A tal scopo invita nelle sue stanze Nerone per un convegno amoroso. In un monologo angosciato Agrippina prende in esame la difficile situazione e si rende conto di aver sopravvalutato le proprie possibilità al momento della falsa notizia della morte di Claudio. Ella non rinuncia però alla sue macchinazioni. Innanzitutto mette uno contro l’altro Pallante e Narciso, i quali però sanno ormai come giudicarla. A Claudio, impaziente di recarsi dall’amata Poppea, ella estorce invece la promessa di nominare Nerone imperatore entro quel giorno stesso.
Atto III. Per mandare a monte le manovre di Agrippina e convincere Ottone del suo amore, Poppea escogita uno stratagemma. Ella nasconde dietro tre porte della stanza i suoi spasimanti, dapprima Ottone, poi Nerone e infine Claudio: con quest’ultimo ritratta con disinvoltura le sue accuse nei confronti di Ottone, le orienta verso Nerone e dimostra che anche il figlio di Agrippina insidia la sua virtù. Nerone se ne va intenzionato a farsi vendicare dalla madre. Adducendo come pretesto l’eventuale ira di Agrippina, Poppea riesce a liberarsi anche di Claudio. Rimasti finalmente soli, i due amanti si scambiano fervidi voti di fedeltà. Nerone riferisce alla madre quanto avvenuto, ed ella lo convince a puntare solo al trono. Pallante e Narciso riferiscono a Claudio frastornato e indignato che la consorte, alla notizia della sua morte, aveva fatto proclamare imperatore il figlio. Tuttavia Agrippina riesce a trasformare i suoi gesti in atti di devozione verso il consorte. Ella consegue così il suo obiettivo principale: Nerone è nominato successore di Claudio. Nella contentezza generale, intensificata dall’intervento della dea Giunone, protettrice delle nozze, Ottone e Poppea coronano il loro amore.

Agrippina venne eseguita la prima volta il 26 dicembre 1709 al Teatro San Giovanni Grisostomo di Venezia (attuale Malibran) e il cast fu composto da alcuni dei più importanti cantanti del Nord Italia del momento: Margherita Durastanti (Agrippina), Diamante Maria Scarabelli (Poppea), Francesca Vanini-Boschi (Ottone e Giunone), Valeriano Pellegrini (Nerone), Antonio Francesco Carli (CLaudio), Giuseppe Maria Boschu (Pallante), Giuliano Albertini (Narciso), Nicola Pasini (Lesbo). L’opera si dimostrò estremamente popolare ed affermò la fama internazionale di Händel. La sua produzione originalmente fu per 27 spettacoli, straordinariamente lunga anche per quel tempo. Il biografo di Händel John Mainwaring scrisse della prima rappresentazione: «Il teatro in quasi ogni pausa risuonava di grida di “Viva il caro sassone!”. Tutti erano folgorati dalla grandezza e sublimità del suo stile, perché non avevano mai conosciuto fino ad allora tutti i poteri dell’armonia e della modulazione così strettamente disposti e fortemente combinati»

Tra il 1713 e il 1724 ci furono produzioni di Agrippina a Napoli, Amburgo e Vienna, anche se Händel personalmente non riprese l’opera dopo il suo debutto iniziale. La produzione di Napoli includeva musica addizionale di Francesco Mancini. Le opere di Händel caddero nel dimenticatoio e nessuna andò in scena tra il 1754 e il 1920. Tuttavia, quando l’interesse per le opere di Händel si risvegliò nel XX secolo, Agrippina ricevette diverse esecuzioni, a iniziare da una produzione del 1943 nel luogo di nascita di Händel, Halle, sotto la direzione di Richard Kraus. In quella performance il ruolo di contralto di Ottone, composto per una donna, fu trasformato in un basso accompagnato da corni inglesi, «con effetti disastrosi sul delicato equilibrio e la consistenza della partitura», secondo Winton Dean. La RAI Radio Audizioni Italiane produsse una trasmissione radiofonica in diretta dell’opera il 25 ottobre 1953, segnando la prima volta che Agrippina veniva trasmessa con un mezzo diverso dal palcoscenico.

Nella produzione del 2003 de La grande Écurie diretta da un veterano della musica barocca come Jean-Claude Malgoire al Théâtre Municipal di Tourcoing, le parti dei castrati vengono so­stenute da controtenori, di cui ora abbiamo grande scelta e quasi tutti di buona qualità e qui svetta il Nerone imberbe di Philippe Jaroussky che nella pirotecnica aria «Come nube che fugge dal vento» spiega tutte le sue sorprendenti agilità. Le due parti fem­minili di Agrippina e Poppea son ben so­stenute rispettivamente da Véronique Gens e Ingrid Perruche.

Scene molto essenziali, con proiezioni luminose e schermi su rotelle mossi da una schiera di attori-mimi in costumi neutri color carne, i quali diventa­no secondo necessità statue o servitori muti. Colorati invece gli ironici co­stumi settecenteschi e in tinta pastello dei cantanti. Parrucche dai colori im­probabili e trucco pesante accentuano l’aspetto quasi grotte­sco dei perso­naggi Nar­ciso, Pallante e Nerone.

La produzione di Frédéric Fisbach è in sostanza gradevole, ma ha un non so che di amatoriale. Il DVD ha l’immagine in formato 4:3 e due tracce audio. Nessun extra nono­stante siano due i dischi per un totale di 172 minuti di musica.