Il turco in Italia

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★★☆☆☆

Il Turco in Isvizzera

Ancora una volta dobbiamo a Maria Callas (a quando la beatificazione?) la rinascita di un’opera all’epoca, 1950, quasi sconosciuta. Infatti dopo la prima del 1814 in cui fu accolta freddamente da un pubblico che, ancora entusiasta dell’Italiana in Algeri, vide la nuova opera come uno stanco rimaneggiamento di quella, il lavoro fu quasi negletto. E pensare che il libretto di Felice Romani, con la sua ambientazione napoletana che strizza l’occhio al Così fan tutte (1) con quel personaggio di Prosdocimo poeta-librettista in cerca di ispirazione (come il Don Alfonso mozartiano deus ex machina della vicenda), aveva tutte le carte in regola per essere un successo con la sua esaltazione della convenzione teatrale e i suoi sapidi personaggi.

Ingiustamente accusata d’infedeltà, Zaida è evasa dal serraglio di Selim ed è giunta a Napoli dove è ospite di un campo di nomadi. Qui giunge Prosdocimo, un poeta in cerca d’ispirazione per un’opera buffa. Di lì a poco sopraggiunge Don Geronio, anziano signorotto, vittima dei capricci della giovane moglie Fiorilla. Il poeta informa Zaida dell’imminente arrivo a Napoli di un turco che potrebbe aiutarla a ritrovare l’amato, ignaro che quegli è proprio Selim. Il pascià s’imbatte in Fiorilla e ne resta affascinato suscitando la gelosia di Geronio e di Narciso, un cavaliere servente. Poco prima di ripartire per la Turchia, Selim incontra Zaida e la gelosia delle due donne si accende così come quella di Geronio e Narciso. Selim propone a Geronio di vendergli la moglie secondo le usanze orientali, ma riesce a provocarne solo l’ira. Prosdocimo suggerisce a Geronio di mascherarsi da turco per ingannare Fiorilla e a Zaida di mascherarsi da Fiorilla per conquistare Selim; Narciso, sua sponte indossa abiti da ottomano per conquistare Fiorilla. Durante una festa di ballo Selim si allontana con Zaida, ritenendola Fiorilla, mentre la vera sposa di  Geronio si apparta con Narciso, credendolo Selim. Geronio si convince dell’infedeltà della consorte e la ripudia. Fiorilla è così abbandonata da tutti, perché Selim fa ritorno in patria con Zaida; l’infedele sposa si pente del suo comportamento e muove a commozione Geronio che la riaccoglie. È questo il finale che Prosdocimo cercava per  il suo libretto, lo annota e annuncia che la stesura è terminata: l’opera può andare in scena.

L’edizione del 2002 dell’Opera di Zurigo è diretta da un Franz Welser-Möst per una volta un po’ meno irrigidito del solito, ma la leggerezza rossiniana è ancora altra cosa con quel finale bandistico del primo atto con i piatti (?) sbattuti da una scimmia impazzita!

La messa in scena di Cesare Lievi e gli assurdi costumi di Tullio Pericoli disegnano un’ambientazione che pare ideata da un pasticcere folle (sembra di stare sul set di Willy Wonka, ma non c’è Johnny Depp…) che toglie forza e significato alla vicenda proiettandola in una dimensione fiabesca che non è sua. Imbarazzante poi il lavoro sui cantanti.

Donna Florilla, “donna capricciosa ma onesta” come dice il libretto, è qui una Cecilia Bartoli in gran forma nelle colorature, ma dal tono un po’ acidulo e rende antipatico e sopra le righe il personaggio. Selim, “principe turco che viaggia”, è il solito Ruggero Raimondi con la sua inconfondibile dizione: «Cara Itolia […] T’attendo in riva al mor» in un costume ridicolo, poveretto. Di livello ben inferiore il resto del cast per musicalità, qualità vocali e intonazione. Da salvare forse solo il Narciso di Reinaldo Macias.

Il pubblico di Zurigo ride divertito.

(1) Puntuale viene nel primo atto la citazione dell’opera di Mozart!

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