Autore: Renato Verga

THÉÂTRE DU CHATEAU

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Théâtre du Chateau

Chimay (1863)

200 posti

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L’attuale teatro del castello di Chimay, costruito nel 1863 da Le Fuel et Cambon, sostituisce quello di inizio secolo voluto dall’ex-Madame Tallien diventata principessa di Chimay. È una replica in miniatura di quello di Luigi XV nel castello di  Fontainebleau
Chimay

Restaurato nel 1991 ospita regolarmente spettacoli e concerti di musica barocca.chimay-gross

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KONINKLIJKE VLAAMSE OPERA

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Koninklijke Vlaamse Opera

Antwerp (1907)

1081 posti

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Le due maggiori città fiamminghe, Anversa e Gand, fino al 1981 avevano due diverse compagnie d’opera allorché si fusero in una sola, la Vlaamse Opera. Ora le stesse produzioni vengono presentate nei due edifici storici delle città. Ad Anversa fino al 1899 per le produzioni in lingua francese si utilizzava il Bourlaschouwburg, mentre per quelle in lingua fiamminga si decise di costruire un nuovo teatro più capiente.  Chiuso nel 2004 per restauro, si aprì nel 2007 in tempo per il centenario.

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Il progetto del Vlaams Lyrisch Theater, come allora venne chiamato, si deve all’architetto Alexis Van Mechelen. Iniziati i lavori nel 1904, l’edificio venne inaugurato nel 1907 con De Herbergprinses di Jan Blockx. La spesa sostenuta e lo stile neo-barocco della facciata con elementi Beaux-Arts e considerata troppo francese furono motivi di aspre critiche. Il teatro era molto moderno per l’epoca: l’illuminazione elettrica, il riscaldamento e l’unico foyer per ricchi e borghesi furono molto apprezzati. L’interno non è eccessivamente decorato a stucchi con un soffitto dipinto da un artista locale, Karel Mertens, ed è intitolato Il ritmo, una figura maschile attorniata dalle nove Muse. Il foyer con colonne di marmo rosa ha un soffitto dipinto tra il 1909 e il 1914 da Emile Vloors.

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TEATRO GRANDE

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Teatro Grande

Brescia (1810)

922 posti

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Il teatro vero e proprio sorge sul luogo di un primo teatro pubblico, costruito intorno al 1664. Esso, a sua volta, si era sviluppato sull’area concessa, nel 1643 dalla Repubblica di Venezia all’Accademia degli Erranti che vi edificò la propria sede. La costruzione era inizialmente delimitata dalle mura meridionali della cittadella. L’Accademia riuniva la nobiltà cittadina in varie attività di esercizio equestre e di scherma, matematica, morale e ballo. Il palazzo era composto da una vasta sala superiore, raggiunta da un maestoso scalone, e da un portico al pian terreno. Il porticato circondava un’area che gli accademici utilizzavano come maneggio, poi adattata a teatro con due interventi, nel 1664 e nel 1710. Il teatro del 1664 venne rifatto nel 1735-39 dall’architetto Manfredi, con la collaborazione di Antonio Righini e Antonio Cugini, due noti scenografi ed architetti teatrali dell’ambito dei Bibbiena padre e figlio.

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Nel 1745 al portale seicentesco vennero aggiunte due aperture minori, che conducono ad una scalinata ed all’atrio. Nel 1760-69 venne aggiunto un ridotto, quale sala accademica degli Erranti, in stile rococò, realizzato dall’architetto Antonio Marchetti. Sulle pareti, Zugno raffigura personaggi in costume dell’epoca, dediti ad attività musicali o intenti alla conversazione, bevendo cioccolata e indossando maschere. Sul grandioso soffitto, delimitato da una balconata mistilinea di grande effetto scenografico, lo stesso Zugno – allievo di Giambattista Tiepolo – dipinge figure allegoriche celebrative delle Arti e delle Scienze che venivano coltivate in seno all’Accademia degli Erranti: al centro, il dio Apollo si protende verso il cielo mentre, sulle nubi ai suoi piedi, Brescia in veste di Minerva è circondata dall’Astronomia, dalla Storia, dalla Musica e dal Commercio. Nel 1780 venne aggiunto un nuovo porticato, realizzato dagli architetti Antonio Vigliani e Gaspare Turbini. Nel 1789, lo stesso Turbini ridisegnò la facciata conservando, della preesistente opera seicentesca, tre finestroni sul fronte verso corso Zanardelli.

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La vecchia sala venne demolita e dal 1809 l’architetto Luigi Canonica, tra i maggiori progettisti teatrali dell’epoca, ne avviò la ricostruzione secondo il consolidato schema a ferro di cavallo, con cinque ordini di palchi; solo nel 1904, i due superiori furono trasformati in galleria e loggione. La nuova sala fu inaugurata nel 1810, con un grande spettacolo operisitico musicato per l’occasione da Simone Mayr. La decorazione, opera di Giuseppe Teosa, rappresentava un’allegoria delle vittorie di Napoleone e lunghe teorie di putti danzanti, distrutti durante i rifacimenti della fine del secolo. Il palco reale mantiene ancora le decorazioni originarie – i motivi egizi delle sfingi e delle palmette, così care alla moda dell’epoca – e la sovrapporta raffigurante l’Allegoria della Notte, dipinta da Domenico Vantini. Nel 1862 lo scenografo parmigiano Magnani disegnò una nuova decorazione della sala, con fastosi ornati neobarocchi, mentre la volta veniva affrescata dal pittore Campini.

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Nel 1894 il ridotto venne ritoccato dal Tagliaferri, che ‘rifece l’antico’, come usava all’epoca: egli aggiunse specchiere e putti in gesso ad opera di Francesco Gusneri e statue affrescate di Bortolo Schermini. Nel 1912 il teatro viene riconosciuto come monumento nazionale. Nel 1914 lo scalone d’ingresso venne decorato dal pittore bresciano Gaetano Cresseri con due grandi affreschi monocromi rappresentanti La tragedia e La commedia.

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Nel 2002 venne aggiunto, alla Sala delle Statue, il terzo busto di bronzo raffigurante il pianista bresciano Arturo Benedetti Michelangeli, in occasione del settimo anniversario della morte dell’artista. Sempre in sua memoria, ogni anno in teatro ha luogo il famoso festival pianistico internazionale che da sempre richiama l’attenzione degli appassionati di tutto il mondo.

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TEATRO FILARMONICO

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Teatro Filarmonico

Verona (1732)

1200 posti

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Verona necessitava all’inizio del Settecento di un nuovo e stabile teatro lirico e fu così deciso di costruirne uno all’altezza della città, su iniziativa del marchese Scipione Maffei. Si scelse la struttura all’italiana, con una vasta platea ed ordini di palchi sovrapposti. Per la progettazione fu convocato l’architetto teatrale al tempo più celebre: Francesco Galli da Bibiena. I lavori iniziarono nel 1716, e durarono 13 anni. Da tutta Europa giungevano incisori e pittori per riprodurlo, poiché all’epoca era sicuramente fra i più moderni ed innovativi. Finalmente fu inaugurato la sera del 6 gennaio 1732, con il dramma pastorale La Fida Ninfa di Antonio Vivaldi, su libretto dello stesso Scipione Maffei. La stagione operistica divenne celeberrima e le rappresentazioni portavano affari d’oro, pur non essendo Verona una capitale di uno stato o una sede di una corte o di un principe. Il 21 gennaio 1749 si propagò un incendio nel teatro. Ricostruito con alcuni cambiamenti, fu inaugurato una seconda volta nel 1754 con l’opera Lucio Vero del napoletano Davide Perez. L’opera ebbe uno scarso successo.

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La notte del 23 febbraio 1945 il teatro crollò sotto i bombardamenti anglo-americani. L’accademia filarmonica annunciò che avrebbe cercato di ricostruire il teatro esattamente com’era prima. I lavori durarono parecchio tempo: il teatro fu inaugurato di nuovo nel 1975 con l’opera Falstaff, ossia Le tre burle di Antonio Salieri. Tuttora il teatro ospita nella stagione invernale opere, balletti e concerti. Nel 1978 vi fu un’importante prima esecuzione in epoca moderna dell’Orlando furioso di Antonio Vivaldi, con Marilyn Horne nel ruolo di Orlando, la regia di Pier Luigi Pizzi e la direzione di Claudio Scimone. Nel 2008 ha ospitato la prima italiana di Nixon in China e nel 2009 si tenne la prima rappresentazione in tempi moderni di Il mondo alla rovescia di Antonio Salieri.

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La struttura attuale del teatro è il risultato della ristrutturazione avvenuta dopo la seconda guerra mondiale. Le linee attuali sono il frutto della ripresa dei disegni originari di Francesco Galli da Bibiena. Il teatro in principio era composto da una sale all’italiana a cinque ordini di palchi decorati da foglie e conchiglie dorate a oro fino digradanti verso il palco per dare una buona visuale a tutti gli spettatori (accorgimento all’epoca d’avanguardia). Il palcoscenico aveva un’apertura laterale del proscenio così da essere diviso in tre parti (cosa ripetuta solo poi nel teatro di Imola). Dopo l’incendio del 1749 si apportarono alcune modifiche: venne ridotto il proscenio chiudendo le aperture laterali, si restrinsero i boccascena, si aggiunsero i palchi di proscenio, venne eliminata la digradazione dei palchi e vennero modificate le decorazioni. Ora il teatro è a tre ordini di palchi (ognuno con una decorazione dorata differente), una balconata ed una galleria. È stata ripresa anche la sistemazione digradante dei palchi. Il ridotto del teatro Filarmonico viene anche chiamato “sala degli Specchi” per le numerose decorazioni dorate e i molti specchi che lo decorano.

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La sala Maffeiana è l’unica parte intatta dell’originario edificio del teatro: sopravvisse infatti a tutti e due i disastri che colpirono il Filarmonico. Infatti dopo essere stata ripulita dal fumo, divenne il ridotto per il nuovo teatro inaugurato nel 1754, per essere utilizzata anche per attività culturali. Il 5 gennaio 1770 vi si tenne l’esibizione pianistica di Wolfgang Amadeus Mozart che stupì tutti gli accademici dell’Accademia Filarmonica al punto che il giovane musicista fu dichiarato maestro onorario. Tra il 1777 e il 1779, il ridotto fu consolidato e abbellito con l’affresco e le decorazioni del pittore bolognese Filippo Maccari (1725-1800), in cui nell’Ottocento, furono aggiunti il pavimento in legno e il lampadario. All’inizio il nome della sala era diverso, veniva infatti chiamata Gran Sala ed era, insieme al pronao antistante, l’unica opera compiuta di un progetto per un teatro antecedente a quello del Bibbiena. Fu dedicata in un secondo momento a Scipione Maffei per i suoi meriti verso il teatro, la cultura e l’intera città di Verona.

Il Filarmonico ha ben tre ingressi differenti per il pubblico: uno che dà su Via Roma, un altro su Via dei Mutilati e un terzo, il più imponente, dalla corte del Museo Lapidario Maffeiano.

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TEATRO PONCHIELLI

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Teatro Ponchielli

Cremona (1808)

1250 posti

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Anticamente Cremona disponeva di un Teatro Rangoni/Ariberti edificato nel 1670 e attivo fino al 1717. Da allora le rappresentazioni di svolsero in sale provvisorie. Nel 1733 un gruppo di nobili e patrizi stabilì di dotare la città di un nuovo teatro. Solo nel 1745 il marchese Giuseppe Lodi Mora mise a disposizione un appezzamento nella contrada di San Bartolomeo mentre i fondi venivano forniti dal nobile G.B. Nazari, che ne sarebbe divenuto il proprietario. L’incarico della progettazione venne affidato a Giovanni Battista Zaist, architetto cremonese che faceva parte della cerchia del Bibiena. Venne inaugurato il 28 dicembre 1747 con il melodramma Orazio del napoletano Pietro Auletta. Le stagioni erano organizzate, normalmente, nel periodo di carnevale, ma a decorrere dal 1755 non mancarono stagioni di primavera, dal 1774 stagioni estive, dal 1778 stagioni autunnali.

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Era chiamato Teatro Nazari, dal nome del proprietario, ma mutò nome nel 1785 in Teatro della Società o della Nobile Associazione, allorché, dopo la morte del marchese Nazari (1784), venne acquistato da un gruppo di nobili e patrizi (una “Società di dodici Cavalieri”), che si divisero la proprietà in qualità di palchettisti, in conformità con quanto accadeva nei molti teatri costruiti sino alla metà dell’800. Ciò pose fine ad una annosa polemica fra i proprietari e i palchettisti, che figuravano nella mera veste di inquilini e lamentavano l’alto costo della cosiddetta ‘tratta’, ovvero la tassa che ogni palchettista era tenuto a pagare per l’allestimento delle stagioni.

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Il 20 gennaio 1770 il giovane Mozart, accompagnato dal padre, assistette alla rappresentazione del melodramma La Clemenza di Tito del napoletano Valentini. ll Teatro della Società venne attaccato, nei primi anni dell’ottocento, da due incendi, il secondo dei quali, nel 1806, lo ridusse quasi in cenere. Venne subito programmata la ricostruzione affidandola al più noto architetto teatrale del momento, Luigi Canonica, che realizzò una sala a ferro di cavallo, con quattro ordini di palchi e galleria e uno dei palcoscenici maggiori d’Italia. Esso prese il nome di Teatro della Concordia. La notte del 6 gennaio 1824 un nuovo incendio distrusse parzialmente la struttura, ripristinata dai cremonesi Rodi e Voghera. Essi rifecero quanto distrutto, allargando notevolmente il palcoscenico. Nel teatro è conservato lo storico sipario dipinto da Antonio Rizzi raffigurante la musica nelle sue manifestazioni.

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Dopo la morte di Amilcare Ponchielli, il noto musicista cremonese (insieme ad Antonio Stradivari e Claudio Monteverdi), avvenuta a Milano il 16 gennaio 1886, il teatro si chiamò Concordia-Ponchielli, per poi assumere, il 12 marzo 1907, la denominazione, per ora, definitiva di Teatro Amilcare Ponchielli.  Il Comune ne acquisì la proprietà nel 1986, iniziando nel 1989 radicali lavori di restauro e di adeguamento tecnologico.

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TEATRO PERGOLESI

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Teatro Pergolesi

Jesi (1798)

712 posti

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A sostituzione del vecchio Teatro del Leone (1731), ormai non più adeguato alle esigenze dell’epoca, venne iniziata la costruzione dell’allora Teatro della Concordia nel 1790 per volere della società di condomini costituita da 54 nobili Jesini con il sostegno del Governatore Pontificio. Il progetto originale fu affidato all’architetto fanese Francesco Maria Ciaraffoni, ma venne ampiamente rivisto dall’architetto imolese Cosimo Morelli, uno dei più rinomati specialisti dell’epoca nella progettazione teatrale. Morelli provvide ad allargare la pianta ed il boccascena e diede la definizione dell’ampia curva ellittica della sala, da cui dipende la sua ottima acustica. Inoltre rivide il disegno della facciata creando un alto basamento a bugnato liscio con un motivo ad arcate in asse con le finestre a timpano dei piani superiori.

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La decorazione interna venne affidata a due famosi artisti neoclassici: l’architetto Giovanni Antonio Antolini (autore del progetto del “Foro Bonaparte” di Milano, mai realizzato), al quale spettò la progettazione scenico-arredativa del teatro, e il pittore Felice Giani, che insieme all’ornatista Gaetano Bertolani dipinse le “Storie di Apollo” sulla volta della sala. Il teatro venne inaugurato nel carnevale del 1798, non alla presenza dei nobili finanziatori quanto del popolo e dei giacobini, che nel frattempo avevano invaso la città in seguito alla vittoria napoleonica e al trattato di Campoformio. Per l’occasione vennero rappresentate tre operine, di cui due di Marcos António Portugal Lo spazzacamino principe e Le confusioni della somiglianza ossia Li due gobbi e la terza La capricciosa corretta di Vicente Martín y Soler. Successivamente fu aggiunto il fascione che sovrasta il cornicione e che reca al centro l’orologio in pietra con l’aquila federiciana e due cornucopie donate da Massimiliano di Beauharnais nel 1839, in seguito alla calorosa accoglienza ricevuta l’anno prima durante la sua visita a Jesi.

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Nel 1856 venne realizzato dal pittore jesino Luigi Mancini il sipario storico con L’ingresso di Federico II a Jesi, dove il grande imperatore svevo era nato nel 1194. Nel 1883 il teatro perse la denominazione di Teatro della Concordia per prendere quella definitiva di Giovanni Battista Pergolesi, in omaggio al celebre compositore nato nella stessa Jesi nel 1710. Dal 1929 il teatro è diventato di proprietà del Comune e nel 1968 ha ottenuto il riconoscimento di Teatro di Tradizione.

I Puritani

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Vincenzo Bellini, I puritani

★★★☆☆

Vienna, 20 marzo 2015

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«Sala d’arme con logge vaste, ove l’architettura gotica mostra la intera sua pompa.»

Nell’attesa che approdi ad aprile a Torino con la stessa protagonista, vediamo la produzione andata in scena a Vienna.

Tre sedili, alcune teste di statue mozzate per terra e sul fondo i guerrieri di terracotta dell’esercito cinese di Xi’an decapitati: ecco l’enigmatico e minimalista impianto scenografico di Heinz Balthes per il primo atto. Ancora più spoglio il secondo, mentre nel terzo una foresta di lampade pendono dall’alto fino a mezzo metro da terra. Tutti uguali i costumi di José Manuel Vazquez a sottolineare i seriosi puritani.

Nella regia di John Dew non succedono grandi cose (a parte la libertà che si prende, assieme al direttore Armiliato, suppongo, di tagliare la seconda scena e la decima del primo atto, far uccidere Arturo da Riccardo, così che il duetto previsto dal libretto sia cantato solo da Elvira, e far sparire anche il coro finale).

I Puritani non è certo un dramma storico, è piuttosto lo scontro di due concezioni diverse dell’amore e del dovere viste al maschile e al femminile. Gli uomini hanno dalla loro il testosterone che li porta a scannarsi l’un l’altro preferibilmente per motivi religiosi, ma qualunque altra ragione va bene. Anche Riccardo e Arturo se le danno di santa ragione in un duello alla presenza della regina come se questa neanche ci fosse.

Per Elvira l’amore è totalizzante e la prima delusione la porta tout court alla pazzia. Per Arturo prima di tutto viene invece il dovere, quello di mettere in salvo la regina Enrichetta. La reazione esagerata di Elvira si spiega col fatto che lei vive la vicenda non dal punto di visto storico o politico, come fanno invece tutti gli uomini dell’opera, ma da un punto di vista puramente emozionale. Per convincere il pubblico di questo eccesso ci vuole una musica come quella di Bellini e un’interprete a quell’altezza. E qui in Olga Peretjaťko l’abbiamo. Sicura in ogni passaggio, anche il più arduo della sua parte, alla straordinaria presenza scenica unisce colori sempre cangianti vuoi nelle agilità di «Son vergin vezzosa» (ah, il libretto del Pepoli…) vuoi nella scena della pazzia. Una vera lezione di bel canto.

Nel ruolo ingrato di Arturo – che arriva in scena mezz’ora dopo l’inizio, canta la sua temibile aria “A te o cara” e poi sparisce per un’altra ora per rifarsi vivo solo all’ultimo atto e sparare un’altra serie di acuti – c’è il tenore canadese John Tessier, timbro di voce leggera, ma un po’ monotono e di scarsa presenza scenica. Però gli si deve dare atto di aver tentato l’ascesa al fa sopracuto andandoci molto vicino, mentre la maggior parte dei suoi colleghi stanno ben al di sotto – con le lodevoli eccezioni di Gregory Kunde, Lawrence Brownlee, John Osborn (tutti americani…) e Celso Albelo.

Carlos Álvarez è un odioso Riccardo Forth di grande sicurezza vocale e scenica. Sicuro anche se inespressivo il Sir Giorgio di Jongmin Park che scurisce in modo innaturale la voce .

Marco Armiliato dirige con vigore la bella orchestra (magnifici gli ottoni) e accompagna con partecipazione i cantanti.

TEATRO FARNESE

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Teatro Farnese

Parma (1618)

3000 posti

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Venne fatto costruire da Ranuccio I, duca di Parma e Piacenza, che intendeva celebrare con uno spettacolo teatrale la sosta a Parma del granduca di Toscana, Cosimo II, diretto a Milano per onorare la tomba di san Carlo Borromeo, canonizzato nel 1610. La realizzazione dell’opera venne affidata all’architetto Giovan Battista Aleotti, detto l’Argenta (1546-1636): venne costruito al primo piano del Palazzo della Pilotta di Parma, in un grande vano progettato come Salone Antiquarium ma sempre utilizzato come sala d’armi e come sede di tornei. Il teatro venne completato nell’autunno del 1618 e dedicato a Bellona (dea della guerra, in omaggio alla prima destinazione dell’ambiente) e alla Muse: a causa di una malattia che aveva colpito Cosimo II, costringendolo ad annullare il pellegrinaggio programmato, il teatro rimase inutilizzato per quasi dieci anni. Venne finalmente inaugurato il 21 dicembre del 1628, in occasione delle nozze di Odoardo, figlio di Ranuccio, con Margherita de’ Medici, figlia di Cosimo. Per celebrare l’evento venne allestita lo spettacolo Mercurio e Marte, con testi di Claudio Achillini e musiche di Claudio Monteverdi: nel corso dell’opera venne anche allagata la cavea ed inscenata una naumachia. A causa della complessità e degli elevati costi degli allestimenti, il teatro venne utilizzato solo altre otto volte: l’ultima nel 1732, in occasione dell’arrivo di don Carlo di Borbone nel ducato.

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L’Argenta si ispirò al Teatro Olimpico di Vicenza, costruito dal Palladio nel 1580, ed al Teatro all’Antica di Sabbioneta, costruito tra il 1588 ed il 1590 dall’architetto Vincenzo Scamozzi. Ospitato in un ampio salone (87 metri di lunghezza per 32 di larghezza e 22 di altezza), la cavea ad U è formata da quattordici gradini sui quali potevano essere ospitati circa 3000 spettatori: alla sommità della cavea sono due ordini di serliane, quello inferiore tuscanico e quello superiore ionico; il palcoscenico è lungo 40 metri, con un’apertura di 12 metri.

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La struttura venne realizzata in legno (abete rosso del Friuli) e interamente ricoperto di stucco dipinto per simulare il marmo,  materiali caratteristici delle architetture effimere, quale doveva essere il Teatro Farnese. La decorazione scultorea (statue a soggetto mitologico in gesso, con anima di paglia) venne affidata ad una squadra di artisti guidata da Luca Reti; i pittori, guidati da Giovan Battista Trotti detto il Malosso, Lionello Spada, Sisto Badalocchio, Antonio Bertoja e Pier Antonio Bernabei, dovettero provvedere, oltre che alla decorazione delle pareti anche a quella, oggi perduta, del soffitto.

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Dopo la rappresentazione del 1732, il teatro decadde inesorabilmente: venne quasi completamente distrutto durante la II Guerra Mondiale, in un bombardamento degli Alleati del 13 maggio 1944. Fu ricostruito tra il 1956 ed il 1960, secondo i disegni originali con il materiale recuperato ed inserito come prestigioso ingresso della Galleria Nazionale di Parma. Solo recentemente, dopo un’inattività durata quasi tre secoli, il teatro è ritornato ad ospitare eventi teatrali con una primissima rappresentazione davanti a 1500 spettatori avvenuta il 12 giugno 2011 del maestro Claudio Abbado e della sua Orchestra Mozart. È comunque con l’inserimento del teatro come sede di alcune delle opere del Festival Verdi 2011 organizzato dalla Fondazione Teatro Regio di Parma che può essere sancita la sua definitiva rinascita. Le prime opere in cartellone organizzate nel teatro sono andate in scena il 6 e il 10 ottobre 2011 rispettivamente con la Messa di requiem e il Falstaff di Verdi.

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TEATRO OLIMPICO

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Teatro Olimpico

Vicenza (1585)

470 posti

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Il Teatro Olimpico costituisce l’ultima opera dell’architetto Andrea Palladio ed è considerato uno tra i suoi più grandi capolavori, assieme a Villa Capra detta la Rotonda, alla Basilica Palladiana e al vicino Palazzo Chiericati. Il celebre architetto veneto, rientrato da Venezia nel 1579, riportò in quest’opera gli esiti dei suoi lunghi studi sul tema del teatro classico, basati sull’interpretazione del trattato De architectura di Vitruvio e sull’indagine diretta dei ruderi dei teatri romani, ancora visibili all’epoca. Il teatro venne commissionato a Palladio dall’Accademia Olimpica di Vicenza, nata nel 1555 con finalità culturali e scientifiche, tra le quali la promozione dell’attività teatrale. Tra i membri fondatori dell’Accademia vi era lo stesso architetto, che per essa progettò numerosi allestimenti scenici provvisori in vari luoghi della città, com’era d’uso all’epoca, fino a che nel 1579 l’Accademia ottenne dalla municipalità la concessione di un luogo adatto ove poter realizzare stabilmente un proprio spazio scenico, all’interno delle prigioni vecchie del Castello del Territorio. Il contesto era una vecchia fortezza di impianto medioevale, più volte rimaneggiata e utilizzata nel tempo anche come prigione e polveriera prima del suo abbandono.

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La costruzione del teatro iniziò nel 1580, lo stesso anno in cui Palladio morì, ma i lavori furono perseguiti sulla base dei suoi appunti dal figlio Silla e si conclusero nel 1584, limitatamente alla cavea completa di loggia e al proscenio. Si pose dunque il problema di realizzare la scena “a prospettive”, che era stata prevista fin dal principio dall’Accademia ma di cui Palladio non aveva lasciato un vero progetto. Venne quindi chiamato Vincenzo Scamozzi, il più importante architetto vicentino dopo la morte del maestro. Scamozzi disegnò le scene lignee, di grande effetto per il loro illusionismo prospettico e la cura del dettaglio, costruite appositamente per lo spettacolo inaugurale, apportando inoltre alcuni adattamenti e i necessari completamenti al progetto di Palladio. A Scamozzi vengono inoltre attribuite le contigue sale dell’Odèo e dell’Antiodèo, oltre che il portale d’ingresso originale.

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Il teatro venne inaugurato il 3 marzo 1585 con la rappresentazione dell’Edipo re di Sofocle e i cori di Andrea Gabrieli (ripresa nel 1997 per l’Accademia Olimpica con la regia di Gianfranco De Bosio). In questa e altre rare occasioni le scene, che rappresentano le sette vie della città di Tebe, furono illuminate con un originale e complesso sistema di illuminazione artificiale, ideato sempre da Scamozzi. Le scene, che erano state realizzate in legno e stucco per un uso temporaneo, non furono tuttavia mai rimosse e, malgrado pericoli d’incendio e bombardamenti bellici, si sono miracolosamente conservate fino ai giorni nostri, uniche della loro epoca. Studi recenti hanno dimostrato che l’originale progetto palladiano prevedeva solamente un’unica prospettiva sviluppata in corrispondenza della porta centrale della scena, mentre nei due varchi laterali dovevano trovare posto fondali dipinti. Al tempo stesso risale al progetto palladiano la cesura delle due ali di muro e il soffitto “alla ducale” sopra il proscenio.

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Con il teatro Olimpico si avvera il sogno, sino ad allora irrealizzato, di generazioni di umanisti e architetti rinascimentali: erigere in forma stabile uno degli edifici simbolo della tradizione culturale classica. Il progetto palladiano ricostruisce il teatro dei romani con una precisione archeologica fondata sullo studio accurato del testo di Vitruvio e delle rovine dei complessi teatrali antichi. In ciò costituisce una sorta di testamento spirituale del grande architetto vicentino. Con l’Olimpico rinasce il teatro degli Antichi, e nel progettarlo Palladio raggiunge una consonanza assoluta con il linguaggio della grande architettura classica, di cui per una vita intera «con lunga fatica, e gran diligenza e amore» aveva cercato di ritrovare le leggi della segreta armonia. Il complesso è stato oggetto di un restauro conservativo tra il 1986 e il 1987 e il teatro è tuttora utilizzato, soprattutto per rappresentazioni classiche e concerti, prevalentemente in primavera (festival “Settimane Musicali al Teatro Olimpico” e “Il Suono dell’Olimpico”) e in autunno (“Cicli di Spettacoli Classici”) poiché, nel timore di danneggiarne le delicate strutture, non è mai stato dotato di impianto di riscaldamento o di condizionamento.