Stasera Sollima

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Franz Joseph Haydn, Dai 150 Canti Scozzesi Hob: XXXIa
Leader Haughs and Yarrow, n° 27
On a Bank of Flowers, n° 14
The Shepherd Adonis, n° 21

Franz Joseph Haydn, Concerto n° 2 in Re maggiore, Hob:VIIb:2
Allegro moderato
Adagio
Rondò. Allegro

Giovanni Sollima, Folktales per violoncello
I. Moderato, quasi adagio e con libertà
II. Rondeaux. Allegro
III. [senza indicazioni]
IV. “U Vuiccanu I” (Cadenza)
V. “U Vuiccanu II”. Agitato
VI. Anphesibene (dal bestiario di Leonardo da Vinci). Allegro
VII. Moderato, quasi adagio e con libertà
VIII. (dal Concerto in re minore peer violoncello di Vivaldi). Allegro

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Torino, Auditorium RAI, 14 ottobre 2026

Giovanni Sollima direttore e violoncello concertatore

Haydn, Sollima e l’irresistibile arte di sorprendere

C’è un Haydn che aspettava Giovanni Sollima da più di duecento anni. Non quello imbalsamato nei manuali di storia della musica, impeccabile architetto dell’equilibrio classico, ma un Haydn irrequieto, curioso, spiritoso, capace di trasformare una canzone popolare in un capolavoro e una forma rigorosa in un imprevedibile gioco d’invenzione. Due secoli separano questi musicisti, ma a unirli è una stessa, irresistibile tentazione: sorprendere. Per entrambi la musica non è un monumento da contemplare, ma un organismo vivo, un’avventura sonora che coinvolge il corpo, l’intelligenza, l’immaginazione e, perché no, anche il sorriso.

Sollima non è certo il violoncellista che si accontenta di lucidare le porcellane del Settecento. Il suo Haydn ha il passo scattante, il temperamento acceso, l’ironia pronta a scardinare ogni prevedibilità. Sa essere impetuoso e, un istante dopo, di una delicatezza disarmante. Soprattutto, restituisce al compositore austriaco una modernità che nessuna patina storica riesce a soffocare. Non si tratta di aggiornare Haydn al gusto contemporaneo, ma di liberarlo da quella rispettabilità un po’ polverosa che talvolta gli interpreti gli hanno cucito addosso. Perché sotto la parrucca del maestro di Esterházy si nasconde un autentico rivoluzionario, in musica.

Il concerto fuori abbonamento che anticipa l’inaugurazione ufficiale della stagione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI diventa così un incontro tra due spiriti affini. Da una parte la freschezza disarmante del canto popolare, dall’altra la brillantezza del grande concerto solistico: due facce della stessa curiosità musicale, due modi diversi di raccontare l’uomo.

Tra il 1792 e il 1795 Haydn si dedicò a una raccolta di 150 melodie scozzesi destinata all’editore William Napier. Non inventò quelle canzoni: le vestì di armonie raffinate, le trasformò in piccoli capolavori da salotto senza cancellarne l’impronta originaria. Napier le aveva definite «wild but expressive», selvagge ma espressive. Sollima ne sceglie tre e le reinventa per violoncello e orchestra, ricavandone un trittico dal profumo campestre, popolato di pastori innamorati, paesaggi lontani e malinconie senza tempo. Il violoncello prende il posto della voce, espone il canto con disarmante semplicità, poi lo accarezza, lo ricama, lo trasforma attraverso ornamentazioni, variazioni e sorprendenti sfumature timbriche.

Ed è qui che affiora il Sollima più autentico. Siciliano fino al midollo, cresciuto in una terra dove la musica popolare è memoria, racconto e identità, riconosce immediatamente nelle melodie scozzesi qualcosa di familiare. Tra le brughiere del Nord e le coste del Mediterraneo corre un filo invisibile: quello di un canto capace di raccontare gli stessi amori, le stesse nostalgie, gli stessi desideri. La geografia perde improvvisamente importanza. Restano la voce umana e la sua inesauribile capacità di emozionare. Sollima ne recupera la spontaneità senza sacrificare un grammo dell’eleganza haydniana.

E quasi senza concedere il tempo di cambiare paesaggio, dall’ultimo canto, The Shepherd Adonis, senza soluzione di continuità si spalancano le porte del Concerto n. 2 in Re maggiore. Scritto nel 1783 e associato alla figura del virtuoso Anton Kraft, questo capolavoro occupa un posto privilegiato nella letteratura violoncellistica. Se l’altro concerto , quello in Do maggiore, esibisce una vitalità muscolare e quasi atletica, quello in Re preferisce la seduzione della luce, la grazia del disegno melodico, un virtuosismo che sa nascondere le proprie insidie dietro un’apparente naturalezza. Tre movimenti, tre caratteri, tre occasioni per mettere alla prova l’immaginazione di Sollima.

Il primo movimento procede come una conversazione tra interlocutori particolarmente brillanti. Il violoncello non sfida l’orchestra, la provoca, la ascolta, le risponde. Sollima ne asseconda ogni inflessione, ne sottolinea gli scarti d’umore, lascia che le frasi respirino e si rincorrano. Nulla appare prevedibile, eppure tutto sembra nascere con assoluta naturalezza. Sorprendente è la cadenza che strappa al pubblico, pur avveduto dell’Auditorium Rai, un applauso irrituale.

Poi arriva l’Adagio, e il tempo pare improvvisamente dilatarsi. Il virtuosismo si ritira in punta di piedi, lasciando il palcoscenico a una voce che canta senza bisogno di parole. Qui Sollima mostra il volto più raccolto della propria arte: un suono intenso ma mai compiaciuto, capace di suggerire emozioni profonde senza trasformarle in sentimentalismo. È una confidenza sussurrata, una parentesi di intimità nel cuore del concerto.

Con il Rondò. Allegro torna invece l’Haydn più malizioso. Scale fulminee, salti di registro, agilità vertiginose e improvvisi cambiamenti di prospettiva offrono a Sollima il terreno ideale per liberare la propria esuberanza. Il violoncello diventa un personaggio teatrale, pronto a scherzare, incalzare, sorprendere, quasi a prendersi gioco delle aspettative dell’ascoltatore.

Ma guai a confondere questa vitalità con il semplice gusto dell’effetto. Il miracolo sta proprio nell’equilibrio tra audacia e disciplina, nell’energia che esplode senza incrinare la limpidezza della forma. Sollima cammina sul filo sottile che separa l’invenzione dall’eccesso, ricordandoci quanto possa essere avventurosa la misura classica.

Del resto, è lo stesso Sollima a indicare la chiave del suo rapporto con Haydn: lo ama perché «osava più di chiunque altro». Una dichiarazione che ribalta molte comode certezze. Siamo abituati a immaginare il padre della sinfonia e del quartetto come il garante dell’ordine, il legislatore di un universo perfettamente razionale. E invece Haydn è un formidabile guastafeste. Interrompe, devia, sorprende, gioca con il silenzio, dissemina trappole e colpi di teatro. Conosce le regole così bene da potersi permettere il lusso di sfidarle. Ed è proprio questo spirito ribelle, nascosto dietro l’eleganza delle forme, che Sollima sembra riconoscere come un fratello.

C’è anche un’altra parentela, forse ancora più profonda. Nessuno dei due considera invalicabile il confine tra musica colta e tradizione popolare. Haydn lascia entrare il mondo nelle proprie partiture; Sollima attraversa linguaggi, epoche e geografie con la stessa disinvoltura. Nei Canti scozzesi questo dialogo è dichiarato, nel Concerto in re maggiore si manifesta nella naturalezza del canto, nella sua immediata, irresistibile capacità di comunicare.

Ed è ancora al patrimonio delle tradizioni popolari che Sollima rivolge lo sguardo quando abbandona idealmente il ruolo dell’interprete per indossare quello del compositore. Nasce così Folktales, scritto nel 2009 per violoncello e orchestra, un titolo che rimanda al titolo in inglese delle Fiabe italiane di Italo Calvino. Circa mezz’ora di musica, otto episodi e nessuna intenzione di illustrare una favola. Sollima prende piuttosto in prestito da Calvino il metodo: raccogliere frammenti, intrecciare suggestioni, dare una forma nuova a materiali di diversa provenienza. Come lo scrittore reinventa la tradizione orale, il musicista costruisce un universo nel quale idee lontanissime scoprono inattese affinità.

Attenzione, però: non siamo davanti a un catalogo di citazioni folkloriche. Sollima non prende in prestito melodie etniche né riproduce canti tradizionali. Inventa piuttosto una musica che sembra ricordarli, come se affiorasse da una memoria più antica della memoria stessa. È un folklore immaginario, popolato di ritmi ancestrali e melodie che sembrano esistere da sempre, anche quando nascono interamente dalla fantasia del compositore.

La forma classica rimane sullo sfondo, ma diventa una struttura elastica, pronta ad accogliere ogni deviazione. In questo paesaggio sonoro convivono quattro anime. Quella arcaica, che evoca rituali e memorie collettive senza appartenere a una precisa cultura; quella fisica, dove il violoncello canta, graffia, pulsa, percuote e si trasforma in un intero teatro di gesti; quella barocca, riconoscibile nell’energia ritmica e nella libertà delle ornamentazioni; infine quella fantastica, che trascina l’ascoltatore dalla contemplazione all’inquietudine, dalla danza all’incantesimo, come attraverso le stanze di un castello popolato di meraviglie. Antico e moderno cessano di essere categorie opposte: diventano due estremi della stessa inesauribile fantasia.

I primi sette episodi disegnano una traiettoria imprevedibile. Si passa da atmosfere meditative a improvvise accelerazioni virtuosistiche, da valzer quasi visionari a esplosioni orchestrali, a battiti di mani e a grida, fino a incontrare creature e forze della mitologia: in U Vuiccanu I e U Vuiccanu II il vulcano non è soltanto un’immagine della natura, ma una presenza primordiale, una potenza sotterranea che sembra risalire dalle viscere della terra, mentre Anphesibene evoca invece il misterioso serpente a due teste della tradizione mitologica, figura perfetta per una musica che ama procedere in direzioni opposte e simultanee.

Poi, nell’ultimo episodio, arriva un autentico colpo di teatro. Sollima si volta verso Antonio Vivaldi e afferra il Minuetto conclusivo del Concerto RV 406, sottoponendolo a una metamorfosi tanto sorprendente quanto irresistibile. La danza barocca cambia pelle, si deforma, acquista colori orchestrali modernissimi, diventa a tratti grottesca, vertiginosa, quasi sfrenata. Vivaldi sembra uscire dalla propria epoca per partecipare a una festa musicale senza confini. È il passato che irrompe nel presente, non come citazione nostalgica, ma come materia incandescente.

Incandescente è anche l’entusiasmo del pubblico, che non intende lasciar andare Sollima e gli strappa ben tre bis. L’ultimo, in fondo, sembra inevitabile: Bach. Dopo aver attraversato secoli, paesi, leggende, vulcani e metamorfosi, il viaggio approda là dove tutto sembra continuamente ricominciare. Alle origini. Alla musica che contiene già tutte le musiche possibili.

⸪