L’angelo di fuoco

Sergeij Prokof’ev, L’angelo di fuoco

★★★☆☆

Madrid, Teatro Real, 22 marzo 2022

(video streaming)

Follia e desiderio femminile

Proveniente da Zurigo, dove era stato presentato nel 2017, è sulle scene del Teatro Real di Madrid questa produzione dell’ultima opera di Prokof’ev, un lavoro che dopo un lungo periodo di assenza negli ultimi anni è frequentemente presente nei cartelloni dei teatri europei. La scabrosa vicenda, la complessità dell’allestimento, la selvaggia musica del compositore russo, elementi che avevavo intimorito gli impresari – tanto che l’opera fu presentata solo dopo la morte di Prokof’ev e a quasi trent’anni di distanza dalla sua composizione – sembrano invece sollecitare i registi contemporanei e abbiamo quindi avuto ultimamente Mariusz Treliński, Barrie Kosky, Emma Dante e appunto Calixto Bieito cimentarsi con L’angelo di fuoco.

Ognuno di loro ha scelto una chiave di lettura diversa tra le tante offerte dal testo simbolico di Brjusov su cui si basa il libretto scritto dallo stesso compositore. Curiosamente quasi nessuno ha puntato sul soprannaturale: per Bieito è la follia, non solo della protagonista femminile, ma anche di altri personaggi, a impregnare la sua regia in cui vediamo una Renate disturbata probabilmente da un’infanzia traumatica, in preda a malattie mentali «schizofrenia, disturbi bipolari, traumi, ansia, depressione – frequenti oggi» dice il regista. Ma neanche Ruprecht sembra al meglio delle sue facoltà razionali: ben lontano dalla figura di nobile cavaliere, in scena vediamo una figura dimessa, in canottiera – essendo l’ambientazione quella degli anni ’50 del secolo scorso – tormentata dalla passione per questa ragazza enigmatica e incoerente fino alla follia che Bieito rende morbosamente attratta dalla figura del conte tedesco Heinrich in cui lei pensa si sia impersonato l’angelo Madiel dei suoi adolescenziali sogni erotici. La muta presenza di un anziano attore rappresenta per la ragazza probabilmente anche la figura paterna.

Renate e Ruprecht sono praticamente sempre in scena e non è facile per loro mantenere la tensione e la convinzione del personaggio, soprattutto per Leigh Melrose che deve esprimere la sua sofferta personalità con il corpo e le smorfie del viso unitamente a una vocalità aspra e defatigante per tutte e due le ore della rappresentazione senza intervallo.  Il baritono inglese non è nuovo nella parte. Più convincente il soprano Aušrinė Stundytė che ritorna in un ruolo che ha già frequentato con successo: nonostante l’intensità interpretativa la voce mantiene una sua bellezza e la presenza scenica fa il resto. Molto efficaci sono gli altri interpreti, dal tenore Dmitrji Golovnin (Agrippa van Nettelsheim, Mephistopheles) al basso Mika Kares (Inquisitore); dal mezzosoprano Nino Surguladze (l’ostessa della locanda) al basso Dmitrij Ul’anov (Faust); dal tenore Josep Fadó (Dottore, Jakob Glock) al basso Gerardo Bullón (il proprietario della locanda a Monaco, Mathias). Alla guida dell’orchestra del teatro il direttore valenciano Gustavo Gimeno affronta per la prima volta la partitura ma conosce bene Prokof’ev che ha eseguito spesso. Si sente nella sicurezza con cui dipana le note di un lavoro di grande violenza ma splendidamente strutturato e orchestrato. Ma se in orchestra si sentono le cose più forti, in scena non succede molto: con la furiosa marcia di Agrippa del secondo atto c’è la giostrina che gira, ossia la solita struttura rotante a più piani e vari ambienti («la psiche di Renate», secondo il regista) disegnata da Rebecca Ringst. Ben altro l’impatto visivo aveva avuto in questi stessi momenti la produzione di Kosky. Anche il momento dell’esorcismo viene trascinato lungamente senza che avvenga molto in scena, a parte il finale, quando la bicicletta da cui Renate non si è mai separata prende fuoco, simbolo del suo rogo come eretica.

Ci si aspettava qualcosa di più da un regista come lui. Questa volta c’è stata un po’ di delusione.