Luoghi

FELSENREITSCHULE

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 Felsenreitschule

Salisburgo (1693)

1440 posti

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La Felsenreitschule di Salisburgo venne costruita sul luogo in cui nella prima metà del Seicento c’era la cava di pietra per la costruzione del Duomo secondo i progetti dell’architetto barocco Johann Bernhard Fischer von Erlach. Venne allora utilizzata come scuola d’equitazione estiva, da cui il nome, e il pubblico si sedeva nelle 96 arcate disposte su tre piani.

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Nel 1926 Max Reinhardt fece il primo tentativo di utilizzare la Felsenreitschule come teatro delle manifestazioni del Festival di Salisburgo mettendo qui in scena l’Arlecchino servitore di due padroni di Goldoni. Nel 1933 Clemens Holzmeister vi costruì la cosiddetta Città di Faust per lo spettacolo di Max Reinhardt, uno degli scenari più impressionanti dell’epoca. Nel 1948 Herbert von Karajan trasformò per primo la Felsenreitschule in un palcoscenico d’opera per le rappresentazioni dell’Orfeo ed Euridice di Gluck. Nel 1965 qui furono girate le scene della fuga della famiglia von Trapp del film The Sound of Music.

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Negli anni 1968/70 vi ebbero luogo notevoli trasformazioni, nuovamente secondo i progetti di Clemens Holzmeister. Il palcoscenico largo 40 metri ottenne un sottopalco profondo 4 metri. Inoltre vennero rinnovati la tribuna per gli spettatori ed il deposito delle quinte al di sotto. Il palcoscenico è protetto da un telone impermeabile e decappottabile con un tetto apribile formato da tre segmenti retrattili che ammortizza i rumori e protegge dalla pioggia. La Felsenreitschule condivide il foyer con la Haus für Mozart.

Pia de’ Tolomei


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★★★☆☆

«Siena mi fé, disfecemi Maremma»

Ecco in un solo verso la parabola della sfortunata donna che Dante incontra nel canto V del Purgatorio. L’identificazione con Pia de’ Tolomei comunemente accettata è quella della prima moglie di Nello dei Pannocchieschi, capitano ghibellino e possidente del Castel di Pietra in Maremma dove nel 1297 avrebbe fatto assassinare la moglie forse per la scoperta della sua mai provata infedeltà, forse per liberarsi di lei desiderando un nuovo più conveniente matrimonio con una Aldobrandeschi. Così andavano le cose prima della civile istituzione del divorzio.

«Di famiglia guelfa e moglie di un ghibellino, Pia de’ Tolomei porta alla mente sia la Juliet shakespeariana sia, traducendo in rivalità scozzese quella italiana, la Lucy di Scott, sua parente operisticamente più prossima […]. Da Juliet la distanzia, se non altro, il matrimonio che sancisce la pace tra le parti avverse, unione sponsale e famigliare, pratica e de iure […]. Con Lucia (quella cammaraniana, più che la Lucy dell’ipotesto), invece, Pia condivide sì il tragico conflitto di due affetti, quello per Edgardo e quello per Enrico, ma in condizione rovesciata, essendo alla mercé del marito e non del fratello» (Emanuele d’Angelo). La vicenda della moglie ingiustamente accusata d’adulterio proprio da chi ne ha insidiato l’onestà è un topos sia della letteratura che dell’opera lirica e il libretto di Salvadore Cammarano oltre che ai versi danteschi si rifà all’omonima “leggenda in versi” di Bartolomeo Sestini (1882) e probabilmente anche al dramma di Giacinto Bianco andato in scena a Napoli nel 1836.

Atto primo. Ghino è innamorato di Pia, moglie di suo cugino Nello, ma ne è respinto. Ghino crede di aver trovato la prova del di lei adulterio in un messaggio scoperto dal servitore Ubaldo: per vendicarsi, informa Nello che potrà verificare l’infedeltà della consorte recandosi presso il luogo di un appuntamento notturno. In realtà Pia si incontra con il guelfo Rodrigo, suo fratello, che ella ha aiutato a evadere dal carcere dei ghibellini comandati da Nello. Rodrigo riesce a fuggire e la donna, creduta colpevole, viene condannata dal marito a una perpetua prigionia in un castello della Maremma.
Atto secondo. Qui Ghino, che le offre inutilmente la libertà in cambio del suo amore, apprende la sua innocenza e si pente. Ferito mortalmente, Ghino incontra Nello, che è stato sconfitto dai guelfi in battaglia. Il marito si precipita da Pia, ma il servo Ubaldo la ha appena avvelenata secondo le sue disposizioni. La protagonista muore dopo aver evitato che Rodrigo uccida Nello, che ella giustifica e perdona.

Con Rossini a Parigi e Bellini morto nel 1835, Donizetti rimaneva, con Mercadante, la punta del teatro musicale italiano dell’epoca, ma la genesi di questa 52esima opera di Donizetti è tra le più travagliate. Nel 1836 Donizetti stava seguendo le prime recite della sua ultima opera per il San Carlo, L’assedio di Calais, quando un’epidemia di colera colpisce il centro-sud dell’Italia e il compositore si deve imbarcare per Genova dove resta quasi tre settimane in quarantena e dove gli giunge notizia che La Fenice, in cui si sarebbe dovuta rappresentare la prevista Pia de’ Tolomei, era stata distrutta dal fuoco – non il primo e non l’ultimo incendio di questo teatro.

L’opera fu trasferita dunque in un’altra sala veneziana, l’Apollo ex Teatro San Luca, dove debuttò il 18 febbraio 1837. Secondo la “Gazzetta”: «L’opera del Donizzetti [sic] ebbe un esito buono, ma non d’entusiasmo, e alcuni pezzi musicali sono piaciuti più ancora alla seconda che alla prima rappresentazione. Ciò però che certo non è piaciuto è il finale [dell’atto primo], in cui non si riconobbe la solita vena del Donizzetti. Ora si dice che innanzi di partire il chiaro e fecondo maestro cambierà questo final disgraziato».

Oltre agli inevitabili assestamenti durante il corso delle repliche, l’opera subì almeno tre diversi importanti interventi nel tempo, rendendo problematica la scelta della versione. Nel 2005 comunque l’opera di Donizetti approda per la prima volta finalmente al teatro per cui era originariamente destinata nella edizione critica di Giorgio Pagannone della Fondazione Donizetti.

Il palcoscenico è diviso per la lunghezza da un doppio scalino e schermi scorrevoli e stendardi che scendono dall’alto con stampate lettere e parole in caratteri bodoniani graficamente eleganti costituiscono la scenografia di Thierry Leproust. Il regista Christian Gangneron è troppo impegnato a schierare il coro in armature e alabarde in pugno in gruppi simmetrici di fronte, di profilo, di spalle per occuparsi del lavoro attoriale sui cantanti maschi, che infatti si piazzano a gambe larghe in proscenio e raramente interagiscono fra di loro. Paolo Arrivabeni sul podio offre una prestazione incolore e senza vita della partitura e non sempre trova il giusto equilibrio tra buca, cantanti e coro.

Come protagonista titolare Patrizia Ciofi fa tutto bene quel che fa, ma è sempre un po’ la prima della classe e non commuove veramente. Il baritono Andrew Schroeder ha una limitata paletta di colori nel timbro ma delinea comunque un convincente Nello. Bello il timbro del tenore porteño Darío Schmunk, Ghino, arrivato però affaticato al secondo atto. Ruolo en travesti quello di Rodrigo, affidato a una sicura Laura Polverelli. Nell’ingrata parte di Ubaldo un giovane e promettente Francesco Meli.

Un esauriente saggio sulla genesi dell’opera è contenuto nell’opuscolo allegato. Tre tracce audio e sei lingue per i sottotitoli.

TEATRO DELLA PERGOLA

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Teatro della Pergola

Firenze (1656)

990 posti

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In principio era il Cocomero, perché proprio nel Teatro del Cocomero avevano eletto domicilio quelli della Compagnia detta “dei Concordi”, formata da nobili fiorentini sotto la guida del principe Lorenzo de’ Medici e diventata poi “degli Immobili”, che ritennero però quella struttura angusta. Nel 1652, là dove era il bel pergolato di un tiratoio dell’Arte della lana, posero la prima pietra del futuro edificio, su progetto di Ferdinando Tacca, che venne inaugurato nel 1656 come teatro di corte con l’opera buffa Il podestà di Colognole di Giovanni Andrea Moneglia e facendo del Teatro della Pergola il più antico teatro europeo ancora funzionante.

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Un primo ammodernamento fu dovuto all’architetto Filippo Sengher che rinnovò il soffitto e aggiunse un primo ordine di palchi, esigenza dettata dalla proverbiale litigiosità delle famiglie fiorentine che dovevano sì «andare a teatro, ma in spazi separati». A testimonianza di questa maliziosa ipotesi rimangono nell’atrio del teatro alcuni degli stemmi lignei che identificavano, sulla porta dei palchi, la proprietà di ciascuna famiglia. Attualmente sono solo due i palchi di proprietà: il numero 1 del primo ordine, rimasto agli ultimi eredi degli Immobili, e il 25 sempre del primo ordine, riservato al direttore del teatro.

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Nel 1718 il teatro diventa pubblico, aperto cioè ai paganti. Un altro intervento nel 1775 del Mannaioni trasforma  le sue strutture lignee in murarie e porta il numero di palchi a 84 mentre Antonio Galli Bibbiena affresca il soffitto. Nel 1810 diventa Teatro Imperiale e Bellini, Donizetti e Verdi dirigono qui le loro opere. Quest’ultimo vi fa debuttare il suo Macbeth. Insieme al grande palcoscenico e alla platea altra caratteristica distintiva della Pergola è l’inimitabile acustica, che la rende perfetta per ospitare la musica e esalta le doti di voce degli attori più grandi ed è in gran parte dovuta alla pianta a ferro di cavallo. Il sipario storico si deve a Gaspare Martellini e raffigura il trionfo del Petrarca in Campidoglio. Attualmente il teatro ospita una stagione di prosa, essendo la stagione lirica trasferita al  più capiente e moderno Comunale.

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STAATSOPER

Vienna

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Vienna (1869)

2300 posti

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L’allora Hofoper (Opera di Corte) fu uno dei primi edifici a sorgere sul Ring, l’arteria monumentale costruita da poco e che cingeva la città vecchia quale fondo di espansione urbana. La costruzione, in stile neorinascimentale, degli architetti August Sicard von Sicardsburg e Eduard van der Nüll fu inaugurata col Don Giovanni di Mozart il 25 maggio 1869 alla presenza di Francesco Giuseppe I d’Austria ed Elisabetta di Baviera, la Principessa Sissi dei film diretti negli anni cinquanta da Ernst Marischka.

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A cavallo del secolo alla direzione musicale del teatro fu Gustav Mahler (1897-1907). Nel 1945, il teatro venne quasi completamente distrutto da un bombardamento americano. La sezione frontale, che era stata murata per precauzione, rimase intatta, così come il foyer, con gli affreschi di Moritz von Schwind, lo scalone principale, il vestibolo e la sala da tè. Sala e palcoscenico furono però distrutti dalle fiamme insieme a quasi tutto l’arredamento e oggetti di scena per più di 120 opere con circa 150.000 costumi.

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La sua riapertura nel 1955 fu celebrata con il Fidelio di Beethoven diretto da Karl Böhm con Martha Mödl ed Anton Dermota, trasmessa nella prima diretta della televisione austriaca ORF. Adesso la Haus am Ring simboleggia soprattutto la fama di Vienna come metropoli della musica con la sua ricca stagione operistica e sinfonica.

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TEATRO DELL’OPERA

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Teatro dell’Opera

Roma (1880, 1928)

1700 posti

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Il Teatro dell’Opera di Roma porta anche il nome Teatro Costanzi da quello del suo artefice, Domenico Costanzi, che nel 1874 fece costruire lungo la nuova via Nazionale prima l’Hotel Quirinale e poi,  sul terreno confinante, il teatro d’opera che nella nuova capitale ancora mancava. L’albergo comunica ancora oggi col teatro attraverso un passaggio che garantiva la massima privacy agli artisti: da una porta in fondo al giardino dell’albergo si accede direttamente al corridoio dei palchi di prim’ordine sinistro. Progettato dall’architetto milanese Achille Sfondrini nello stile neorinascimentale allora di moda, fu inaugurato nel 1880 con la Semiramide di Rossini. Il teatro aveva allora 1100 posti.

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Nel 1926 il Comune di Roma acquistò il teatro e ne assunse la gestione. Il regime fascista voleva per Roma un grande teatro di rappresentanza e nell’impossibilità, anche allora per ragioni economiche e organizzative, di provvedere all’edificazione di un nuovo edificio, era stato deciso di fare rinnovare il Costanzi da Marcello Piacentini, uno dei più stimati architetti del momento. Piacentini non avrebbe voluto accettare, avendo presentato un progetto per un nuovo teatro innovativo e non voleva ripiegare su di un lavoro di ristrutturazione, ma alla fine fu costretto ad imporsi un ulteriore radicale ripensamento delle sue ambizioni sulla possibilità di trasformazione del Costanzi, del quale aveva previsto una parziale demolizione.

Il lavoro comprendeva la costruzione del quarto ordine di palchi che venne realizzato nell’estate del ‘28, aggiunta che era stata prevista nell’originale progetto di Sfondrini che vi aveva dovuto rinunciare a causa delle sopraggiunte ristrettezze economiche. Venivano eseguite con maggiore ricchezza le decorazioni e un grandioso lampadario realizzato a Murano, il più grande d’Europa, dominava ora la sala. Il teatro era arricchito da un nuovo sipario di 80 metri quadrati, tessuto da esperte ricamatrici delle Industri Femminile Italiane con la tecnica degli antichi parati ecclesiastici, che andò distrutto in un principio d’incendio nel 1989. Venne ampliato il palcoscenico e realizzata la facciata, fatta avanzare con un portico venutosi a creare su via Viminale, oggi piazzale Beniamino Gigli, dopo la demolizione del confinante Casino degli Strozzi. Il teatro assunse il nome di Teatro Reale dell’Opera e fu reinaugurato il 27 febbraio 1928 con il Nerone di Arrigo Boito.

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Fu poi eliminato l’ingresso di rappresentanza, che si affacciava sui giardini sul retro dell’hotel Quirinale, accessibile da un vicolo cieco oggi non più esistente. L’ingresso principale fu spostato a via del Viminale, ma non fu possibile, per la ristrettezza dei tempi, creare la nuova facciata sulla piazza secondo un progetto più radicale predisposto da Piacentini e rimasto tuttora inedito.

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Il progetto originale di Marcello Piacentini

PALAU DE LES ARTS

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Palau de les Arts “Reina Sofía”

Valencia (2005)

1700 posti

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L’avveniristico “Palazzo delle arti Regina Sofia” è l’ultima struttura facente parte della grande Città delle Arti e delle Scienze progettata a Valencia dal suo famoso architetto Santiago Calatrava. Iniziati nel 1995 i lavori si sono conclusi dieci anni dopo.

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Qui allestita per un concerto la “Sala Principal” per l’opera lirica che ha una delle maggiori buche orchestrali al mondo. La prima opera qui allestita è stata il Fidelio di Beethoven nell’ottobre 2006.

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Il palazzo, alto come una casa di 14 piani e con tre piani sotterranei, ospita altri tre auditorium. Qui sotto la sala per le opere da camera.

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Inizialmente il teatro ha avuto degli inconvenienti tecnici, tra cui cospicue infiltrazioni d’acqua, che hanno fatto cancellare produzioni in programma. Della costosa gestione dell’edificio si dovrà ora occupare, tra le altre cose, il nostro Davide Livermore ora sovrintendente dell’ente lirico valenciano il quale ha scelto come direttori musicali Roberto Abbado e Fabio Luisi. Nella precedente gestione Lorin Maazel aveva diretto qui un fantasmagorico Ring des Nibelungen di Wagner con la messa in scena della compagnia catalana La Fura dels Baus.

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GRAN TEATRE DEL LICEU

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Gran Teatre del Liceu

Barcellona  (1847)

2300 posti

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Diversamente dalla maggior parte dei teatri europei quello di Barcellona non fu costruito dalla casa regnante, bensì da una società di privati, la Societat del Gran Teatre del Liceu ed è per questo che la struttura non prevede un “palco reale”. Alla ricerca di spazi per le rappresentazioni sceniche degli studenti del Liceo si arrivò all’acquisto di un edificio sulla Rambla e l’architetto Joaquim de Gispert d’Anglí fu incaricato di un progetto di costruzione per un nuovo edificio.

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Le spese per la costruzione furono pagate con la vendita dei palchi, ciascuno riccamente decorato. Un incendio nel 1994 distrusse completamente l’auditorium. In cinque anni fu ricostruito identico ad eccezione del soffitto. Ripresa fedelmente è la decorazione della sala risalente al 1909 con i suoi sontuosi stucchi dorati tipici dei teatri europei del XIX secolo e le lampade di ottone e cristallo in forma di draghi.

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Salvato dall’incendio del 1994 è il Saló dels miralls (Salone degli specchi) così come parte dei foyer. Assieme al Real di Madrid è sede di una stagione lirica di livello internazionale.

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TEATRO REGIO

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Teatro Regio

Torino (1973)

1580 posti

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A Torino le vicissitudini del glorioso Regio Teatro disegnato dall’architetto Benedetto Alfieri nel 1740 fanno parte della storia della città. Nel 1936 è distrutto da un incendio e il bando di concorso per la ricostruzione,  pubblicato già nel 1937, viene vinto dagli architetti Aldo Morbelli e Robaldo Morozzo della Rocca. Nonostante continui aggiornamenti e perfino una cerimonia di posa della prima pietra nel 1962, il loro progetto non si sarebbe mai concretizzato: nel 1965, infatti, l’amministrazione comunale promuove una nuova soluzione con l’affidamento dell’incarico all’architetto Carlo Mollino e agli ingegneri Marcello e Adolfo Zavelani Rossi. I lavori hanno inizio nel settembre 1967 per concludersi nei primissimi mesi del 1973. Il Nuovo Teatro Regio viene inaugurato a novembre da I Vespri Siciliani di Verdi con la regia di Maria Callas e Giuseppe Di Stefano.

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Il teatro non si affaccia direttamente sulla Piazza Castello, bensì sui portici della vecchia facciata rimasta intatta. Un’enorme scultura in bronzo di Alberto Mastroianni, “Odissea musicale”, scorrevole su rulli fa da cancello di ingresso alla corte interna, “atrio delle carrozze”, originariamente pensata per accedere al teatro in vettura, ma ora pedonalizzata.

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Tra il 1995 e il 1996 la sala subisce un importante intervento di restauro acustico e funzionale e di messa a norma, sotto la guida di Roberto Gabetti, Aimaro Isola e Flavio Bruna per l’architettura, e dello studio Müller BBM per l’acustica. Con l’occasione sono sostituiti i materiali dei rivestimenti ed è aumentata la profondità della fossa dell’orchestra.

F-04_restauro.jpgLa modifica senza dubbio più evidente è però quella subita dal boccascena: per esigenze sia acustiche che tecnologiche, sparisce l’originaria apertura “a video” per far posto a un ingombrante boccascena rettangolare che pare quasi incastrato nella vecchia apertura. Resta tuttavia la cornice ellissoidale del vecchio boccascena, ancora ben visibile anche se in parte coperta dai montanti della nuova struttura.

Prada-sipario.jpgQuesta revisione destò non poche polemiche una volta terminata, in quanto di fatto snaturava completamente il disegno “ad ostrica semiaperta” della sala pensato da Mollino. Le critiche furono rivolte soprattutto alla struttura di supporto del nuovo boccascena, la quale consiste di travature reticolari ben in vista che danno quasi l’idea di far parte di un allestimento scenografico temporaneo. Ma il restauro del ’96 portò a un grande miglioramento dell’acustica della sala, per lo più grazie alla sostituzione della moquette con un parquet di legno e proprio al nuovo criticatissimo boccascena. Contemporaneamente si aggiornarono anche le dotazioni tecnologiche e tutti gli impianti furono messi a norma di legge.

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L’aver almeno in parte snaturato il disegno molliniano della sala permise tuttavia di disporre, anche a 40 anni dall’inaugurazione, di uno dei teatri più versatili e tecnologicamente avanzati d’Europa. Caratteristico il sistema di illuminazione della sala: una “nuvola di luce” realizzata con prismi di perspex pendenti dal soffitto.

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Grande sviluppo è stato dato alle scale di disimpegno interno e ai foyer. La stagione lirica ospitata dal teatro è tra le più importanti in Italia. L’orchestra del teatro sotto la direzione musicale di Gianandrea Noseda vi tiene una sua regolare stagione di concerti sinfonici.

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Sotto l’atrio è stato ricavato un teatro più piccolo per concerti e conferenze, il Piccolo Regio Puccini. La sala è costituita da una platea unica capace di 380 posti. Il rivestimento è, come nel foyer, di moquette, qui di colore rosa e le poltrone verde pastello. Alle pareti risaltano i pannelli di Lele Luzzati prodotti nel 1981 per Il Matrimonio segreto di Cimarosa, che rappresentano in modo ironico e naïf l’ambiente dei palchi nei teatri settecenteschi.

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Il Regio com’era prima dell’incendio che lo ha distrutto nel 1936.

 

TEATRO REAL

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Teatro Real

Madrid (1850)

1750 posti

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Dopo trentadue anni di progettazione e costruzione, un regio decreto ordinò il completamento immediato del “Teatro de Oriente” e i lavori di costruzione furono terminati entro cinque mesi. Il teatro, situato proprio di fronte al Palazzo Reale, residenza ufficiale della Regina Isabella II che ne aveva ordinato la costruzione, fu finalmente inaugurato il 19 novembre 1850, con La Favorita di Donizetti. I condizionamenti del sito portarono gli architetti a dare all’edificio la forma di una… bara, cosa che si percepisce chiaramente dall’alto. Se si aggiunge il fatto che il teatro aveva due ingressi, uno per la famiglia reale dalla parte del Palazzo Reale e una per il pubblico dalla piazza, tutto ciò rende l’interno del teatro particolarmente complesso.

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Dal 1867 fu sede del Conservatorio Reale di Madrid fino al 1925 quando fu chiuso per i danni che la costruzione della Metropolitana aveva causato all’edificio. Nel 1966 fu riaperto come teatro di concerti e nel 1990 è stato ristrutturato per ospitare la lirica e riaperto nel 1997. L’auditorium mantiene la struttura originaria in stile italiano e ha recuperato l’arredamento originale di epoca Otocento. Nonostante le piccole dimensioni della platea, la capacità totale è aumentata grazie alle 15 file del  “paraíso”, la galleria sopra il quarto piano, da dove si può godere di una vista frontale e completa del palcoscenico.

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Una ricca serie di foyer in stili e colori diversi e di ambienti riservati ai membri della casa reale completano la struttura interna del teatro che comprende anche un sorprendente ristorante frequentato anche al di fuori dell’attività teatrale. Sotto la direzione artistica dello scomparso Gérard Mortier il teatro ha acquisito una notevole reputazione con una programmazione  di grande interesse.

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FESTSPIELHAUS

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Festspielhaus

Bayreuth (1876)

1970 posti


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Leggendario e rivoluzionario, il Festspielhaus di Bayreuth è il parto visionario di Richard Wagner. Teatro concepito per ospitare i suoi Gesamtkunswerk, dal 1876, anno della sua inaugurazione con il ciclo del Ring, ad oggi sul suo palcoscenico si sono avvicendate soltanto le opere del maestro di Lipsia. Assieme all’architetto Otto Brückwald e all’ingegnere Karl Brandt il compositore ha edificato un teatro che per struttura e acustica è unico al mondo.

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Basandosi sulle forme del teatro greco, le sue caratteristiche fondamentali sono l’assenza di palchi, la semplicità degli arredi interni, la disposizione semicircolare della sala e la singolare buca per l’orchestra, che sprofonda sotto il palcoscenico e viene coperta da un tetto, così che i musicisti sono totalmente invisibili agli spettatori. Questo elemento fu sempre di vitale importanza per Wagner, poiché permetteva al pubblico di concentrarsi sul dramma e non essere distratto dai movimenti del direttore. Inoltre, il buio in sala era totale, contrariamente a quanto avveniva negli altri teatri dell’epoca, dove la recita di un’opera veniva considerata per lo più come un’occasione di svago o di intrattenimento raffinato mentre si faceva qualcos’altro…

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Nell’edificio si svolge ogni estate il Festival di Bayreuth che attira nella sonnolenta cittadina bavarese migliaia di appassionati della musica di Wagner che hanno avuto la pazienza di aspettare per anni il costosissimo biglietto di una rappresentazione.

Nel bene e nel male, la storia del Festival è indissolubilmente legata alla storia della Germania del XX secolo. Adolf Hitler e il suo ministro della propaganda Joseph Goebbels erano spettatori assidui alle rappresentazioni e l’antisemitismo del compositore aveva contagiato la moglie Cosima, figlia di Franz Liszt, a tal punto che dopo la morte di Wagner, nel 1883, sarà per trent’anni la “guardiana” della sua musica e la direttrice del Festival. Proprio a Bayreuth metterà in scena nel 1888 un’edizione dei Maestri cantori di Norimberga senza «impuri», ossia senza artisti di origine ebraica.

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