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Georg Friedrich Händel, Ezio
Schwetzingen, Schlosstheater, 23 maggio 2009
★★☆☆☆
(registrazione video)
C’è del marcio nella Roma imperiale
Ezio, HWV 29, è il terzo e ultimo lavoro su testo metastasiano, un cupo melodramma tratto dalla tragedia Britannicus di Racine. Il libretto fu intonato anche da Porpora (Venezia 1728), Hasse (Napoli 1730; nuova versione: Dresda 1755), Jommelli (Bologna 1741), Traetta (Roma 1757), Sacchini (Napoli 1771).
Quando Ezio va in scena al King’s Theatre di Londra il 15 gennaio 1732, Händel è ormai un maestro consumato dell’opera italiana. Conosce perfettamente i desideri del pubblico londinese, le virtù – e le vanità – dei suoi cantanti, le convenzioni dell’opera seria e, soprattutto, l’arte di trasformare quelle convenzioni in teatro vivo. Ezio non è forse il titolo handeliano più celebre, ma proprio la sua relativa rarità permette di scoprire un Händel particolarmente raffinato: meno incline all’effetto spettacolare, più interessato alle tensioni psicologiche e politiche che attraversano i personaggi.
Il libretto ci trasporta nella Roma del V secolo, alla corte dell’imperatore Valentiniano III. Al centro della vicenda sta Flavio Ezio, il grande generale romano che ha sconfitto Attila, qui trasformato nel perfetto eroe dell’opera seria: valoroso in guerra, vulnerabile in amore e pericolosamente esposto alle insidie del potere.
Atto primo. L’imperatore romano Valentiniano accoglie a Roma il generale Ezio, trionfatore sugli Unni di Attila. Massimo, padre di Fulvia, amata di Ezio, cerca di provocare la rovina del generale, accusandolo di tradimento. Valentiniano vorrebbe poter controllare Ezio dandogli in sposa la sorella Onoria, ma il generale confessa il suo amore per Fulvia, suscitando nei presenti ire e gelosie.
Atto secondo. Fallisce un attentato di Massimo contro Valentiniano; l’imperatore sospetta che sia Ezio il mandante. Fulvia conosce la verità, ma non ha il coraggio di denunciare il padre per scagionare l’amato. Varo consiglia a Fulvia di offrirsi in moglie a Valentiniano, unico modo per salvare la vita a Ezio. La ragazza però dichiara sdegnosamente l’immutato suo amore per il generale: l’imperatore, furibondo, getta quest’ultimo in carcere.
Atto terzo. Mentre Onoria tenta invano di intercedere per Ezio, Valentiniano finge di perdonare il traditore, ma ordina intanto a Varo di ucciderlo. Ad assassinio avvenuto, l’imperatore scopre sconcertato la verità sulla fallita congiura. Quando Massimo attacca con le sue truppe il Campidoglio, le sorti dell’impero e la vita di Valentiniano vengono salvate proprio da Ezio, che era stato risparmiato da Varo. Il perdono e l’amore trionfano infine sugli intrighi di palazzo.
È una trama di sospetti, congiure, gelosie e fedeltà messe continuamente alla prova. Ma ciò che interessa Händel non è tanto l’intrigo in sé quanto il modo in cui il potere altera i rapporti umani. In Ezio quasi nessuno può permettersi di dire semplicemente ciò che pensa. Ogni dichiarazione d’amore può diventare un atto politico; ogni gesto di lealtà può essere interpretato come tradimento. La corte imperiale è un luogo nel quale le passioni private acquistano immediatamente conseguenze pubbliche.
Händel costruisce questo labirinto emotivo attraverso una successione di arie che sono autentici ritratti in movimento. La forma dell’aria col da capo, apparentemente rigida, diventa nelle sue mani uno straordinario strumento drammatico: il personaggio afferma un sentimento, lo vede incrinarsi nella sezione centrale e, tornando alle parole iniziali, non è più esattamente la stessa persona. L’ornamentazione della ripresa non è dunque semplice virtuosismo: può diventare memoria, esitazione, rabbia, orgoglio.
Personaggio particolarmente affascinante è quello di Fulvia, divisa tra l’amore per Ezio, l’obbedienza al padre e la pressione dell’imperatore. Händel le affida alcune delle pagine più sensibili dell’opera. Ezio, invece, incarna quella nobiltà eroica che il compositore sa rendere senza trasformarla in marmo: dietro il generale vittorioso affiora continuamente l’uomo ferito dall’ingiustizia. E intorno a loro Valentiniano e Massimo mostrano due diverse patologie del potere: l’uno capriccioso e possessivo, l’altro lucidissimo nella propria sete di vendetta.
Come spesso accade nell’opera seria settecentesca, dopo tre atti di catastrofi imminenti arriva il lieto fine: colpe riconosciute, perdoni, ordine ristabilito. Sarebbe però un errore considerarlo soltanto una convenzione rassicurante. Dopo averci mostrato quanto facilmente il potere possa trasformare l’amore in ricatto e la fedeltà in sospetto, Händel lascia che la clemenza ricomponga il mondo. E forse è proprio qui il fascino discreto di Ezio: sotto le armature romane e le formule dell’opera seria pulsa un teatro sorprendentemente moderno. Gli imperi cambiano, sembra suggerire Händel; ambizione, gelosia, paura e desiderio di essere amati, molto meno.
Rispetto alla coeva edizione discografica di Alan Curtis, la produzione degli Schwetzinger Festspiele 2009 con vari tagli dura quasi un’ora di meno. Meno male. Il livello è molto modesto sia in buca (con la Kammerorchester Basel diretta metronomicamente da Attilio Cremonesi) sia sulla scena, dove i cantanti, già di per sé inadeguati, devono soddisfare le richieste di un regista, Günter Krämer, che li costringe a ballare il tango, correre su e giù per una ripida scala, fare le capriole e cantare in scomodissime posizioni secondo una drammaturgia che non propone nulla di nuovo se non il solito cliché potere-sesso-violenza condito da balletti (coreografie di Otto Pichler) in forte contrasto con la musica. Ad esempio, durante la drammatica aria di Fulvia «Quel finger affetto» i soldati, sempre sporchi di sangue, fanno esercizi alla sbarra. Non sono le uniche gratuità: Varo canta la sua aria «Nasce al bosco in rozza cuna» distribuendo garofani rossi in platea. Inutile aggiungere che, fedele alla tradizione del più corrivo Regietheater, lo scenografo Jürgen Bäckmann non si fa mancare il carro armato in bilico sulla scalinata – e siamo in un teatrino rococo!
La parte che fu del Senesino è affidata a Yosemeh Adjei, un controtenore volenteroso e nient’altro, ma le cose non vanno meglio con gli altri interpreti e peggio con il Valentiniano di Rosa Bove e il Massimo di Donát Havár, entrambi ahimè sfiatati. Si salva giusto l’Onoria di Hilke Andersen. Gli scarsi applausi del pubblico si concentrano sulla Fulvia di Netta Or dopo la sua aria «La mia costanza non si sgomenta», ma solo per la bellezza dell’aria, non certo per il timbro della cantante.
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