Mese: marzo 2015

Poliuto

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★★☆☆☆

Amor sacro e amor profano

Due vicende di ottusa censura sono legate alla storia del Poliuto: la prima per il suo debutto e la seconda per la sua ripresa alla Scala nel 1960. Per non parlare di un suicidio. Ma andiamo per ordine.

Nel 1837 la stella dell’osannato primo tenore dell’Opéra Adolphe Nourrit sembrava appannarsi: quell’anno nel Guillaume Tell di Rossini Gilbert-Louis Duprez aveva entusiasmato il pubblico parigino con uno stile elettrizzante e acuti presi a piena voce (“di petto”) e non in falsettone. Per rinverdire i suoi fasti Nourrit si trasferisce a Napoli affidandosi a Donizetti, l’operista più in auge al momento, «pour me faire chanter italien», per insegnargli cioè lo stile del bel canto e magari farsi scrivere una nuova opera a misura della sua voce. Il 3 marzo 1838 iniziano le lezioni e tutto fila come previsto: il tenore viene scritturato dal San Carlo per un’opera da rappresentare in autunno tratta dalla “tragédie chrétienne” Polyeucte martyr (1642) di Pierre Corneille, una tragedia del grand siècle perfetta per i teatri francesi e con quel tono religioso allora inedito per quelli italiani.

Donizetti, di fronte a quel modello letterario “alto”, costruisce architetture musicali complesse come i finali secondo e terzo o gli sviluppi di scuola austro-tedesca degli allegri strumentali. Il librettista Cammarano imbastisce il tipico triangolo romantico con Poliuto (tenore) diviso tra gelosia e zelo religioso, Paolina (soprano) lacerata tra l’antico amore e la fedeltà coniugale e Severo (baritono) contrastato tra un amore impossibile e il desiderio di vendetta. La vicenda che si intuisce da queste enunciazioni si sviluppa in tre atti che hanno sintetici titoli da feuilleton.

Atto I. Il battesimo. A Melitene, in una grotta, i cristiani si apprestano a battezzare il magistrato Poliuto. Nearco, capo della comunità cristiana, lo introduce nella caverna, mentre Paolina, sposa di Poliuto, li segue di nascosto. La donna teme che il marito si sia convertito al Cristianesimo, soprattutto ora che l’imperatore Decio ha cambiato la legge stabilendo la pena di morte per tutti coloro che abbraccino il culto proibito. Lo stesso Poliuto conferma alla moglie di aver abbracciato la fede cristiana. A turbare Paolina c’è anche il ritorno in patria del proconsole Severo, suo antico amante e da lei creduto morto. Severo infatti ama ancora Paolina e come viene a sapere del suo matrimonio con Poliuto ne rimane avvilito.
Atto II. Il neofito. Per vendicarsi di Paolina, che l’aveva respinto, il gran sacerdote di Giove, Callistene, organizza nella casa di Felice un incontro tra Paolina e Severo, dopo aver fatto credere a lui che la donna lo ama ancora. Severo conferma a Paolina il suo amore, ella è combattuta, ma non cede. Intanto, condotto dal perfido Callistene, giunge Poliuto che riesce ad ascoltare le ultime parole dell’incontro tra Paolina e Severo, convincendosi del tradimento della moglie. Poliuto giura vendetta, ma, alla notizia dell’arresto di Nearco, sceglie di confessare la sua fede cristiana e morire. Durante l’interrogatorio Nearco rifiuta di fare il nome del neofita, anche sotto la minaccia di tortura. Poliuto allora compare e rivela che lui stesso è il neofita. Paolina supplica Callistene, Felice e Severo di non arrestarlo e condannarlo, ma Poliuto sdegnato rovescia l’ara del Nume maledicendo questo e la moglie.
Atto III. Il martirio. Nel bosco sacro di Giove, Callistene annuncia ai sacerdoti che i cristiani si sono consegnati per essere martirizzati con Poliuto e Nearco e li invita a mischiarsi tra la folla per incitarla alla strage, qualora Paolina convinca Severo a risparmiare i condannati per salvare il marito. La donna intanto si reca al carcere e confessa a Poliuto di aver amato Severo in passato, ma nega il tradimento e chiede al marito chi lo abbia indotto a sospettare il contrario. Poliuto fa il nome di Callistene e Paolina rivela che l’empio sacerdote da lei rifiutato ha voluto perderla. Poliuto a questo punto si riconcilia con la moglie che lo prega di abiurare in cambio della vita, ma egli non può rinnegare Dio. Colpita dalla sua fermezza, ella decide allora di convertirsi. Infine, ignorando le suppliche di Severo, Paolina si avvia al supplizio assieme a Poliuto. Callistene esulta per la vendetta compiuta.

Ma erano stati fatti i conti senza l’oste, pardon il censore. L’undici agosto il Ministro dell’Interno degli Stati Borbonici scriveva al soprintendente dei teatri napoletani: «rassegnato a Sua Maestà il rapporto della Commissione di revisione de’ libri teatrali […] la M. S. si è degnata co’ suoi sacri caratteri dichiarare che i fasti de’ Martiri si venerano nelle chiese e non si pongono sulle scene». Insomma, Ferdinando II ribadiva il detto popolare «scherza co’ fanti, ma lascia stare i santi». Nourrit spiega in una lettera alla moglie che «l’Italie n’est peut-être pas disposée à accepter des émotions graves et élevées: le théâtre n’est ici qu’une simple distraction, un besoin d’émotions faciles; mais tout ce qui ressemble à de la morale ne lui va guère».

Il Poliuto non andrà quindi in scena a Napoli che dieci anni dopo, il 30 novembre 1848, senza il compositore, morto sette mesi prima, e senza il tenore Nourrit che, vittima di una forte depressione, si era suicidato gettandosi da una finestra di palazzo Barbaja nel 1839. Donizetti aveva potuto assistere solo al rifacimento francese, Les Maryrs (in quattro atti) a Parigi nel 1840 cantato, ironia della sorte, proprio dal Duprez.

L’opera non aveva mai smesso di essere rappresentata (Francesco Tamagno l’aveva cantata nel 1898, Beniamino Gigli nel 1940), ma la ripresa del 1960 alla Scala era molto attesa per la presenza di Maria Callas, assente dal teatro milanese da due anni. Ma anche qui, seppure per cause esterne all’ambiente scaligero, le cose non andarono come il previsto: il regista dello spettacolo, Luchino Visconti, ritirò la propria firma dallo spettacolo in segno di protesta contro l’intervento della Questura che aveva bloccato le recite della sua messa in scena dell’Arialda di Testori, spettacolo della compagnia Morelli-Stoppa reduce da un mese di repliche indisturbate a Roma. Le tensioni non pregiudicarono comunque l’esito trionfale della rappresentazione in cui oltre alla Callas cantarono Corelli e Bastianini.

Nel 2010, invece, al Teatro Donizetti di Bergamo alla quinta edizione del Festival dedicato al suo illustre cittadino, tutto fila liscio, o quasi. Il regista Marco Spada evita il peplum all’italiana e mette in scena la vicenda trasponendola agli anni Trenta del secolo passato con divise militari parafasciste che coesistono con finti gladiatori e centurioni pronti per le fotografie al Colosseo e una Paolina che sembra una vamp del cinema di quegli anni. Le scene minimaliste di Alessandro Ciammarughi sono eleganti, ma le teche in plexiglas proprio non si capisce che cosa ci stiano a fare.

Sul podio Marcello Rota evidenzia quanto di verdiano già ci sia nella partitura, ma con volumi sonori talora preponderanti sulle voci. Certo non su quella di Gregory Kunde qui nella sua fulgida maturità, Poliuto di grande presenza vocale e prestanza negli acuti. Gli arabeschi vocali di Paolina nelle mani di Paoletta Marrocu perdono un po’ della loro caratteristica di bel canto di inizio Ottocento per tendere a risultati più in là nel tempo, quasi da verismo o addirittura espressionismo (Santuzza e Lady Macbeth erano a quel tempo i suoi ruoli più recenti). Di indubbia efficacia comunque la sua presenza scenica. Il Severo di Simone del Savio è convincente anche se un po’ aspro nel registro acuto. Appropriati gli altri interpreti.

Il DVD Bongiovanni è una prima mondiale di questo lavoro di Donizetti che precede di trent’anni il Polyeucte di Gounod e di 160 il Polieukt di Zygmunt Krause debuttato quattro anni fa a Tolosa. Un esauriente opuscolo in tre lingue (italiano, inglese e giapponese) accompagna opportunamente il disco.

TEATRO ROSSINI

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Teatro Rossini

Pesaro (1818)

860 posti

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Il Teatro Rossini viene inaugurato come Teatro del Sole nel 1637 durante il pontificato di Urbano VIII che concede, come luogo per gli spettacoli pubblici, le vecchie scuderie ducali. L’edificio subisce nel tempo diverse trasformazioni; una vera e propria ricostruzione si deve all’architetto Pietro Ghinelli tra il 1816 e il 1818, anno in cui è inaugurato come Teatro Nuovo con una eccezionale rappresentazione de La gazza ladra diretta dallo stesso Gioachino Rossini, già celebre anche se appena ventisettenne. Del vecchio edificio si salva il portale bugnato di Filippo Terzi che tuttora costituisce l’ingresso principale. La struttura in stile neoclassico progettata da Ghinelli è a ferro di cavallo e con quattro ordini di palchi. A quest’epoca risale anche il sipario del pittore milanese Angelo Monticelli. Nel 1855 il teatro viene intitolato a Rossini.

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Nel 1934 viene ricostruita la facciata, modificato il ridotto e realizzata un’ampia sala (l’attuale Sala della Repubblica) all’altezza del terzo ordine di palchi. L’ultimo restauro strutturale è degli anni settanta dopo che il teatro viene dichiarato inagibile nel 1966. La riapertura del Rossini nel 1980 decreta l’inizio di una vita intensissima in contemporanea con la nascita del Rossini Opera Festival che si tiene ogni anno nel mese di agosto.

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Oltre al Teatro Rossini, fanno parte del Rossini Opera Festival la Adriatic Arena, un impianto polivalente che ospita eventi musicali e sportivi di livello internazionale inaugurato nel 1996 e ubicato in prossimità del casello autostradale, l’Auditorium Pedrotti, la cui data di fondazione risale al 1892, e il Teatro Sperimentale, realizzato nel 1965 all’interno dell’edificio in cui ha sede il Municipio della città.

TEATRO GAETANO DONIZETTI

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Teatro Gaetano Donizetti

Bergamo (1791)

1150 posti

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La zona dove adesso sorge il teatro si presentava al viaggiatore dell’epoca come un insieme di baracche di legno in cui i mercanti esponevano le loro merci. In quanto luogo di grande afflusso, sorgevano alcuni teatri “abusivi” in legno, che venivano demoliti alla fine della stagione e riedificati la stagione successiva con il medesimo materiale conservato all’uopo. Fu proprio in quel luogo che Bortolo Riccardi, ricco commerciante, edificò il primo nucleo del teatro stabile che ora conosciamo, che prese il nome di teatro Riccardi. L’inaugurazione ufficiale avvenne il 24 agosto 1791.

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La struttura originaria, molto diversa dall’attuale, fu distrutta da un incendio, forse doloso, nel 1797. L’architetto Giovanni Francesco Lucchini, che già aveva progettato l’interno del teatro andato distrutto, ricevette la commissione di guidare i lavori di costruzione del nuovo teatro. Bisogna aspettare il 30 giugno 1800 per l’inaugurazione della struttura così come noi la conosciamo. Nel 1840 per la prima volta Bergamo tributa una pubblica manifestazione al concittadino Gaetano Donizetti, in teatro per la rappresentazione della sua opera L’esule di Roma. Giuseppe Verdi, presente in sala, debutterà al Riccardi con Ernani nel 1844.

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Nel 1897, in occasione del centenario della nascita di Donizetti, nel corso delle solenni onoranze il teatro Riccardi assume il nome del compositore. Pur dedicando attualmente parte della sua programmazione al teatro di prosa, si è sempre distinto per le produzioni liriche, tanto da venir inserito nel ristretto novero dei teatri lirici di tradizione. Il Teatro è ubicato nella parte bassa della città di Bergamo, quella meno antica, ma l’appassionato di musica non dovrà mancare di visitare nella parte alta della città la casa museo del compositore.

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GROßES FESTSPIELHAUS

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Großes Festspielhaus

Salisburgo (1960)

2200 posti

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Costruita tra il 1956 e il 1960 su disegno dell’architetto Clemens Holzmeister quando più di 50 mila metri cubi di roccia furono estratti dalla rocca per far stare l’enorme auditorium, mantiene la facciata originale delle scuderie di corte ed è per questo che il pavimento è decorato con mosaici di teste di cavallo. La facciata stessa incorpora un arco di marmo di Fischer von Erlach. L’inaugurazione è avvenuta nel 1960 con il Rosenkavalier di Richard Strauss diretto da Herbert von Karajan.

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Innumerevoli opere d’arte moderna punteggiano gli interni dell’edificio e i foyer tra cui statue in marmo di Wander Bertoni, arazzi di Kokoschka, quadri di Robert Longo, ceramiche di Arno Lehman.

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Con la Haus für Mozart (ex Kleines Festspielhaus) e la Felsenreitschule forma il nucleo delle sedi in cui sono allestite le opere dell’annuale prestigiosissimo Festival. Oltre 5200 posti in totale.

HAUS FÜR MOZART

 

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Haus für Mozart (Kleines Festspielhaus)

Salisburgo (2006)

1580 posti

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Il Kleines Festspielhaus ha ospitato per ottant’anni rappresentazioni di piccole opere e spettacoli di prosa e fu costruito da Clemens Holzmeister che realizzò anche il Großes Festspielhaus. Sin dalla sua inaugurazione, avvenuta nel 1925, l’edificio venne ricostruito più volte e nel 1937 l’auditorio subì uno spostamento di 180°. Dopo l’annessione dell’Austria alla Germania di Hitler nel 1938, gli affreschi di Anton Faistauer, i mosaici di Anton Kolig e le sculture di Jakob Adlhart furono ritenuti “arte degenerata”. Clemens Holzmeister non era più considerato opportuno dal punto di vista politico e così seguì una nuova trasformazione compiuta dallo “scenografo del Reich” Benno von Arent, che sostituì il rivestimento di legno con un soffitto a stucco con tanto di ornamenti dorati. Nel 1939 si ebbe la prima rappresentazione di Der Rosenkavalier di Richard Strauss diretto da Karl Böhm.

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Le condizioni in fatto di acustica e visibilità si dimostrarono sfavorevoli per cui si ebbe un’altra modifica negli anni 1962/63. Gli architetti salisburghesi Hans Hofmann ed Erich Engels conferirono alla sala l’aspetto che mantenne fino al 31 agosto del 2004. In occasione dell’Anno Mozartiano nel 2006 le scuderie di corte d’un tempo vennero trasformate per l’ultima volta dall’architetto Wilhelm Holzbauer, un allievo di Clemens Holzmeister, e dal lussemburghese François Valentiny per realizzare la Haus für Mozart.

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I tre portoni d’ingresso sono opera di Josef Zenzmaier, mentre Michael Hammers ha concepito e realizzato la “Parete d’oro” nel foyer che il teatro condivide con la Felsenreitschule.

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FELSENREITSCHULE

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 Felsenreitschule

Salisburgo (1693)

1440 posti

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La Felsenreitschule di Salisburgo venne costruita sul luogo in cui nella prima metà del Seicento c’era la cava di pietra per la costruzione del Duomo secondo i progetti dell’architetto barocco Johann Bernhard Fischer von Erlach. Venne allora utilizzata come scuola d’equitazione estiva, da cui il nome, e il pubblico si sedeva nelle 96 arcate disposte su tre piani.

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Nel 1926 Max Reinhardt fece il primo tentativo di utilizzare la Felsenreitschule come teatro delle manifestazioni del Festival di Salisburgo mettendo qui in scena l’Arlecchino servitore di due padroni di Goldoni. Nel 1933 Clemens Holzmeister vi costruì la cosiddetta Città di Faust per lo spettacolo di Max Reinhardt, uno degli scenari più impressionanti dell’epoca. Nel 1948 Herbert von Karajan trasformò per primo la Felsenreitschule in un palcoscenico d’opera per le rappresentazioni dell’Orfeo ed Euridice di Gluck. Nel 1965 qui furono girate le scene della fuga della famiglia von Trapp del film The Sound of Music.

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Negli anni 1968/70 vi ebbero luogo notevoli trasformazioni, nuovamente secondo i progetti di Clemens Holzmeister. Il palcoscenico largo 40 metri ottenne un sottopalco profondo 4 metri. Inoltre vennero rinnovati la tribuna per gli spettatori ed il deposito delle quinte al di sotto. Il palcoscenico è protetto da un telone impermeabile e decappottabile con un tetto apribile formato da tre segmenti retrattili che ammortizza i rumori e protegge dalla pioggia. La Felsenreitschule condivide il foyer con la Haus für Mozart.

Pia de’ Tolomei


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★★★☆☆

«Siena mi fé, disfecemi Maremma»

Ecco in un solo verso la parabola della sfortunata donna che Dante incontra nel canto V del Purgatorio. L’identificazione con Pia de’ Tolomei comunemente accettata è quella della prima moglie di Nello dei Pannocchieschi, capitano ghibellino e possidente del Castel di Pietra in Maremma dove nel 1297 avrebbe fatto assassinare la moglie forse per la scoperta della sua mai provata infedeltà, forse per liberarsi di lei desiderando un nuovo più conveniente matrimonio con una Aldobrandeschi. Così andavano le cose prima della civile istituzione del divorzio.

«Di famiglia guelfa e moglie di un ghibellino, Pia de’ Tolomei porta alla mente sia la Juliet shakespeariana sia, traducendo in rivalità scozzese quella italiana, la Lucy di Scott, sua parente operisticamente più prossima […]. Da Juliet la distanzia, se non altro, il matrimonio che sancisce la pace tra le parti avverse, unione sponsale e famigliare, pratica e de iure […]. Con Lucia (quella cammaraniana, più che la Lucy dell’ipotesto), invece, Pia condivide sì il tragico conflitto di due affetti, quello per Edgardo e quello per Enrico, ma in condizione rovesciata, essendo alla mercé del marito e non del fratello» (Emanuele d’Angelo). La vicenda della moglie ingiustamente accusata d’adulterio proprio da chi ne ha insidiato l’onestà è un topos sia della letteratura che dell’opera lirica e il libretto di Salvadore Cammarano oltre che ai versi danteschi si rifà all’omonima “leggenda in versi” di Bartolomeo Sestini (1882) e probabilmente anche al dramma di Giacinto Bianco andato in scena a Napoli nel 1836.

Atto primo. Ghino è innamorato di Pia, moglie di suo cugino Nello, ma ne è respinto. Ghino crede di aver trovato la prova del di lei adulterio in un messaggio scoperto dal servitore Ubaldo: per vendicarsi, informa Nello che potrà verificare l’infedeltà della consorte recandosi presso il luogo di un appuntamento notturno. In realtà Pia si incontra con il guelfo Rodrigo, suo fratello, che ella ha aiutato a evadere dal carcere dei ghibellini comandati da Nello. Rodrigo riesce a fuggire e la donna, creduta colpevole, viene condannata dal marito a una perpetua prigionia in un castello della Maremma.
Atto secondo. Qui Ghino, che le offre inutilmente la libertà in cambio del suo amore, apprende la sua innocenza e si pente. Ferito mortalmente, Ghino incontra Nello, che è stato sconfitto dai guelfi in battaglia. Il marito si precipita da Pia, ma il servo Ubaldo la ha appena avvelenata secondo le sue disposizioni. La protagonista muore dopo aver evitato che Rodrigo uccida Nello, che ella giustifica e perdona.

Con Rossini a Parigi e Bellini morto nel 1835, Donizetti rimaneva, con Mercadante, la punta del teatro musicale italiano dell’epoca, ma la genesi di questa 52esima opera di Donizetti è tra le più travagliate. Nel 1836 Donizetti stava seguendo le prime recite della sua ultima opera per il San Carlo, L’assedio di Calais, quando un’epidemia di colera colpisce il centro-sud dell’Italia e il compositore si deve imbarcare per Genova dove resta quasi tre settimane in quarantena e dove gli giunge notizia che La Fenice, in cui si sarebbe dovuta rappresentare la prevista Pia de’ Tolomei, era stata distrutta dal fuoco – non il primo e non l’ultimo incendio di questo teatro.

L’opera fu trasferita dunque in un’altra sala veneziana, l’Apollo ex Teatro San Luca, dove debuttò il 18 febbraio 1837. Secondo la “Gazzetta”: «L’opera del Donizzetti [sic] ebbe un esito buono, ma non d’entusiasmo, e alcuni pezzi musicali sono piaciuti più ancora alla seconda che alla prima rappresentazione. Ciò però che certo non è piaciuto è il finale [dell’atto primo], in cui non si riconobbe la solita vena del Donizzetti. Ora si dice che innanzi di partire il chiaro e fecondo maestro cambierà questo final disgraziato».

Oltre agli inevitabili assestamenti durante il corso delle repliche, l’opera subì almeno tre diversi importanti interventi nel tempo, rendendo problematica la scelta della versione. Nel 2005 comunque l’opera di Donizetti approda per la prima volta finalmente al teatro per cui era originariamente destinata nella edizione critica di Giorgio Pagannone della Fondazione Donizetti.

Il palcoscenico è diviso per la lunghezza da un doppio scalino e schermi scorrevoli e stendardi che scendono dall’alto con stampate lettere e parole in caratteri bodoniani graficamente eleganti costituiscono la scenografia di Thierry Leproust. Il regista Christian Gangneron è troppo impegnato a schierare il coro in armature e alabarde in pugno in gruppi simmetrici di fronte, di profilo, di spalle per occuparsi del lavoro attoriale sui cantanti maschi, che infatti si piazzano a gambe larghe in proscenio e raramente interagiscono fra di loro. Paolo Arrivabeni sul podio offre una prestazione incolore e senza vita della partitura e non sempre trova il giusto equilibrio tra buca, cantanti e coro.

Come protagonista titolare Patrizia Ciofi fa tutto bene quel che fa, ma è sempre un po’ la prima della classe e non commuove veramente. Il baritono Andrew Schroeder ha una limitata paletta di colori nel timbro ma delinea comunque un convincente Nello. Bello il timbro del tenore porteño Darío Schmunk, Ghino, arrivato però affaticato al secondo atto. Ruolo en travesti quello di Rodrigo, affidato a una sicura Laura Polverelli. Nell’ingrata parte di Ubaldo un giovane e promettente Francesco Meli.

Un esauriente saggio sulla genesi dell’opera è contenuto nell’opuscolo allegato. Tre tracce audio e sei lingue per i sottotitoli.

Lucio Silla

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Wolfgang Amadeus Mozart, Lucio Silla

★★★☆☆

Milano, Teatro alla Scala, 19 marzo 2015

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«Più dittator non sono, son vostro uguale»

Nel caso di Wolfgang Amadeus Mozart i parametri usuali non valgono più: per qualunque altro compositore l’opera di un sedicenne sarebbe considerata una curiosità o al più un grezzo componimento in cui ricercare i semi dei lavori successivi, invece  l’opera andata in scena il 26 dicembre 1772 al Teatro Ducale milanese ha già, pur nella staticità del modello metastasiano, le stigmate del dramma mozartiano.

«Son note nell’istoria le inimicizie di Lucio Silla, e di Mario. È palese altresì il modo con cui il primo trionfò del suo emulo. Non può a Silla negarsi il vanto di gran guerriero felice in tutte le sue marziali intraprese. Ma co’ la crudeltà, coll’avarizia, co’ la volubilità, e co’ le dissolutezze adombrò la gloria del proprio valore». Così nell'”argomento” scrive il librettista. Nel 79 a.C. il patrizio Lucio Cornelio Silla diventa dittatore di Roma e acerrimo nemico del console Caio Mario e dei suoi seguaci.

Atto I. Cecilio, un senatore romano esiliato da Silla, ritorna in patria e viene informato dall’amico Cinna che la sua promessa sposa Giunia, figlia di Mario, si trova nella casa di Silla. Questi, per indurre la donna a sposarlo, la convince che Cecilio è morto. Giunia respinge Silla e sulla tomba del padre incontra Cecilio.
Atto II. Aufidio, tribuno romano, consiglia Silla di ottenere l’appoggio del Senato per convincere Giunia a sposarlo. Cinna, al quale Silla ha promesso in sposa la sorella Celia, riesce a convincere Cecilio di non uccidere il dittatore proponendo a Giunia di assecondare le nozze con Silla per poterlo uccidere al momento propizio. Ma Giunia rifiuta pubblicamente le nozze e minaccia di suicidarsi. Cecilio arriva in suo soccorso ed entrambi vengono imprigionati.
Atto III. Celia, convinta da Cinna, ottiene dal fratello di far incontrare Cecilio e Giunia, la quale si dichiara pronta a morire con l’amato. Alla fine Silla decide di liberare Cecilio e consente alle nozze di questi con Giunia e di Cinna con sua sorella. Poi rinuncia alla dittatura e libera i prigionieri politici.

Dopo l’iniziale lungo oblio, l’opera ha avuto recentemente molte riprese (1980 a Zurigo, 1985 Bruxelles, 1991 Vienna, 2006 Venezia e 2013 Barcellona, per indicarne solo alcune) e ora ritorna per la seconda volta alla Scala (la prima volta fu nel 1984 con la regia di Chéreau) con la direzione di Marc Minkowski, una garanzia per questo tipo di repertorio, ma sorpresa: oltre ai tagli ai recitativi e l’eliminazione di alcune arie è stata cassata anche una parte, quella di Aufidio, tenore, tribuno amico di Silla, disequilibrando ancora di più la preponderanza femminile rispetto a quella maschile. La grande disponibilità poi di voci di contraltista oggi non spiega l’utilizzo di mezzosoprani en travesti nelle parti ricoperte in origine da castrati, per lo meno per il ruolo di Cecilio portato sulla scena del Teatro Ducale dal Rauzzini.

Il taglio di tre pezzi del secondo atto è stato parzialmente compensato dall’introduzione invece di un’aria concertante nel terzo atto: «Se al generoso ardire» con accompagnamento di corno, fagotto e oboe solisti, tratta dal Lucio Silla di Johann Christian Bach. Più che decimati invece i recitativi.

La compagnia di canto non presenta punte di eccellenza. Silla è sostenuto dalla voce chiara di Krešimir Špicer, eccellente nei recitativi (la sua esperienza monteverdiana è certamente servita), ma debole nelle arie e negli acuti. La Giunia di Lenneke Ruiten ha mostrato subito certi limiti e il loggione alla fine non si è trattenuto dal far sentire il suo piccolo dissenso. Marianne Crebassa, Cecilio, si è dimostrata invece la migliore del cast per sicurezza di emissione, anche se con un vibrato talora eccessivo. Spigliata e dalle agilità precise La Celia maliziosa di Giulia Semenzato. Meno efficace invece il Cinna di Inga Kalna.

Tesa e brillante la direzione di Minkowski in questo suo debutto scaligero e fedele al modello gluckiano cui sembra voler tendere il giovane compositore.

Il regista Marshall Pynkoski costruisce uno spettacolo estremamente tradizionale che non cerca nessunissima attualizzazione e si affida all’eleganza dei costumi di Antoine Fontaine (quella di Vattel e di Marie Antoinette al cinema, per intenderci) per rifare un settecento impeccabile ma senza sorprese. In questa lettura è forse da spiegare la gestualità enfatica dei cantanti, sottolineata spesso da movimenti coreografici insopportabili e stucchevoli – si deve per forza utilizzare il corpo di ballo della Scala? Viva i teatri che non ne hanno uno se il risultato è questo. Belle invece le scenografie lignee, sempre  di Antoine Fontaine, con sullo sfondo paesaggi di rovine italiche. L’allestimento non fa che sottolineare la staticità del libretto di Giovanni de Gamerra, in cui non succede praticamente nulla e manca una qualsivoglia evoluzione dei personaggi e non è da intendere tale la trasformazione in extremis del tiranno che, come nella Clemenza di Tito, trionfa esibendo il suo perdono.

  • Lucio Silla, Equilbey/Cosentino, Parigi, 23 aprile 2016
  • Lucio Silla, Manacorda/Kratzer, Bruxelles, 7 novembre 2017

TEATRO DELLA PERGOLA

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Teatro della Pergola

Firenze (1656)

990 posti

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In principio era il Cocomero, perché proprio nel Teatro del Cocomero avevano eletto domicilio quelli della Compagnia detta “dei Concordi”, formata da nobili fiorentini sotto la guida del principe Lorenzo de’ Medici e diventata poi “degli Immobili”, che ritennero però quella struttura angusta. Nel 1652, là dove era il bel pergolato di un tiratoio dell’Arte della lana, posero la prima pietra del futuro edificio, su progetto di Ferdinando Tacca, che venne inaugurato nel 1656 come teatro di corte con l’opera buffa Il podestà di Colognole di Giovanni Andrea Moneglia e facendo del Teatro della Pergola il più antico teatro europeo ancora funzionante.

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Un primo ammodernamento fu dovuto all’architetto Filippo Sengher che rinnovò il soffitto e aggiunse un primo ordine di palchi, esigenza dettata dalla proverbiale litigiosità delle famiglie fiorentine che dovevano sì «andare a teatro, ma in spazi separati». A testimonianza di questa maliziosa ipotesi rimangono nell’atrio del teatro alcuni degli stemmi lignei che identificavano, sulla porta dei palchi, la proprietà di ciascuna famiglia. Attualmente sono solo due i palchi di proprietà: il numero 1 del primo ordine, rimasto agli ultimi eredi degli Immobili, e il 25 sempre del primo ordine, riservato al direttore del teatro.

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Nel 1718 il teatro diventa pubblico, aperto cioè ai paganti. Un altro intervento nel 1775 del Mannaioni trasforma  le sue strutture lignee in murarie e porta il numero di palchi a 84 mentre Antonio Galli Bibbiena affresca il soffitto. Nel 1810 diventa Teatro Imperiale e Bellini, Donizetti e Verdi dirigono qui le loro opere. Quest’ultimo vi fa debuttare il suo Macbeth. Insieme al grande palcoscenico e alla platea altra caratteristica distintiva della Pergola è l’inimitabile acustica, che la rende perfetta per ospitare la musica e esalta le doti di voce degli attori più grandi ed è in gran parte dovuta alla pianta a ferro di cavallo. Il sipario storico si deve a Gaspare Martellini e raffigura il trionfo del Petrarca in Campidoglio. Attualmente il teatro ospita una stagione di prosa, essendo la stagione lirica trasferita al  più capiente e moderno Comunale.

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STAATSOPER

Vienna

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Vienna (1869)

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L’allora Hofoper (Opera di Corte) fu uno dei primi edifici a sorgere sul Ring, l’arteria monumentale costruita da poco e che cingeva la città vecchia quale fondo di espansione urbana. La costruzione, in stile neorinascimentale, degli architetti August Sicard von Sicardsburg e Eduard van der Nüll fu inaugurata col Don Giovanni di Mozart il 25 maggio 1869 alla presenza di Francesco Giuseppe I d’Austria ed Elisabetta di Baviera, la Principessa Sissi dei film diretti negli anni cinquanta da Ernst Marischka.

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A cavallo del secolo alla direzione musicale del teatro fu Gustav Mahler (1897-1907). Nel 1945, il teatro venne quasi completamente distrutto da un bombardamento americano. La sezione frontale, che era stata murata per precauzione, rimase intatta, così come il foyer, con gli affreschi di Moritz von Schwind, lo scalone principale, il vestibolo e la sala da tè. Sala e palcoscenico furono però distrutti dalle fiamme insieme a quasi tutto l’arredamento e oggetti di scena per più di 120 opere con circa 150.000 costumi.

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La sua riapertura nel 1955 fu celebrata con il Fidelio di Beethoven diretto da Karl Böhm con Martha Mödl ed Anton Dermota, trasmessa nella prima diretta della televisione austriaca ORF. Adesso la Haus am Ring simboleggia soprattutto la fama di Vienna come metropoli della musica con la sua ricca stagione operistica e sinfonica.

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