bozzetto di Pier Luigi Pizzi
∙
Gioachino Rossini, Maometto II
Venezia, Teatro La Fenice, 28 gennaio 2005
(registrazione video)
Il Turco non più in Italia: Maometto secondo a nessuno
Quando si pensa a Gioachino Rossini, è facile immaginare il ritmo irresistibile del Barbiere di Siviglia, i crescendo travolgenti, l’ironia e quella leggerezza teatrale che sembra trasformare ogni complicazione in puro spettacolo. Maometto II, però, ci porta in un territorio molto diverso. Qui Rossini non vuole semplicemente divertire: vuole sorprendere, inquietare, commuovere. E lo fa con un’opera ambiziosa, audace e, per molti aspetti, sorprendentemente moderna.
Presentata per la prima volta al Teatro di San Carlo di Napoli il 3 dicembre 1820, Maometto II nasce nel periodo della piena maturità creativa di Rossini. Il libretto di Cesare della Valle si ispira liberamente alla conquista ottomana della colonia veneziana di Negroponte nel XV secolo e mette al centro il sultano Maometto II, il conquistatore di Costantinopoli. Ma la storia militare è soltanto la cornice: il vero campo di battaglia è quello dei sentimenti.
Atto I. Siamo a Negroponte, colonia veneziana assediata dalle truppe ottomane di Maometto II. Paolo Erisso, governatore della città, è deciso a resistere fino all’ultimo e vorrebbe assicurare il futuro della figlia Anna dandola in sposa al giovane generale veneziano Calbo. Ma Anna custodisce un segreto: durante un precedente soggiorno a Corinto si è innamorata di un uomo che si era presentato con il nome di Uberto. La situazione precipita quando gli Ottomani irrompono nella città e il loro sultano compare davanti ai Veneziani: Anna riconosce in Maometto proprio l’uomo che ama. La scoperta è sconvolgente. Quello che per lei era stato un amore privato e quasi romantico si rivela improvvisamente legato al nemico della sua famiglia e della sua patria. Maometto, a sua volta, ritrova Anna e tenta di proteggerla, mentre Erisso comprende con orrore il legame tra i due. Nel grande finale dell’atto, sentimenti personali e guerra si sovrappongono: amore, gelosia, fedeltà politica e odio fra i due schieramenti esplodono contemporaneamente.
Atto II. Anna si trova ormai in potere degli Ottomani. Maometto cerca di convincerla a seguirlo e le offre amore, protezione e una nuova vita al suo fianco. Per dimostrarle la propria fiducia le consegna anche il sigillo imperiale, simbolo della sua autorità. Anna, però, non riesce a separare l’uomo amato dal conquistatore che minaccia suo padre e il suo popolo. Quando riesce a ricongiungersi con Erisso e Calbo, utilizza proprio il sigillo di Maometto per favorire la loro salvezza e, davanti alla tomba della madre, accetta di sposare Calbo, rinunciando definitivamente al suo amore per il sultano. Lo scontro militare volge intanto a favore dei Veneziani, ma per Anna non esiste ormai una vera possibilità di ritorno alla vita precedente. Nel finale tragico della versione napoletana del 1820, circondata nuovamente dai nemici e posta davanti a Maometto, Anna gli rivela di avere sposato Calbo e sceglie di uccidersi sulla tomba materna piuttosto che diventare sua prigioniera. Maometto resta così vincitore come conquistatore, ma sconfitto nell’unico territorio che non può dominare con la forza: quello dell’amore.
È questa tensione a dare all’opera la sua straordinaria forza drammatica. Maometto non è dipinto semplicemente come un tiranno: è un conquistatore potente e minaccioso, ma anche un uomo capace di passione. Anna, a sua volta, non è una fragile eroina da melodramma: affronta un conflitto interiore sempre più radicale, fino al tragico epilogo.
Anche musicalmente Maometto II rompe molti schemi. Rossini amplia le forme tradizionali dell’opera italiana e costruisce grandi scene nelle quali arie, cori, duetti e momenti d’insieme sembrano fondersi in strutture continue. Celebre è soprattutto il vastissimo finale del primo atto, un’impressionante architettura musicale in cui la vicenda pubblica dell’assedio e quella privata dei protagonisti diventano inseparabili. Il virtuosismo vocale rimane, naturalmente, ma non è semplice esibizione: colorature, slanci e variazioni servono a raccontare emozioni portate al limite.
La storia dell’opera, inoltre, è quasi avventurosa quanto la sua trama. Rossini la modificò per una ripresa veneziana del 1822, cambiandone anche il finale, e alcuni anni dopo ne rielaborò profondamente la musica per l’opera francese Le Siège de Corinthe. È il segno di un compositore che non considerava il teatro musicale qualcosa di immobile, ma una materia viva da trasformare a seconda del pubblico, degli interpreti e delle circostanze.
E proprio alla Fenice, per la prima volta in tempi moderni, viene riproposta la versione veneziana. Claudio Scimone, profondo conoscitore della partitura e curatore dell’edizione critica utilizzata per lo spettacolo, dirige Orchestra e Coro della Fenice; regia, scene e costumi sono affidati a Pier Luigi Pizzi.
Lo spettacolo di Pizzi punta su una monumentalità elegante ma non puramente decorativa. Fortezze e architetture devastate, ambienti sotterranei e rovine suggerivano un mondo sconvolto dalla guerra, sfruttando anche le possibilità tecniche del palcoscenico della Fenice ricostruita. La regia mantiene una gestualità sobria ed essenziale, lasciando alla musica e alle grandi architetture vocali rossiniane il centro dell’azione. Molto apprezzata fluidità con cui gli spazi scenici accompagnavano la drammaturgia musicale.
Sul piano vocale il punto di forza è soprattutto Lorenzo Regazzo, Maometto autorevole ed elegantissimo, apprezzato per la precisione della coloratura, la chiarezza della dizione e la nobiltà del fraseggio. Carmen Giannattasio, nel ruolo di Anna, affronta con sicurezza tanto il canto patetico quanto le difficilissime agilità del rondò conclusivo; Anna Rita Gemmabella dà rilievo al ruolo en travesti di Calbo, mentre il giovane Maxim Mironov interpreta Paolo Erisso con una vocalità più chiara e propriamente belcantistica. La direzione di Scimone viene riconosciuta per competenza stilistica, equilibrio e capacità di restituire la dimensione monumentale dell’opera, forse si sarebbe desiderato maggiore elasticità e brio.
Maometto II ci mostra dunque un Rossini diverso dallo stereotipo del genio sorridente e spensierato: un compositore sperimentale, drammatico e capace di mettere la bellezza del canto al servizio di conflitti profondamente umani. Dietro eserciti, assedi e scontri fra mondi opposti, resta infatti una domanda semplicissima e terribile: che cosa accade quando ciò che amiamo entra in conflitto con ciò a cui sentiamo di appartenere?
⸪
