Edmond Badon

Maria di Rohan

Gaetano Donizetti, Maria di Rohan

Ginevra, Grand Théâtre, 6 novembre 2001

(registrazione video)

Una tragedia senza scampo

Tra i titoli meno frequentati di Gaetano Donizetti, Maria di Rohan occupa un posto tutt’altro che marginale. Composta nella piena maturità e rappresentata per la prima volta al Kärntnertortheater di Vienna il 5 giugno 1843, l’opera appartiene all’ultima, intensissima stagione creativa del compositore bergamasco. Don Pasquale aveva debuttato a Parigi appena pochi mesi prima; ma nella Maria di Rohan non resta nulla della leggerezza malinconica della commedia. Siamo invece davanti a un melodramma concentrato, cupo e implacabile, nel quale Donizetti sembra voler ridurre il teatro ai suoi elementi essenziali: tre personaggi, un segreto, l’amore, la gelosia e la morte.

Il libretto di Salvadore Cammarano, derivato da Un duel sous le cardinal de Richelieu di Joseph-Philippe Lockroy ed Edmond Badon, ci conduce nella Parigi di Luigi XIII, sullo sfondo degli intrighi politici legati alla corte e al cardinale Richelieu. Ma la politica è soprattutto il meccanismo che mette in moto una tragedia privata.

Atto I. Parigi, ai tempi di Luigi XIII e del cardinale Richelieu. Enrico, duca di Chevreuse, è stato condannato a morte per aver ferito in duello un nipote del potente cardinale. Sua moglie Maria di Rohan, disperata, si rivolge a Riccardo, conte di Chalais, un tempo innamorato di lei, chiedendogli di intercedere presso il re. Chalais riesce a ottenere la grazia e Chevreuse, riconoscente, considera ormai il conte come il proprio salvatore. La situazione è però assai più pericolosa di quanto Chevreuse immagini. Maria e Chalais si sono amati in passato e il sentimento fra loro non è del tutto spento. Chalais conserva inoltre alcune lettere compromettenti di Maria, che potrebbero rivelare la loro relazione e mettere in pericolo l’onore della duchessa. Durante una festa a corte, Chalais viene provocato da Armando di Gondi, che ha pronunciato parole offensive sul conto di Maria. Il conte lo sfida a duello. Chevreuse, ancora ignaro del legame fra Chalais e sua moglie, si offre generosamente di assistere l’amico nello scontro.
Atto II. Nella propria casa, Chalais attende il momento del duello. Maria lo raggiunge segretamente, angosciata soprattutto dall’esistenza delle lettere che gli aveva scritto: se cadessero nelle mani sbagliate, il loro passato sarebbe svelato. Ma l’incontro riaccende inevitabilmente i sentimenti dei due. L’arrivo improvviso di Chevreuse costringe Maria a nascondersi. Il duca è venuto a prendere Chalais per accompagnarlo al duello con Gondi, ma il conte indugia, diviso fra l’appuntamento d’onore e la presenza di Maria. Chevreuse, non potendo attendere oltre, decide di recarsi al duello al suo posto. Rimasti soli, Maria e Chalais comprendono che la situazione sta precipitando. Il conte vorrebbe fuggire con lei, ma Maria esita, consapevole delle conseguenze. Poco dopo Chevreuse ritorna ferito: ha affrontato Gondi sostituendosi a Chalais. Il sospetto comincia a insinuarsi in lui. La scoperta della presenza di Maria e, soprattutto, delle sue lettere gli rivela infine ciò che fino a quel momento non aveva neppure immaginato: l’uomo al quale deve la vita è anche il suo rivale.
Atto III. Nel palazzo dei Chevreuse, la tragedia giunge rapidamente alla conclusione. Chalais è ormai compromesso anche politicamente: per non essersi presentato al duello rischia l’arresto e la condanna. Maria tenta disperatamente di convincerlo a salvarsi con la fuga. Chevreuse, però, conosce ormai la verità. L’amicizia e la gratitudine verso Chalais si sono trasformate in gelosia e desiderio di vendetta. Costringe il rivale a un confronto decisivo e gli impone di battersi con lui. Maria rimane sola, in preda all’angoscia, mentre lo scontro avviene fuori scena. Poco dopo Chevreuse ritorna. La sorte di Chalais è segnata: il conte è stato mortalmente ferito. Alla disperazione di Maria, Chevreuse risponde con una freddezza terribile. La morte dell’amante è la punizione inflitta alla donna che lo ha tradito.

L’opera termina così senza riconciliazione e senza consolazione. Il triangolo amoroso costruito da Donizetti e Cammarano si chiude nella maniera più spietata: Chalais muore, Chevreuse rimane prigioniero della propria vendetta e Maria è costretta a sopravvivere alla distruzione dell’uomo che ama. Quando Chevreuse, condannato a morte per aver ferito in duello un nipote di Richelieu, viene salvato grazie all’intervento di Chalais, fra i due uomini nasce un legame di riconoscenza destinato a trasformarsi nel più crudele dei conflitti. Chevreuse ignora infatti che proprio l’uomo al quale deve la vita è il rivale che ama sua moglie.

Da questo momento Maria di Rohan  procede come un congegno teatrale a orologeria. Lettere compromettenti, duelli, appuntamenti mancati e sospetti conducono inevitabilmente alla scoperta della verità. Ma ciò che potrebbe sembrare il consueto arsenale del melodramma romantico acquista in Donizetti una straordinaria tensione psicologica. Non conta tanto sapere come finirà la vicenda: conta assistere al progressivo restringersi dello spazio intorno ai protagonisti, fino alla catastrofe.

È proprio questa concentrazione a rendere Maria di Rohan  una delle opere più moderne del Donizetti maturo. Le forme tradizionali del belcanto non scompaiono, ma vengono subordinate con crescente decisione all’azione. Recitativo, cantabile, tempo di mezzo e cabaletta tendono a saldarsi in una continuità drammatica nella quale l’urgenza teatrale prevale sull’esibizione vocale. Già la critica viennese contemporanea riconobbe nell’opera una particolare “serietà”, lodandone la brevità, la robustezza dello stile e l’efficacia della costruzione drammatica.

Il cuore della partitura è soprattutto nel rapporto fra le tre voci principali. Maria non è semplicemente il soprano conteso da tenore e baritono: è una donna imprigionata fra passato e presente, desiderio e dovere, paura e dignità. Chalais appartiene alla grande famiglia degli amanti donizettiani destinati alla sconfitta. Ma forse il personaggio più impressionante è Chevreuse, che passa dalla gratitudine all’amicizia, dal sospetto alla certezza del tradimento, fino a diventare il motore terribile dell’ultimo atto.

Ed è nel finale che Donizetti raggiunge una delle sue più asciutte e violente conclusioni tragiche. Non c’è bisogno di un grande apparato spettacolare: bastano una stanza, una lettera, il ritorno di Chevreuse e la notizia della morte di Chalais. La tragedia pubblica si è ormai completamente trasformata in tragedia privata.

La storia della partitura, peraltro, non si arrestò alla prima viennese. Donizetti tornò più volte su  Maria di Rohan, modificandola per Parigi, Vienna e Napoli. L’edizione critica curata da Luca Zoppelli ha ricostruito ben sei diversi stadi dell’opera, testimonianza di quanto il compositore continuasse a interrogarsi sulla sua efficacia teatrale.

Rimasta a lungo ai margini del repertorio, Maria di Rohan  merita dunque qualcosa di più dell’etichetta di “rarità donizettiana”. È un’opera della maturità estrema, scritta da un autore che conosce ormai perfettamente le convenzioni del melodramma e può permettersi di piegarle alle esigenze della scena. Dietro l’eleganza del belcanto si avverte già un teatro più nervoso e concentrato, nel quale la musica non adorna la tragedia: la rende inevitabile.

La Maria di Rohan che approda al Grand Théâtre de Genève nel novembre 2001 rappresenta un’occasione preziosa per riscoprire uno dei titoli più intensi e meno frequentati dell’ultimo Donizetti. Affidata alla direzione di Evelino Pidò e alla regia di Giorgio Barberio Corsetti, la produzione – proveniente dal Teatro La Fenice – ha anzitutto il merito di restituire all’opera la sua natura di dramma serrato, dominato più dalla tensione teatrale che dal puro virtuosismo belcantistico.

Sul podio dell’Orchestre de la Suisse Romande Pidò sceglie la versione originale del 1843 mostrando particolare attenzione al respiro drammatico della partitura e mettendone in rilievo le tinte scure e quella concisione che distingue Maria di Rohan da molto Donizetti precedente. La concertazione asseconda il progressivo precipitare degli eventi senza rinunciare alla morbidezza richiesta alle pagine più liriche.

Al centro dello spettacolo è Annick Massis. La sua Maria unisce eleganza belcantistica e intensità espressiva: una protagonista vulnerabile, combattuta fra il legame con Chevreuse e la passione per Chalais, delineata attraverso un canto sorvegliato, sensibile alla parola e capace di affrontare con sicurezza le esigenze della scrittura donizettiana. Accanto a lei, Octavio Arévalo dà a Riccardo di Chalais lo slancio dell’amante romantico, mentre Stephen Salters costruisce un Chevreuse di forte presenza scenica e vocale. Proprio il baritono assume progressivamente un ruolo decisivo: dall’amico riconoscente del primo atto all’uomo ferito e vendicativo del finale, il personaggio diventa il vero detonatore della tragedia.

La regia di Barberio Corsetti privilegia una lettura stilizzata, lontana dall’illustrazione storica convenzionale, e concentra l’attenzione sui rapporti fra i protagonisti. Una scelta coerente con un’opera nella quale la cornice politica finisce progressivamente per dissolversi davanti al dramma privato.

La serata ginevrina conferma così che Maria di Rohan non è soltanto una rarità da recuperare, ma uno dei lavori nei quali il Donizetti maturo raggiunge una sorprendente essenzialità teatrale: asciutta, inquieta e già proiettata oltre le convenzioni del melodramma romantico.