∙
Romeo Castellucci, Credere alle Maschere
Torino, Fondazione Merz, 6 ottobre 2026
Ceci n’est pas un spectateur
Castellucci chiede sempre molto al suo pubblico. Non soltanto attenzione, disponibilità o pazienza: chiede allo spettatore di mettere continuamente in discussione la propria posizione, di rinunciare alla sicurezza di chi osserva qualcosa che accade altrove. Con Credere alle Maschere compie un passo ulteriore e trasforma il pubblico in parte integrante della performance, facendone contemporaneamente il soggetto e l’oggetto dello sguardo.
Nella performance di Romeo Castellucci che apre la trentunesima edizione del Festival delle Colline Torinesi organizzato da TPE – Teatro Piemonte Europa, cinquanta spettatori vengono ammessi in uno spazio bianco, quadrato, completamente vuoto. Tre lati sono destinati al pubblico, ma prima di entrare ciascuno deve indossare una maschera. Sono cinquanta maschere diverse, iperrealiste, ricavate da calchi di volti reali. Non maschere teatrali nel senso tradizionale, dunque, ma altri volti: identità possibili, inquietanti proprio perché credibili. Non possiamo sceglierla, la maschera ci viene data: dobbiamo accettarla, altrimenti non siamo ammessi in sala.
È il primo gesto decisivo dello spettacolo. Prima ancora che qualcosa cominci, Castellucci sottrae allo spettatore il proprio volto. Paradossalmente, però, proprio nascondendolo lo rende visibile. Seduti gli uni di fronte agli altri, siamo costretti a guardare una comunità di facce che sappiamo essere false e che tuttavia possiedono l’evidenza perturbante della realtà. Chi sta osservando chi? Dove finisce il pubblico e dove comincia la scena?
Sullo sfondo pulsa un battito ritmico, lieve e costante. Sul quarto lato dello spazio appaiono, per tutta la durata della performance, due impeccabili inservienti in guanti bianchi. Sono loro a portare “in scena”, uno alla volta, una serie di oggetti apparentemente privi di qualsiasi relazione ma trattati come se fossero tutti preziosi.
Un’anfora greca. Un bicchiere di latte. Un vaso di fiori. Una volpe tassidermizzata. Una fotografia di Stan Laurel. Un crocifisso. Una maschera di carnevale. Una coperta. Una cassa di altoparlanti dalla quale emerge la musica del Ring di Wagner – memoria della produzione del ciclo interrotta alla Monnaie di Bruxelles? Poi un monitor quadrato, sul quale viene proiettata una scena de La corona di ferro di Alessandro Blasetti. Una bombola che l’imperterrito inserviente apre e ne fa uscire sibilando il gas. Tra gli “oggetti” ce n’è persino uno impalpabile: il fumo artificiale utilizzato per gli effetti scenici.
È come se Castellucci componesse davanti a noi un museo impossibile della memoria occidentale: archeologia, religione, cinema, musica, natura trasformata in reperto, quotidianità, artificio teatrale. Ogni cosa viene mostrata, esposta, quasi catalogata. Eppure il catalogo non funziona.
Sulla parete di fondo, infatti, compare ogni volta una parola. Ma la parola non definisce l’oggetto. All’anfora greca vaso corrisponde la parola “pipa” – «Ceci n’est pas une pipe», aveva anticipato ai suoi tempi Magritte –, al vaso di fiori corrisponde “volto”, alla volpe “cavallo”. Il meccanismo elementare attraverso il quale siamo abituati a riconoscere e nominare il mondo viene sabotato. L’oggetto dice una cosa, la parola un’altra. E noi, nel mezzo, cerchiamo inevitabilmente una relazione.
È forse qui uno dei nuclei più forti della performance. Castellucci non ci offre un rebus da risolvere. Non sembra esistere una chiave nascosta capace di ricomporre ordinatamente segno e significato. Al contrario, ci costringe a sperimentare la distanza tra ciò che vediamo e ciò che chiamiamo. Una distanza che normalmente dimentichiamo, perché crediamo alle parole quasi quanto crediamo ai volti.
E infatti il titolo, Credere alle Maschere, comincia ad assumere un significato più ambiguo. Crediamo continuamente alle maschere. Crediamo che un volto corrisponda a un’identità, che una parola corrisponda a una cosa, che un’immagine contenga una verità. Castellucci separa questi elementi e ci lascia davanti all’instabilità delle nostre associazioni.
Poi arriva l’ultimo oggetto. Una vecchia sedia elettrica, come quella del quadro di Andy Warhol.
È impossibile accoglierla con la stessa neutralità riservata a un vaso, a una fotografia o a una coperta. La sua semplice presenza modifica la temperatura della stanza. Fa scorrere un brivido lungo la schiena. Ed è proprio allora che, per la prima volta, la parola proiettata sembra coincidere con ciò che vediamo. O quasi. Sul fondo appare: “sedia”.
È una definizione esatta e insieme mostruosamente insufficiente. Perché quella è certamente una sedia. Ma sappiamo che è anche una macchina costruita per uccidere. Ridurla alla sua denominazione più neutra significa improvvisamente mostrare quanto una parola possa nascondere proprio mentre sembra descrivere.
Gli inservienti, questa volta, tardano a portarla via. Il tempo si dilata. L’oggetto rimane davanti a noi, disponibile allo sguardo, quasi in attesa di qualcosa. Finché uno spettatore si alza. Attraversa lo spazio e va a sedersi sulla sedia elettrica. La “prova”. Arriva persino a simulare con il corpo le scosse provocate dalle scariche, quindi si rialza e torna tranquillamente al proprio posto. Altri tre spettatori lo imitano.
È in quel momento che Credere alle Maschere mostra forse la sua trappola più sottile. Abbiamo trascorso tutto il tempo cercando di capire quali fossero gli oggetti, che cosa significassero le parole, quale relazione esistesse fra le immagini. Improvvisamente l’oggetto più terribile smette di essere soltanto qualcosa da guardare e provoca un’azione.
Ma chi sono quelle persone che si alzano? Spettatori autentici o presenze previste dalla drammaturgia? E soprattutto: importa davvero saperlo?
Castellucci lascia il dubbio lavorare dentro la sala. Dal momento in cui tutti indossiamo una maschera, nessuno possiede più un’identità certa. Chiunque può essere attore. Chiunque può essere spettatore. Chiunque può decidere di attraversare quella linea invisibile che separa chi guarda da chi agisce.
Alla fine rimane proprio questa sensazione: non abbiamo assistito semplicemente a una successione di oggetti, immagini e parole. Siamo stati osservati mentre cercavamo di attribuire loro un significato. E forse la vera scena, fin dall’inizio, eravamo noi.
Cinquanta persone sedute in una stanza bianca, ciascuna nascosta dietro il volto di qualcun altro, convinte di essere venute a guardare uno spettacolo e costrette invece, per oltre mezz’ora, a interrogarsi su quanto sia fragile la distanza fra realtà e rappresentazione.
E su quanto facilmente continuiamo, ogni giorno, a credere alle maschere.
⸪
