Alessandro Striggio

L’Orfeo

 

Claudio Monteverdi, L’Orfeo

★★☆☆☆

Vienna, Staatsoper, 18 giugno 2022

(video streaming)

La prima volta de L’Orfeo a Vienna. «Let’s party»

«Herzlich wilkommen zum Hochzeit von Orfeo & Euridice» (Un cordiale benvenuto alle nozze di Orfeo ed Euridice), così recita il cartello che accoglie gli spettatori che entrano nella Wiener Staatsoper sotto un arco di fiori bianchi e che vengono salutati dai coristi in fantasiosi costumi che mescolano romantic avantgarde con elementi ferini (corna, piume, penne, pelli). Negli spazi del maestoso salone di ingresso al teatro e poi in un palco di proscenio risuona la Toccata: siamo tutti invitati al matrimonio del secolo tra i due protagonisti della storia mitologica più sovente messa in musica. L’Orfeo di Claudio Monteverdi è ora ospitato per la prima volta nello spazio piuttosto incongruo dell’imponente sala, più adatta a Wagner o a Strauss che all’opera nata in una camera del Palazzo Ducale di Mantova che alla prima del 1607 dovette rinunciare al finale con l’ascesa di Orfeo all’Olimpo per mancanza di spazio…

Preceduto da un suonatore di tamburo, entra dalla platea Pablo Heras-Casado che prende la guida del Concentus Musicus Wien nella buca rialzata a livello delle file di poltrone. Che l’esecuzione non sarà delle più filologiche si capisce presto, non tanto dalla toccata suonata con un vigore anche eccessivo, quanto dall’intervento in tedesco e inglese (!) della Musica: «Ich heiße euch wilkommen zu unsrer Feier, ihr kultivierten, eleganten Gäste […]  I am Music. I’m here to wash you, for music changes heart like water…» (Vi do il benvenuto alla nostra festa, ospiti colti ed eleganti […] Io sono la Musica. Sono qui per lavarvi, perché la musica cambia il cuore come l’acqua). E con questo abbiamo accantonato il problema della supremazia del testo e del recitar-cantando… Quando si ritorna alla lingua originale il problema si ripropone per molti degli interpreti però, poiché ad eccezione di Plutone sono tutti di lingua straniera, e si sente. Interprete eponimo è Georg Nigl, basso-baritono che deve ricorrere al falsetto nel registro acuto e utilizza il suo strumento vocale sempre e soltanto nel forte, con un canto a tratti sguaiato. Eppure Nigl ha interpretato la parte molte volte: forse qui le dimensioni della sala l’hanno convinto a spingere sul pedale del volume, fatto sta che la sua performance manca di stile, anche se il pubblico non se ne accorge e lo copre di applausi. Le cose non vanno molto meglio con gli altri interpreti. Kate Lindsey fa di Musica, Speranza ed Eco una palestra delle sue agilità vocali, peggio ancora la Messaggera e Proserpina di Christina Bock, dalla intonazione incerta e dalla dizione impastata. Nel resto del cast si distingue solo il Plutone di Andrea Mastroni, l’unico italiano della compagnia.

Heras-Casado non è particolarmente versato in questo repertorio: il suono è sempre troppo grosso – ad esempio la frase di Speranza «Lasciate ogni speranza voi ch’entrate» è sommersa da una gran massa sonora – il continuo pesante e gli strumenti a fiato troppo presenti, così che si perde la trasparenza strumentale. La lettura del direttore spagnolo è se non altro in linea con la messa in scena di Tom Morris, il regista/attore/commediografo/produttore inglese non molto assiduo nel teatro d’opera, che ricrea con molta vivacità la vicenda e fa morire Euridice in scena drogata durante la festa e ascendere Orfeo in cielo, qui assieme a Euridice, in una specie di nido. Come si diceva, fantasiosi sono i costumi di Anna Fleischle che veste Caronte di pelliccia e gli mette un vascello in testa o trasforma Plutone in una specie di serpente. La Fleischle è anche autrice delle scenografie e della transizione con cui alle fine del secondo atto il palcoscenico si alza verso l’alto per rivelare il buio mondo sotterraneo dove penzolano le radici degli alberi e dove i personaggi “di sopra” qui hanno il loro côté dark. La videografica di Finn Ross aiuta a rendere più suggestiva la visione infernale mentre al limite dell’accettabile sono le banali coreografie di Jane Gibson.

Il pubblico della Staatsoper ha dunque finalmente conosciuto per la prima volta il capolavoro di Monteverdi, ma forse era meglio aspettare ancora un po’ e fornirgliene uno confezionato con maggior cura.

L’Orfeo

  

Claudio Monteverdi, L’Orfeo

Alessandria, Chiesa di Santa Maria di Castello, 16 giugno 2022

Il potere della musica rivive ad Alessandria con L’Orfeo per Scatola Sonora

Il melodramma era nato da pochi anni con la Dafne di Jacopo Peri (Firenze, 1598) e chissà se gli invitati al Palazzo Ducale di Mantova quel 24 febbraio 1607 si resero conto che con L’Orfeo di Claudio Monteverdi stavano assistendo al primo capolavoro indiscusso di questo nuovo genere. Un capolavoro che ancora oggi viene rappresentato in tutti i grandi teatri del mondo dopo un oblio durato oltre due secoli e mezzo – dal 1647 dell’ultima rappresentazione a Parigi, tre anni dopo la morte di Monteverdi, al 1909, ancora a Parigi, dove venne eseguito in forma di concerto da Vincent d’Indy nella versione francese, mentre per la prima messa in scena si dovette aspettare l’anno successivo, a Venezia.

Particolarmente significativa è dunque la scelta del Conservatorio Vivaldi di Alessandria di scegliere questo titolo per la XXV edizione del Festival Internazionale di Opera e Teatro musicale di piccole dimensioni “Scatola Sonora”. Un’opera, quella di Monteverdi su libretto di Alessandro Striggio, che mettendo in scena il mito di Orfeo esalta il potere della musica che riesce a controllare la natura attraverso il canto. Quale soggetto è più adatto per dei giovani che hanno scelto la musica per esprimere la loro personalità e farne una professione?

L’ambiente prescelto per la rappresentazione è quello della Chiesa di Santa Maria di Castello, il più antico luogo religioso della città di Alessandria dopo la demolizione decisa da Napoleone Bonaparte nel 1802 della Cattedrale del XII secolo: una chiesa consacrata nel 1545 che oltre il portale rinascimentale mostra un interno in stile tardo-romanico. Nella crociera il regista Luca Valentino ha ideato uno spazio rialzato attorniato su tre lati da gradinate che ospitano gli strumentisti dell’Orchestra Barocca del Conservatorio Vivaldi: a sinistra gli archi, al centro liuti e tiorbe, a destra i fiati e altri strumenti a pizzico. Nelle navate ci sono poi ancora un regale, un organo, un clavicembalo e un’arpa. L’azione è dunque avviluppata dalla musica e sono gli strumentisti stessi a formare la scenografia – a parte alcuni pannelli trapezoidali, azzurri da una parte e neri dall’altra, che spostati e ruotati formano gli ambienti previsti dal libretto: la scena bucolica dei primi due atti; le porte dell’inferno del terzo; l’inferno stesso con la reggia di Plutone e Proserpina del quarto; i campi di Tracia del quinto. I giochi di luce colorata che inondano le pareti di fondo dell’abside, i bei costumi senza tempo, la barca di Caronte con cui Orfeo può attraversare lo Stige, l’efficace maquillage dei personaggi (tutti i personaggi dell’aldilà hanno gli occhi dipinti come se portassero una benda nera: la vista, che condanna Orfeo alla perdita dell’amata, è negata oltre le porte degl’inferi) sono curati dagli allievi della Scuola di Scenografia dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e dai docenti del Conservatorio di Alessandria.

È infatti il giusto equilibrio di presenze di studenti e di professori la chiave del successo di questo spettacolo che dà agli allievi la possibilità di realizzare concretamente quanto hanno appreso durante l’anno in un contesto di grande professionalità. Professionalità come quella dell’Orfeo di Mirko Guadagnini, rinomato interprete di questo repertorio, che offre il suo raffinato recitar-cantando, il bel timbro e i colori cangianti del suo mezzo vocale, nonché un’elegante presenza, nel delineare un personaggio che ha portato spesso in scena con successo. Tra gli altri interpreti si fa notare per l’ampia proiezione vocale, l’intensità espressiva e la decisa personalità la Messaggera/Ninfa di Elisa Barbero; la freschezza vocale di Mirella Pisano incanta nella breve parte cantata di Euridice; Anna Scolaro ci introduce agli avvenimenti come Musica e la risentiamo come Eco; il basso Riccardo Ristori è un autorevole Plutone; Angelica Lapadula la consorte Proserpina; come Speranza si fa notare Maddalena Boeris; Lorenzo Medicina presta la sua profonda voce di basso a un impassibile Caronte; Wang Yulin dall’alto del pulpito dipana le difficili agilità del suo Apollo; Xu Zhe, Chao Jingyang, Beniamino Borciani e Wan Xiangyu formano un vivace quartetto di pastori e spiriti.

La presenza del personaggio di Apollo farebbe pensare al finale con happy ending della seconda versione de L’Orfeo, ma Luca Valentino e Sabino Manzo ci forniscono invece ben tre diversi finali. Il primo, con Orfeo minacciato dalle Baccanti (qui si limitano a fare a pezzi la lira) com’è nel libretto del 1607 e il secondo, pubblicato nella versione a stampa del 1609, con l’ascesa di Orfeo all’Olimpo grazie all’intercessione del padre Apollo. Ma nulla di questo succede nel terzo finale qui proposto: richiamando l’ambiguità del testo di Striggio, dopo la vigorosa moresca finale, Orfeo si alza da terra, indossa la mascherina di rigore e si allontana lunga la navata centrale: il suo mito non muore ed è tra noi. Con questa inedita soluzione si conclude uno spettacolo che la regia di Luca Valentino ha reso prezioso sfruttando l’insolita conformazione dell’ambiente e utilizzando mezzi semplici ma visivamente suggestivi.

Folta la schiera dei preparatori musicali che hanno lavorato con dedizione: ricordiamo almeno lo stesso Mirko Guadagnini, canto barocco, ed Evangelina Mascardi, canto e continuo. Con L’Orfeo parlare di direzione d’orchestra è estremamente riduttivo: chi voglia concertare questo lavoro ha a disposizione una partitura scarna da cui ricreare l’orchestrazione. Oltre alla realizzazione del continuo, la scelta di come utilizzare gli strumenti è uno dei tanti problemi che ha dovuto affrontare Sabino Manzo per ridare forma agli elementi compositivi che costituiscono l’opera – l’aria, l’aria strofica, il recitativo, i cori, le danze, gli interludi – forme che Monteverdi, se non per la prima volta, porta però a completa maturità dopo i tentativi pionieristici dei musicisti della Camerata Fiorentina. Il difficile lavoro di tenere assieme le parti solistiche, il coro (che ha reso molto bene la scrittura madrigalistica di «Ahi caso acerbo, ahi fato empio e crudele» nel secondo atto) e gli strumentisti sparsi in cinque punti diversi è riuscito egregiamente e il risultato è stato accolto dai convinti applausi del numeroso pubblico. Ancora una volta L’Orfeo di Monteverdi ha incantato noi smaliziati spettatori 415 anni dopo.

L’Orfeo

Bozzetto dell’atto III

Claudio Monteverdi, L’Orfeo

★★☆☆☆

Turin, Teatro Regio, 13 March 2018

bandieraitaliana1.gif   Qui la versione in italiano

Turin’s Orpheus does not ascend to Heaven

Theatres are sometimes time machines, in the sense that they can transport us back into the past. Such is the case with this Monteverdi L’Orfeo at Teatro Regio di Torino, but not because of the 411 years that separate it from the birth of this new genre, but because the staging itself is deeply rooted in the past. In short, this production is born old….

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L’Orfeo

Claudio Monteverdi, L’Orfeo

★★★☆☆

Losanna, Opéra, 2 ottobre 2016

(registrazione video)

Et in Arcadia ego

Nel 1987 aveva debuttato proprio qui all’Opera di Losanna con Ariadne auf Naxos. Ora ritorna per l’inaugurazione della sua stagione con una regia depuratissima del primo capolavoro della storia del melodramma a 450 anni dalla nascita del suo autore. Robert Carsen affronta L’Orfeo di Monteverdi con una pulizia e un rigore («pigrizia» l’ha definita qualcuno) che ha fatto storcere il naso a chi si aspettava qualcosa di più “barocco”. Nella sua lettura dominano infatti soprattutto i colori: il rosso del Prologo, il rosa dorato dell’atto primo, il nero dell’Ade, il bianco della neve dell’ultimo atto. Nessun oggetto viene a turbare il recitar cantando se non il tappeto di fiori delle scene coi pastori, l’acqua dell’aldilà con la barca di Caronte e le scritte a caratteri cubitali sullo sfondo. Le luci radenti talora creano silhouette nere sul fondo chiaro.

 

Vero è che, soprattutto nella prima parte, non ci sono grandi idee. Più teatrale la seconda parte: con pochi gesti misurati ma efficaci Robert Carsen racconta la poesia dell’opera, come quando, nell’oscurità bagnata dalla nebbia degli abissi dell’Ade, Proserpina implora pietà per Euridice e si offre a Plutone sciogliendosi i capelli e lasciandosi lentamente spogliare dal suo mantello scuro. Oppure quando Apollo accompagna il figlio Orfeo nella morte con immagini di grande forza visiva. Oltre alla bellezza degli ambienti, Carsen punta a un’accurata regia di attori, trattando ogni personaggio con profonda umanità. Dalla ragazza del coro al ruolo del titolo, nessuno è lasciato solo: tutti si guardano, si toccano, si sorridono. L’altro esiste per Carsen.

Il cast non offre grandi punte di eccellenza nei personaggi principali: il tenore Fernando Guimarães è un Orfeo pallido in espressione e vocalmente con problemi di intonazione; la timida Federica Di Trapani non aggiunge molto alla poca consistenza del personaggio di Euridice; Alessandro Giangrande e Anicio Zorzi Giustiniani sono efficaci come pastori, ma il secondo manca di regalità come Apollo; Josè Maria Lo Monaco presta una voce corposa ai personaggi di Musica e Messaggera ma niente di più. Gli interpreti più intriganti li troviamo in Delphine Galou (Speranza e Proserpina) e soprattutto Nicolas Courjal, Caronte e Plutone di grande presenza scenica e vocale.

Alla guida dell’Orchestra da Camera di Losanna la lunga frequentazione ed esperienza nella musica barocca di Ottavio Dantone riescono a ottenere il meglio da una compagine non avvezza a questo repertorio. Il meglio che però non è il massimo possibile.

L’Orfeo

Claudio Monteverdi, L’Orfeo

★★★☆☆

Monaco, Prinzeregententheater, 27 luglio 2014

(video streaming)

L’Orfeo umano, troppo umano di Bösch

Ci sono registi che hanno una specificità tale da sconfinare nella prevedibilità: dopo poche immagini, se non addirittura dopo aver visto alcune istantanee dello spettacolo, già si capisce con chi si ha a che fare. Due metteur en scène completamente diversi che rispondono a questa descrizione sono Robert Wilson e David Bösch. Del secondo, il giovane regista di Lubecca, già sappiamo che l’ambientazione sarà più o meno trash, i costumi contemporanei e trasandati, la recitazione vivace, la drammaturgia disinvolta.

L’Orfeo della Bayerisches Staatsoper messo in scena da Bösch è dunque ambientato in un panorama post-apocalittico (le scene sono di Patrick Bannwart) dove una comunità di hippie un po’ trucidi si spostano con l’iconico furgone Volkswagen T2. Un cartello indica nel 27 luglio 1974 la data della vicenda, il matrimonio tra Orfeo ed Euridice e l’incongrua lira è un regalo di nozze degli amici. Orfeo è il meno variopinto del gruppo –  ma sarebbe stato difficile immaginare Christian Gerhaher quale maturo “figlio dei fiori”. In questo desolato paesaggio lunare le margheritone che salgono da terra sembrano ventilatori dalle pale di latta i cui petali cadranno alla seconda morte di Euridice.

Se nella prima parte, gli atti primo e secondo, la drammaturgia di Rainer Karlitschek ben si adatta all’atmosfera spensierata della festa – il ballo, l’alcol, la droga , il sesso – nella seconda gli aspetti macabri da Halloween di periferia dell’oltretomba cominciano a mostrare la corda e il Plutone irsuto, lercio e dalle corna segate perde ogni nobiltà di dio degl’inferi. Inferi cui si accede con un ironico tappeto rosso. A questo punto diventa accettabile che Caronte sia su quello che è rimasto di un taxi.

Ivor Bolton guida la Monteverdi-Continuo-Ensemble rimpolpata con elementi della Bayerische Staatsorchester con classica compostezza e un robusto continuo. Chissà quale finale sceglierà il direttore, viene da domandarsi: la scena delle baccanti o la discesa di Apollo? Il secondo, ma scenicamente è del tutto insoddisfacente e completamente avulso dal testo senza proporne però una lettura alternativa convincente: l’Apollo che canta «Muovo dal ciel» è un barbone con stampella e vestito di stracci (che poi l’interprete abbia la metà degli anni di quello di Orfeo è un altro problema) e la soluzione che propone al “figlio” è di tagliarsi le vene e darsi la morte così da scendere con la sposa nella tomba. Un po’ troppo ordinario per un mito classico e per l’opera con cui nasce il melodramma, atto della cui rilevanza sembra importare meno che niente al regista.

Il cast è stratosfericamente dominato dall’Orfeo di Christian Gerhaher, che infonde nel recitar cantando la sua somma sensibilità liederistica: ogni parola ha il suo giusto accenno, il canto è quasi sempre a mezza voce, la dizione meglio di un italiano madrelingua – talmente giusta che salta all’orecchio una piccola imperfezione: ‘siéno’ invece di ‘síeno’, ma è veramente l’unica. L’Euridice di Anna Virivlansky non lascia il segno vocalmente, ma la parte è talmente ridotta e la presenza scenica compensa grandemente. Più convincente Angela Brower, Musica/Speranza dalle ali di cellophane, gli abiti sbrindellati e un triste ukulele nella valigia. Anna Bonitatibus è al solito Anna Bonitatibus, più che Messaggera/Proserpina, vibrato ed esposizione manierata sono quelli di sempre. Vocalmente un po’ sopra le righe il primo pastore di Mathias Vidal e giustamente impressionante il Caronte di Andrea Mastroni. Coro smilzo e talora un tantino sguaiato quello della Zürchner Singakademie.

L’Orfeo

Claudio Monteverdi, L’Orfeo

★★★★☆

Madrid, Teatro Real, 19 maggio 2008

Primo vero capolavoro della storia del melodramma

In occasione dei 440 anni dalla sua nascita, nel 2007 innumerevoli sono state le esecuzioni nei maggiori teatri del mondo per celebrare Claudio Monteverdi e questa produzione si affianca a quelle del Nederlandse di Amsterdam (Stephen Stubbs), la Monnaie di Bruxelles (René Ja­cobs), la Scala di Milano (Rinal­do Alessan­drini), per citare solo al­cune di quelle disponi­bili in DVD.

Qui siamo al Teatro Real di Madrid nel 2008 e c’è la garan­zia di un William Christie sul podio. L’esecuzione dura 113 minuti, come quella di Alessandrini, mentre quella di Harnon­court arriva a 102 minuti, 171 quella di Jacobs, passando per i 130 di Malgoire e i 140 di Stubbs e Savall. Christie utilizza, come è ormai prassi consoli­data, un’orchestra, quella de Les Arts Floris­sants, storicamente informata, con dulciana, tiorba, lirone, viola da gam­ba ecc. Gli orchestrali non sono in buca, ma a livello della platea – non c’è infatti separazione con la scena – e nella prima parte vesto­no costumi d’epoca, così come il direttore, che sem­bra es­sere appe­na uscito da un quadro fiammingo con la sua ele­gante e candi­da gorgiera pieghettata.

Sulla scena del teatro madrileno Pier Luigi Pizzi fa rivivere la prima sto­rica rap­presentazione e non si risparmia sugli effetti spettacolari, con un palazzo ducale che sorge dal basso alla luce di fiaccole, al suono marziale dei tambu­ri dei Sacqueboutiers di Tolosa per l’esposizione della famosa fanfa­ra, prima in scena e su­bito dopo ripresa dall’orchestra con un mira­bile effetto di ampli­ficazione. Siamo dunque nelle sale del pa­lazzo di Mantova e si celebra­no le nozze di Orfeo con Euri­dice quando entra la Musica a esporre la sua prosopopea.

Sontuosi i costumi in sete sgargianti e tradizionali ma fun­zionali i movimenti coreografici di Gheorghe Iancu. Questo nella pri­ma parte, che termina con il racconto della Messaggera, un gran coup de théâtre che interrompe l’allegro bachelor party di Orfeo e dei pastori con l’accorato rac­conto della tragica morte di Euridice punta da «angue insidïo­so». Nella seconda parte tutti smettono i fastosi costumi per in­dossare semplici abiti moderni per  il viag­gio agl’inferi di Orfeo.

Interpreti di prim’ordine per i ruoli di Euridice (Maria Gra­zia Schiavo), Speranza (Sonia Prina) e per il quartetto di pastori (soprattutto Cyril Auvity e il controtenore Xavier Sabata). Qual­che perplessità desta la scelta come Orfeo del baritono Die­trich Henschel, eccellente in­terprete sia della musica moderna che di quella antica (soprattutto Bach), di ottimo fraseggio e pre­senza sce­nica, ma ha un timbro sgradevole e non sempre è a suo agio con la vocalità richiesta da Monteverdi, complice an­che una dizione non perfetta. Rivelatore è il duetto finale con Apollo, qui il ti­nerfeño Agustin Prunell-Friend, vero specialista di musica barocca, al cui confronto Hen­schel mostra difficoltà evi­denti nelle fioritu­re del canto.

L’Orfeo

Claudio Monteverdi, L’Orfeo

★★★★☆

Milano, Teatro alla Scala, 19 settembre 2009

(registrazione video)

Lo spazio di Wilson per la modernità di Monteverdi

Coprodotto con Parigi alla Scala viene messo in scena da Robert Wilson L’Orfeo di Monteverdi, primo di una trilogia che si completerà nel 2011 con Il ritorno d’Ulisse in patria e L’incoronazione di Poppea nel 2015 con gli stessi artefici di questo spettacolo.

Il regista americano trova la dimensione ideale per la rarefatta atmosfera della “favola in musica” di oltre quattrocento anni fa: «I suoni molto delicati e sofisticati di Monteverdi mi ricordano Cage» scrive il regista, «La musica permette libertà assoluta perché non deve essere illustrata, facendoci riflettere su cos’è il teatro. Al regista spetta il compito di far vedere l’essenziale, qualcosa che aiuti ad ascoltare meglio». Una stilizzata versione della Venere, Cupido e un organista di Tiziano ci introduce al giardino del primo e secondo atto che qui formano la prima parte. Come ridisegnata da Magritte, la prospettiva di cipressi fa da sfondo ai movimenti astratti e lentissimi degli interpreti in scena, mentre le straordinarie luci trascolorano impercettibilmente nel tempo. La seconda parte è completamente in contrasto: il mondo degli inferi è caratterizzato da possenti fondali scuri che solo alla fine si aprono verso la luce terrestre. I «Campi di Tracia», dopo la perdita definitiva di Euridice, sono occupati da un solo albero, mentre per la danza finale dei pastori, dal cielo ridiscende la doppia fila di cipressi nella calda luce del crepuscolo. All’inizio guardavano gli spettatori una pantera nera, un cervo e altri animali stregati dalla musica del divino cantore.

Gli elementi dell’orchestra del teatro sono integrati dal basso continuo del Concerto Italiano di Rinaldo Alessandrini che già aveva inciso su disco la sua versione. Anche qui si ammira la cura dello strumentale scelto dal direttore romano, uno dei massimi esperti del repertorio antico: gli archi per le scene pastorali, cornetti, tromboni e regale per l’oltretomba, la sua lettura è brillante, vivace, piena di colori e attenta a variare nelle ripetizioni. Ottimo e omogeneo il cast, a partire dalla sempre perfetta Sara Mingardo (Messaggera/Speranza) e da Roberta Invernizzi nella triplice parte di Musica/Euridice/Eco. Tra le voci maschili si fanno apprezzare il Plutone di Giovanni Battista Parodi, il Caronte di Luigi De Donato e l’Apollo di Furio Zanasi. E infine l’Orfeo di Georg Nigl, l’unico straniero, che però si dimostra perfettamente a suo agio nel recitar cantando italiano.

L’Orfeo

 

Claudio Monteverdi, L’Orfeo

★★☆☆☆

Torino, Teatro Regio, 13 marzo 2018

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L’Orfeo del Regio non ascende al cielo

I teatri sono delle macchine del tempo talora, nel senso che ci possono trasportare indietro nel passato. È il caso ad esempio di questa produzione de L’Orfeo di Monteverdi del Teatro Regio di Torino. Ma non per i 411 anni che ci separano dal debutto del primo capolavoro di un nuovo genere, il melodramma, bensì per il passato da cui sembra uscire questo allestimento nato già vecchio.

In controtendenza alle letture che hanno analizzato in modi diversi il mito anche decontestualizzandolo – vengono alla mente i nomi di Jean-Pierre Ponnelle, Pier Luigi Pizzi, Luca Ronconi, Robert Wilson e più recentemente di Trisha Brown, Claus Guth e Barrie Kosky, per citarne solo alcuni – nell’allestimento del regista Alessio Pizzech abbiamo uno spettacolo improntato alla mera illustrazione di quanto suggerisce il testo. La vicenda viene rappresentata in maniera piattamente lineare senza affrontare gli spunti che un lavoro di quattro secoli fa potrebbe suggerire a noi moderni. Qui le ninfe sono vestite di fiori, i pastori sono saltellanti, Orfeo non si separa mai dalla sua lira di plastica dorata (quella di Apollo avrà in più l’illuminazione a led!), a Euridice non manca il velo bianco e se si parla di «face ardente» ecco che un ballerino entra in scena con una fiaccola accesa. Tutto secondo copione. Ma dov’è la magia del teatro?

La scenografia di Davide Amadei presenta un piano inclinato messo in diagonale, un pavimento in parquet tagliato a metà in verticale che funge da sipario e che quando si alza svela un ambiente circondato da pareti che riprendono un soffitto ligneo a cassettoni dall’aspetto decisamente opprimente. Talora le pareti si aprono per mostrare un fondo grigio, nella scena degli inferi, o luminoso nel finale in cui Orfeo dovrebbe ascendere al cielo assieme al padre Apollo, ma che qui invece continuano a passeggiare in scena.

I costumi sono abiti da sera per i personaggi femminili mentre Orfeo è in completo bianco ma scalzo e Apollo in un outfit dorato. Ancora più strampalati quelli di Caronte e Plutone. Nella scelta registica di Pizzech mancano completamente di impatto gli ingressi sia della Musica sia della Messaggera e la barca di Caronte va avanti e indietro di pochi metri per traghettare anime riottose che con il loro scalmanarsi distolgono l’attenzione dal canto di Orfeo che cerca di addolcire il traghettatore dell’Ade. La stessa cosa avviene durante il sublime canto della Messaggera il cui intervento è disturbato dal fastidioso fruscio dei prati di plastica trascinati fuori dal palcoscenico.

Se non la prima opera, L’Orfeo è il primo lavoro a contenere in sé, sia musicalmente sia drammaturgicamente quella che sarà poi lo spettacolo lirico: una gamma completa di modalità espressive qui evidenziate da una ricchezza timbrica, strumentale e vocale che rendono quest’opera di Monteverdi un capolavoro ancora oggi pienamente apprezzabile.

Questa ricchezza timbrica è solo in parte presente nella direzione di Antonio Florio. Esperto di musica barocca, musicologo e fondatore dell’ensemble Cappella della Pietà de’ Turchini con cui ha esplorato la musica del Seicento e Settecento napoletano, affronta qui per la prima volta il lavoro di Monteverdi e come intimorito offre un’esecuzione sapiente ma che smorza i contrasti dinamici e sonori con tempi rilassati e colori spenti. La concertazione è sapiente e accurata ma si dimostra talora come intimorita dallo smalto sonoro potenzialmente esprimibile dalla partitura. Non sempre si percepisce lo splendore strumentale di una partitura che mette in campo un organico strumentale stupefacente per l’epoca: oltre agli archi nella buca orchestrale troviamo due flauti, cinque tromboni, due cornetti, tromba, timpani e percussione. E per l’esecuzione del basso continuo sono impiegati ben due clavicembali, un organo positivo, un regale, tre liuti, arpa, violoncello e violone.

Anche in scena abbondano interpreti esperti di musica barocca a cui però è assegnata una gesticolazione artificiosa ed eccessiva. È il caso ad esempio della Messaggera/Speranza di Monica Bacelli qui più manierata ancora del solito e se non fosse per la correttezza dell’emissione vocale sarebbe scenicamente insopportabile. Roberta Invernizzi è la sontuosa Musica del prologo e in seguito una passionata Proserpina. L’Euridice di Francesca Boncompagni ha poco da cantare e forse per questo sembra presa dalle convulsioni quando è tratta fuori dall’Ade. Gli eccessi di espressione sembrano voler caratterizzare questo allestimento anche nel caricato Caronte di Luigi De Donato e nel Plutone di Luca Tittoto, entrambi efficaci dèi degli inferi, e nella Ninfa esagitata di Leslie Visco. Nel ruolo titolare Marco Borgioni, baritono, sfoggia un bel timbro, ma le fioriture sono realizzate in maniera un po’ accademica e la dizione ha un che di artificiale. La presenza scenica un po’ impacciata non lo ha aiutato a delineare drammaticamente il personaggio. Modesto il Pastore/Apollo di Fernando Guimarães, mentre ottima prova ha dato il coro sia come garrula folla di pastori e ninfe, sia soprattutto nel coro degli spiriti dove ha splendidamente realizzato la solenne polifonia del pezzo che conclude il quarto atto.

L’Orfeo

Claudio Monteverdi, L’Orfeo

Firenze, Teatro Goldoni,  10 marzo 1998

(registrazione video)

Ronconi e il suo primo Monteverdi

In occasione del quarto centenario della nascita del melodramma con La Dafne di Jacopo Peri, il Maggio Musicale Fiorentino produce questo Orfeo con la regia di Luca Ronconi, al suo debutto monteverdiano, le scene di Margherita Palli e i costumi di Vera Marzot, mentre alla testa del suo Concerto Vocale c’è René Jacobs. Con la regia video dello stesso Ronconi lo spettacolo viene ripreso e trasmesso dalla RAI. Il video non è in commercio, ma fortunatamente è disponibile su youtube.

Tutta la platea del teatro Goldoni, allora appena riaperto dopo un restauro durato vent’anni, svuotata delle poltrone è allagata con circa quarantamila litri d’acqua su cui si muove la barca di Caronte, ma ospita anche il letto-catafalco di Euridice. Il palcoscenico è ricoperto di un vero prato verde con tre cipressi, questi finti e sullo sfondo grandi specchiere spezzate opache alle immagini che dovrebbero riflettere. Meno di duecento spettatori sono ammessi nei palchi e in galleria e anche per questo sembra che il costo della produzione abbia contribuito al dissesto finanziario dell’ente fiorentino poco dopo.

La compagnia di canto è giovane e italiana – e si sa quanto importante per l’articolazione della parola monteverdiana sia la giusta dizione della lingua – e quasi tutti sono specialisti di musica antica. In più hanno il merito di saper cantare spesso dietro il direttore d’orchestra, il sempre giustissimo René Jacobs. Uscendo dalla buca orchestrale, la Musica, Cecilia Gasdia, che ricopre anche i ruoli di Euridice ed Eco, con il suo encomiastico intervento rivolto agli «incliti eroi, sangue gentil di regi, | di cui narra la fama eccelsi pregi, | né giugne al ver perch’è troppo alto il segno» ci introduce alla vicenda. Orfeo è il pregevole il basso-baritono Roberto Scaltriti dalla effimera carriera, un giovane bendato e dalla lunga chioma bionda e come i pastori è vestito come un borghese fine Ottocento. Interrompe la gaia scena di festa la Messaggera, una stilisticamente perfetta e intensa Sara Mingardo che sarà anche Speranza. Marina Comparato (Proserpina) e Antonio Abete (Plutone) sono tra gli altri interpreti. Il bravo controtenore Claudio Cavina (che fonderà il glorioso gruppo de “La Venexiana”) viene definito «inopportuno e inadeguato» da Dino Villatico nella sua recensione su La Repubblica del 12 marzo 1998 – ancora oggi i pregiudizi su questo tipo di vocalità restano immutati al di qua delle Alpi.

Una bella analisi dello spettacolo si può trovare nel libro Il Seicento da poco uscito, in cui  l’autore Elvio Giudici lamenta che il video, per il suo livello concettuale, scenico e musicale, non sia ancora stato incluso nel catalogo d’una etichetta ufficiale o quanto meno di una qualche iniziativa editoriale. Se non è successo con la scomparsa di Ronconi due ani fa, ci sono poche speranze che possa avvenire in futuro.

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Orpheus

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Claudio Monteverdi, L’Orfeo

★★★★☆

Berlino, Komische Oper, 1 gennaio 2017

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Com’è moderno L’Orfeo di Kosky

Non poteva iniziare in modo più stimolante l’anno operistico. Nel lontano novembre 2012 alla Komische Oper di Berlino il nuovo direttore Barrie Kosky aveva messo in scena le tre opere di Monteverdi, in tedesco ovviamente come avviene in questo teatro, con una nuova orchestrazione e tutte e tre nello stesso giorno: alle 11 Orpheus (L’Orfeo), alle 14.30 Odysseus (Il ritorno d’Ulisse in patria) e alle 19 Poppea (L’incoronatione di Poppea)! Separatamente, poi, le tre opere erano state riproposte successivamente e ora operaplatform mette a disposizione la registrazione del primo numero della trilogia.

All’alzarsi del sipario si svela agli occhi degli spettatori un lussureggiante giardino con le scenografie di Katrin Lea Tag, ma invece della fanfara con cui si fa iniziare abitualmente l’opera del divino Claudio, nella sala fantasiosamente decorata del teatro berlinese si diffondono suoni orientaleggianti tra cui si distinguono le note balcaniche di un cymbalon. Fatta salva la linea del canto originale, la nuova orchestrazione di Elena Kats-Chernin utilizza strumenti mediorientali e una fisarmonica per realizzare il continuo con improvvisazioni che talora sanno di bal musette. La famosa fanfara esploderà con ninfe, fauni, satiri e pastori che festeggiano allegramente le nozze di Orfeo ed Euridice attorno a un piccolo stagno e sotto la chioma di alberi surreali di un’Arcadia ironicamente ricreata con i costumi di Katharina Tasch. Le vivaci coreografie di Otto Pichler danno vita agli intermezzi strumentali.

Non è certo un Orfeo per puristi questo di Kosky, né in orchestra né nel reparto vocale, ma è uno spettacolo incantevole che ricrea la “favola in musica” con mezzi moderni. Più simile a un musical che a una paludata esecuzione, di barocco ha comunque la ricchezza visiva. Alcuni momenti sono magici, come quando nella sala inondata di luce verde volano decine di uccellini appesi alle pertiche tenute dai coristi disseminati nelle gallerie o gli interventi del burattinaio. Il palcoscenico continua oltre la fossa orchestrale fino a occupare buona parte della platea così che il pubblico si trova a stretto contatto con i ballerini e i cantanti che animano la vicenda. La quale vicenda segue abbastanza fedelmente le linee tradizionali anche se la Musica qui è Amore e nel finale Orfeo, invece di salire in cielo assieme al padre Apollo, affoga nel piccolo stagno in cui Amore aveva varato barchette di carta prima dell’ingresso di Caronte.

Protagonista indefesso è Dominik Köninger, che canta, balla, recita ed è pure bello. Che cosa si vuole di più? André de Ridder dirige con precisione l’eterogenea orchestra.

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