Operetta

The Sorcerer

Arthur Sullivan, The Sorcerer

Gran parte dell’immutabile fascino delle operette di Gilbert e Sullivan è dovuta al fatto che sono datate e che sembrano portare con sé l’innocenza, la freschezza e il divertimento di un’era passata. Ora che è trascorso ben oltre un secolo dalla loro creazione, i manierati dialoghi, con riferimenti a temi e persone che da tempo sono usciti dalla storia, danno loro un valore aggiunto di oggetto d’epoca.

Non sfugge a questa considerazione questo terzo frutto della collaborazione di William Shenk Gilbert e Arthur Sullivan, secondo delle Savoy Operas. The Sorcerer (Lo stregone) debutta sullo Strand di Londra al teatro Opera Comique il 17 novembre 1877, cui seguono 178 repliche, poche se confrontate a quelle dei lavori più fortunati. Per la ripresa del 1884 è approntata una nuova versione, che è quella comunemente messa in scena, come nell’allestimento della University of Michigan G&S Society del 2016 disponibile in rete.

Ampliamento di un suo precedente testo, The Elixir of Love, il libretto mette in scena una pozione magica che però fa innamorare la persona sbagliata, come succede nel Midsummer Night’s Dream scespiriano, per non parlare del Tristan und Isolde. È poi sempre presente la satira sulle classi sociali dell’epoca vittoriana.

Gli abitanti di Ploverleigh festeggiano la festa di fidanzamento di Alexis, figlio ed erede di Sir Marmaduke Pointdextre, con Aline, l’unica ragazza di lignaggio del paese in quanto figlia di Lady Sangazure. Alexis e Aline firmano il contratto di matrimonio, ma Alexis, che comunque ama la sua promessa sposa, non condivide gli antiquati principi di suo padre che solo uomini e donne di rango equivalente dovrebbero sposarsi, senza riguardo a sciocchezze quali i sentimenti. Alexis assume un mago, John Wellington Wells, per provare la sua teoria. Wells crea una magica pozione d’amore che viene somministrata a tutti gli abitanti del villaggio attraverso il tè versato da una grande teiera durante il banchetto. Tutti quelli che lo bevono si addormentano subito, proprio come ha previsto Wells. Quando si svegliano, prevede che ognuno si innamorerà della prima persona che vede. Coloro che sono già sposati ne sono convenientemente immuni. Quando gli abitanti a mezzanotte si risvegliano, si verifica il caos. Il signor Marmaduke si innamora dell’anziana e modesta signora Partlett, sagrestana della chiesa locale; Lady Sangazure si innamora del mago stregone, che spende la maggior parte del secondo atto cercando di eluderne la cattura; anche la fidanzata di Alexis, la bella Aline, beve la pozione e si innamora del vicario del villaggio. L’ordine può essere ripristinato solo dal sacrificio di Alexis o di Mr Wells. Quest’ultimo, scelto per voto popolare, scompare nella terra al suono di un gong e tutto ritorna alla normalità. La gioia generale è accresciuta dal fidanzamento di Sir Marmaduke con Lady Sangazure.

The Sorcerer contiene due tra i migliori personaggi di Gilbert: il sentimentale Dr Daly, che tra l’altro è l’unico religioso presente nelle Savoy Operas, e la stravagante ma alla fine tragica figura di John Wellington Wells.

Con questo lavoro Gilbert e Sullivan smisero di lavorare con grandi attori su cui costruire le parti: da allora preferirono selezionare attori meno conosciuti, ma più malleabili. Gilbert supervisionava l’allestimento delle scene e dei costumi e si occupava anche della regia; Sullivan si occupava direttamente della orchestrazione dei lavori e il risultato finì col portare una ventata di novità nel teatro inglese dell’epoca vittoriana.

Thespis

Arthur Sullivan, Thespis

Primo frutto della collaborazione di William Shenk Gilbert e Arthur Sullivan, Thespis or The Gods Grown Old ebbe il debutto come “operatic extravaganza” al Gaiety Theatre il 26 dicembre 1871, prima di 64 repliche. Quattro anni dopo si consoliderà il loro sodalizio che alla fine conterà altri tredici titoli comunemente ricordati come Savoy Operas: Trial by Jury (1875), The Sorcerer (1876), H.M.S. Pinafore (1878), The Pirates of Penzance (1879), Patience (1881), Iolanthe (1882), Princess Ida (1884), The Mikado (1885), Ruddigore (1887), The Yeomen of the Guard (1888), The Gondoliers (1889), Utopia Limited (1893) e The Grand Duke (1896).

Le vicende del duo Gilbert & Sullivan sono così ben raccontate da Carlo Majer che lasciamo a lui la parola: «Gilbert sta per William – dal 1907 Sir William – Schwenck Gilbert (1836-1911), autore teatrale e librettista londinese. La notorietà di Gilbert ebbe inizio nel 1861, quando incominciò a collaborare con la rivista “Fun” come critico di teatro, poeta e disegnatore satirico, firmandosi con lo pseudonimo BAB. Le poesie che scriveva, poi confluite nelle raccolte Bab Ballads e More Bab Ballads, rivelano un verseggiatore brillante a suo agio in qualsiasi metro, con un gusto spiccato e tutto inglese per la rima insolita. Hanno titoli come Captain Reece, A una Fanciulla da parte di un Poliziotto, I Pericoli dell’Invisibilità, Il Vescovo di Rum-Ti-Foo. Accompagnate spesso da un ritratto a china dei loro protagonisti, diventarono immediatamente popolari, poiché stilizzavano con ironia ed esattezza la grande varietà di tipi sociali e psicologici presenti nell’Impero Britannico, che proprio allora stava arrivando al suo apogeo. Nel 1863 Gilbert fu chiamato a collaborare con i teatri londinesi di varietà. All’inizio si adattò a scrivere o riscrivere all’ultimo momento il testo di qualche canzone per spettacoli che erano già in prova, ma la sua disponibilità e la sua maniera facile e frizzante presto si imposero. Già nel 1866 andava in scena il suo primo spettacolo professionale completo, una burlesque tratta da L’Elisir d’amore e intitolata Dulcamara! Seguirono altre burlesque, fra l’altro ispirate a La fille du régiment di Donizetti, a Robert le Diable di Meyerbeer e alla Norma di Bellini. Il suo ritmo di lavoro diventò frenetico. […] L’influsso del teatro parigino su quello londinese all’epoca era piuttosto forte e nella produzione di Gilbert si notano anche adattamenti di testi di Meilhac e Halévy, i geniali librettisti di tante operette di Offenbach nonché della Carmen di Bizet. Non stupiscono perciò i molti punti di contatto con Orphée aux Enfers di Offenbach del libretto di Thespis, con cui nel 1871 per la prima volta Gilbert lavorò con Sullivan».

E questo per quanto riguarda il librettista, il primo nome della ditta G&S. «E adesso presentiamo l’altro termine del binomio. Sullivan sta per Arthur – dal 1883 Sir Arthur – Seymour Sullivan (1842-1900), compositore molto serio, formatosi all’ombra di Mendelssohn a Lipsia con Ignaz Moscheles e altri insegnanti di quella famosa scuola. Al rientro in patria nel 1862 si fece conoscere con una suite di musiche per The Tempest di Shakespeare eseguita con grande successo al Crystal Palace. Charles Dickens, che era fra il pubblico, alla fine del concerto [gli] fece visita […] diventarono amici e qualche mese dopo visitarono insieme Rossini a Parigi: […] “In Inghilterra c’era così poco per me da imparare. Oramai avevo ascoltato e conoscevo praticamente tutta la musica che si esegue a Londra (e che è tanto poca rispetto a quella che si ascolta qui!)”. In questa frase si riassume il problema della vita musicale inglese dell’epoca. Per chi volesse accedere al mondo della musica colta c’erano due modelli, quello tedesco e quello italiano. Quello italiano voleva dire soprattutto Opera, che al Covent Garden veniva eseguita tutta in italiano, perfino Wagner (fino al recente restauro, quasi tutti i cartelli su quel palcoscenico erano ancora in italiano e inglese); oppure le romanze di Tosti, predilette dalla regina Vittoria. Quello tedesco era oratorio – soprattutto Mendelssohn, più qualche Händel sfigurato per elefantiasi – musica sinfonica e Lied. Il resto era puro entertainment. […] Gli anni Sessanta videro Sullivan consolidare la sua fama di compositore classico. Il suo catalogo registra una sinfonia, le ouverture In Memoriam e Marmion, un concerto per violoncello, l’oratorio The Prodigal Son, e soprattutto una vasta produzione di inni sacri come Onward, Christian Soldiers e romanze come The Lost Chord che gli valsero popolarità e rispetto nei college e nei salotti britannici. A questa produzione seria, quasi impettita, che lo accompagnerà tutta la vita, dal 1866 Sullivan incominciò ad accostare una produzione meno seria di teatro musicale, dapprima rappresentando in privato l’operetta Cox and Box, poi l’anno dopo rappresentando The Contrabandista, or The Law of the Ladrones, un’operetta che per le musiche spagnoleggianti ricorda vagamente La Périchole di Offenbach, che è del 1868». E si arriva così all’incontro con Gilbert e alla creazione di Thespis.

Atto I. Sul monte Olimpo gli dèi si lamentano di sentirsi vecchi e di aver perso la loro influenza sulla Terra. Mercurio li accusa di esser pigri e di lasciargli tutte le incombenze, mentre a lui non va alcun merito per la fatica. Giove ammette che si è raggiunto un livello di crisi, ma non sa come rimediare. Proprio allora gli dèi vedono un nugolo di mortali che salgono sulla montagna e si ritirano per osservarli da lontano. La filodrammatica di Tespi entra per un pic-nic per festeggiare il matrimonio di due suoi membri, Sparkeion e Nicemis. Gli attori, essendo senza un quattrino, non sono riusciti a contribuire sostanzialmente al pic-nic. Sparkeion flirta con la sua ex-fidanzata, Dafne, il che infastidisce Nicemis che per dispetto flirta con Tespi, che però si rifiuta di stare al gioco. Entrano Giove, Marte e Apollo e tutti gli attori fuggono terrorizzati, salvo Tespi. Giove chiede a Tespi se è impressionato dal padre degli dèi e Tespi replica che gli dèi sono ormai insignificanti e suggerisce loro di scendere in Terra in incognito per scoprire ciò che la gente pensa di loro. Gli dèi acconsentono a passare agli attori i loro poteri mentre essi si prendono una vacanza giù sulla Terra. Tespi assicura che lui e la sua compagnia si prenderanno cura dell’Olimpo durante la loro assenza e ogni attore prende il posto di uno degli dèi, con Tespi stesso che sostituisce Giove. Mercurio rimane per offrire eventuali consigli.
Atto II. Un anno dopo. Sotto il comando di Tespi, l’Olimpo è ritornato al suo antico splendore e tutti gli attori si godono la loro ambrosia e il loro nettare. La regola di Tespi è molto liberale, e ha consigliato alla sua troupe di non essere ostacolata da routine, burocrazia e simili. Le assegnazioni celesti, tuttavia, hanno causato alcune difficoltà, in quanto gli intrighi amorosi degli attori nella vita reale sono in conflitto con quelli degli dèi che rappresentano:  Venere, ad esempio, interpretata da Pretteia, dovrebbe essere sposata con Marte, ma l’attore che interpreta Marte è suo padre. Una soluzione già sperimentata sarebbe quella di Venere che ha sposato Vulcano, ma Vulcano è suo nonno. Sparkeion, che ha assunto il ruolo di Apollo, accompagna sua moglie, che interpreta Diana, per i suoi viaggi notturni, ma così il sole splende anche di notte. Mercurio informa Tespi che gli dèi sostituti hanno ricevuto molti reclami da parte dei mortali perché alcuni non svolgono le loro funzioni e certi azzardati esperimenti hanno provocato lo scompiglio nel mondo sottostante. Per esempio Timidon, il sostituto di Marte, è un pacifista e un codardo; il sostituto di Imene si rifiuta di sposare chicchessia e lo pseudo-Plutone è troppo tenero dicuore per far morire qualcuno. Dafne, che interpreta la musa Calliope, sostiene poi, in base a un’edizione espurgata dei miti greci, di essere sposata ad Apollo mentre Apollo, interpretato da Sparkeion, è il fratello di Diana, rappresentata dalla moglie di Sparkeion, Nicemis. Tespi decide allora che Sparkeion è sposato con Dafne mentre sono dèi e il suo matrimonio con Nicemis riprenderà quando saranno di nuovo mortali. Quando gli dèi ritornano sono furiosi: Tespi ha sconvolto l’intero schema della società. Gli attori chiedono di rimanere sull’Olimpo, ma Giove li punisce crudelmente: «Away to Earth, contemptible comedians, | and hear our curse before we set you free; | you shall all be eminent tragedians, | whom no one ever, ever goes to see!» (Tornate alla Terra, spregevoli commedianti e ascoltate la maledizione prima di essere liberati: sarete tutti eminenti attori tragici che nessuno andrà mai a vedere).

Una particolarità di Thespis è lo stile burlesque, molto diverso da quello delle opere successive. A parte la ballad «Little Maid of Arcadee» (pubblicata al tempo delle rappresentazioni) e il coro «Climbing over Rocky Mountains» (poi incorporato in The Pirates of Penzance), di Thespis è andata persa la partitura manoscritta e lo spartito vocale non è mai stato stampato, il che rende problematico l’allestimento di questo lavoro. Cionondimeno, ultimamente è stato fatto un lavoro  di raccolta dei frammenti che ha portato ad alcune rappresentazioni. In rete si possono trovare spezzoni di alcune produzioni.

Dopo Thespis il librettista e il compositore presero inizialmente strade diverse: Gilbert a scrivere commedie, Sullivan a comporre musica sacra, canzoni e ballads. Solo il caso e il fiuto impresariale di Richard D’Oyly Carte li avrebbe fatti riunire nuovamente.

 

Patience

Arthur Sullivan, Patience

La sesta delle Savoy Operas di Gilbert & Sullivan debuttò all’Opera Comique Theatre di Londra il 23 aprile 1881 prima di trasferirsi nel più capace e moderno (il primo al mondo a essere fornito di illuminazione elettrica) Savoy Theatre il 10 ottobre, dove raggiunse le 578 repliche consecutive, sette in più della precedente H.M.S. Pinafore.

Tutte le fanciulle del villaggio sono invaghite di Reginald Bunthorne, «fleshly poet», un poeta mesto e fascinoso, che però ha occhi solo per Patience, la modesta lattaia. Le pretese artistiche di Bunthorne sono solo un espediente per attirare le donne – lui nenche ama la poesia! Patience è invece innamorata del suo amico d’infanzia, Archibald Grosvenor, lui sì un vero poeta, «lyric poet», ma sente di non poterlo sposare perché è troppo perfetto. Nel frattempo, il prosaico plotone delle Heavy Dragoon Guards che avrebbe voluto sposare le fanciulle del villaggio si trova sgomento dalla improvvisa perdita di prospettive. Solo quando Patience scoprirà le imperfezioni di Grosvenor si deciderà a sposarlo lasciando Bunthorne al «vegetable love» che tanto ha declamato.

Patience or Burnthorne’s Bride poneva in satira il movimento estetico che negli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento trasformava ogni borghese in un esteta per il quale il bello era al di sopra di ogni considerazione pratica. Messo alla berlina sulla rivista “Punch” il tema era stato oggetto anche della pièce The Colonel di F.C.Burnand che fece concorrenza all’opera di G&S.

Gibert si è divertito nel far declamare a Bunthorne versi enfatici e oscuri (1) che echeggiano la poesia decadente di Algernon Swinburne, mentre quelli di Grosvernor, semplici e pastorali (2), si rifanno alle poetiche di Coventry Patmore e William Morris. Il primo Bunthorne aveva il monocolo e la pettinatura del pittore McNeill Whistler, indossava una giacca di velluto come Swinburne e i pantaloni al ginocchio come Oscar Wilde.

In alcuni allestimenti moderni l’epoca è stata aggiornata a quella hippy degli anni ’60 del secolo scorso, facendo di un poeta beat il rivale di un poeta figlio dei fiori, ma l’argomento e l’ambiente rendono questa operetta una delle più difficili da esportare al di fuori del mondo anglosassone. Gli allestimenti filmati disponibili in rete sono tutti di istituzioni universitarie americane e inglesi: Wheaton College Opera Music Theater (2009), Hull University Gilbert & Sullivan Society (2012), Colorado State University (2013), Medway Community Centre (2013), John Brown University (2015), quest’ultima con solo accompagnamento di pianoforte.

(1) «What time the poet hath hymned | The writhing maid, lithe-limbed, | Quivering on amaranthine asphodel, |  How can he paint her woes, | Knowing, as well he knows,  | That all can be set right with calomel?  | When from the poet’s plinth | The amorous colocynth | Yearns for the aloe, faint with rapturous thrills, |  How can he hymn their throes  | Knowing, as well he knows, | That they are only uncompounded pills?  | Is it, and can it be, Nature hath this decree, | Nothing poetic in the world shall dwell? | Or that in all her works | Something poetic lurks, | Even in colocynth and calomel? | I cannot tell».

(2) «Conceive me, if you can, An every-day young man: A commonplace type, | With a stick and a pipe, And a half-bred black-and-tan; | Who thinks suburban “hops” | More fun than “Monday Pops”, Who’s fond of his dinner, And doesn’t get thinner | On bottled beer and chops».

Iolanthe

Arthur Sullivan, Iolanthe

«Le trame delle opere G&S sono tipicamente inglesi, nel senso che sono eccentriche e fondate su temi e meccanismi o tic profondamente connessi con la cultura e la società inglesi. Vi appaiono fate, fantasmi, pirati, personaggi esotici, ragazze di campagna, marinai, principesse infelici, re e regine, insomma l’intera società e l’intero immaginario collettivo del Regno Unito, fino all’immagine sublimemente assurda che fa concludere Iolanthe con un volo di membri della House of Lords portati in cielo, con toga, parrucca a cannoli e tutto, da un vortice di piccole valchirie innamorate». Così nelle argute parole di Carlo Majer svelato il finale di Iolanthe or The Peer and the Peri (o Il pari e la peri, uno dei rari casi in cui la traduzione in italiano conserva perfettamente il gioco di parole del titolo). Sesta delle Savoy Operas del duo Gilbert & Sullivan è una deliziosa ma caustica satira del potere come solo gli inglesi possono fare.

Con Iolanthe il 25 novembre 1882 si sfruttava l’impianto di l’illuminazione elettrica del Savoy Theatre, il primo del mondo a essere equipaggiato con questa meraviglia del progresso che permetteva effetti luminosi “magici”, perfettamene adatti quindi alla vicenda. La quale tratta della fata Iolanthe bandita dal regno delle fate poiché ha sposato un mortale, cosa proibita per legge. Venticinque anni dopo troviamo suo figlio, Strephon, pastore dell’Arcadia, che vuole sposare Phyllis, una ragazza sotto tutela del Lord Cancelliere di giustizia. Tutti i membri del Parlamento vogliono sposare la ragazza la quale però quando vede l’amato Strephon abbracciare una donna, la madre Iolanthe che come tutte le fate essendo immortale è sempre giovane, si indigna e mette in moto una serie di conflitti tra i pari e le fate. Il fatto che Strephon sia immortale dalla vita in su sarà determinante per lo scioglimento della vicenda in un finale in cui tutti i membri del Parlamento si trasferiscono nel regno delle fate.

Le 398 repliche successive alla prima testimoniano la popolarità dell’opera che prende in giro i privilegi dei nobili e dei politici, ma lo fa in un modo così arguto e in un contesto di tali amabili assurdità che le stesse vittime della sua critica furono i primi a trarne divertimento.

I venticinque numeri musicali comprendono l’usuale classico patter song, che non può mancare in un lavoro di G&S, il “Nightmare” di Lord Chancellor, uno dei loro migliori: «When you’re lying awake with a dismal headache, and repose is taboo’d by anxiety, | I conceive you may use any language you choose to indulge in, without impropriety; | For your brain is on fire – the bedclothes conspire of usual slumber to plunder you: | First your counterpane goes, and uncovers your toes, and your sheet slips demurely from under you; | Then the blanketing tickles – you feel like mixed pickles – so terribly sharp is the pricking, | And you’re hot, and you’re cross, and you tumble and toss till there’s nothing ‘twixt you and the ticking […]».

Le registrazioni disponibili in rete sono diverse: Bristol Savoy Operatic Society (2006); Nicholas Wuehrmann (2013); produzioni più recenti sono quelle della Light Opera of Portland (agosto 2016) e della Halifax Gilbert & Sullivan Society (novembre 2016). Pregevole è la versione concertistica dei Proms del 2000.

The Pirates of Penzance

Arthur Sullivan, The Pirates of Penzance

Un’altra nave nelle opere di Gilbert & Sullivan, ma questa volta non si tratta della flotta di Sua Maestà, bensì di uno schooner di pirati. The Pirates of Penzance or The Slave of Duty è la quarta delle loro Savoy Operas.

La prima rappresentazione avvenne al Fifth Avenue Theatre di New York il 31 dicembre 1879 dove ebbe un grande successo di critica e di pubblico. La prima a Londra sarebbe avvenuta tre mesi dopo, il 3 aprile 1880, al teatro Opera Comique dove andò avanti per 363 rappresentazioni. Il titolo ironizzava sulla tranquilla località della Cornovaglia dove tutto ci si poteva aspettare tranne che dei pirati, ma anche sui “pirati teatrali” che continuavano a rappresentare la loro HMS Pinafore in America senza pagarne i diritti – e si parla di 150 compagnie diverse!

Sembra che Sullivan si fosse dimenticato di portare a New York le bozze del primo atto, così da doverlo riscrivere, ma non ricordando la musica del coro femminile utilizzò un coro tratto da Thespis. La stessa cosa fece per una canzone e un balletto, così che queste rimangono le uniche pagine sopravvissute del loro primo lavoro.

La vicenda narra di Frederic, apprendista presso una banda di pirati. Questo strano ingaggio dipende dal fatto che la nutrice del giovane, dura d’orecchi, aveva frainteso le istruzioni del padre di fargli fare l’apprendistato da «pilot», facendolo diventare invece «pirate»! Frederic incontra Mabel, figlia del generale maggiore Stanley, e i due giovani si innamorano immediatamente. Frederic apprende però di essere nato il 29 febbraio così da festeggiare il compleanno solo una volta ogni anno bisestile e il suo contratto di ingaggio specifica che dovrà rimanere apprendista pirata fino al suo venticinquesimo compleanno, il che significa che deve servire ancora per altri 63 anni! Legato dal suo senso di dovere, l’unico sollievo di Frederic è che Mabel accetti di attenderlo fedelmente.

Una delle più popolari operette inglesi, The Pirates of Penzance ha avuto innumerevoli rappresentazioni. Ben quattro sono le edizioni disponibili in rete oltre al film del 1983 di Wilford Leach con Kevin Kline e Angela Lansbury: l’allestimento della Wichita Grand Opera del 2008, quello dell’Indiana Wesleyan University of Music del 2016, della Light Opera of Portland del 2017 e della University of Michigan Gilbert & Sullivan Society ancora del 2017, a dimostrazione della grande popolarità delle opere di G&S oltre oceano.

Trial by Jury / H.M.S. Pinafore

★★★★☆

Double bill australiano per G&S

Decaduta l’esclusiva della D’Oyly Carte Opera Company, i lavori di Gilbert & Sullivan trovano una nuova vita in moderni allestimenti nei paesi anglosassoni. È il caso di questo double bill allestito da Opera Australia nel 2005 a Melbourne.

Trial by Jury è la seconda collaborazione del duo dopo Thespis ed è la prima della fortunata serie delle Savoy Operas. Quattro anni erano passati da quella loro prima collaborazione, ma da allora, forti del successo ottenuto, i loro lavori avranno una cadenza temporale molto più frequente e raramente passeranno più di due anni tra un titolo e il successivo.

Sono le 10 del mattino alla Court of the Exchequer, dove una giuria e il pubblico sono riuniti per ascoltare un caso di violazione della promessa di matrimonio. L’usciere consiglia alla giuria di ascoltare il caso del querelante dal cuore spezzato, aggiungendo che non devono preoccuparsi di ciò che ha da dire l’imputato. L’imputato (Edwin) arriva e i giurati lo accolgono con ostilità, anche se, come lui sottolinea, non hanno ancora idea del merito del suo caso. Egli racconta candidamente di aver abbandonato la querelante perché era diventata una noia intensa per lui, e di essersi subito messo con un’altra donna. I giurati ricordano la loro giovinezza scapestrata, ma essendo ormai dei rispettabili gentiluomini non provano alcuna simpatia per l’imputato. Il Giudice entra in pompa magna e descrive come è arrivato alla sua posizione: corteggiando la figlia anziana e brutta di un ricco avvocato. Il ricco avvocato ha poi favorito la carriera legale del suo futuro genero, finché il Giudice è diventato ricco e ha buttato via la figlia. La giuria e l’opinione pubblica sono entusiasti del giudice, anche se ha appena ammesso di aver commesso lo stesso errore di cui è accusato l’imputato. La giuria presta giuramento e viene convocata la querelante (Angelina) che viene preceduta in aula dalle sue damigelle, una delle quali attira l’attenzione del giudice. In abito da sposa, Angelina cattura immediatamente il cuore del giudice e della giuria. L’avvocato della parte civile fa un discorso commovente, descrivendo il tradimento di Edwin. Angelina finge di essere angosciata e barcolla, prima tra le braccia del presidente della giuria e poi del giudice. Edwin si offre allora di sposare sia la querelante che il suo nuovo amore, se questo soddisfa tutti. Il Giudice inizialmente trova questa una proposta ragionevole, ma l’avvocato sostiene che dai tempi di Giacomo II è un crimine piuttosto grave sposare due mogli alla volta; egli definisce il reato non bigamia, ma piuttosto furto con scasso. Perplessi, tutti i presenti in aula riflettono sul dilemma in una parodia dei concertati d’opera italiani. Angelina abbraccia disperatamente Edwin, dimostrando la profondità del suo amore e lamenta la sua perdita, il tutto a riprova dell’ingente ammontare dei danni che la giuria dovrebbe richiedere a Edwin. Edwin, a sua volta, afferma di essere un fumatore, un ubriacone e un prepotente (quando è ubriaco), e che la querelante non avrebbe potuto sopportarlo nemmeno per un giorno; pertanto i danni dovrebbero essere esigui. Il Giudice suggerisce di far ubriacare Edwin per vedere se davvero picchierebbe e prenderebbe a calci Angelina, ma tutti gli altri (tranne Edwin) si oppongono a questo esperimento. Impaziente per la mancanza di progressi, il Giudice risolve il caso offrendo lui stesso di sposare Angelina. La cosa viene ritenuta abbastanza soddisfacente e il procedimento si conclude con gioia.

In questo atto unico senza dialoghi parlati presentato con enorme successo (131 repliche) il 25 marzo 1875 al Royalty Theatre ci sono già tutte le tipicità dei lavori di William Schwenk Gilbert: la caricatura delle istituzioni (qui il sistema legale britannico in cui il librettista aveva lavorato come avvocato per un periodo di tempo), del pretesto banale per la costruzione di una vicenda che ha dell’assurdo, del personaggio massimamente comico quasi sempre introdotto dal racconto di come è arrivato a coprire il suo posto («But firstly, if the time you’ll not begrudge, | I’ll tell you how I came to be a Judge»), dei versi genialmente strampalati e dalle rime spiazzanti («Breathing concentrated otto! | An existence à la Watteau. […] Doubly criminal to do so, | for the maid had bought her trousseau!») e del finale che ribalta tutte le aspettative.

Qui la vicenda è quella dell’omonima Bab Ballad del 1868 in cui Gilbert si cimentava con un processo davanti a una giuria, come dice il titolo, che doveva decidere del mancato adempimento di una promessa di matrimonio. La giuria tutta al maschile è sfavorevole all’uomo che si professa pessimo marito, ma tra il gaudio generale il giudice risolve il caso sposando lui stesso la donna rifiutata.

Anche la musica di Arthur Seymour Sullivan è quella tipica delle operette che seguiranno: gaie marcette, cori che scimmiottano Händel e concertati che fanno la parodia dell’opera italiana.

H.M.S. Pinafore or The Lass that Loved a Sailor è invece ripartita in due atti. Le 571 recite successive al 25 maggio 1878 all’Opera Comique di Londra testimoniano l’enorme successo del loro quarto lavoro. Qui l’ambiente è un altro topos dell’opera inglese: una nave della flotta di Sua Maestà dove la figlia del capitano, the lass Josephine, si innamora di un povero marinaio, Ralph Rackstraw («lowly born | with hopeless passion torn and poor beyond denying»), ma il padre l’ha destinata a Sir Joseph Porter, primo ammiraglio. Il finale come sempre rimette tutto a posto con una soluzione a sorpresa che fa ricorso nientemeno che a vicende echeggiate dal Trovatore.

Atto I. La scena si svolge a bordo della nave da guerra inglese H.M.S. Pinafore, ancorata al largo di Portsmouth; dopo l’ouverture orchestrale, i marinai al lavoro intonano un coro ma vengono interrotti da Little Buttercup, che giunge a bordo per vendere le sue mercanzie all’equipaggio, ma sotto l’apparenza spensierata nasconde un segreto, come accenna lei stessa ai marinai. Ralph Rackstraw, il più bel ragazzo di tutta la flotta, entra e confessa agli altri marinai il suo amore per Josephine, la figlia del Capitano; essi lo approvano, sebbene non credano in un lieto fine per il sentimento di Ralph, mentre Dick Deadeye, l’incorreggibile pessimista (oltre che sinistro e assai poco avvenente), cerca di dissuaderlo. Entra l’affabile e amatissimo capitano della Pinafore che saluta il suo equipaggio lodandone i membri per la cortesia che dimostrano, e che egli ricambia; dopo l’uscita dei marinai, il capitano confessa a Little Buttercup che la figlia Josephine, è riluttante ad accettare una proposta di matrimonio da parte di Sir Joseph Porter, Primo Lord dell’Ammiragliato; prima di partire, Little Buttercup confida al capitano di sapere cosa significa amare invano. Entra Josephine e rivela al padre il suo amore per un umile marinaio della Pinafore, ma lo assicura che, conoscendo i propri doveri, li rispetterà non rivelando questo suo sentimento. Giunge a bordo Sir Joseph Porter accompagnato da sorelle, cugine e zie, e narra di come, partito da origini umili e senza competenze militari né navali, è arrivato in cima alla scala sociale grazie al proprio esagerato servilismo. Successivamente dà una umiliante lezione al capitano, ordinandogli di aggiungere “per favore” ad ogni ordine, poiché un marinaio inglese è pari grado di ogni altro uomo – eccettuato ovviamente Sir Joseph, che per l’occasione ha scritto una canzone a proposito e fa dono di una copia di essa a Ralph. Poco dopo, convinto dalle parole di uguaglianza di Sir Joseph, il marinaio decide di dichiararsi a Josephine; l’equipaggio è entusiasta, tranne Dick Deadeye, non persuaso della reale uguaglianza delle classi sociali quando uno deve obbedire ad un altro. Esce Dick ed entra Josephine, a cui Ralph dedica una dichiarazione sorprendentemente bella per un comune marinaio. Josephine, seppur disgustata da Sir Joseph e sebbene commossa, deve compiere il proprio dovere e rifiutare Ralph, il quale, rimasto con l’equipaggio, comunica la sua intenzione di suicidarsi; appena prima che il marinaio si spari, la ragazza entra dichiarando il suo amore; i due progettano di fuggire dalla nave quella notte, malgrado Dick tenti di dissuaderli.
Atto II. A notte inoltrata, il capitano rimugina sui propri problemi: l’equipaggio, la figlia, Sir Joseph; Little Buttercup prova a consolarlo affettuosamente (lui ammette che ricambierebbe se solo la sua condizione sociale lo permettesse), poi profetizza che presto avverrà un cambiamento, affermando che raramente le cose sono ciò che sembrano, ma il capitano non capisce l’avvertimento. Entra Sir Joseph e si lamenta del fatto che Josephine non accetta la proposta di matrimonio; il capitano insinua che potrebbe essere preoccupata per la differenza di grado sociale, così entrambi decidono di assicurarle che l’amore appiana queste differenze. La ragazza dice di aver deciso; ella è ora risoluta a fuggire con Ralph (sebbene il padre e il Capo dell’Ammiragliato credano il contrario. Dick rivela i piani di fuga al capitano, che sorprende i fuggitivi, i quali cercano di giustificarsi (aiutati dall’equipaggio) affermando che “lui è un inglese!”. Il capitano si infuria, provocando lo sdegno di Sir Joseph che lo confina nella sua cabina. Non appena Sir Joseph viene a sapere la causa del trambusto, a sua volta infuriato ordina di portare via Ralph incatenato. Compare come un deus ex machina Little Buttercup, decisa a rivelare il segreto tanto a lungo conservato; molto tempo prima, quando era baby-sitter, accudiva due bimbi, uno di umili origini, l’altro di condizione elevata; ella confessa di aver scambiato i bambini: il ricco era Ralph, il povero il capitano. Sir Joseph capisce lo scambio, chiama il capitano e Ralph (che si scambiano i vestiti) e ufficialmente rinuncia al matrimonio con Josephine. Il capitano, ora che è di rango sociale più basso, può sposare Little Buttercup, e l’ex-marinaio può felicemente sposare Josephine.

La caratterizzazione del personaggio dell’ammiraglio è il punto forte dell’operetta, un uomo che professa l’uguaglianza degli uomini, o quasi (1) e dall’insolita carriera (2). Gilbert non rinuncia neanche qui alla sua sarcastica morale: «I grew so rich that I was sent | by a pocket borough into Parliament. | […] Now, landsmen all, whoever you may be, | if you want to rise to the top of the tree | […] stick close to your desks and never go to sea, | and you all may be rulers of the Queen’s Navee!» (3).

La musica raggiunge livelli di raffinatezza nei numerosi concertati, cori, duetti e arie, negli ironici recitativi e Sullivan fa la prodezza di musicare lo stesso testo, la canzone scritta da Sir Joseph, in due modi completamente diversi.

L’allestimento di Stuart Maunder in abiti moderni per Trial by Jury ed elegantemente vittoriani per H.M.S. Pinafore è pieno di humour, soprattutto per la prima operetta, e si avvale di una compagnia di interpreti non famosi alle nostre latitudini, ma efficaci, sotto la direzione di Andrew Greene a capo della Opera Victoria Orchestra.

(1) «A British sailor is any man’s equal, excepting mine» («Un marinaio britannico è uguale a qualsiasi altro uomo, tranne il mio») e prima aveva affermato che «That you are their captain is an accident of birth. I cannot permit these noble fellows to be patronized because an accident of birth has placed you above them and them below you» («Il fatto che tu sia il loro capitano è un caso fortuito dovuto alla nascita. Non posso permettere che questi nobili compagni siano trattati con condiscendenza solo perché un caso fortuito dovuto alla nascita ti ha posto al di sopra di loro e loro al di sotto di te»).

(2) «When I was a lad I served a term | as office boy to an Attorney’s firm. | I cleaned the windows and I swept the floor, | and I polished up the handle of the big front door. | I polished up that handle so carefully | that now I am the Ruler of the Queen’s Navy!» («Quando ero ragazzo ho lavorato per un periodo come fattorino in uno studio legale. Pulivo le finestre, spazzavo il pavimento e lucidavo la maniglia della grande porta d’ingresso. Ho lucidato quella maniglia con così tanta cura che ora sono il comandante della Marina della Regina!», dove le parole alla fine dei due versi sono pronunciate come “carefullee” e ” Navee”!

(3) «Sono diventato così ricco che sono stato mandato | da un collegio elettorale al Parlamento. | […] Ora, gente di terraferma, chiunque voi siate, | se volete arrivare in cima alla piramide | […] restate incollati alle vostre scrivanie e non andate mai per mare, | e potrete diventare tutti governatori della Marina della Regina».

Fantasio

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Jacques Offenbach, Fantasio

★★★★☆

Parigi, Opéra Comique, 22 febbraio 2017

(video streaming)

Un Offenbach semiserio rinasce dalle ceneri dell’Opéra Comique

Fantasio, opéra-comique su libretto di Paul de Musset basato sulla commedia omonima del 1834 del fratello maggiore Alfred de Musset, ebbe pochissimo successo alla sua prima del 1872 all’Opéra Comique, teatro che, come tutti quelli di Parigi, si riprendeva dopo il conflitto franco-prussiano. Il tema della guerra opposta alla pace è il soggetto motore della vicenda.

Offenbach doveva ad Alfred de Musset uno dei suoi primi successi, La chanson de Fortunio, ma ora la situazione politica e sociale francese non giocava a suo favore e dopo dieci recite il lavoro fu eliminato dal repertorio, con grande afflizione dell’autore che ne riciclò alcune pagine ne Les contes d’Hoffmann. La partitura originale fu poi in parte distrutta dall’incendio del teatro il 25 maggio 1887, uno dei tanti disastri sofferti da questo edificio. Fantasio è a metà strada tra le operette leggere, per cui il compositore franco-tedesco è soprattutto famoso, e il suo capolavoro postumo. È un lavoro con cui Offenbach vuol farsi ricordare come compositore serio, non solo come colui che sa far ridere con le sue parodie. Con questa partitura di mezze tinte che tende alla nostalgia, alla tenerezza, il musicista voleva conquistare il palcoscenico del grande teatro lirico francese dopo aver conquistato quelli gloriosi, ma meno prestigiosi, dei teatri des Bouffes-Parisiens, des Variétés, du Palais Royal, de La Gaîté.

Atto I. I cittadini cantano gioiosamente della pace che seguirà l’imminente matrimonio del principe di Mantova e della principessa di Baviera. I giovani non vedono l’ora di cantare e ballare, e un gruppo di prigionieri liberati dal re festeggia. Un gruppo di studenti poveri, Spark, Hartmann e Facio, entrano nella speranza di condividere anche un po’ di divertimento mentre si burlano dei cittadini. Il re e le sue guardie escono dal palazzo. Il re annuncia l’arrivo del principe di Mantova per sposare sua figlia Elsbeth. Un cortigiano spiega che Elsbeth è in lutto per la morte del giullare di corte a cui era affezionata. Marinoni, il principe dell’aiutante di campo di Mantova, si interessa delle festività, ma viene deriso dagli studenti. Fantasio entra e canta una ballata sulla Luna. Il paggio di Elsbeth entra per dire agli studenti di abbassare la voce poiché disturberanno la principessa; essi entrano nella taverna. Elsbeth canta della sua meraviglia per il cambiamento nella sua vita, ma Fantasio le chiede se è davvero innamorata. Elsbeth, sorpresa, lascia ripetere le parole di Fantasio. Quando Spark si unisce al suo amico Fantasio parla in modo stravagante dei suoi sentimenti. Passa il corteo funebre del giullare di corte St Jean e Fantasio ha l’idea di assumere l’aspetto del giullare per ottenere l’affetto della principessa, e lui e Spark entrano nella vicina sartoria per ottenere il costume. Ciò lo aiuterà anche a evitare di essere arrestato per i suoi debiti. Entrano il fatuo principe di Mantova e il suo aiutante Marinoni, e il principe, che vuole scoprire i pensieri e i sentimenti reali della sua futura moglie, decide di vestirsi come un servo per scoprirlo; lui e Marinoni escono per scambiarsi i vestiti. Gli studenti vengono a cantare e Fantasio riappare vestito come il vecchio giullare. Due sentinelle lo hanno erroneamente lasciato entrare nel parco del palazzo e non vede l’ora di incontrare nuovamente Elsbeth.
Atto II. Elsbeth, il paggio e le dame di corte passeggiano nel parco del palazzo. Elsbeth non vuole parlare del suo futuro matrimonio, ma del povero giullare che tanto ammirava. Manda via gli altri ma poi scopre Fantasio che la diverte con le sue battute sui fiori; è incuriosita dal giullare sconosciuto. Il re, il principe e Marinoni (travestiti) entrano. Elsbeth non è impressionata dalla canzone dell’aiutante di campo. Quando lei e Fantasio rimangono soli, mette più dubbi nella sua mente di andare avanti con il fidanzamento con il principe e cerca una ragione per ritardare l’unione. La corte entra e mentre Marinoni (nei panni del principe) le canta un pomposo numero in lode della bellezza, Fantasio si arrampica su un albero e con un bastone solleva la parrucca dalla testa del falso principe. Il matrimonio del principe mantovano viene immediatamente compromesso, ma Fantasio viene portato via.
Atto III. Quadro primo. Fantasio è felice di aver rovinato i piani del matrimonio, ma quando Elsbeth lo visita nella sua cella di prigione, dice che deve andare avanti con il matrimonio con il principe di Mantova per evitare una disputa diplomatica e contribuire a portare la pace tra i due regni. Fantasio si toglie tutto il travestimento e canta la sua ballata dall’atto I. Sentendo questa storia d’amore Elsbeth si commuove e decide di aiutarlo a sfuggire e gli dà una chiave ai giardini. Quadro secondo. Di nuovo nei suoi abiti da studente, Fantasio calma i suoi amici che stavano progettando di portarlo fuori dal carcere. Nel frattempo il re e il principe si stanno preparando a dichiarare guerra. Fantasio sfida il principe di Mantova a un duello, ma il principe ricusa, preferendo rinunciare al matrimonio con Elsbeth e tornare a Mantova. Fantasio, che gli studenti hanno definito “re degli sciocchi” invoca la pace, è graziato dal re ed Elsbeth lo chiama principe per aver evitato la guerra. Fantasio le offre di restituire la chiave ai giardini del palazzo che gli aveva dato, ma lei gli chiede di conservarla.

Il regista Thomas Jolly e il direttore Laurent Campellone hanno ricostruito la partitura di Fantasio e messo in scena al Théâtre du Châtelet – in procinto di venire anch’esso chiuso per restauri – lo spettacolo prodotto dall’Opéra-Comique la cui Salle Favart sarà invece riaperta, in ritardo quindi, fra due mesi. (1)

La scena non è bella, con semplici praticabili di cui alcuni mobili, e la silhouette del castello sullo sfondo, ma è il gioco di luci a rendere piacevole l’aspetto visivo della produzione – dalle lampadine da fiera suburbana alle lame luminose da discoteca. Coerente con la musica, la messa in scena di Jolly è tutta giocata sui toni scuri con sprazzi di colore. Vivaci le scene e le controscene in cui si affollano i tanti interpreti e il coro Ensemble Aedes. Grande la cura attoriale, essenziale in un lavoro che conta molti dialoghi recitati. Anche la lettura di Campellone gioca con gli aspetti malinconici della vicenda e sa trarre dall’Orchestre Philharmonique de Radio France i colori e i tempi giusti.

Ennesimo ruolo en travesti per il mezzosoprano Marianne Crebassa (Fantasio), a suo agio sia nella parte cantata sia nella recitazione. Così è anche per Marie-Eve Munger, giovane soprano coloratura canadese il cui ruolo di principessa Elsbeth pone non poche sfide vocali sempre ben superate però. Efficaci gli altri interpreti, ormai specialisti di questo repertorio, tra cui Franck Leguérinel (l’ironicamente senile Re di Baviera), Jean-Sébastien Bou (sciocco principe di Mantova) in duo con la spalla di Loïc Félix (Marinoni). Come il vivace Spark di Philippe Estèphe sono tutti avvantaggiati dall’essere di madrelingua francese.

(1) Diversamente dai nostri, i teatri francesi non hanno paura dei lavori meno noti: se lo Châtelet conclude questo periodo con un poco conosciuto Offenbach, l’Opéra Comique sceglie il raro Alcione di Marin Marais per la sua riapertura.

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Die Perlen der Cleopatra

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Oscar Straus, Die Perlen der Cleopatra

★★★★★

Berlino, Komische Oper, 3 dicembre 2016

(live streaming)

Cleopatra sulle rive della Spree: rinasce l’operetta degli anni ’20, ed è un trionfo

No, non è un errore di battitura: quella s in meno nel cognome fu tolta dallo stesso compositore per non essere confuso con gli altri Strauss viennesi – certo non con il coetaneo Richard Strauss, bavarese. Oscar Straus (1870-1954) è autore di operette, canzoni di cabaret e colonne sonore di film. Dopo gli studi con Max Bruch a Berlino, Straus ritorna a Vienna come direttore d’orchestra e dopo l’Anschluss dell’Austria si trasferisce prima a Parigi e poi a Hollywood. Solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale può ritornare in Europa stabilendosi a Bad Ischl, dove passa gli ultimi anni di vita. Il suo lavoro più famoso è Ein Walzertraum (Sogno di un valzer, 1907), composto due anni dopo Die lustige Witwe (La vedova allegra) del rivale Franz Lehár.

L’operetta Die Perlen der Cleopatra è musicata su testi di Julius Brammer e Alfred Grünwald e debutta al Theater an der Wien il 17 novembre 1923. Nei ventuno numeri musicali ci si muove in un passato allegramente contaminato dal presente: siamo infatti sulle rive del Nilo nel I secolo d.C., ma la regina Cleopatra fa una colazione tipicamente viennese con croissant e cioccolata e lo champagne scorre più delle acque del fiume – che a un certo punto della vicenda «sciopera» e si prosciuga come punizione divina di un popolo avaro di offerte. Le perle del titolo sono quelle che Cleopatra scioglie nel vino come filtro d’amore per abbindolare gli uomini: prima il legionario romano Silvio, poi il principe persiano Beladonis, infine il generale romano Marco Antonio venuto a occuparle l’Egitto. Uno per ogni atto. Infatti, come canta lei stessa, si sente triste e sola: «Ich habe hundert Pyramiden | und trotzdem bin ich nicht zufrieden | Mir fehlt nichts als ein | kleiner ägyptischer Flirt» (Ho cento piramidi, ciononostante non sono contenta. Quello che mi manca è un flirt egizio).

Come in tutte le operette non è comunque la vicenda che conta, quanto l’arguzia del testo, infarcito spesso di doppi sensi – e la comica presa in giro delle vicende storiche. Nella forma di un frivolo intrattenimento con musiche che spaziano tra il cabaret, il jazz, il neoromanticismo, lo jodel tirolese e l’eterno valzer viennese, si cela una satira del conservatorismo borghese e della miope politica austriaca che in quegli anni incominciava a rilasciare i suoi frutti velenosi. L’operetta in terra tedesca fu cancellata dal Terzo Reich: la stragrande maggioranza dei compositori e dei librettisti era di origine ebraica e quindi questi furono prima impossibilitati a lavorare, poi perseguitati e infine annientati nei campi di concentramento, se non erano riusciti a fuggire all’estero. Dopo la guerra i gusti erano cambiati, con il predominio del jazz, e così questo genere è rimasto un unicum isolato. In Die Perlen der Cleopatra si realizza un’inedita fusione tra lo spirito viennese (“wiener Schmalz”) e la tagliente lingua berlinese (“berliner Schnauze”) con la modernità del Kurt Weill a venire.

La difficilissima impresa di mettere in scena un lavoro come questo, apparentemente futile e anacronistico, viene vittoriosamente portata a termine dal direttore della Komische Oper, Barrie Kosky, il regista australiano che si è rivelato uno dei più geniali metteur en scène degli ultimi anni. Non sappiamo come fosse l’originale, ma questo, riportato in vita da Kosky, è esilarante. Lo scenario optical-déco di Rufus Didwiszus, i coloratissimi e sontuosi costumi di Victoria Behr e le irresistibili coreografie di Otto Pichler fanno dell’allestimento di Kosky un gioiello di spettacolo.

Nel ruolo del titolo, originariamente scritto per Fritzi Massary, la regina dell’operetta a Vienna e Berlino in quegli anni, c’è l’attrice Dagma Manzel, che per la terza volta, dopo Ball im Savoy di Paul Abraham e Eine Frau, die weiß, was sie will! dello stesso Oscar Straus, fa rivivere assieme a Kosky quel folle periodo. Passando dal parlato baritonale al canto sopranile alla vocina del puppet, con le sue straordinarie doti di comicità e presenza scenica l’artista berlinese ha contribuito alla rinascita di questo genere quasi cent’anni dopo. Nei panni di Silvius, ruolo che alla prima del ’23 vide la partecipazione di Richard Tauber, c’è uno spigliato e vocalmente pregevole Dominik Köninger mentre come fatuo ministro Pampylos ritroviamo Dominique Horwitz, l’indimenticabile Pegleg del Black Rider di Tom Waits e Bob Wilson. Più o meno disinvolti sono gli altri interpreti della squinternata vicenda, ma tutti sanno cantare, ballare e recitare.

Le accattivanti melodie di Straus e le parodie di Aida e Salome sono rese con molta verve dall’orchestra della Komische Oper diretta da Adam Benzwi. Alla fine non si contano le chiamate di un pubblico divertito e coinvolto.

La registrazione è attualmente disponibile su operaplatform. Oppure sul posto: ancora dieci rappresentazioni a dicembre, una a gennaio, due a febbraio e una a luglio!

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Le voyage dans la Lune

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Jacques Offenbach, Le voyage dans la Lune

direzione di Marc Soustrot

regia di Jérome Savary

scene di Michel Lebois

31 dicembre 1988, Grand Théâtre, Ginevra

Il 31 dicembre 1988 il canale televisivo FR3 manda in onda da Ginevra questo allestimento di Offenbach per celebrare la fine dell’anno. Jérôme Savary adatta liberamente il libretto per uno spettacolo che rispetta comunque lo spirito dell’originale pur passando da un film di Méliès al Ballo Excelsior a una festa di San Silvestro ad alto grado alcolico e umorismo goliardico.

Atto I. Scena 1: Principe Caprice. In una parte della Terra, su una grande piazza della capitale, il re Vlan sta preparando una festa in onore di suo figlio, il principe Caprice, che è tornato da un lungo viaggio intrapreso per la sua educazione. All’arrivo di Caprice, il re Vlan gli cede la corona, ma Caprice la rifiuta, non volendo governare o sposarsi, ma piuttosto avere libertà, movimento, aria, spazio… La Luna, allora nascente, gli dà un’idea della sua prossima destinazione. Chiede a suo padre di portarlo in questo luogo sconosciuto e inesplorato. Vlan cede e chiede a Microscopio, il più grande studioso del regno, di trovare un modo per arrivarci. Microscopio risponde che questa missione riguarda l’osservatorio. Scena 2: All’osservatorio. Interrogati, gli astronomi non rispondono e chiedono una commissione. Furioso per questa evasione, Caprice li cancella e propone di fare lo stesso a Microscopio se non trova un modo per andare sulla Luna. Microscopio fa in modo che si incontrino 8 giorni dopo nella sua fucina, e dice che nel frattempo troverà un modo per andare sulla Luna. Scena 3: Alla fucina. Gli operai della fucina finiscono il loro lavoro quando Vlan e Caprice arrivano 8 giorni dopo. Microscope svela il suo mezzo per arrivare sulla Luna: una granata lanciata da un cannone. A causa della probabilità che la missione vada male, Microscopio è costretto ad accompagnare Caprice. Vlan acconsente alle insistenti richieste del figlio e si unisce anche lui al viaggio. Scena 4: La partenza. Vlan, Caprice e Microscopio salgono nel proiettile. Gli artiglieri accendono la miccia e, con un’enorme detonazione, la granata sfreccia verso la Luna.
Atto II. Scena 5: La Luna. Sentendo voci misteriose, vediamo una città dalla strana architettura. Scena 6: L’arrivo. I seleniti osservano con timore un punto nero nel cielo, e uno chiede all’altro se non sia qualcosa inviato dai terrestri per sterminarli. Cosmos, re della Luna, e il suo consigliere Cactus tranquillizzano il loro popolo: la scienza ha dimostrato che la Terra è disabitata. Con uno schianto orrendo, il guscio si schianta su una casa e Vlan, Caprice e Microscope escono, mentre i seleniti si nascondono. I tre uomini osservano quello che sembra un pianeta desolato, e il loro umore si annerisce, visto che per le provviste rimangono solo mele. Alcuni seleniti si alzano, e Cosmos riappare per chiedere ai terrestri da dove vengono. La loro risposta insolente lo fa condannare alla prigione, ma arrivano la moglie di Cosmos, Popotte, e la figlia Fantasia. È il compleanno di Fantasia, e lei chiede al padre di avere pietà dei prigionieri e di liberarli come regalo di compleanno. Cosmos accetta e propone che i terrestri visitino il suo palazzo. Scena 7: Il palazzo di vetro. Cosmos e Cactus mostrano a Vlan, Caprice e Microscopio il servizio civile della Luna. Sulla Luna, lavorare per il re non è un lavoro felice e se non ci sono candidati viene scelta la persona più grassa. Scena 8: Le gallerie di madreperla. Caprice corteggia Fantasia, ma lei non capisce, non sapendo cos’è l’amore, poiché non esiste sulla Luna se non come malattia – quando si vuole avere un figlio, ci si chiede se c’è una zona di commercio in cui possa prosperare. Scena 9: Il parco. Caprice, disperato per la principessa Fantasia e la sua incapacità di amarlo, mangia una mela. La principessa, stupita dalla sua assenza, va a cercarlo. Attratta da questo frutto (a lei sconosciuto), lo assaggia. Chiamandolo «un regalo affascinante che ha mangiato in passato sulla terra», si innamora immediatamente di Caprice, mandando il palazzo in subbuglio. Scena 10: Le ombre vaganti. Quando cala la notte, lo scenario cambia e creature simili a fantasmi appaiono tra i rampicanti e improvvisamente delle luci brillano nelle loro teste, poi tutto scompare. Scena 11: I giardini di Cosmos. In grandiosi giardini con fiori e giochi d’acqua.
Atto III. Scena 12: Il consulto. I medici del regno esaminano Fantasia, chiusa nella sua camera, pazza d’amore. Lei fugge e trova Caprice. Per salvarla, Caprice suggerisce di rendere Cosmos amoroso dandogli una bevanda a base di mele. A causa della sua incurabile malattia d’amore, Cosmos propone di vendere Fantasia, come è abitudine sulla Luna quando una donna cessa di piacere. Caprice promette a Fantasia che la comprerà. Scena 13: Il mercato delle donne. Sulla Luna, il mercato delle donne è l’equivalente del mercato azionario. Microscopio è incaricato da Caprice di comprare la principessa e, visitando Quipasseparla, re del mercato azionario), negozia con lui nel caso in cui il ‘prezzo delle azioni’ salga. Quipasseparla non accetta e lo avvelena per impedirgli di partecipare alla vendita. Arrivano Vlan e Caprice, vestiti da ciarlatani. Propongono un elisir che, tra le altre cose, farà dimagrire le persone grasse. Questo elisir è molto prezioso, e solo un re ne è degno, quindi Cosmos ne è il felice beneficiario. Cosmos lo assaggia e va nel panico, credendosi avvelenato – in realtà, gli hanno fatto scoprire l’alcol. Quipasseparla vince Fantasia alla vendita. Scena 14: Il paese dei pazzi. Quipasseparla e il suo harem arrivano nel paese dei pazzi dove si fermano in una locanda. Arriva Microscopio, seguito da Popotte e da Cosmos, che si è innamorato perdutamente di lei. Popotte non ricambia il suo amore e così le aveva fatto bere l’elisir che la farà innamorare, ma Microscopio passa per caso in quel momento e lei si innamora di lui! Vlan e Caprice arrivano in cerca di Fantasia. Vlan si ferma a cena, mentre Caprice ritrova Fantasia e fugge con lei. Furioso per essere innamorato e per essere stato battuto da sua moglie, arriva Cosmos… La locanda impazzisce, Vlan e Microscopio vengono smascherati nonostante le loro finte pause. Le guardie reali vanno all’inseguimento di Caprice e Fantasia e li riportano indietro. Quipasseparla rinuncia alla principessa. L’inverno segue immediatamente l’estate in questo paese e quindi tornano nella capitale solo sotto la neve. Scena 15: 50 gradi sotto zero. Gran balletto dei fiocchi di neve.
Atto IV. Scena 16: L’imprigionamento dei portatori di mele. Le donne della Luna scoprono l’amore, ma il re Cosmo non ne vuole sapere. Vlan, Caprice e Microscopio vengono portati davanti a un tribunale e condannati a passare cinque anni all’interno di un vulcano spento, dove saranno completamente privi di qualsiasi tipo di nutrimento. Scena 17: Il ghiacciaio. Portati in cima al vulcano, prendono posto in una cesta con Cosmos per essere calati nel cratere. Scena 18: Il cratere. Arrivata sul fondo, Popotte taglia la corda, rimproverando il marito di voler far perire Microscopio. Si scopre che Fantasia si è nascosta nella cesta, volendo morire con Caprice. In questa situazione disperata, Cosmos promette ai prigionieri la libertà se trovano una via d’uscita. Scena 19: L’interno del vulcano. Cercano una via d’uscita tra rumori e detonazioni. Il vulcano comincia ad eruttare. Scena 20: L’eruzione. La scena si riempie di fuoco e di fumo; Microscopio viene mandato nello spazio da un’esplosione; Vlan e Cosmos cercano di trovare una via d’uscita. La lava riempie la scena. Scena 21: La pioggia di cenere. La cenere copre la scena. Scena 22: La cima del vulcano dopo l’eruzione. Caprice, Fantasia, Cosmos e Vlan giacciono a terra, dopo essere svenuti. Microscopio si è nascosto in una fessura e li sveglia. Popotte si precipita da loro – sono salvati. Scena 23: Il chiaro di Terra. La terra si alza e brilla sulla scena come un’aurora boreale. Tutti accorrono e cantano il coro finale, salutando la terra la cui luce brilla nello spazio.

Prima delle due operette derivate dai libri di Jules Verne (la seconda sarà Le Docteur Ox), l’opéra-féerie Le voyage dans la Lune – di Albert Vanloo, Eugène Leterrier e Arnold Mortier – è quella in cui la satira è più pungente: il governo della Luna è in mani esclusivamente maschili e le donne sono puramente funzionali (“femme utile”) o decorative (“femme de luxe”) e messe all’asta al miglior compratore. I bambini vengono “fatti” sull’altra faccia del pianeta e importati una volta all’anno e la corruzione significa mettere di tasca propria i soldi  nelle casse dello stato.

Creato il 26 ottobre 1875 al Théâtre de la Gaîté, di cui Offenbach era direttore, il lavoro fu ripreso con alcune aggiunte allo Châtelet nel marzo 1877. Nulla venne risparmiato per la messa in scena: ognuno dei 24 quadri aveva una sua propria scenografia – l’Osservatorio Astronomico parigino, un altoforno, un paesaggio lunare, un vulcano, un palazzo di vetro, gallerie di madreperla… – e furono approntati 673 costumi per cantanti, coro, ballerini e comparse. Il ruolo del principe Caprice venne interpretato da Zulma Bouffar en travesti. A Parigi l’opera raggiunse 247 rappresentazioni successive, ma nel frattempo era stata messa in scena anche a Londra e a Vienna.

L’Orchestre de la Suisse Romande è diretta con grande energia da Marc Soustrot e nello sterminato cast di interpreti si fanno notare i re, affidati a due glorie dell’opera in francese: Michel Trempont (Vlan) e Jules Bastin (Cosmos).

Les Chevaliers de la Table Ronde


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Hervé, Les Chevaliers de la Table Ronde

★★★★★

Venezia, Teatro Malibran, 12 febbraio 2016

(video streaming)

Hervé, operettista francese par excellence

Louis Auguste Florimond Ronger (in arte Hervé) fu compositore, librettista, attore, cantante, musicoterapeuta, impresario francese e… inventore dell’operetta parigina. Di poco più giovane dell’amico/rivale Jacques Offenbach, creatore invece dell’opéra-bouffe (1), compose più di cento operette che vanno dalla pochade L’Ours et le Pacha del 1842 a Bacchanale del 1892, anno della sua morte. Hervé era nato nel 1825.

Louis Schneider nella sua opera Les Maîtres de l’operette française così descrive l’inopinato incontro di Hervé con Wagner dopo il tempestoso debutto del Tannhäuser a Parigi: «Nel corso di un pranzo, Wagner e Hervè, che la padrona di casa aveva fatto sedere vicini, fecero simpaticamente amicizia. ‘Io mi scrivo i libretti, gli aveva detto Wagner, perché non ho trovato nessuno che abbia compreso la mia estetica: un’opera drammatica dove l’azione non è un intrigo complicato, bensì lo sviluppo di un carattere, di una passione’. ‘Anch’io, gli aveva replicato Hervé, faccio come voi: i libretti me li scrivo da me, ma per ragioni differenti dalle vostre’. E qui aveva spiegato al suo interlocutore, viepiù interessato, la sua teoria sulla dose di follia necessaria a un libretto d’operetta, dose che deve emanare dallo stesso cervello che ha scritto la musica. […] Alla fine del pranzo i due compositori erano diventati i migliori amici al mondo: partiti da punti di vista diversi, da premesse opposte, sembrava che fossero arrivati a conclusioni simili. […] Rientrato nel suo paese, l’autore del Lohengrin, a chi gli domandava che cosa pensasse della musica francese, rispondeva: ‘C’è un musicista che mi ha stupito, incantato, soggiogato. Questo musicista è stato Hervé’».

Les Chevaliers de la Table Ronde, la prima delle grandi operette di Hervé, è del 1867 ma venne rappresentata la prima volta nella versione definitiva il 2 marzo 1872 al Théâtre des Folies-Dramatiques di Parigi. Nello spumeggiante libretto di Henri Chivot e Alfred Duru si tratta di salvare il prode Orlando dalle grinfie della maga Melusina e di organizzare un torneo per sistemare Angelica e salvare le casse dello stato dalla bancarotta. Le solite cose, insomma. Rodomonte duca in bolletta, Sacripante goffo amante della duchessa, i fatui Amadigi e Lancillotto si affiancano a Merlino figlio («Malin comme son père») in questa sconclusionata avventura recitata e cantata su “rimes cocasses”: «Si je prends la rime en ique, ique, ique | c’est qu’elle s’applique au nom d’Angélique | lequel s’harmonise avec votre beauté magique». Musicalmente non manca l’occasione nel «Fatal remords» della duchessa Totoche o nel risveglio di Roland di prendere in giro l’opera seria, anche quella dell’amico Wagner.

Mettere in scena un’operetta come questa oggi è più difficile che allestire un grand opéra: occorrono degli artisti che sappiano recitare, cantare e ballare, stare in scena e avere il ritmo giusto. Trascritta per tredici interpreti vocali e dodici strumentisti (cinque archi, tre legni, due ottoni, pianoforte e percussioni), l’impresa è stata affidata dal “Palazzetto Bru Zane – Centre de musique romantique française” alla compagnia “Les Brigands” (omaggio all’omonimo lavoro di Offenbach) che dal 2000 mette in scena lavori poco conosciuti del repertorio francese. Da Bordeaux, dove è nato, l’allestimento è ora al Teatro Malibran di Venezia da cui proviene questa registrazione di CultureBox.

La parodia alla Monty Python del ciclo cavalleresco trova nella scenografia e nei costumi a strisce bianche e nere di Pierre-André Weitz una perfetta corrispondenza. Come in una pochade di Feydeau innumerevoli porte permettono l’andirivieni frenetico dei personaggi incarnati da interpreti che formano un insieme magistralmenre oliato che si muove con perfetto sincronismo su una musica orecchiabile diretta con trasporto da Christophe Grapperon. Meritano di essere citati tutti: Damien Bigourdan (Rodomont), Antoine Philippot (Sacripant),Arnaud Marzorati (Merlin), Mathias Vidal (Médor), Ingrid Perruche (Totoche), Chantal Santon-Jeffery (Mélusine con la calata del sud), Clémentine Bourgoin (Fleur-de Neige), Rémy Mathieu (Roland dall’accento banlieusard), Lara Neumann (Angélique), David Ghilardi (Amadis de Gaule), Théophile Alexandre, (Lancelot du Lac), Jérémie, Delvert (Renaud de Montauban) e Pierre Lebon (Ogier le Danois).

Una serata che sarebbe valsa la pena presenziare di persona. Rivisto subito una seconda volta per apprezzare particolari che erano sfuggiti alla prima visione. E non mi si toglie dalla testa e continuo a canticchiare il couplet «Jamais plus joli métier ne fut dans le monde | que celui de cheval, que celui de chevalier, de la table ronde».

(1) La principale differenza tra i due generi è che l’opéra-bouffe è un’opéra-comique (con i dialoghi parlati quindi, come la Carmen o la Médée), ma di genere buffo, mentre l’opérette ha una musica più “leggera”, una vocalità meno esigente, una trama che è sostituita da bozzetti di colore locale ed è adatta a essere rappresentata in teatri piccoli con compagnie di cantanti-attori. È quella che nel XX secolo si trasformerà nel musical.

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