Autore: Renato Verga

PALAU DE LA MÚSICA CATALÁ

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Palau de la Música Catalá

Barcellona (1908)

2100 posti

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La storia del Palau è connessa a quella della società corale che tutt’ora lo utilizza per i suoi concerti e iniziative. È anche sede della scuola di canto dell’Orfeó Català. Venne progettato agli inizi del secolo da Lluís Domènech i Montaner. L’area designata ad ospitare il Palau è nel quartiere di Sant Pere in una via adiacente alla via Laietana.

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La prima pietra del Palau venne collocata nel 1905 e ci vollero tre anni per terminare l’intera costruzione; il palazzo fu considerato all’unanimità il simbolo della nuova architettura modernista catalana di cui da tempo l’ideatore cercava una sintesi. Il comune di Barcellona premiò per questo motivo il Palau nel 1909. Nel 1971 venne dichiarato monumento nazionale.

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Dal 1982 al 1989 il Palau fu oggetto di restauro ed ampliamento ad opera degli architetti Óscar Tusquets e Carles Diaz: nel 2000 iniziò la seconda fase dei lavori di ampliamento che dotarono il Palau di un edificio contiguo di sei piani di altezza in cui trovarono posto i camerini, la biblioteca, un archivio, una sala riunione e gli uffici. Per non togliere luce al palazzo, fu costruita una piazzetta sul lato sinistro dello stesso, operazione che costò l’abbattimento di un’ala di una chiesa attigua al Palau. Nel 1997 il Palau de la Música Catalá è stato dichiarato dall’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità.

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Le innovazioni architettoniche del Palau sono molteplici: concepito come uno spazio aperto, fruibile, da vivere a pieno, annovera tra i materiali utilizzati per la costruzione il vetro smaltato e il cristallo. Lo stesso ingresso è un esempio indicativo: studiato per non bloccare lo sguardo, non cela le strutture interne delle scalinate e di altri ambienti che rimangono quindi a vista. Esternamente, il Palau si presenta come un’architettura insolita e di spicco a causa di una certa sobrietà delle costruzioni circostanti. Sulla facciata principale, che dopo i lavori di restauro non ospita più l’ingresso al foyer originale, vi è sopra il portone un doppio colonnato che sorregge una ricca e complessa serie di archi e balconcini. La decorazione delle colonne è a mosaico a motivi floreali non sono casuali: una precisa ricostruzione della flora catalana è infatti il motivo conduttore di tutte le decorazioni.

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La sala concerti è rettangolare con disposizione dei posti a sedere semi ellittica e ha una particolarità unica al mondo: ha un lucernario a goccia ed ampie vetrate laterali che ne permettono l’utilizzo anche in assenza di luce artificiale. I motivi floreali e i colori utilizzati nelle vetrate e negli arredi ne permettono la comparazione con un giardino artificiale, di cui il lucernario rappresenterebbe il sole. Tutta la superficie del soffitto è ornata da rose in ceramica bianca e rosa. Il palco, sul quale è presente un organo del 1908, è decorato con statue femminili che suonano strumenti musicali: ciò rende vano l’utilizzo di scenografie ed abbellimenti, difatti scarsamente utilizzati durante i concerti.

palaumusicamuses_9105Diverse sculture adornano gli interni della sala e la facciata del Palau: nella sala sono presenti due gruppi scultorei, uno raffigurante un gruppo di fanciulle dedite a cantare una ballata catalana e l’altro raffigurante la Cavalcata delle Valchirie di Richard Wagner. Esternamente, situato a mo’ di cardine dell’edificio, posto sopra quello che era l’ingresso delle carrozze, vi è invece un gruppo scultoreo dedicato ai personaggi delle canzoni popolari catalane.palau-musica-catalana-photo_10799693-770tall

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THÉÂTRE ROYAL

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Théâtre Royal

Liegi (1820)

1040 posti

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Sede dell’Opéra Royal de Wallonie, è uno dei tre teatri lirici del Belgio. Nel 1816, il re Guillaume d’Orange aveva graziosamente ceduto alla città il terreno e i materiali dell’antico Convento dei Domenicani a condizione di edificarci un teatro. Con la posa della prima pietra nel 1818 iniziò la costruzione secondo i progetti dell’architetto Auguste Dukers in stile neoclassico e con la forma di un massiccio parallelepipedo. La facciata principale ha una colonnata di marmo e una balaustra al primo piano, mentre al piano terra ha dei portici che si affacciano sulla piazza.

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Il teatro è stato inaugurato  il 4 novembre 1820 e la città ne è diventata proprietaria nel 1854. La statua davanti all’edificio rappresenta il compositore belga André Grétry ed è opera dello scultore Guillaume Geefs. La base della statua contiene il cuore del musicista. Nel 1861 il teatro ha subito profonde trasformazioni con un ampliamento della sala e la decorazione rifatta secondo i canoni estetici del Secondo Impero.

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L’Esposizione Internazionale di Liegi del 1930 è l’occasione per l’installazione di un vasto frontone scolpito in facciata da Oscar Berchmans con figure allegoriche. Il 1967 è l’anno della creazione dell’Opéra Royal de Wallonie, costituita in associazione senza fini di lucro raggruppando, all’inizio, le città di Liegi e di Verviers. Dal 1990 la Communauté Française de Belgique è diventata il principale finanziatore.

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L’edificio ha subito nel 2009-2012 restauri importanti sia all’interno che all’esterno che ne hanno fatto uno dei teatri più moderni in Europa. Una struttura ultramoderna è stata costruita per aumentare l’altezza della scena e ospitare una sala polivalente. Il 19 settembre 2012 il teatro è stato riaperto con una rappresentazione dell’opera Stradella di César Franck in prima mondiale.

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Turandot

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Giacomo Puccini, Turandot

★★★★☆

Milano, Teatro alla Scala, 1 maggio 2015

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Turandò, opera moderna

L’hanno chiamata “Turandò” fin dal primo momento e nonostante qualcuno ne correggesse la pronuncia, non c’è stato verso: su RAI5 si è continuato a chiamare così l’opera andata in scena con il consenso a denti stretti dei sindacati nel giorno della festa del lavoro per solennizzare la concomitante apertura dell’EXPO milanese.

Direttore e regista ci hanno ricordato che l’ultima opera di Puccini è del 1924 ed è di sconvolgente modernità. Due anni prima aveva debuttato il Wozzeck di Berg. Janáček, Ravel, Busoni, Hindemith, Stravinskij e Szymanowski avrebbero presentato i loro capolavori per il teatro proprio in quegli anni.

Riccardo Chailly non solo dà una lettura emblematicamente moderna della partitura, tutta irta di dissonanze e colori lividi, ma  dimostra che la scelta del finale scritto da Luciano Berio nel 2002, il quale si adatta perfettamente alle tinte orchestrali e alle armonie messe in luce dal direttore milanese, è l’unica possibile. La proposta di Berio è a tutt’oggi la sola alternativa valida al magniloquente finale di Alfano, ma meglio ancora sarebbe far terminare l’opera lì dove Puccini si è fermato. In quell’accordo di misi conclude infatti la grande stagione dell’opera italiana dell’Ottocento.

Perfettamente in linea con la lettura del maestro è l’allestimento del regista Nikolaus Lehnhoff, dello scenografo Raimund Bauer e della costumista Andrea Schmidt-Futterer. La scena è un opprimente ambiente chiuso (che solo alla fine si aprirà alla luce dell’esterno) con incombenti mura rosso lacca ricoperte di grossi chiodi/pioli che danno un effetto minaccioso alla città proibita dell’imperatore Altoum, ma dipingono anche un incubo dai colori primari, rosso e blu, scelti per dare un tocco antinaturalistico alla fiaba senza tempo del Gozzi. Le allusioni cinesi sono lasciate solo alla musica: gli spettacolari costumi in bianco e nero dei personaggi principali si ispirano ai manichini di Oskar Schlemmer e la prima apparizione di Turandot avviene in uno sfavillante abito disegnato da un Erté visionario. L’onnipresente e ondivago coro del «popolo di Pekino» è un’inquietante massa di elementi tutti uguali con una maschera bianca che annulla le individualità e in testa una bombetta più Arancia meccanica che Magritte con quei coltelli luccicanti sfoderati alla fine del primo atto.

Superlativo il cast femminile: Nina Stemme e Maria Agresta sono perfette nei ruoli che danno della donna due immagini del tutto contrapposte. Gelida potenza che diventa sgomento («Che nessun  mi veda… | La mia gloria è finita»), smarrimento («tormentata e divisa | fra due terrori uguali: | vincerti o esser vinta…») e infine passione, per la principessa cinese sono fasi incarnate in maniera esemplare dalla interpretazione del soprano svedese. I filati e le note tenute della Agresta hanno invece dipinto una Liù memorabile, mai stucchevole e giustamente osannata dal pubblico. Timur di gran lusso quello del bravissimo Alexander Tsymbalyuk, bravi anche gli interpreti dei tre ministri, Angelo Veccia, Blagoj Nacoski e Roberto Covatta, perfettamente inseriti da Lehnhoff in questa sua pantomima espressionista.

Lasciamo per ultimo il Calaf di Alexandrs Antonenko, unico punto debole dello spettacolo: voce grande ma traballante nelle note tenute, acuti sfocati, intonazione e dizione imperfetti, ma soprattutto personaggio senza fascino dalla vocalità uniformemente stentorea.

Lo spettacolo proviene ovviamente da Amsterdam, uno dei teatri lirici più stimolanti oggi in Europa.

La ripresa televisiva è stata affidata alla solita Patrizia Carmine, che questa volta non ha fatto lo scempio del Tristano di Chéreau, ma nemmeno ha reso al meglio lo spettacolo, anzi.

P.S. Questa è stata l’ultima produzione di Nikolaus Lehnhoff: il regista tedesco sarebbe mancato meno di quattro mesi dopo.

TEATRO ARGENTINA

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Teatro Argentina

Roma (1732)

720 posti

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Il teatro Argentina, uno dei più antichi teatri di Roma, venne inaugurato il 31 gennaio dell’anno 1732 con la rappresentazione della Berenice di Domenico Sarro. Nel 1730 la famiglia Sforza Cesarini avviò il progetto di costruzione del teatro da una rivalutazione del palazzetto e della torre di loro proprietà (Casa del Burcardo): una parte dell’edificio secondario venne demolita per fare spazio al palcoscenico mentre la torre ed altri ambienti del palazzetto furono adibiti a servizi per il teatro e per i camerini degli artisti.

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Il teatro era costruito originariamente tutto in legno ad esclusione delle mura e delle scale in muratura; la sala fu progettata con la forma a ferro di cavallo per soddisfare al meglio le necessità acustiche e visive. La platea, pavimentata con tavole di legno, era completata da quaranta file di banchi mentre i centottantasei palchi erano disposti in sei ordini. Il Teatro Argentina, secondo le testimonianze riportate dai visitatori stranieri del XVIII secolo, era considerato il più importante tra quelli romani. L’Argentina è celebre per aver ospitato la prima rappresentazione, il 20 febbraio 1816, de Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini con Manuel García padre. Anche alcune opere di Saverio Mercadante vennero eseguite per la prima volta nel teatro. Sul frontone un’iscrizione dedica l’edificio alle muse Melpomene, Euterpe e Tersicore, ossia alla tragedia, alla poesia lirica e alla danza.

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OPERAEN PÅ HOLMEN

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Copenhagen (2005)

1700 posti

royaldanishoperahouse1Nel 1999 fu deciso di costruire un nuovo teatro dell’opera da affiancare al vecchio Kongelike Teater (Teatro Reale). Fu scelto un terreno sull’isola di Holmen di fronte all’Amaliehaven in modo tale da continuare l’asse dell’Amalienborg al di là del canale che divide la città di Copenhagen. Nell’ottobre 2001 fu presentato il progetto dell’architetto Henning Larsen.

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L’inaugurazione il 15 gennaio 2005 è avvenuta con una serata di gala trasmessa in televisione. La prima opera allestita nel nuovo teatro è stata Aida il 26 gennaio. Subito dopo è seguito il Ring di Wagner con la messa in scena di Kasper Holten Bech. L’edificio ospita una sala più piccola di 180 posti.110W1313-Det-kongelige-Teater-Operaen-Foto_Lars-Schmidt

Legno d’acero e marmo perlatino della Sicilia sono i materiali principali per il rivestimento. Il soffitto scuro e le poltrone in tessuto blu danno un particolare tono intimo alla sala principale.o_top04

Nel foyer vi sono grandi lampadari sferici di Olafur Eliasson e bassorilievi bronzei di Per Kirkeby, oltre a molte opere di artisti danesi contemporanei. La programmazione di lirica e balletto del Kongelike Teater è suddivisa equamente nelle due sale, questa moderna e quella storica della Gamle Scene.

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KONGELIGE TEATER

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Kongelige Teater

Copenhagen (1874)

1600 posti

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Fin dal 1720 era attivo un teatro in lingua francese nella capitale danese che ospitò nel 1722 una rappresentazione dell’Avare di Molière. Con l’avvento sul treno del re Christian VI (1730), profondamente religioso, non furono più date autorizzazioni  per spettacoli pubblici e i pochi teatri furono trasformati in appartamenti. La situazione mutò con Federico V che fece costruire un nuovo edificio teatrale dall’architetto Nicolai Eigtved inaugurato nel 1748.Gamle-Scene-2

Con una capienza di soli 600 spettatori fu presto giudicato troppo piccolo e nel 1772 si decise di ricostruirlo. Questa volta fu l’architetto C. F. Harsdorff a progettare un edificio più grande con un imponente ingresso in stile classico. Neanche questo però ebbe vita lunga e un altro ancora finì per essere costruito e terminato nel 1874.

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Le decorazioni ad affresco del soffitto e le dorature furono eseguite solo nel 1883 per mancanza di fondi. La prima balconata dell’auditorium era riservata ai membri della famiglia reale. La programmazione dell’ente lirico ora utilizza anche il nuovo teatro dell’opera (Store Scene).IMG_2808

TEATRO NACIONAL DE SÃO JOÃO

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Teatro Nacional de São João

Oporto (1920)

643 posti

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Su iniziativa del Corregedor Francisco de Almada e Mendonça e di un gruppo di azionisti privati che volevano dotare la seconda città del regno di una «bela escola de costumes e de civilidade», il Real Teatro de São João, in onore dell’allora principe reggente e futuro D. João VI, fu costruito su progetto dell’archietto e scenografo italiano Vincenzo Mazzoneschi e inaugurato il 13 maggio 1798.

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Distrutto da un incendio nell’aprile del 1908, fu lanciato un concorso pubblico per la sua ricostruzione vinto da José Marques da Silva di formazione stilistica assorbita all’École des Beaux-Arts di Parigi. Il modello francese si ritrova nell’articolazione spettacolare degli spazi di accoglimento, passaggio e spettacolo. Utilizzando il cemento armato nella struttura, il teatro rappresentava nel 1920, anno della riapertura, un valido compromesso tra innovazione tecnica e continuità stilistica nel gusto tradizionale.

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Nel 1932 fu trasformato in cinematografo e iniziò una fase di declino. Acquisito dallo Stato nel 1992 fu inaugurato con il nome di  Teatro Nacional São João dopo un restauro accurato dell’architetto João Carreira e da allora ha ripreso la sua attività artistica.IMG_5594

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THÉÂTRE IMPÉRIAL DU CHÂTEAU

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Théâtre Impérial du Château

Fontainebleau (1857)

200 posti

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Perfetto esempio di arti decorative del Secondo Impero, il teatro di corte del castello di Fontainebleau fu costruito per ordine di Napoleone III tra il 1853 e il 1856 dall’architetto Hector Lefuel per l’imperatrice Eugenia. In forma ellittica e su quattro piani si ispirava al quello di Versailles. L’ala del castello che ospita il teatro è riconoscibile dall’esterno per il fatto che è l’unica parte in cui il tetto non è disseminato di camini.

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Inaugurato nel 1857, sotto il lampadario di cristallo dalle cento luci si sono avvicendate non più di quindici rappresentazioni: la caduta dell’impero nel 1870 portò alla chiusura del teatro e se non fosse stato per il crollo del suddetto lampadario nel 1926, nessuno ne avrebbe sentito parlare. Ci furono alcuni spettacoli durante l’occupazione tedesca, ma nel 1941 venne chiuso definitivamente.

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Negli anni ’60 ci furono dei progetti di restauro, ma è solo nel 2007 che con i fondi forniti dagli Emirati Arabi Uniti sono potuti partire i lavori con la riapertura prevista nel 2015. Come contropartita dei 5 milioni di euro elargiti, il teatro ha preso il nome del suo benefattore, lo sceicco Khalifa bin Zayed al Nahyan. Per ragioni di sicurezza il teatro dimezzerà la sua capacità di posti a sedere dai 400 degli splendori imperiali agli attuali 200. Un video dei lavori di restauro può essere visto qui.

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ALEXSANTERIN TEATTERI

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Helsinki (1880)

500 posti

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Nell’estate del 1875 il Governatore Generale della Finlandia russa, conte Nicolaij Adlergerg, frequentatore di spettacoli teatrali, ebbe il permesso da Alessandro II di costruire un teatro per i russi residenti a Helsinki. Con il materiale fatto arrivare dalle isole Åland, la costruzione iniziò nel 1876 e l’edificio fu completato nel 1879.

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L’auditorium fu decorato dall’architetto di San Pietroburgo Jeronim Osuhovskij e il soffitto dall’artista finlandese Severin Falkman che si ispirò ai putti del teatro Mariinskij. Intitolato allo zar il teatro aprì nel marzo 1880 con il Faust di Gounod. Il teatro fu la sede dell’Opera e del Balletto Nazionali finlandesi fino al 1993, quando si trasferirono nel nuovo teatro. Da allora l’Alessandro ospita spettacoli di vario genere, sale di prove e uffici.

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Lucrezia Borgia

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★★★☆☆

Veleno di mamma.

Il 1833 è un anno ferrarese per Donizetti: La Parisina, il Torquato Tasso e Lucrezia Borgia sono tutti ambientati a Ferrara. Quest’ultimo lavoro è caratterizzato da una serie impressionante di colpi di scena il cui effetto drammatico è magistralmente sottolineato dalla musica di un compositore preoccupato non solo più del bel canto, ma anche della verità e di una recitazione efficace.

Nel secolo trascorso furono proprio questi aspetti a spingere interpreti quali Callas (Anna Bolena), Sutherland (Lucrezia Borgia), Gencer (Maria Stuarda) o Caballé (Parisina) a mettere in luce le qualità drammatiche di questi personaggi. Il Romani, autore del libretto, è il primo a mettere avanti le mani: «Vittor Hugo, dal quale è imitato questo melodramma, in una tragedia assai nota [Le roi s’amuse, ossia il Rigoletto] aveva rappresentato la difformità fisica (son sue parole) santificata dalla paternità: nella Lucrezia Borgia volle significare la difformità morale purificata dalla maternità: il quale scopo, se ben si rifletta, rattempera la nerezza del soggetto, e non fa ributtante il protagonista. Era facile all’autore francese far risaltare il suo scopo, trattando l’argomento come gli dettava la fantasia, e sviluppandolo nello spazio che più gli cadeva in acconcio: difficilissimo a me che racchiudeva in poche pagine un volume, ed era inceppato dal metro e dall’orditura musicale: né vidi quanto scabrosa fosse l’impresa che dopo aver acconsentito di tentarla. Alla difficoltà del soggetto si aggiunga quella dello stile che, a mio credere, io doveva adoperare: stile di cui non ho modelli, almeno ch’io sappia; che tien l’indole della prosa in un lavoro in versi: che vuolsi adattare all’angustia del dialogo, alla tinta dei tempi, alla natura dell’azione, ai caratteri che la svolgono, più comici la maggior parte, che tragici; stile insomma conveniente in un’opera ove il poeta deve nascondersi, e lasciar parlare ai personaggi il loro proprio linguaggio. Per osservare in certo qual modo l’unità del luogo, intitolo prologo l’azione che succede in Venezia: e tale può veramente chiamarsi, se mal non mi appongo, poiché è questa la protasi del soggetto, e produce la catastrofe che si svolge in Ferrara. Con questo avvertimento io non intendo por modo all’opinione del pubblico. Spetta ad esso il pronunciare, all’autore il rassegnarsi».

Prologo. A Venezia durante il Rinascimento. È notte: Gennaro e i suoi amici, fra i quali Maffio Orsini, stanno partecipando a una festa mascherata a palazzo Grimani; nel corso della conversazione viene fatto il nome di Lucrezia Borgia. Orsini, che come tutti gli altri detesta la donna, narra agli amici l’infausta profezia di un indovino: «Fuggite i Borgia o giovani… Dov’è Lucrezia è morte». Gennaro, tediato dal racconto, si addormenta ed è lasciato solo dagli amici rientrati per le danze. Entra Lucrezia mascherata: il suo divorante affetto la spinge a contemplare il figlio addormentato. Gennaro si sveglia e rimane affascinato dalla bella dama, alla quale racconta di non sapere chi sia sua madre ma di lei conserva gelosamente una lettera in cui lo prega di non cercarla. Lucrezia, commossa, lo incita ad amarla teneramente. Sopraggiungono gli altri, riconoscono la Borgia e, con sommo orrore di Gennaro, la maledicono.
Atto primo. A Ferrara, di notte. Mentre il duca Alfonso e Rustighello spiano l’abitazione di Gennaro, il duca è furioso poiché crede il giovane un amante di Lucrezia; intanto escono Gennaro e gli amici, diretti alla festa della principessa Negroni. Gennaro, ancora sconvolto dall’incontro con la Borgia, giunto davanti al palazzo ducale cancella con il pugnale la B del nome Borgia: appare così la parola ‘orgia’. Astolfo, una spia della duchessa, e Rustighello li osservano di nascosto. Poco dopo Rustighello informa il duca Alfonso che Gennaro è stato arrestato ed è a palazzo. Sopraggiunge Lucrezia, furiosa per l’oltraggio subito e decisa a ottenere vendetta. Ma quando la donna scopre che il colpevole è proprio Gennaro, implora il duca di salvarlo. Alfonso rifiuta e la costringe a scegliere di quale morte egli dovrà perire: veleno o pugnale. Lucrezia sceglie il veleno, ma quando Gennaro ha bevuto il vino affatturato, gli offre un antidoto e lo fa fuggire da una porta segreta.
Atto secondo. Nel palazzo della principessa Negroni, Orsini, Gennaro e gli amici brindano e inneggiano al vino. All’improvviso misteriose e minacciose voci si odono di fuori e, mentre le faci si spengono, compare Lucrezia Borgia. La duchessa avverte gli astanti che per vendicare l’onta subita a Venezia essi sono stati da lei avvelenati. Tremenda è l’angoscia della Borgia quando scopre che fra le sue vittime si cela anche Gennaro. Allontanati tutti gli altri, Lucrezia implora il figlio di prendere l’antidoto, ma il giovane, scoprendo che la pozione è sufficiente per lui solo, rifiuta. La donna gli svela allora di essere sua madre e quindi si accascia disperata sul corpo del figlio morente.

Nel 1840 il compositore apporta modifiche alla partitura e ora si hanno due finali diversi: uno con l’aria di Gennaro morente «Madre se ognor lontano», l’altro con la cabaletta piena di agilità di Lucrezia «Era desso il figlio mio». Inutile dire che in questa edizione la diva Renée sceglie la seconda versione.

John Pascoe, che nel 1980 aveva firmato le scenografie della Lucrezia Borgia del Covent Garden, qui firma l’allestimento dello spettacolo nato a Washington e portato nel 2011 a San Francisco. Indecisa tra recita amatoriale o parodistica, la sua regia ha momenti volutamente (?) ridicoli (i passi dei soldati, le torture, i balletti) e le stesse scene servono sia per la Venezia del prologo, sia per la Ferrara dei due atti, entrambe oppressive e sinistre. Ben poco è il lavoro fatto sui cantanti che sono lasciati a loro stessi nei movimenti scenici.

Il personaggio di Lucrezia, che oscilla tra la furia distruttrice e la repressa tenerezza materna, ha avuto nel secolo passato interpreti di grido: Montserrat Caballé, Joan Sutherland, Leyla Gencer e Beverly Sills. Qui, riprendendo la parte dodici anni dopo il debutto nel 1999, c’è Renée Fleming, ma il tempo è passato, i trilli sono approssimativi, la voce si fa sottile sotto sforzo e la presenza scenica è di maniera e svagata. Riccamente estrosi i suo abiti, ma non raggiungono la stravaganza fantastica di quelli indossati da Dame Joan nella stessa parte.

Michael Fabiano, con parrucchino biondo e pettorali ben in vista da far concorrenza al décolleté della Fleming, sfoggia un costume erotico-fantascientifico che sembra preso da Barbarella (1). Debuttante nella parte dimostra sicurezza vocale e stile adeguato. Elisabeth Deshong en travesti in questa edizione è l’amico innamorato, pare corrisposto, di Gennaro e nonostante la minuta figura ha potenza di voce e vivace presenza scenica mentre alla profonda voce del basso ucraino Vitalij Kowaljow è assegnato il ruolo del perfido duca.

Riccardo Frizza dirige con scalpitante energia l’orchestra del War Memorial Opera House sottolineando le tinte fosche del dramma.

Tre ore di musica, come extra le interviste agli artisti e sottotitoli in cinque lingue, ma non l’italiano.

(1) Il fumetto di Jean-Claude Forest diventato un film di Roger Vadim nel 1968 con Jane Fonda che esegue il primo strip tease in assenza di gravità della storia.