Benjamin Britten (1913-1976)
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Benjamin Britten, War Requiem op. 66
Requiem aeternam
Requiem aeternam – coro
What passing bells for these who die as cattle? – tenore
Dies irae
Dies irae – coro
Bugles sang, saddening the evening air – baritono
Liber scriptus proferetur – soprano
Out there, we’ve walked quite friendly up to Death – tenore e baritono
Recordare Jesu pie – coro
Be slowly lifted up – baritono
Dies irae – coro
Lacrimosa dies illa – soprano e coro
Move him into the sun – tenore
Offertorium
Domine Jesu Christe – coro di voci bianche
So Abram rose, and clave the wood – tenore e baritono
Sanctus
Sanctus, sanctus, sanctus – soprano e coro
After the blast of lightning from the East – baritono
Agnus Dei
One ever hangs where shelled roads part – tenore
Libera me
Libera me, Domine – coro
It seemed that out of battle I escaped – tenore
Let us sleep now… In paradisum – baritono, tenore, coro di voci bianche, soprano e coro
Orchestra Sinfonica Nazionale RAI, direttore Simone Young, Elena Guseva soprano, Nicky Spence tenore, Bo Skovhus baritono, Coro di voci bianche e Coro del Teatro Regio, Gea Garatti Ansini e Claudio Fenoglio maestri dei cori
Torino, Auditorium Arturo Toscanini, 7 settembre 2016
Britten, il Requiem scritto per domani
Quest’anno MITO SettembreMusica, giunto alla ventesima edizione con il titolo programmatico Armonia – «non assenza di tensione, ma relazione tra voci diverse» precisa la direttrice artistica di Mito, Speranza Scappucci – rende omaggio a Benjamin Britten nel cinquantenario della morte. La doppia inaugurazione, a Milano e Torino, è affidata al suo monumentale War Requiem.
Nel cartellone torinese seguiranno poi due pagine cameristiche, il giovanile Phantasy Quartettdel 1932 e il Quartetto per archi n. 2 op. 36 del 1945. Anche il Teatro Regio partecipa alle celebrazioni con The Little Sweep (Il piccolo spazzacamino), destinato a scuole e famiglie a dicembre al Piccolo Regio, mentre OperaLombardia porta già da questo mese in diversi teatri una nuova produzione di Death in Venice.
Quando gli commissionano una nuova opera per la consacrazione della cattedrale di Coventry, ricostruita accanto alle rovine di quella distrutta dai bombardamenti tedeschi nel 1940, Britten avrebbe a disposizione tutto l’armamentario delle grandi occasioni: trombe, campane, celebrazione nazionale. Sceglie invece un Requiem. E non un Requiem che celebri la pace ritrovata, ma uno che si domandi come sia stato possibile perderla.
Nasce così il War Requiem op. 66, composto nel 1961: gigantesco nelle proporzioni, lucidissimo nelle intenzioni e refrattario a ogni retorica patriottica. Pacifista convinto, durante la Seconda guerra mondiale Britten era stato obiettore di coscienza, scelta tutt’altro che comoda nell’Inghilterra impegnata a combattere Hitler. Per Coventry escogita un dispositivo semplice e geniale: intreccia il testo latino della Messa da Requiem alle poesie di Wilfred Owen, poeta inglese morto sul fronte francese il 4 novembre 1918, appena sette giorni prima dell’armistizio. Owen conosceva la guerra dalla parte sbagliata, cioè da vicino: niente bandiere al vento ed elmetti lucenti, ma fango, paura, corpi e giovani uomini incaricati di uccidere altri giovani uomini.
Anche musicalmente Britten costruisce universi distinti. Soprano, coro e grande orchestra appartengono alla liturgia; tenore e baritono, sostenuti dall’orchestra da camera, danno voce agli uomini di Owen; coro di voci bianche e organo sembrano arrivare da una distanza quasi ultraterrena. Tutti partecipano allo stesso Requiem, ma non abitano la stessa realtà. Britten non ricuce le fratture: le lascia dolorosamente visibili.
Il tritono fa♯–do è inscritto nella partitura fin dalle battute iniziali del Requiem aeternam: Britten ne presenta i due poli attraverso i rintocchi delle campane, facendone subito il materiale intervallare fondamentale dell’opera. Instabile e ossessivo, diventa una sorta di impronta digitale della partitura: ritorna nei momenti legati alla morte e al conflitto, attraversa il Dies irae, dove la marcia militare si deforma fino al grottesco, e acquista un peso decisivo nel Libera me. Qui si apre anche Strange Meeting: due soldati si incontrano in una specie di aldilà e uno riconosce nell’altro l’uomo che ha ucciso: «I am the enemy you killed, my friend». Nemico, ucciso, amico: in poche parole secoli di retorica bellica possono accomodarsi all’uscita.
Nel finale Britten non cancella la ferita. Nell’In paradisum il tritono viene assorbito in un orizzonte più consonante mentre le diverse forze finalmente convergono. La frattura non scompare: trova posto dentro qualcosa di più vasto. Una riconciliazione, dunque, che non equivale all’oblio.
Anche la prima esecuzione, il 30 maggio 1962, diventò inevitabilmente politica. Britten aveva scelto tre solisti provenienti da nazioni un tempo nemiche: l’inglese Peter Pears, il tedesco Dietrich Fischer-Dieskau e la russa Galina Višnevskaja. Le autorità sovietiche impedirono però alla Višnevskaja di raggiungere Coventry e fu sostituita da Heather Harper. Britten scriveva un’opera sulla difficoltà della riconciliazione e la Guerra fredda si incaricava, con puntualità quasi didascalica, di offrirgliene una dimostrazione.
Anche a Torino il terzetto vocale ha una geografia internazionale: il soprano russo Elena Guseva, il tenore scozzese Nicky Spence e il baritono danese Bo Skovhus. Ed è proprio dalle voci che arriva una parte decisiva della forza della serata.
Guseva possiede un timbro pieno e luminoso, capace di attraversare le grandi masse orchestrali senza perdere definizione, insieme a un’impeccabile dizione. La sua non è però un’esibizione di potenza: il soprano conserva nobiltà e controllo anche nei passaggi più incandescenti, evitando di trasformare la parte liturgica in puro gigantismo vocale. La voce emerge dall’orchestra con autorevolezza, ma senza estraniarsi dal disegno complessivo.
Diverso, necessariamente, il terreno sul quale si muovono Spence e Skovhus, ai quali Britten affida la parola di Owen e dunque la dimensione più direttamente umana dell’opera. I due mostrano un ammirevole affiatamento e soprattutto una comune concezione interpretativa: qui la bellezza del suono non è mai fine a sé stessa, ma subordinata alla parola. Spence cesella il testo con sensibilità nervosa, capace di improvvise accensioni e altrettanto rapide ritirate nell’intimità; Skovhus gli oppone un canto più scuro, segnato da una lunga esperienza teatrale e da una presenza che dà immediatamente peso drammatico a ogni frase.
Il loro dialogo non diventa mai una gara fra solisti: è conversazione, memoria, confronto fra due uomini progressivamente spogliati di ogni uniforme. Proprio per questo Strange Meeting raggiunge una forza particolare. E quando le due voci approdano al rarefatto «Let us sleep now…», disteso sull’ordito dell’antifona conclusiva, la tensione accumulata sembra improvvisamente sospendersi. È uno di quei momenti nei quali la sala smette quasi di respirare.
Sul podio Simone Young, apprezzatissima interprete del Ring Scaligero, sfronda l’esecuzione da ogni enfasi e ottiene un suono asciutto, mobile, densissimo di significato, facendo risaltare tanto le pieghe liriche quanto le esplosioni più fragorose. La tensione nasce dalle dinamiche ma anche da una sorvegliatissima precisione ritmica. Governa le grandi masse con fermezza; il gesto, personale ed elegante, possiede a tratti una qualità quasi danzante.
Particolarmente preziosa è l’attenzione alle voci, che Young accompagna senza sommergerle anche nei momenti di maggiore pressione orchestrale. Eccellente il Coro del Teatro Regio preparato da Gea Garatti Ansini: compatto nel timbro, saldo ritmicamente e sicuro anche fra slittamenti armonici e fughe serrate. All’altezza il Coro di Voci Bianche del Regio, istruito da Claudio Fenoglio, che dalla balconata fa sentire un impasto nitido, dove dominano precisione e intonazione.
Alla fine dell’esecuzione Young prolunga il silenzio con le braccia alzate. Non è un vezzo direttoriale: dopo ciò che si è ascoltato, quel vuoto diventa parte dell’opera e costringe a misurarne la lacerante attualità. Solo quando le braccia si abbassano esplode l’applauso, lungo e liberatorio, che richiama più volte direttrice, solisti, orchestra e cori.
Il War Requiem debuttò più di sessant’anni fa. Possiede però quella qualità sgradevole dei capolavori davvero necessari: rifiuta di trasformarsi in un documento del proprio tempo e continua ostinatamente a parlare del nostro. Non sembra scritto ieri. Sembra scritto domani.
⸪