Novecento

Karl V.

Tiziano Vecellio, La Gloria, 1554

Ernst Křenek, Karl V.

★★★★☆

Monaco, Nationaltheater, 23 febbraio 2019

(diretta streaming)

Un imperatore e i fantasmi del suo passato

Nel Giudizio Finale (anche conosciuto come La Gloria) di Tiziano, la grande tela che Carlo V d’Asburgo voleva destinare alla sua cappella funeraria e ora al Museo del Prado, si vede sulla destra in alto una figura inginocchiata avvolta in un semplice sudario, con la corona per terra e le riconoscibili fattezze del capo del Sacro Romano Impero. L’imperatore stesso, coadiuvato da un’equipe di teologi, contribuì in maniera determinante all’elaborazione dell’iconografia del dipinto. Dopo aver ottenuto il dipinto dal Vecellio, l’imperatore non se ne separò più portandolo con sé a Yuste nel 1555, dove morì contemplandolo tre anni dopo.

Questo è lo spunto del Karl V. di Ernst Křenek (Krenek quando fu naturalizzato americano nel 1938). Il compositore e direttore d’orchestra austriaco che ebbe il suo primo unico successo con l’opera jazz Jonny spielt auf (1927) tradotta in 18 lingue. Nessu altro suo lavoro incontrerà lo stesso successo.

«Dopo l’atto unico Der Diktator (1928) e il successivo Leben des Orest [1930], Křenek torna ad analizzare una figura di uomo politico, in una sorta di meditazione retrospettiva che passa al setaccio le speranze e gli errori di una vita; accantonati sia il modulo della Zeitoper sia quello neoclassico, l’interesse si concentra su uno spaccato di storia particolarmente nodale per i paesi tedeschi ripercorrendo, attraverso la biografia di Carlo V, le vicende della Riforma. […] Karl V. è frutto della passione storica di Křenek e del tentativo di conciliare l’attività creativa con le imposizioni dettate dal regime, eludendo in apparenza i temi di attualità. In realtà la riflessione politica dissimula in chiave rinascimentale una serie di interrogativi ben radicati nella contemporaneità; e proprio per dar voce a queste connessioni con il presente Křenek scavalca il fosso dell’atonalità e opta per il linguaggio dodecafonico, che gli pare in quel momento il più valido a garantire unità a una partitura». (Elisabetta Fava)

Col numero d’opus 73 e su libretto proprio, Karl V.  era stato commissionato a Křenek da Clemens Krauss e sarebbe dovuto andare in scena nella stagione 1933-34 all’Opera di Stato di Vienna, ma la produzione fu cancellata quando nella Germania nazista il nome del compositore fu aggiunto alla lista dei musicisti di “musica degenerata” non perché ebreo, ma perché Jonny spielt auf era stato considerato «eine frechen, jüdisch-negerischen Besudelung» (una spudorata contaminazione giudeo-negroide). Karl V. fu presentato la prima volta solo cinque dopo a Praga quando l’autore si era già rifugiato negli USA.

In 19 scene suddivise in due parti si svolge un dialogo tra l’imperatore Carlo V sul suo letto di morte e il confessore. Al dialogo si mescola uno scarno materiale drammatico relativo alle guerre che ha intrapreso, l’ansia per l’oro delle Americhe, l’ossessione a cristianizzare il mondo intero. L’elenco dei personaggi rende bene la complessità e l’impegno del lavoro: oltre a Carlo ecco infatti Giovanna la pazza (la madre), Eleonora (la figlia), Isabella (la moglie), Francesco Borgia (un gesuita), il conquistador Pizarro, François I re di Francia, Frangipani, Lutero, il sultano Solimano, Juan de Regla (il confessore), un astrologo, quattro spiriti/ore, la voce del papa Clemente VII ecc.

Parte prima. Carlo V sente la morte avvicinarsi e deposte le insegne regali si rifugia nel convento di Yuste dove chiama il suo confessore Juan de Regla con cui ripercorre le tappe del suo operato politico: dapprima la ribellione di Lutero, con cui l’imperatore fu forse troppo blando e diplomatico, poi i difficili rapporti con l’infido Francesco I, infine la minaccia dei Turchi, sobillati dallo stesso re di Francia, cui pure Carlo aveva dato in sposa la sorella. Dopo la sciagura del sacco di Roma, Carlo rimase vedovo e la sofferenza personale incominciò a renderlo più sensibile riguardo alle persecuzioni inflitte agli eretici.
Parte seconda. Lutero lamenta la politicizzazione della sua parola. Il confessore si mostra sempre più commosso di fronte al dramma del vecchio imperatore, ma il gesuita Borgia lo rimprovera, ricordandogli che l’indecisione di Carlo ebbe come conseguenza l’avvento rovinoso della lega di Smalcalda: l’imperatore riuscì in seguito a imporre ai tedeschi il cattolicesimo a viva forza, ma ormai vacillava in lui definitivamente la fiducia nella sua missione storica e morale e l’abdicazione nelle mani del fratello Fernando I segna irreparabilmente il crollo dei suoi antichi ideali, e insieme la frantumazione dell’impero.

Nel 2008 la produzione di Bregenz diretta da Lothar Koenig e messa in scena da Uwe Eric Laufenberg era stata registrata su DVD mentre ora sono Erik Nielsen e Carlus Padrissa de La Fura dels Baus a presentarne una nuova edizione per la stagione della Bayerische Staatsoper che la trasmette in diretta dal suo sito. È la seconda volta qui sul palcoscenico del Nationaltheater di Monaco di Baviera dopo il 1965.

Nella messa in scena di Padrissa il palcoscenico è invaso dall’acqua. Anche l’altro elemento, il fuoco, viene spesso utilizzato. Specchi, videografica, proiezioni, acrobati appesi sono i mezzi già altre volte sperimentati dalla compagnia catalana e rendono spettacolare un lavoro che è quasi assente di drammaturgia e che non si affida alla bellezza e piacevolezza della musica: un rigoroso stile dodecafonico accompagna tutto lo svolgimento della vicenda.

All’inizio una voce fuori campo elenca le terre in cui si estende l’impero «su cui non tramonta mai il sole». Con una fanfara di ottoni non molto dissimile da quella della “maledizione” di Rigoletto inizia un coro (Dio stesso) che chiede ragione al vecchio imperatore delle sue azioni prima del giudizio finale. In alcuni momenti minacciosi ritmi di marcia accompagnano i cori che inneggiano alla Germania, ma spesso l’orchestra ha una trasparenza che lascia il predomino della scena alle voci, cantate e parlate. Infatti il confessore e altre parti secondarie sono attori recitanti.

Con i costumi di Lita Cabellut, come il re Ubu disegnato da Jarry, Carlo ha sull’abito (poco più di un camicione) una spirale, qui con le ore dell’orologio: l’ossessione del tempo che scorre e il moltiplicarsi delle figure sugli specchi e sulla superficie dell’acqua sono elementi costanti della lettura di Padrissa. Nel libretto gli orologi diventano addirittura quattro personaggi nel finale quando la voce fuori campo dell’inizio scandisce sarcasticamente il motto dell’imperatore: «plus ultra». Anche gli altri personaggi hanno costumi molto marcati, come il gesuita Borgia con una fotografia di un teschio.

Instancabile Bo Skovhus dà vita con efficacia alla figura di Carlo V mentre Wolfgang Ablinger-Sperrhacke è il fatuo François I e Michael Kraus un autorevole Lutero. Tra le interpreti femminili si fa notare per doti vocali Anne Schwanewilms, la moglie Isabella. A capo dell’orchestra Erik Nielsen dipana con lucidità le aride armonie della partitura.

La bohème

Giacomo Puccini, La bohème

★★★★☆

Berlino, Komische Oper, 27 gennaio 2019

(diretta streaming)

Bohème à la Kosky

Si può dire ancora qualcosa di nuovo con l’opera di Puccini? Chissà, neanche quel genio di Barrie Kosky ci riesce, ma costruisce uno spettacolo teatralmente prodigioso che ci fa rivivere ancora una volta con sorpresa e commozione la vecchia vicenda.

Nella sua Bohème la soffitta c’è, e c’è la stufa, c’è la cuffietta rosa. Non c’è Benoît: con un solo cappello a turno i quattro mattacchioni impersonano grottescamente il padrone di casa per inscenare allegramente la loro ultima impresa, quella di non pagare l’affitto arretrato. E non c’è la Barrière d’Enfer: il fondo della scena è un dagherrotipo sbiadito di una via deserta di Parigi e le voci di doganieri, spazzini e lattivendole vengono “da fuori”. Marcello qui non è un pittore, ma un fotografo, alle prese con la sua ingombrante macchina su cavalletto e con le lastre di vetro delle prime fotografie. Mimì vorrà essere ritratta prima di morire, e la sua immagine sfocata e rigata sarà quella che concluderà con angoscia la serata.

Si è detto che ci voleva un italiano – Puccini – per capire lo spirito della Parigi fine secolo, ed è vero. E ci è voluto un australiano-austroungarico per ridarci lo spirito di questo capolavoro troppo eseguito: con un gioco attoriale sopraffino e una vicacità senza pari Kosky ricrea la soffitta degli scapestrati bohémiens, qui un desolato studio fotografico. Scioccante il contrasto tra l’ambiente del primo atto e la Parigi en plein air del secondo: un turbinio, una giostra di lampioni-pissoirs-tavolini-sedie-palma in vaso e anche un piccolo palcoscenico per lo “show” di Musetta quando tutti si immobilizzano e la luce e l’attenzione si concentrano sul suo «canto scurrile». Qui il sovrintendente e primo regista della Komische Oper non rinuncia alla sua cifra giocosa, popolando la scena con i personaggi variopinti di una Ville Lumière quasi più carnevalesca che natalizia, ma che rispecchia alla perfezione quanto suggerisce la musica con i suoi quadri vivacemente colorati. Le scene di Rufus Didwiszus e i costumi di Victoria Behr assieme alle luci di Alessandro Carletti concorrono a creare uno spettacolo molto attraente. Nell’intervista trasmessa durante l’intervallo il regista affianca Bohème a Wozzeck: pur con mezzi musicali diversissimi si tratta degli stessi disperati, della stessa crudeltà della vita e della stessa angoscia per la morte portati in scena con una musica di grande attualità.

Il giovane Jordan de Souza fornisce una lettura fresca e moderna della partitura scevra di sdolcinati sentimentalismi e in questo sembra in perfetta sintonia con la disincantata ma partecipe visione del regista. Nadja Mchantaf ha in gola la disperazione di Mimì ma anche la sua ingenua allegria, Jonathan Tetelman (che ha sostituito il previsto Gerard Schneider) dimostra qualche acerbità, ma il timbro è piacevolmente originale e lo squillo luminoso. Per di più ha una invidiabile bella presenza, il che non guasta. Altrettanto giovani e piacevoli scenicamente il Marcello di Günter Papendell, lo Schaunard di Dániel Foki, il Colline di Philipp Meierhöfer. Brava e bella la Musetta di Vera-Lotte Böcker.


Káťa Kabanová

Leoš Janáček, Kát’a Kabanová

Napoli, Teatro di San Carlo, 20 dicembre 2018

(live streaming)

Se è così, possono anche farne a meno

Giudizio negativo del servizio streaming offerto dal Teatro di San Carlo di Napoli: telecamera fissa, pessima registrazione del suono e assenza di sottotitoli.

Oslo, Amburgo, Amsterdam e ora Napoli: l’allestimento del 1999 di Willy Decker scende dal profondo Nord per approdare con un cast che forse è il migliore tra quelli che l’hanno preceduto. Punti di forza di questa produzione, oltre alla intrigante messa in scena del regista tedesco, la direzione di Juraj Valčuha e la presenza di Gabriela Beňačková nella parte della Kabanicha.

Questo sulla carta, perché dal video è difficile farsene un’idea con le voci che sembrano arrivare da fuori del teatro e l’orchestra monofonica appena udibile con il volume al massimo. Ripresa al telefonino?

Tosca

Giacomo Puccini, Tosca

Roma, Teatro dell’Opera, 3 marzo 2015

★★★☆☆

(video streaming)

A Roma rivive la prima Tosca

Il secolo XX iniziava nel nome di Giacomo Puccini: il 14 gennaio 1900 nell’allora Teatro Costanzi di Roma avveniva la prima rappresentazione di Tosca.

Il soprano rumeno Hariclea Darclée, l’affermato tenore Emilio De Marchi e il baritono Eugenio Giraldoni formarono il primo cast. Alla guida dell’orchestra c’era Leopoldo Mugnone, le scenografie e i costumi erano stati dipinti da Adolf Hohenstein, autore anche della famosa locandina in stile Liberty. Non esisteva il regista allora, ma il compositore e i librettisti erano stati prodighi di annotazioni e nonostante il clima teso dovuto alla minaccia di un attentato anarchico nella sala che doveva ospitare la Regina Margherita, tutto andò liscio anche se la critica, soprattutto quella romana, non si dimostrò molto favorevole. Fu il pubblico, come già era successo per La bohème, a decretare il successo del nuovo lavoro di Puccini.


Poche altre opere sono legate alla città in cui sono ambientate quanto Tosca a Roma. È un’emozione particolare per il pubblico romano assistere a questo lavoro di Puccini e questa volta l’interesse è ancora maggiore, poiché la produzione ora in cartellone fa rivivere la messa in scena di 115 anni fa: le scene di Adolf Hohenstein vengono ridisegnate da Carlo Savi, i costumi da Anna Biagiotti, mentre le luci di Vinicio Cheli danno profondità e spazialità agli storici dipinti. Mancando macchinari e complessi movimenti scenici, video-proiezioni e audaci giochi di luce, i nostri occhi ‘riposano’ sulle scene dipinte di Hohenstein illustranti fedelmente gli ambienti richiesti come nei coevi (alla vicenda) acquerelli romani del Pinelli. Vediamo ricostruiti a due dimensioni l’interno di Sant’Andrea della Valle e la sua navata centrale per il primo atto, una ricca sala di Palazzo Farnese per il secondo e la terrazza di Castel Sant’Angelo con vista sul cupolone per l’atto finale.

Alessandro Talevi non esita a inserire particolari gustosi nella rappresentazione improntata al massimo della tradizione: il vivace quadretto dei bambini in chiesa, il rapporto ‘affettuoso’ del sagrestano dal naso rubizzo coi chierichetti, il fazzoletto bagnato con le lacrime di Tosca portato alla bocca da Scarpia eccetera.

Anche senza eccessivi effetti registici il dramma passionale di Puccini all’epoca doveva aver avuto un impatto considerevole sul pubblico romano, un impatto che noi spettatori contemporanei ci possiamo appena immaginare. Ora qui la drammaturgia e la gestualità sono minimali, il regista ha pensato bene di non riprodurre la probabile mimica dell’epoca di cui si hanno esempi nel cinema muto e nei pochi video di Eleonora Duse, storica interprete dei drammi di Sardou – non de La Tosca in verità, ma di Fernanda, Divorçons, Fédora e Odette. Gli interpreti in scena difficilmente avrebbero saputo sostenere il gioco, finendo in un non voluto ridicolo. Sempre che la gestualità del teatro lirico del tempo rispecchiasse quella dei drammi in prosa, là senza la musica ad alludere e suggerire situazioni drammatiche o colore locale.

Si diceva degli interpreti: qui Oksana Dyka è una Tosca scenicamente inerte dalla vocalità acida e dalla espressività banale; meglio il Cavaradossi di Stefano La Colla, anche se non particolarmente raffinato, e lo Scarpia di Roberto Frontali seppure con alcuni eccessi di temperamento. A tenere salda l’orchestra del teatro sopperisce il mestiere di Donato Renzetti e la sua lettura passionale della partitura.

La campana sommersa

★★★☆☆

«Poffare, è stata una celia diabolica»

La campana sommersa ebbe la prima rappresentazione il 18 novembre 1927 allo Stadttheater di Amburgo in traduzione tedesca: l’editore di Respighi, Ricordi, non era d’accordo con la scelta del soggetto e rifiutò di pubblicare l’opera che così venne stampata dall’editore tedesco Bote & Bock ed ebbe quindi la presentazione in Germania. Dopo un passaggio al Metropolitan di New York, la settima fatica teatrale di Ottorino Respighi fu finalmente data alla Scala nel 1929.

Atto I. In un bosco vivono strani personaggi: le Elfe, il Fauno della forestae Ondino, una specie di lucertolone dalla pelle squamosa e una lunga coda che abita in fondo ad un pozzo dal quale emerge ogni tanto. Sia lui che il Fauno corteggiano la bella Rautendelein, una creatura ultraterrena che abita insieme alla nonna, da tutti chiamata strega, in una casetta in fondo al bosco. Enrico, costruttore di campane, stava trasportandone una destinata ad una chiesetta in cima alla montagna, ma nell’attraversare un laghetto il carro si è ribaltato ad opera del dispettoso Fauno che ha distrutto anche la chiesetta, e la campana è precipitata in fondo al lago. Rautendelein rimane affascinata dal giovane, che dispoerato si aggira smarrito nella foresta, e per trattenerlo gli fa una magia. Il curato, il maestro e il barbiere del paese, alla ricerca del giovane lo trovano svenuto. Cercano di avvicinarsi per soccorrerlo, ma non ci riescono per via della fattura, fino a che la strega pone fine all’incantesimo e possono trasportare Enrico a casa. La luna si alza piena nel cielo e le Elfe cantano e danzano. Rautendelein prende la dccisone di seguire il campanaro nel «mondo maledetto e cieco, il paese degli uomini».Invano Ondino cerca di dissuaderla.
Atto II. La moglie Magda si sta preparando, assieme ai due bambini, per andare a festeggiare la nuova campana, quando arriva la barella su cui è adagiato il marito. Rautendelein che ha seguito l’uomo decisa a conquistarlo lo guarisce e lui, affascinato dalla ragazza, la segue nel bosco abbandonando moglie e figli.
Atto III. Qui come invasato da furia creativa allestisce una fucina per lavorare alla costruzione di un tempio dedicato al dio Sole aiutato dai nanetti del bosco, da Fauno e da Ondino. Il curato, scopertolo, cerca di convincerlo a tornare a casa ma lui gli risponde che è più facile che la campana in fondo al lago suoni. Nel bel mezzo di un duetto d’amore con Rautendelein, si sente l’eco della campana, accompagnato dalla voce dei figli che giungono recando in mano una coppa colma delle lacrime materne: Magda disperata si è gettata nel lago. Enrico inorridito abbandona Rautendelein.
Atto IV. Rautendelein, sconsolata, si rassegna a sposare Ondino e va a vivere con lui in fondo al pozzo. Enrico però non l’ha dimenticata e un giorno, vecchio e stanco, giunge alla casa della strega e la prega di fargli vedere per l’ultima volta la ragazza. La vecchia prima lo deride e cerca di scacciarlo, ma davanti alle suppliche dell’uomo, ormai morente, acconsente. Rautendelein esce dal pozzo tutta vestita di bianco e gli rimprovera di averla costretta a sposare Ondino; lui la prega di dargli un ultimo bacio e lei, commossa, lo abbraccia, lo bacia e poi fugge via tornando dal suo sposo.

Ricordi aveva avuto buon fiuto: il libretto è improponibile e la dimensione fiabesca si sa che non appartiene al gusto italico. La fonte originale, Die versunkene Glocke di Gerhart Hauptmann, è «una fiaba nordica popolata da fate, fauni, streghe, ondine e ondini e per non farci mancare nulla pure da un nano di stampo nibelungico. Al suo nascere questo dramma fece già discutere la critica tedesca schierata, a quanto si legge, in una pressoché unanime condanna, fu adattata ad operistici quattro atti dal librettista “di fiducia” di Respighi, Claudio Guastalla. Sul suo preteso “simbolismo” che alcuni vi leggono, stenderei il confortante pietoso velo. C’è poco da cavar dal buco in un testo che usa, per rendere il personaggio di Ondino il cui reame sta nel fondo di un pozzo, onomatopeici “Brekekekex” e “Quorax! Quorax!”. La musica li prende sul serio, ma la sensibilità odierna li assimila ai fumetti di Topolino, a Paolino Paperino ed ai suoi tre ineffabili nipotastri, Qui, Quo e Qua». (Andrea Merli)

La partitura mescola Wagner, Strauss, tanto Puccini, i russi, gli impressionisti francesi e il verismo in un cocktail eclettico. Nonostante tutto il dispiegamento di mezzi sonori il momento del suono della campana sommersa non ha quasi nulla di magico o di soprannaturale, in definitiva è deludente. La vicenda intreccia i due piani, quello della fantasia e quello della cruda realtà, del paganesimo e della cristianità, del cielo e dell’inferno senza però convincere.

Inaugura la stagione 2016 del teatro cagliaritano questo titolo desueto prontamente registrato e pubblicato dalla Naxos. Pur se ampiamente ridotto rispetto al libretto originale, con taglio di intere scene, il lavoro risulta ancora prolisso, ma il maestro Donato Renzetti dimostra di credere nell’opera e ne restituisce la magnificenza orchestrale.

Il canto declamato mette a dura prova gli interpreti: il tenore (Enrico) in una tessitura impervia e un canto sempre teso, il soprano coloratura (Rautendelein) in un registro acutissimo che deve reggere le ondate di un’orchestra wagneriana, gli accenti drammatici dell’altro soprano (la moglie Magda). Encomiabili gli interpreti che hanno affrontato con grande impegno lo studio di un’opera che non canteranno mai più. Valentina Farcaș snocciola con facilità le agilità di Rautendelein, Angelo Villari è il Sigfrido della situazione, un campanaro tutto acuti. Meno efficaci le altre due interpreti femminili, meglio quelli maschili.

L’atmosfera fantasy voluta dal regista Pier Francesco Maestrini è ottenuta soprattutto con le proiezioni di Juan Guillermo Nova che ricrea i vari ambienti e paesaggi naturali: la casa gotica del campanaro, le rovine tra le brume, la cascata d’acqua, una enorme Luna che ruota curiosamente su sé stessa, il fondo del lago. Nel secondo atto sembra di essere nel Sigfrido: incudine, faville, un nano, un giovane arrogante. La direzione attoriale è latitante, a meno che non si intenda per tale il gesticolare enfatico degli interpreti, mentre il costumista Marco Nateri si è divertito con il Fauno cornuto, tutto verde ma dai capezzoli rosei, i suoi aiutanti palestrati con le chiappe al vento, i personaggi umani in redingote, le Elfe in veli svolazzanti, l’Ondino iguana.

I Shardana (Gli uomini dei nuraghi)

★★★★☆

Giulietta e Romeo dei nuraghi

Ennio Porrino ha avuto due grosse sfortune: la prima di nascere nel momento sbagliato e la seconda di morire a neanche cinquant’anni.

Giovane e dotato compositore si trovò a dover scendere a patti col regime fascista per affermarsi e non si tirò indietro, probabilmente più per convenienza che per convinzione. Diplomatosi al Conservatorio di Santa Cecilia nel 1932 ebbe come maestro Ottorino Respighi e si fece conoscere con il poema sinfonico Sardegna, l’unico lavoro sinfonico con cui viene ancora ricordato. Nel campo della musica per il teatro Porrino completò la Lucrezia di Respighi lasciata incompita alla morte del compositore nel ’36, mentre suoi sono Gli Orazi (1941) e l’Organo di bambù (1955).

Dopo un travaglio compositivo durato dal 1934 al 1949, I Shardana (Gli uomini dei nuraghi), su libretto del compositore stesso, andò finalmente in scena al San Carlo di Napoli nel marzo 1959, sei mesi prima della morte dell’autore, con grande successo. A Cagliari venne rappresentato per la prima e unica volta l’anno seguente.

Atto primo. Nell’antichità la Sardegna subì invasioni di razze diverse; ad una delle più antiche incursioni, in epoca imprecisata, si fa risalire il tentativo di soggiogare l’isola di cui parla la vicenda. Sull’inno di lode intonato dal cantore Perdu, donne e pastori del villaggio nuragico di Montalba si riuniscono di fronte al porto di Nora per onorare il loro capo Gonnario e assistere alla cerimonia che consacrerà guerrieri i suoi figli Torbeno e Orzocco. Al grido di “Hutalabì!”, l’incitazione alla vittoria dei Shardana, i due giovani si sottopongono, accanto alla fonte sacra, al rituale celebrato dal sacerdote. Solo la loro madre Nibatta, tenera e dolente, timorosa per la sorte dei suoi figli, rimprovera il suo uomo perché troppo dedito alla guerra anziché alle opere dei campi e della pace. Gonnario mette fine ai lamenti di Nibatta ed ha inizio la cerimonia della consacrazione. Torbeno e Orzocco s’inginocchiano. Il sacerdote inizia, con gesti misteriosi, il rito: avanzano due donne che porgono una focaccia a ciascuno dei consacrandi, che ne prende un boccone. Altre due donne portano del sale e ne spargono una manciata sulle spalle dei due giovani. Il sacerdote, infine, con una ciotola di legno, attinge l’acqua sacra e l’offre ai due fratelli che, uno dopo l’altro, bevono con religioso atteggiamento. Quindi a Torbeno e a Orzocco vengono consegnati gli elmi, le spade e gli scudi. Inizia la danza nuragica in cui tutti si eccitano all’insistenza ossessionante della melodia e del ritmo sempre più accelerato. Con la sua nave giunge dal mare Norace di Nora, il capo dei marinai sardi. Rivolgendosi a tutto il popolo ricorda le distruzioni e i lutti subiti per mano dei nemici che ora stanno per tornare e chiede agli uomini di seguirlo per vendicare i propri morti. Gonnario assume il controllo supremo delle operazioni di guerra all’interno dell’isola e Norace il comando delle operazioni in mare. Il giovane Torbeno però è innamorato di Bèrbera Jonia, una straniera venuta nell’isola al seguito degli invasori. Scesa la notte, i due s’incontrano di nascosto e si amano appassionatamente cercando di dimenticare la loro appartenenza a popoli nemici. In lontananza si sente ancora il canto di Perdu.
Atto secondo. In uno spiazzo ai piedi di Montalba, sua patria, Gonnario con i suoi uomini stringe d’assedio la città per liberarla dai nemici. Ripensando con nostalgia alla casa lontana, Perdu, il guerriero cantore, si abbandona a un canto malinconico. Anche Torbeno è preso dalla nostalgia; il suo pensiero corre all’amata. Come evocata dal suo desiderio, sopraggiunge Bèrbera che lo convince a unirsi agli invasori. Gli amanti fuggono insieme verso Montalba ma vengono visti, anche se non riconosciuti, dagli uomini di guardia, che danno l’allarme e denunciano il tradimento. Poco dopo, durante la battaglia, Gonnario scorge il figlio nelle file nemiche, si scaglia contro di lui e sta per colpirlo con la spada, ma Bèrbera riesce a fermarlo. Giunge intanto Norace che ha sconfitto per mare il nemico e ha dato fuoco al villaggio di Montalba. Gonnario ordina ai suoi di arrestare anche il figlio, poi si abbandona ai suo dolore.
Atto terzo. Gonnario rivela che Torbeno ha tradito il suo popolo e decreta per il figlio la pena capitale. Tutti condannano il giovane, che viene condotto verso il nuraghe per l’esecuzione. Bèrbera tenta di seguire l’amante ma Orzocco la uccide. Mentre lo sventurato padre invoca la morte per liberarsi dalle pene, le ombre di Torbeno e di Bèrbera chiedono perdono perché la loro colpa è nata solo dall’amore. Nibatta intona una lugubre nenia per il figlio ucciso, finché le voci si fondono in un unico canto funebre. Gonnario, davanti ai dignitari e al suo popolo, affida le insegne del comando a Norace, esortandolo a portarle in pace e in guerra e invita i poeti e il popolo a cantare un inno di gloria dell’isola finalmente resa libera.

Se la drammaturgia dell’opera è molto “basica” e senza un particolare sviluppo dei personaggi che rimangono figure mitiche anche se sapientemente sbozzate, la musica di Porrino ha una sua grande originalità. Definito il successore di Puccini, Porrino ha uno sguardo internazionale e anche se ne I Shardana si possono rintracciare echi di Cilea e una sontuosità strumentale debitrice al suo maestro Respighi, è a Stravinskij che si avvicinano i cori di cui è ricco il lavoro e addirittura a Britten per gli intermezzi orchestrali che possono ricordare gli interludi del Peter Grimes. Porrino impiega un’orchestra composita e versatile: tre flauti, tre oboi, tre clarinetti, tre fagotti; quattro corni, tre trombe, tre tromboni e tuba; timpani, percussioni, glockenspiel, xilofono, celesta, arpa, pianoforte e archi. Il tessuto armonico è saldamente tradizionale, ma non privo di sezioni di sospensione tonale e di sovrapposizioni politonali. Il primo atto racchiude gran parte del materiale tematico di tutta l’opera come una grande esposizione per rendere familiari le melodie che si incontreranno con lo svolgersi della vicenda.

La sua acritica adesione al Fascismo e la morte prematura hanno impedito dunque l’affermazione della musica di Porrino e la sua opera non sembra destinata ad avere una grande diffusione. Lodevole è quindi l’intento del benemerito Teatro Lirico di Cagliari di farla ritornare per la seconda volta in scena il 20 settembre 2013. L’allestimento è di Davide Livermore mentre la parte musicale è affidata al direttore londinese Anthony Bramall che già ne aveva curato la concertazione nel gennaio 2010 in una esecuzione in forma semiscenica. Specialista del repertorio lirico italiano, Bramall fu allora conquistato dall’intonazione antica, da sacra rappresentazione del dramma, con questi personaggi dal carattere primordiale. La sua direzione mette in risalto le qualità della strumentazione e del canto ampiamente declamato affidato al sicuro mestiere di Angelo Villari e Paoletta Marrocu, i due sventurati amanti, e degli altri efficaci interpreti.

Ma sono l’aspetto registico e scenico a conquistare, a cinquant’anni e più dopo il debutto, il pubblico, e non solo quello cagliaritano. Livermore parte da suggestioni antiche per poi utilizzare tecniche modernissime: uno sperone roccioso su una piattaforma rotante costituisce l’elemento scenografico rotante. Sul fondo proiezioni in video grafica, della solita D-Wok, di un mare che si tinge di rosso sangue per poi diventare un paesaggio inaridito o un notturno firmamento durante il lungo duetto d’amore dei due giovani. Il regista fa esplicitamente riferimento all’Œdipus Rex di Matsumoto per i corpi coperti di argilla, le protesi che ingigantiscono i personaggi e le maschere che sormontano le teste, là a modello le statuette cicladiche qui quelle nuragiche. Lo scoglio è anche cruento patibolo per quello che all’inizio sembra il sacrificio di Isacco del racconto biblico e che presagisce l’uccisione di Torbeno da parte del padre. La rappresentazione è depurata dei tanti particolari accessori e ha una sua solennità cui contribuiscono gli interventi dei movimenti  coreografici che recuperano i passi delle danze popolari dell’isola.

Nel finale l’ingresso della cantante sarda Elena Ledda che intona una mesta ninna nanna sembra voler riportare la pace e riconciliare gli spiriti di quel popolo indomito.

The Medium

Julija Samsonova-Khayet, Madame Flora nella produzione del 2011 del Festival dei Due Mondi di Spoleto

Gian Carlo Menotti, The Medium

Nato nel 1911 nel varesotto, Gian Carlo Menotti frequenta il Conservatorio di Milano dove conosce Toscanini e dopo la morte del padre si trasferisce al Curtis Institute of Music di Filadelfia. Negli Stati Uniti conosce Leonard Bernstein e ha una relazione con Samuel Barber che diventerà il suo compagno di vita e per il quale scriverà i libretti di due opere.

Dopo le prove nel genere buffo con Amelia al ballo (Filadelfia, 1937) e The old Maid and the Thief (opera radiofonica, 1939), Menotti ottiene il successo anche nel genere drammatico con The Medium (New York, 1946), una breve opera in due atti. Al debutto americano segue la diffusione europea con la prima italiana a Genova nel 1949. Per l’occasione Menotti, autore del libretto, prepara una versione in italiano. Con la regia del compositore stesso il lavoro ottiene un buon successo, anche se non così clamoroso come oltre oceano.

Atto primo. Monica e Toby stanno giocando quando sopraggiunge Madame Flora (Baba): ora devono prepararsi a ricevere i clienti, per una seduta spiritica in cui collaboreranno a una finta evocazione degli spiriti. Arrivano Mrs. Nolan (per evocare la figlia Doodly) e i coniugi Gobineau (per il figlioletto Mickey): in realtà sarà Monica a parlare per loro. Nel buio, però, Baba sente realmente una mano fredda che la tocca e ne è sconvolta. Congedati i clienti, la finta medium comincia a sospettare di Toby, mentre Monica tenta di calmarla.
Atto secondo. Monica e Toby scherzano davanti al teatrino di marionette usato per le ‘messe in scena’ sovrannaturali: nella loro allegria c’è anche una grande tenerezza reciproca. Arriva Baba, semiubriaca, e cerca con finta dolcezza di capire se è stato il muto Toby a toccarla, mentre la sua agitazione aumenta fino a minacciarlo. Sopraggiungono i clienti per la seduta: Baba confessa i suoi imbrogli, ma questi rifiutano di crederle e lei li scaccia. Ormai vaneggiante, invoca perdono a Dio e si agita istericamente, mentre Toby tenta di sfuggirle nascondendosi dietro una tenda. Baba scorge il suo movimento e spara in quella direzione: appare una macchia di sangue sulla tenda bianca, mentre Monica invoca aiuto.

Nelle parole dell’autore, The Medium «descrive la tragedia di una donna imprigionata tra due mondi, un mondo reale che non comprende del tutto, e un mondo soprannaturale in cui non riesce a credere. [Baba] non ha scrupoli nel truffare i suoi clienti, fino a quando succede qualcosa che lei stessa non ha preparato. Questo incidente insignificante, che non è in grado di spiegare, frantuma la sua sicurezza e la fa quasi impazzire di paura. Da questo momento si scaglia impotente contro i suoi clienti creduloni, sereni nella loro fede ingenua e incrollabile, e contro Toby che sembra nascondere nel suo silenzio la risposta alla sua domanda senza risposta. Nella semplicità del suo amore per Toby e per Baba, Monica cerca di mediare tra loro, ma Baba, nella sua ansia e insicurezza, arriva a uccidere Toby, ‘il fantasma’, il simbolo della sua angoscia metafisica, che la perseguiterà per sempre con l’enigma del suo silenzio immutabile».

«Convinto di doversi dedicare alla ricerca “dell’inevitabile, non del nuovo”, Menotti adotta in questa opera da camera, come nelle altre sue produzioni, un linguaggio attento alle esigenze dell’ascoltatore medio e ampiamente debitore della tradizione verista; dedica inoltre grande attenzione all’efficacia delle parti melodiche. Gli interventi di Baba e ancor più di Monica sono trattati come vere e proprie arie; quest’ultima è partecipe, con Toby, di un mondo in cui i caratteri del sovrannaturale, del fiabesco e dell’infantile tendono a confondersi. Un vago impressionismo caratterizza la lirica iniziale e l’intervento di Doodly (“Mummy, you must not cry”, che ricorda taluni passi di Suor Angelica di Puccini), mentre echi popolari sono presenti nella ninna-nanna “O black swan” (di un particolare sapore modale e slavo). Baba interviene spesso con passi di declamato teatrale; anche le scene d’assieme presentano il concertato in forma di dialogo spesso recitato. A parte qualche tagliente passo in stile imitativo, prevale la melodia accompagnata, al fine di esaltare al massimo la linea del canto, secondo una consuetudine di ascendenza verista. L’orchestra, dalle dimensioni cameristiche, è sempre assai pronta a sottolineare con dissonanze o allucinati ritmi di danza lo sconfinamento dal reale al fantastico: caratteristici i nervosi interventi del pianoforte, mentre il vaneggiamento di Baba nel soliloquio finale è reso con le citazioni di frammenti di passi precedenti. Proprio l’abile scrittura dell’orchestra (che “ha valore determinante, non di commento”, come ebbe a dire Menotti), unita a una drammaturgia semplice e concentrata (nel solco del verismo, così come l’elemento grottesco introdotto con il personaggio muto di Toby), nonché la facilità melodica, al servizio di una sceneggiatura che sottolinea gli aspetti emozionali, hanno portato al diffuso gradimento dell’opera presso il grande pubblico». (Maria Grazia Sità)

Molte le versioni disponibili su youtube, tutte amatoriali.

Trouble in Tahiti

Leonard Bernstein, Trouble in Tahiti

Leeds, Grand Theatre, 11 ottobre 2017

★★★☆☆

(streaming video)

Anni ’50: dalla satira alla nostalgia

In anticipo sulle celebrazioni dei cento anni della nascita di Leonard Bernstein (1918-1990), l’Opera North, la compagnia con sede a Leeds e propaggine della English National Opera, mette in scena la sua prima opera, Trouble in Tahiti, un breve atto unico formato da un preludio e sette scene su libretto proprio – l’unico caso in cui Bernstein sia stato autore sia della musica sia delle parole.

Le intenzioni del compositore erano quelle di mettere alla berlina il sogno americano della middle class negli agglomerati suburbani del suo tempo, prendendo spunto da una coppia in crisi dopo dieci anni di matrimonio. Una metafora dell’incomunicabilità: pur di non dover affrontare i silenzi di una serata in cui non sanno più cosa dirsi, i coniugi fuggono la realtà chiudendosi in un cinematografo e lasciandosi trasportare dalle fasulle vicende romantiche proiettate sullo schermo.

Preludio – Un «never stop smiling» trio canta della vita perfetta a Suburbia, con le sue casette bianche e le famiglie felici e amorevoli.
Scena I – La vita reale contrasta molto con ciò che il Trio ha dipinto. Sam e Dinah stanno facendo colazione, alternando i litigi abituali alla nostalgia per l’amore passato. Dinah accusa Sam di avere una relazione con la sua segretaria, ma egli lo nega. Ricorda anche a Sam la recita scolastica del figlio Junior quel pomeriggio, ma per Sam il suo torneo di pallamano alla palestra è più importante. Dinah ha bisogno di soldi per pagare l’analista e aggiunge che anche Sam dovrebbe andarci. Entrambi sono d’accordo che questo non è il modo di vivere e decidono di discutere dei loro problemi relazionali la sera stessa. Entrambi chiedono l’un l’altro maggior gentilezza e pregano affinché il muro costruito tra loro possa essere abbattuto. Sam esce, in ritardo per il treno.
Scena II – In ufficio Sam gestisce affari al telefono e nega un prestito a un certo Mr. Partridge. Il coro ne loda in senso per gli affari. Poi arriva una chiamata da Bill, e Sam è lieto di prestargli denaro. Non è una combinazione che Bill partecipi al torneo di pallamano con Sam. Il coro ne commenta la generosità.
Scena III – Nell’ufficio dell’analista, Dinah ricorda un suo sogno in cui si era trovata in un giardino abbandonato all’incuria da cui non poteva uscire fino a che una voce non l’ha chiamata: «There is a garden, come with me, come with me. A shining garden, come and see, come and see. There love will teach us harmony and grace, harmony and grace. Then love will lead us to a quiet place» (C’è un giardino, vieni con me, vieni con me. Un giardino splendente, vieni a vedere, vieni a vedere. Lì l’amore ci insegnerà l’armonia e la grazia, l’armonia e la grazia. Allora l’amore ci condurrà in un posto tranquillo). Nell’ufficio Sam chiede alla segretaria se le sembra che egli le abbia mai fatto delle avance. Alla risposta positiva afferma che è stato un incidente e che deve dimenticare quanto è successo.
Scena IV – Sam e Dinah si incontrano per caso per strada. Piuttosto che pranzare l’uno con l’altro, entrambi inventano menzogne ​​su impegni immaginari. Poi riflettono sulla strada confusa e dolorosa che il loro rapporto ha preso e anelano alla felicità perduta.
Interludio – All’interno della casa, il Trio canta della bella vita di Suburbia, descrivendo il sogno americano.
Scena V – In palestra, Sam ha appena vinto il torneo di pallamano. Canta trionfalmente sulla natura degli uomini: alcuni provano con tutte le loro forze per salire in cima, ma non vinceranno mai, mentre altri, come lui, nascono vincitori e avranno sempre successo.
Scena VI – In un negozio di cappelli, Dinah racconta a una persona non identificata del film d’amore “Trouble in Tahiti” che ha appena visto al cinema. All’inizio lei critica il film come una stupidaggine in technicolor, ma mentre racconta la storia con la sua canzone “Island Magic”, cantata ora dal Trio, viene presa dalla fantasia di una evasione d’amore. Tornando all’improvviso a sé stessa
corre a preparare la cena per Sam.
Scena VII – Mentre torna a casa, Sam intona un’altra legge degli uomini: anche il vincitore deve pagare a caro prezzo quello che ottiene. Il Trio canta di beatitudine domestica a Suburbia. Dopo cena, Dinah lavora a maglia e Sam legge il giornale. Sam decide che è giunto il momento della loro discussione, ma Sam non non sa da dove cominciare. Dà la colpa a Dinah per le interruzioni, ma lei non ha detto nulla. Nell’unico dialogo parlato nell’opera, Sam chiede a Dinah della recita di Junior; ma neanche lei ci è andata, come sappiamo. Sam suggerisce di andare al cinema, di vedere un nuovo film su Tahiti. Mentre escono, entrambi cercano a lungo in silenzio se è possibile riscoprire l’amore l’uno per l’altro. Per il momento optano per quell’altra magia, «the bought-and-paid-for magic» del grande schermo. Il Trio fa il suo ultimo commento ironico, riprendendo il titolo della canzone del film.

Presentato il 12 giugno 1952 nel campus della Brandeis University di Waltham, MA, davanti a tremila persone, due mesi dopo, con il finale modificato, fu eseguito a Tanglewood e a novembre, con ulteriori modifiche, fu trasmesso in televisione dalla NBC Opera Theatre e poi messo in scena dalla New York City Opera nel 1958. Fino al 1973 Lenny non lo volle più eseguire se non per una produzione della London Weekend Television.

«Trouble in Tahiti dura solo quaranta minuti. È breve, ma è un’opera nel senso che è tutta cantata dall’inizio alla fine, eccetto un piccolo dialogo volutamente parlato. […] Era una sfida che avevo lanciato a me stesso: vedere se l’espressione vernacolare americana – vuoi musicale vuoi linguistica – potesse essere utilizzata in qualcosa che si potesse chiamare opera senza però avere l’artificiosità dell’opera convenzionale» scrisse a suo tempo Bernstein. «Le radici di Trouble in Tahiti sono nel musical americano, non c’è dubbio, per questo non ho cercato di evitare il modello alla Jerome Kern o Gershwin. Quello che ho evitato di certo sono gli stilemi dell’opera italiana o tedesca tradizionale». E questo è evidente: i songs e l’unico duetto sono tipici del teatro musicale americano e l’orchestrazione ha sapori e colori jazzistici.

A causa della sua brevità nel 1983 il lavoro fu inglobato in un sequel come un lungo flashback e così è stato rappresentato col titolo A Quiet Place alla Scala nel 1984 diretto da John Mauceri. Questa produzione di Leeds propone invece il lavoro originale con due soli interpreti e un trio swing di vocalist.

Nella messa in scena di Matthew Eberhardt l’atmosfera anni ’50 è ottenuta con la semplice ma efficace ambientazione di Charles Edwards e George Leigh e dei congrui costumi di Hanna Clark. La regia soddisfa pienamente le richieste espresse a suo tempo dall’autore: semplicità di esecuzione, chiarezza di espressione, agili movimenti scenici e mancanza di pause per i cambi di scena. L’unica cosa che si può imputare a questa lettura è una certa mancanza di criticità nei confronti di un lavoro di quasi settant’anni fa.

Gli interpreti di Sam (Quirijin de Lang, baritono olandese) e Dinah (Wallis Giunta, mezzosoprano canadese) hanno le facce giuste per interpretare i coniugi in crisi. Soprattutto la moglie è scenicamente convincente e sfoggia una bella voce lirica. La direzione di Tobias Ringborg esalta i toni jazz di un’orchestra dominata dai fiati.

Se nel 1984 Angelo Foletto a proposito della produzione scaligera parlava di «incubo del sogno americano», dopo altri trentaquattro anni è cambiata ancora la nostra visione: sarà facile ridere di quell’epoca ingenua, ma non è possibile non provare una certa nostalgia per quei semplici valori e quel modo di vivere rispetto a quelli del nostro tempo.

Les mamelles de Tirésias

Francis Poulenc, Les mamelles de Tirésias

2000px-Flag_of_Italy.svg Qui la versione in italiano

Saint-Jean-Cap-Ferrat, Villa Ephrussi-Rothschild, 24 August 2018

Baby boom in the French Riviera

“Quelque part entre Monaco et Nice” (Somewhere between Monaco and Nice) writes Poulenc on the score of Les mamelles de Tirésias (The Breasts of Tiresias). Then, why not the stately pink villa that stands on top of the Cap Ferrat peninsula, halfway between the two sea resorts of the French Riviera?

The main hall, a sort of covered cloister in the building that belonged to Beatrice de Rothschild and the baron Maurice de Ephrussi, hosts the final performance of Azuriales Opera, devoted to “les talents de demain” (tomorrow’s talented artists), ten young singers who engaged in a singing competition and in two masterclasses before performing in Francis Poulenc’s first opera under Bryan Evans’ musical direction and in Alessandro Talevi’s staging.

The task of expressing Poulenc’s shining orchestration through the piano keys is brilliantly won by Bryan Evans: if not the timbres of the individual instruments, the colours and the fizzy and mellow themes of this surreal musical work are effectively rendered in the hands of the director and owner of Diva Opera, an English company that since 1997 presents works in chamber form. His experience is evident in the effectual conducting of the voices, for example in the final of the first act with that vocal quintet punctuated by the caustic comments of the “people of Zanzibar” or in the numerous animated scenes of this opera bouffe.

The title choice is well suited: eleven roles in which young performers can display their vocal skills and put their stage performances to the test. They have all passed a rigorous trial and possess a fairly good vocal quality. Maybe some voices have a dash of unripeness, while others are already prompt for even more demanding debuts. Here are all their names: Eliza Boom, soprano from New Zealand (Thérèse/Tirésias); Glenn Cunningham, tenor, United Kingdom (Lacouf); Lawrence Halksworth, baritone, United Kingdom (gendarme); Elmira Karakhanove, soprano, Russia (fortune-teller); Satrya Krisna, tenor, Indonesia (husband); Thembinkosi Magagula, soprano, South Africa (newsagent); Ema Nikolovska, mezzo-soprano, Macedonia (journalist); Chuma Sijeda, baritone, South Africa (Presto); Katie Stevenson, mezzo-soprano, United Kingdom (prologue, fat woman); Igor Yadrov, bass, Russia (bearded gentleman). No one is French-speaking, but the linguistic subtleties are well assimilated and satisfactorily delivered while the commitment is shared in equal measure. Perhaps it is in the women’s department that the most interesting voices can be found: one cannot but underline the vocal flair of Thérèse, the beautiful colour of the mezzo that lends her voice to the prologue and the nonchalant rendition of the fortune teller.

If the task of the musical director is not easy, that of Alessandro Talevi is equally difficult: he must employ his dramaturgical skills in an environment that is not very suitable to a stage performance. It is not the first time that the young director born in Johannesburg deals with such an exploit: the experience he made in this same location with Handel’s Il trionfo del Tempo e del Disinganno (which won him the European Opera-directing Prize in 2007) and Partenope in 2008, led to last night euphoric reaction.

With props limited to a few chairs, a small table and an ironing board (which also served as a delivery table for the forty thousand forty-nine newborns, not one more, not one less), the beaming outcome was achieved through the director’s expertise and the performers’ skill that made this surreal plot fully enjoyable. Apollinaire’s text was up to date in 1917 as well as thirty years later, at the debut of Poulenc’s opera, as it is now when humans, in some countries, are reluctant to generate children and where feminist demands are anything but resolved. The finale does not use metaphors to encourage the people, French or otherwise, to procreate: «Cher public, faites des enfants, | vous qui n’en faisiez guère, | vous qui n’en faisiez plus!» (Dear audience, make babies! You who scarcely have any, you who no longer make them!) and the gestures of the performers on stage, properly coupled after the confusion of sexes and roles that took place previously, leaves no doubt. And who knows, perhaps someone from the public, after the elegant dinner under the trees of Villa Ephrussi-Rothschild gardens following the performance, did comply with the inducement after returning home…

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photo © Les Azuriales Opéra 2018

Les mamelles de Tirésias

Francis Poulenc, Les mamelles de Tirésias

2000px-Flag_of_the_United_Kingdom.svg.png  Click here for the English version

Saint-Jean-Cap-Ferrat, Villa Ephrussi-Rothschild, 24 agosto 2018

Baby boom a Cap Ferrat

«Quelque part entre Monaco et Nice» scrive Poulenc sulla partitura di Les mamelles de Tirésias. Quindi, perché non la grande villa rosa che sorge sulla penisola di Cap Ferrat, a metà strada tra le due località della Costa Azzurra?

Il salone principale, una specie di chiostro coperto nell’edificio che fu proprietà di Béatrice de Rothschild e del barone Maurice de Ephrussi, ospita lo spettacolo conclusivo di Opéra Azuriales, dedicati quest’anno ai “talents de demain”, dieci giovani artisti che hanno partecipato a una competizione canora e a due masterclass prima di esibirsi nell’opera di Francis Poulenc con la direzione musicale di Bryan Evans e la mise en espace di Alessandro Talevi.

L’impresa di esprimere la cangiante orchestrazione di Poulenc con i soli tasti del pianoforte è brillantemente vinta da Bryan Evans: se non i timbri dei singoli strumenti, i colori e i temi frizzanti e suadenti di questo surreale lavoro sono resi con efficacia dalle mani del direttore e proprietario della Diva Opera, la compagnia inglese che dal 1997 presenta opere in forma cameristica. L’esperienza maturata è evidente nella efficiente concertazione delle voci, ad esempio nel folle finale del primo atto con quel quintetto di personaggi punteggiato dai caustici commenti del «popolo di Zanzibar» o nelle frequenti vivaci scene di questa deliziosa opéra bouffe.

La scelta del titolo è congeniale: undici ruoli in cui giovani interpreti possono esibire le loro doti vocali e mettere a prova quelle sceniche. Tutti hanno superato una selezione rigorosa ed esibiscono qualità di tutto rispetto. Magari talune voci hanno ancora un tocco di immaturità, altre sono invece già pronte per debutti anche più impegnativi. Ecco i loro nomi: Eliza Boom, soprano della Nuova Zelanda (Thérèse); Glenn Cunningham, tenore, Regno Unito (Lacouf); Lawrence Halksworth, baritono, Regno Unito (gendarme); Elmira Karakhanove, soprano, Russia (cartomante); Satrya Krisna, tenore, Indonesia (marito); Thembinkosi Magagula, soprano, Sud Africa (giornalaia); Ema Nikolovska, mezzosoprano, Macedonia (giornalista); Chuma Sijeda, baritono, Sud Africa (Presto); Katie Stevenson, mezzosoprano, Regno Unito (prologo, donna grassa); Igor Yadrov, basso, Russia (signore barbuto). Come si nota nessuno è di lingua francese, ma le sottigliezze linguistiche sono ben assimilate e rese soddisfacentemente e l’impegno è ripartito tra tutti in ugual misura. Forse è nel reparto femminile che si incontrano i casi più interessanti poiché non si può non notare la sicurezza vocale di Thérèse, il bel timbro del mezzosoprano che dà voce al prologo e la spigliata interpretazione della cartomante.

Se il compito del direttore musicale non è facile, altrettanto arduo è quello di Alessandro Talevi che deve utilizzare le sue capacità drammaturgiche in un ambiente ben poco adatto alla rappresentazione scenica. Non è la prima volta che il giovane regista di Johannesburg affronta il cimento: l’esperienza fatta in questa stessa location con i titoli händeliani Il trionfo del Tempo e del Disinganno (che gli ha fatto vincere nel 2007 lo European Opera-directing Prize) e la Partenope nel 2008 ha condotto al felice risultato di ieri sera.

Con arredi scenici limitati a poche sedie, un tavolino e un asse da stiro (che serve genialmente anche da letto per il parto dei quarantamilaquarantanove neonati, non uno di più, non uno di meno), tutto è giocato sull’abilità del regista e la simpatia degli interpreti per rendere godibile questa surreale vicenda il cui testo di Apollinaire era à la page nel 1917 come trent’anni dopo, al debutto della prima opera di Poulenc, così come lo è adesso in cui, in certi paesi, si è restii e generare figli e dove le istanze femministe sono tutt’altro che risolte. Il finale non ricorre a metafore per incoraggiare il popolo, francese e non, a procreare: «Cher public, faites des enfants, | vous qui n’en faisiez guère, | vous qui n’en faisiez plus!» e i movimenti degli interpreti in scena, regolarmente accoppiati dopo la confusione dei sessi e dei ruoli avvenuta in precedenza, non lasciano dubbi. E chissa che qualcuno del pubblico, dopo l’elegante dîner sotto gli alberi del giardino di Villa Ephrussi-Rothschild che è seguito alla rappresentazione, al ritorno a casa non abbia colto il pressante invito…

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photo © Les Azuriales Opera 2018