Mese: marzo 2015

TEATRO CARLO FELICE

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Teatro Carlo Felice

Genova (1991)

2000 posti

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Nel 1825 venne indetto un concorso per il disegno di un nuovo teatro dell’opera. La costruzione avvenne su un terreno che in passato aveva ospitato un convento che era stato successivamente abbattuto. Il teatro venne inaugurato il 7 aprile 1828, alla presenza dei sovrani del Regno di Sardegna, Carlo Felice e Maria Cristina di Savoia, con una serata di gala che iniziò con l’Inno Reale di Donizetti seguito dalla rappresentazione dell’opera di Vincenzo Bellini Bianca e Fernando su libretto del genovese Felice Romani. Gli applausi più fragorosi, dicono le cronache, andarono però alla danzatrice Elisa Vacque-Moulin nel balletto inserito fra i due atti dell’opera. La stagione proseguì poi con lavori di Rossini, Donizetti (Alina, Regina di Golconda) e Morlacchi (Colombo).

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Nel Nuovo Teatro Carlo Felice nel 1852 viene inaugurata l’illuminazione a gas, e nel 1892, per le celebrazioni colombiane, l’illuminazione elettrica. I bombardamenti della seconda guerra mondiale avevano distrutto i solai e le parti in carpenteria del teatro. Erano rimasti i muri perimetrali e, con qualche accorgimento improvvisato, lo si era ancora riuscito a utilizzare per alcune rappresentazioni (in una delle quali aveva cantato Maria Callas). Era stato quindi deciso, dalla municipalità, che la città dovesse rifare in toto il suo teatro, per cui, nel 1946, venne bandito un concorso di architettura. Il primo premio fu assegnato, nel 1950, al progetto del gruppo di Paolo Antonio Chessa. Nel 1951 questi consegnò il progetto esecutivo. Tale progetto non fu mai eseguito e, nel 1963 definitivamente accantonato, affidando l’incarico a Carlo Scarpa, architetto di fama internazionale. Scarpa portò avanti un progetto nell’arco di molti anni, elaborando diverse soluzioni e giungendo ad un progetto definitivo nel 1977, ma morì accidentalmente nel 1978 e, anche se il suo progetto fu approvato nel 1979, la sua idea non giunse mai alla realizzazione. Nel frattempo ciò che rimaneva dell’antico teatro venne demolito, lasciando in piedi il pronao neoclassico e i portici del perimetro esterno; tali elementi sono stati in seguito preservati.

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Nel 1981 fu bandito un altro concorso-appalto a due fasi. Il concorso si concluse nel 1984 e fu vinto dalla ditta Mario Valle s.p.a. di Arenzano, con il progetto degli architetti Aldo Rossi, Ignazio Gardella, Fabio Reinhart. Il progetto proponeva la ricostruzione, quasi letterale, del volume esterno prospiciente la piazza, mentre ipotizzava una immensa torre, quasi il doppio del volume barabiniano, nel lato posteriore. Tale torre doveva contenere il palco, e le relative macchine di scena, i camerini e le sale di prova. La scena era pensata per allestire quattro scenografie contemporaneamente, con una piattaforma mobile. La sala era a cavea. Questa volta il progetto, che venne sviluppato al livello esecutivo, ebbe corso e il 7 aprile 1987 fu posata la prima pietra del nuovo teatro. Nel 1991 la struttura venne nuovamente inaugurata. Il nuovo teatro recuperava, come detto, ciò che rimaneva delle antiche strutture mentre risultava del tutto nuovo negli interni. Vincitore del concorso per il grande sipario, con l’opera “Viva Schönberg”  è stato Giovanni Ceccarelli, in arte Nerone, utilizzando alluminio, rame, ottone, peltro, argento e oro.

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Raimondo Sirotti firma gli arazzi che irrompono con forza cromatica nell’algido foyer. Eseguiti dallo storico laboratorio Pinton di Aubusson gli arazzi riproducono una reinterpretazione contemporanea e suggestiva di due dipinti ora custoditi nel Museo dell’Accademia Ligustica di Belle Arti: La Pastorale del Grechetto e il Paradiso di Bernardo Strozzi .

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METROPOLITAN OPERA HOUSE

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Metropolitan Opera House

New York (1966)

3995 posti

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Il primo Metropolitan Opera House era situato tra la 39ª e la 40ª Strada a Broadway. L’edificio venne progettato dall’architetto J. Cleaveland Cady, che aveva scelto per l’esterno un aspetto tipicamente industriale caratterizzato dai mattoncini gialli delle facciate.  Il teatro venne inaugurato il giorno 22 ottobre dell’anno 1883 con il Faust di Gounod in italiano. Il teatro fu completamente distrutto da un incendio nove anni dopo, il 27 agosto 1892. La costruzione del nuovo teatro, nello stesso luogo di quello precedente, fu affidata agli architetti John Merven Carrère e Thomas Hastings. Il nuovo teatro venne aperto nel 1903 e nel 1906 venne installato il sipario caratterizzato dal suo colore oro. Nel 1940 la sala subì alcuni cambiamenti che la portarono fino alla capienza di 3.625 persone sedute e 244 in piedi. Deciso di costruire un nuovo teatro nell’area del Lincoln Center, il vecchio teatro venne chiuso con una serata di gala il 16 aprile 1966. L’edificio originale, non avendo ottenuto lo status di monumento fu abbattuto nel 1967. Il nuovo Metropolitan Opera House venne aperto al pubblico per la prima volta l’11 aprile 1966 con la messa in scena de La fanciulla del West di Puccini. L’inaugurazione ufficiale avvenne il 16 settembre, con la prima assoluta di Antony and Cleopatra di Samuel Barber.

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Il Metropolitan Opera House è uno degli edifici che compongono il Lincoln Center for the Performing Arts e costituisce l’edificio fondale della Lincoln Center Plaza. L’edificio, progettato dall’architetto Wallace K. Harrison, è rivestito in travertino bianco; la facciata principale, rivolta verso est, è abbellita da cinque grandi archi poggianti su pilastri quadrangolari. Nella sala del teatro, possono trovare posto 3.800 persone sedute e 195 in piedi. Il proscenio è un quadrato di 16 metri di lato e il sipario principale è damascato d’oro ed è il più grande del mondo. Il palcoscenico è altamente meccanizzato, questo permette ogni settimana la rappresentazione di sette spettacoli di 4 o 5 produzioni differenti. Il teatro ospita una stagione tra le più ricche al modo con circa 200 rappresentazioni e una trentina di opere in cartellone ogni anno.

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Il foyer è caratterizzato dallo scalone che collega i vari piani dell’edificio e da 11 lampadari in cristallo raffiguranti le costellazioni.

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L’atrio custodisce due murales opera di Marc Chagall, entrambi di 9,1 m x 11. Essi raffigurano Il trionfo della Musica (parete di sinistra) e Le fonti della musica (parete di destra).

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SLOTTSTEATER

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Slottsteater

Drottningholm (1766)

400 posti

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I lavori per il teatro del castello di Drottningholm (Stoccolma) iniziarono alla fine del XVII secolo con l’architetto Nicodemus Tessin padre e terminarono con Nicodemus Tessin figlio. L’interno fu decorato in un sontuoso stile barocco, ma in seguito prevalse il più raffinato stile francese. Distrutto da un incendio nel 1762 fu riaperto nel 1766 da Carl Fredrik Adelcrantz per la Regina Lovisa Ulrika. La decorazione interna è realizzata con una miscela di stucco, cartapesta e pittura. Le macchine originali di scena, progettate dall’italiano Donato Stopani, sono ancora perfettamente funzionanti e comprendono una macchina del tuono, una macchina per le onde e una sedia volante, effetti spesso utilizzati nelle produzioni moderne.

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Nel 1920 il teatro è stato restaurato introducendo una illuminazione luce elettrica che imita la luce delle candele. Nel 1991 il teatro, il castello, il Padiglione cinese e il parco sono diventati i primi siti svedesi a diventare patrimonio dell’UNESCO.

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Ingmar Bergman aveva previsto l’utilizzo del teatro per la sua versione cinematografica del Flauto magico (1975) con cui intendeva ricreare la produzione originale al  Theater auf der Wieden di Vienna, ma data la fragilità del teatro si preferì ricostruirlo fedelmente negli studi cinematografici del Filmhuset di Stoccolma..

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ROYAL OPERA HOUSE

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Royal Opera House “Covent Garden”

Londra (1858)

2260 posti

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L’edificio originario, risalente al 1732, nacque come Her Majesty’s Opera House. Adibito a teatro di prosa, all’inizio prese il nome semplicemente dal luogo in cui sorgeva, ossia Covent Garden, e tutt’oggi è ancora possibile sentirlo chiamare in tal modo.  Il nome di Royal Opera House gli fu dato nel 1892.

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L’attuale edificio è il terzo a causa degli incendi che il teatro ha subito. Il 19 settembre 1808 un primo  incendio distrugge il teatro. L’edificio fu ricostruito una prima volta il 18 settembre 1809 e, sin dall’inizio, vi furono messe in scena prevalentemente opere di tradizione italiana. Dopo dei lavori di ristrutturazione viene riaperto il 6 aprile 1847 come Royal Italian Opera con la Semiramide di Rossini. L’edificio venne nuovamente distrutto da un incendio nel 1856 e rimpiazzato dalla struttura attuale nel giro di due anni riaprendo il 15 maggio 1858 con Les Huguenots di Meyerbeer. La facciata, il foyer e l’auditorio risalgono al 1858, ma gli altri elementi della complessa costruzione sono degli anni 1990.

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Al complesso è stato aggiunto un nuovo teatro studio, il Linbury, così come ulteriori spazi per il pubblico, come l’annessa vecchia Floral Hall, che era stata usata come magazzino degli scenari prima del restauro. Ora il complesso è tra i più tecnicamente avanzati in Europa e ospita una delle maggiori stagioni di opera e balletto  del mondo.

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THÉÂTRE ROYAL DE LA MONNAIE

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Théâtre Royal de la Monnaie

Bruxelles (1856)

1700 posti

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Koninklijke Muntschouwburg (de Munt) in fiammingo o Théâtre Royal de la Monnaie (la Monnaie) in francese hanno il significato di Teatro Reale della Zecca. L’attuale edificio è il terzo teatro costruito su quel sito. Il prospetto risale al 1818 ma è stato ristrutturato nel 1856 e poi ancora nel 1986. Il foyer e la sala sono stati costruiti nel 1856, ma quasi tutti gli elementi dell’attuale struttura sono stati rinnovati negli anni ottanta. Il primo teatro pubblico permanente per l’opera di Bruxelles venne costruito fra il 1695 ed il 1700 dagli architetti veneziani Paolo e Pietro Bezzi, a seguito di un piano di ricostruzione successivo al bombardamento di Bruxelles del 1695 da parte dell’esercito francese di Luigi XIV. Esso venne costruito sul sito della vecchia zecca di Stato e il nome di questo sito rimase collegato al teatro per i secoli a venire. Napoleone, in visita a Bruxelles, giudicò il vecchio Teatro in condizioni troppo cattive per uno dei maggiori teatri dell’Impero. Egli diede ordine di ricostruire il teatro in stile più monumentale, degno di una delle città più importanti dell’Impero, ma nulla fu fatto durante il suo regno. Finalmente il progetto andò in porto sotto gli auspici del nuovo Regno Unito dei Paesi Bassi ed il vecchio edificio venne demolito nel 1818.

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Il vecchio teatro venne sostituito da un nuovo edificio in stile neoclassico, disegnato dall’architetto francese Louis Damesme. De Munt avrebbe giocato un ruolo preminente nella formazione del Regno del Belgio. L’opera La muta di Portici di Daniel Auber venne programmata nell’agosto 1830, dopo che era stata vietata da re Guglielmo II per il suo contenuto incitante alla rivolta. Alla rappresentazione di quest’opera, la sera del 25 agosto 1830, si scatenò una rivolta che costituì la scintilla che fece scattare la rivoluzione belga, che condusse poi all’indipendenza del Belgio. L’edificio del Damesme continuò ad essere utilizzato per oltre un ventennio come maggior teatro d’opera del Belgio, prima che venisse raso al suolo da un pauroso incendio, avvenuto il 21 gennaio del 1855, che lasciò in piedi soltanto le pareti esterne e la facciata. Dopo l’incendio del gennaio 1855 il teatro venne ricostruito, su disegno di Joseph Poelaert, nel giro di quattordici mesi. La sala, con 1.200 posti, ed il foyer vennero decorati nell’allora popolare stile eclettico, una mistura di neo-barocco, neo-rococo e neo-rinascimentale. Il nuovo teatro aprì il 25 marzo 1856 con l’opera Jaguarita l’Indienne di Fromental Halévy.

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A seguito di un difetto nella costruzione delle fondazioni si rese subito necessario un intervento sui lavori di Poelaert. Seguirono poi alcuni lavori all’inizio del XX secolo e intorno agli anni cinquanta venne realizzato un nuovo edificio scenico. Nel 1985 fu deciso un rinnovamento generale del teatro. Venne innalzato il tetto di quattro metri, e allungato il palcoscenico al di fuori dell’area dell’edificio. I colori della sala, fra i quali primeggiava il rosso e l’oro, rimasero pressoché identici. Gli affreschi del soffitto vennero rimossi per essere restaurati e rimessi in sito soltanto nel 1999. Essi vennero sostituiti da una copia temporanei dai colori molto più brillanti dipinta direttamente sul soffitto di stucco. La sala d’ingresso ed il grande scalone subirono un rifacimento integrale, anche se con caratteristiche originali come il monumento di Paul Dubois del direttore musicale Dupont (1910) ed un numero di dipinti monumentali (1907-1933) di Emile Fabry, che vennero mantenuti. L’architetto Charles Vandenhove di Liegi realizzò una nuova concezione architettonica per l’ingresso nel 1985-86. Egli chiese a due artisti americani di dare il loro contributo: Sol Lewitt disegnò un pavimento in marmo bianco e nero, mentre Sam Frencis dipinse un triptych montato al soffitto. Vandenhove disegnò anche una nuova decorazione interna per il Salon Royal, una stanza di ricevimento connessa al palco reale. Per questo progetto collaborò con l’artista francese Daniel Buren. Con una capienza elevata a 1.700 posti il teatro venne inaugurato il 12 novembre 1986 con l’esecuzione della Sinfonia No. 9 di Beethoven. Negli ultimi tre decenni la de Munt/la Monnaie ha guadagnato la reputazione di uno dei maggiori teatri d’opera d’Europa, grazie al lavoro dei direttori che si sono succeduti, ovvero Gérard Mortier, Bernard Foccroulle ed il direttore musicale Antonio Pappano.

TEATRO REGIO

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Teatro Regio

Parma (1829)

1090 posti

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La duchessa Maria Luigia (del Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla) e sostenitrice della grande tradizione musicale decise che il teatro Farnese era inadeguato alle esigenze della città. Nacque così, sul terreno già appartenuto al monastero di S. Alessandro e su progetto dell’architetto di corte Nicola Bettoli, il Nuovo Ducale Teatro, da 1.800 posti, la cui costruzione iniziò nel 1821 e si concluse dopo otto anni. Fu inaugurato con scarso successo il 16 maggio 1829, con l’opera Zaira appositamente composta da Vincenzo Bellini, in presenza della Duchessa. Nell’Ottocento la sala grande del teatro presentava delle sostanziali differenze rispetto alla struttura attuale: il palcoscenico si spingeva per qualche metro all’interno della sala nel luogo che oggi è riservato all’orchestra, che a quel tempo occupava la zona designata per le prime file della platea. Nel 1847, con la morte di Maria Luigia e con il passaggio sotto il ducato dei Borboni, il teatro cambia nome, nel 1849 Teatro Reale e poi dal 1860 Teatro Regio.

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Nel 1853 vennero attuate da Carlo III di Parma delle opere di rifacimento, affidate a Girolamo Magnani. Il soffitto del teatro fu decorato da Giovan Battista Borghesi con figure dei più grandi drammaturghi, quali Seneca, Goldoni, Alfieri, Euripide, Plauto, Aristofane e Metastasio. Lo stesso artista dipinse sul sipario l’allegoria Trionfo della Sapienza, rappresentazione del governo di Maria Luigia, la cui figura appare nell’immagine centrale di Minerva. L’illuminazione è assicurata da un enorme lampadario del peso di 1.100 kg, che fu fabbricato a Parigi e poi portato a Parma nella seconda metà dell’Ottocento. Oltre a questo sono presenti piccoli lampadari in corrispondenza di ogni palco. La luminosità è crescente verso la platea e regolabile linearmente in intensità così da attribuire suggestivi effetti di illuminazione.

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Una scalinata porta alla Sala del Ridotto, dov’era il trono di Maria Luigia, che poteva accedervi direttamente dalle stanze del Palazzo Ducale. Questo è attualmente sede di piccoli concerti e rappresentazioni soliste e decorato con affreschi di Giovan Battista Azzi ed Alessandro Cocchi per la volta, nonché di fregi sulle pareti di Stanislao Campana.

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Il Teatro Regio di Parma è considerato uno tra i più importanti teatri di tradizione in Italia grazie alla qualità dei suoi allestimenti, la notorietà dei cantanti e dei direttori d’orchestra. Sebbene non sia così internazionalmente conosciuto come La Scala di MilanoLa Fenice di Venezia, viene considerato uno dei veri rappresentanti della tradizione operistica italiana.

TEATRO MUNICIPALE VALLI

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Teatro Municipale Valli

Reggio Emilia (1857)

1150 posti

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L’imponente fabbrica del Teatro Municipale copre un’area di quasi quattromila metri quadrati e sorge su una delle più importanti piazze cittadine, sulla quale si affacciano l’altro teatro cittadino, il Teatro Ariosto, la Galleria San Rocco e i Giardini Pubblici. L’edificio teatrale è stato costruito negli anni 1852-1857. Presenta una facciata neoclassica su due ordini con colonne tuscaniche in granito al piano terra e paraste ioniche al primo piano. Sulla trabeazione sono poste statue allegoriche. La sala interna si presenta come un tradizionale teatro d’opera italiano, con pianta a ferro di cavallo,  quattro ordini con 106 palchetti, il palco reale e una loggia. La sala aveva una capacità media di 1.609 spettatori (oggi ridotti a 1.150). Il teatro fu inaugurato il 21 aprile 1857 con l’opera Vittor Pisani del musicista Achille Peri.

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Nella sala che ha forma ellittica prevalgono il bianco e l’oro. I dipinti allegorici del soffitto, da cui pende il lampadario di cristallo, sono opera di Domenico Pellizzi, artista reggiano, con allegorie del melodramma, della commedia, della tragedia e infine della coreografia. Il sipario fu dipinto da Alfonso Chierici che vi espresse II Genio delle Arti che loro addita i più chiari uomini d’Italia perché in essi si inspirino e risorgano. Nel cartone il pittore aveva alluso all’Italia, ma il duca, non apprezzando il riferimento risorgimentale, fece dipingere un genio con la fiaccola rivolta verso il basso. Il lato sinistro del palcoscenico ospita il pregevole organo Montesanti del 1815.

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L’atrio ha forma di ottagono allungato, con colonne e decori, fra cui le dodici Baccanti della volta (opera di Giuseppe Ugolini) e medaglie con putti a chiaroscuro (del Magnani). I busti ai lati dell’ingresso rappresentano Cesare Pariati, scrittore melodrammatico e Francesco Fontanesi, rinnovatore della scenografia. Al sommo dello scalone che conduce al ridotto (dove aveva sede la Società del Casino, ora in Palazzo Tirelli) è il busto di Ludovico Ariosto di Ilario Bedotti. Dal 1980 il teatro è intitolato all’attore reggiano Romolo Valli.

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TEATRO NUOVO

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Teatro Nuovo “Giancarlo Menotti”

Spoleto (1864)

800 posti

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La struttura fu fortemente voluta dalla borghesia spoletina, che riteneva l’altro teatro all’italiana esistente (l’attuale Teatro Caio Melisso) troppo piccolo e obsoleto per l’epoca. I lavori furono in gran parte finanziati da Filippo Marignoli, mentre la progettazione dell’edificio fu affidata all’ingegnere marchigiano Ireneo Aleandri e, per creare lo spazio necessario ad ospitare il futuro teatro nel centro storico, furono demoliti una chiesa e un monastero. Il teatro fu inaugurato il 3 agosto del 1864. La sala è a ferro di cavallo, con quattro ordini di palchi e un loggione. L’ampiezza del boccascena misura 12,5 metri, mentre l’ampiezza del palcoscenico misura 25 metri. Le decorazioni furono curate dall’artista romano Luigi Masella. Il sipario fu dipinto da Francesco Coghetti e rappresenta Annibale sconfitto sotto le mura di Spoleto.

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Nella seconda metà degli anni novanta del XX sec. inizia l’opera di restauro: l’intera struttura è stata interessata da lavori di rifacimento della copertura, di adeguamento alle norme di sicurezza, di rifacimento di tutte le tipologie d’impianti tecnici presenti e del completo restauro delle decorazioni. L’ultima fase dei restauri ha comportato una chiusura della struttura per 3 anni, restituita alla cittadinanza solo nel 2007. Particolare rilevante del teatro è la straordinaria acustica della sala. Nel 2010 è stato ribattezzato Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti, in memoria del maestro librettista, compositore nonché fondatore del Festival dei Due Mondi.

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TEATRO CAIO MELISSO

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Teatro Caio Melisso

Spoleto (1880)

300 posti

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Il teatro ha sede in Piazza del Duomo ed è parte successiva (la costruzione risale al 1667) dell’edificio del Palazzo della Signoria, sorto nel 1419, su iniziativa dell’Accademia degli Ottusi. Era il primo teatro pubblico italiano, uno fra i più antichi teatri italiani, costruito su di una struttura interamente lignea, con quattro ordini di palchi, denominato “Nobile Teatro di Spoleto“. Nel 1751 viene arricchito di decorazione pittoriche, sipari e scene di pregevole fattura; Nicolò Jommelli mette in musica, espressamente per l’apertura, il melodramma Ipermestra di Pietro Metastasio; nel 1817 Gioacchino Rossini partecipa come suonatore di contrabbasso ad una rappresentazione della sua Italiana in Algeri; fa appena in tempo ad ammirare le belle decorazioni settecentesche prima che vengano in parte distrutte e in parte trafugate nel 1819 da ignoti restauratori fiorentini. L’inaugurazione del Teatro Nuovo nel 1864 segna la completa decadenza del “Nobile” e il suo abbandono, che tuttavia non dura a lungo perché appena dieci anni dopo il Comune ne decide il ripristino affidando l’incarico all’architetto spoletino Giovanni Montiroli.

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Tra il 1877 e il 1880 l’architetto Montiroli corregge la curvatura a ferro di cavallo della sala per migliorare la visibilità da parte del pubblico e fa costruire tre ordini di palchi, abbattendo le vecchie strutture in legno. Il pittore perugino Domenico Bruschi decora il plafone, con Apollo e nove Muse intercalate da lunette con composizioni floreali sovrastate da putti monocromi, e il sipario che ritrae l’Apoteosi di Caio Melisso (tempera su tela del 1879 raffigurante le arti e la poesia). Consegnato nel 1880 completamente rinnovato, viene intitolato a Caio Melisso,  bibliotecario di fiducia dell’Imperatore Augusto. Negli anni successivi accoglie i nomi più rappresentativi di quell’epoca: Emma Gramatica, Ruggero Ruggeri, Eduardo Scarpetta, Raffaele Viviani, Tito Schipa, Beniamino Gigli, Rosine Stoltz, Gemma Bellincioni, Elvira de Hildago, Conchita Supervia, ecc. Ma quando Gian Carlo Menotti arriva nel 1957 a Spoleto trova il teatro declassato al ruolo di cinematografo. Viene quindi ripristinato nel 1958 con una revisione completa delle sue strutture fondamentali, dall’architetto Roberto De Luca in occasione della prima edizione del Festival dei Due Mondi per volere dello stesso Maestro Gian Carlo Menotti; il 5 luglio 1958 viene inaugurato con l’opera Macbeth di Giuseppe Verdi.

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Un ulteriore consolidamento della struttura avviene negli anni ’80, nell’ambito del programma regionale di restauro dei teatri storici umbri. Con il restauro dei due preziosi sipari ottocenteschi, dell’apparato scenico e del foyer si è conclusa nel 2011 la sua completa messa in sicurezza ad opera della Fondazione Carla Fendi.

Anna Bolena

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★★★★☆

Trilogia Tudor, parte prima.

Prima opera della cosiddetta “Trilogia Tudor” e la più lunga delle tre (un’ora di musica in più rispetto alle altre due), Anna Bolena (1830) precede Maria Stuarda (1835) e Roberto Devereux (1837) nella sterminata produzione donizettiana. Titolo previsto per l’inaugurazione della stagione di Carnevale 1830-31 del Teatro Carcano di Milano, doveva fomentare la rivalità con l’altro compositore del bel canto, Vincenzo Bellini, scritturato per la Sonnambula. Stesso librettista (Felice Romani), stessi cantanti (la Pasta e il Rubini), quell’anno il Carcano eclissò il Teatro alla Scala nell’interesse dei milanesi.

Il Romani si era basato per il libretto sulle due opere di Alessandro Pepoli e di Ippolito Pindemonte sulla figura della seconda moglie di Enrico VIII. Nelle parole del librettista: «Enrico VIII, re d’Inghilterra, preso d’amore per Anna Bolena, ripudiò Caterina d’Aragona, sua prima moglie, e quella sposò; ma ben tosto di lei disgustato, e invaghito di Giovanna Seymour, cercò ragioni di sciogliere il secondo suo nodo. Anna fu accusata di aver tradita la fede coniugale, e complici suoi furono dichiarati il conte di Rochefort suo fratello, Smeton musico di corte, ed altri gentiluomini del re. Il solo Smeton confessossi colpevole, e su questa confessione Anna fu condannata al supplizio con tutti gli accusati. È incerto ancora s’ella fosse rea. L’animo dissimulatore e crudele di Enrico VIII fa piuttosto credere ch’ella era innocente. L’autore del melodramma si è appigliato a cotesta credenza come più acconcia ad un lavoro da rappresentarsi in teatro: per questo riflesso gli sia perdonato se in alcuna parte si discostò dall’istoria. Qual siasi l’orditura dell’azione ei non dice: sarà essa facilmente rilevata dal lettore».

Atto primo. Castello di Windsor, 1536. Enrico VIII è ormai stanco di Anna Bolena, la sua seconda moglie, e vorrebbe liberarsene con un pretesto per poter sposare Giovanna di Seymour. Anna, ancora ignara del suo destino, avverte attorno a sé silenzio e imbarazzo e cerca conforto proprio in Giovanna, che a sua volta, intuendo i disegni del re, è assalita dal rimorso e teme per la regina. Una canzone intonata da Smeton, paggio e musico della regina e di lei innamorato, commuove Anna che ripensa con nostalgia a Lord Riccardo Percy, il suo primo amore. Intanto Giovanna si incontra con re Enrico, dal quale apprende che egli desidera farla sua sposa e regina. Ai dinieghi e al crescente turbamento di Giovanna, il re replica rivelando di essere a conoscenza di un amore giovanile di Anna. Giovanna si augura che ciò non sia preludio a qualche tragico evento. Nel parco del castello, Rochefort, fratello di Anna, si è nel frattempo imbattuto proprio in Percy, graziato dal re e appena ritornato dall’esilio. Il giovane, che non ha mai dimenticato Anna, è tornato solo per rivederla. Sopraggiunge il re con Anna. Percy apprende così di essere stato graziato per intercessione della stessa regina. La reazione dei due antichi amanti, che nel rivedersi restano turbati, suscita il crudele divertimento del re, che finge grande benevolenza sperando in un pretesto per sbarazzarsi di Anna. Intanto, nell’appartamento di Anna, Smeton contempla con amore un ritratto della regina, che ha segretamente sottratto e che ora sta per riporre: al sopraggiungere di questa e di Rochefort si nasconde. Dopo un colloquio con il fratello, Anna rimane sola e si pente di avere ceduto al desiderio di rivedere il suo antico amore. Sopraggiunge Percy che, intuendo l’infelicità di Anna e l’odio di Enrico per lei, le chiede apertamente di cedere ai sentimenti di un tempo. Quando Anna rifiuta e lo supplica di partire, Percy, disperato, sguaina la spada per uccidersi. Smeton, che ha assistito al segreto colloquio e che crede minacciata la regina, interviene. Sopraggiunge il re, che davanti ai cortigiani e alle dame accusa Anna di adulterio; nell’ansia di scagionare la regina, Smeton ne lascia cadere il ritratto. Di fronte a una prova che a tutti appare inconfutabile, Enrico ordina l’arresto di Anna, Percy, Rochefort e Smeton.
Atto secondo. Mentre in carcere Anna affronta il dolore dell’ingiustizia subita, Seymour è in preda all’angoscia e al rimorso. Si incontra in segreto con la regina per consolarla e tentare di salvarla: se ammetterà il tradimento sarà graziata. Di fronte allo sdegnato rifiuto della regina, Giovanna rivela incautamente che il re ama un’altra donna. Anna si adira e Giovanna si smarrisce sempre più fino a svelare tra le lacrime di essere la nuova favorita del re. Commossa da tanto strazio, la regina perdona e consola la rivale. Intanto, convinto di salvare così la vita di Anna, il giovane Smeton si accusa di esserne stato l’amante offrendo finalmente a Enrico il pretesto per una condanna. In un drammatico confronto, Percy rivela al re che Anna è stata sua sposa e reclama i suoi diritti, ricusando qualsiasi pretesa accusa di tradimento da parte del re. Enrico comprende che Percy tenta di far cadere così l’accusa di adulterio nei confronti di Anna e affida il loro giudizio al Consiglio dei Pari. Mentre si attende il verdetto, Giovanna incontra il re e lo scongiura di graziare Anna poiché il rimorso la spingerebbe a lasciarlo, nonostante lo ami; Enrico, tuttavia, appreso che il Consiglio dei Pari ha ratificato la condanna di Anna, non si pronuncia e congeda Giovanna. Intanto nelle prigioni della Torre di Londra, Hervey, ufficiale del re, comunica a Percy e a Rochefort che Enrico intende graziarli ma che persegue nel proposito di riservare la pena capitale alla regina. Indignati, i due nobili scelgono entrambi di seguire Anna al supplizio. Mentre si odono i cannoni che festeggiano le nozze tra Enrico e Giovanna di Seymour, Anna alterna momenti di lucidità e di delirio e rivive il matrimonio con il re, l’amore giovanile per Percy e si strugge per la morte degli innocenti. Poi, invocando sulla coppia regale il perdono divino, muore.

Tragedia lirica in due atti, Anna Bolena è uno dei massimi vertici della produzione del bergamasco che in poco più di un mese – aveva ricevuto il libretto il 30 novembre e l’opera doveva andare in scena il 26 dicembre! – e servì ad accreditare Donizetti come uno dei maggiori talenti dell’epoca. L’opera è ancora considerata un evento eccezionale nella carriera del musicista e tappa fondamentale nell’evoluzione del suo stile che da quel momento si stacca completamente dalla tradizione rossiniana verso soluzioni molto personali. Grazie anche alla qualità del libretto, il lavoro ha una coesione e una coerenza drammaturgica inedite, nonostante il metodo dell’autoimprestito che anche in questo caso ha portato Donizetti a utilizzare numeri di opere precedenti. (1) La protagonista prefigura la Lucia di Lammermoor di cinque anni dopo, e non solo per la analoga scena della pazzia del secondo atto, ma per la complessa psicologia del personaggio.

Quasi uscita di repertorio dopo circa vent’anni dal debutto, dovette aspettare ancora una volta Maria Callas (2) per ritornare trionfalmente sulle scene della Scala un secolo dopo, nel 1957, con la regia di Luchino Visconti e la direzione di Andrea Gavazzeni, che però effettuò consistenti tagli all’opera. Da allora Anna Bolena è invece eseguita nella sua integrità, così come avviene nel 2011 alla Staatsoper di Vienna con la star del momento, la russa Anna Netrebko, affiancata nel ruolo della rivale Giovanna Seymour, da un’altra diva “venuta dal freddo”, la lèttone Elīna Garanča. Al suo debutto nel ruolo, la Netrebko non è forse una perfetta belcantista, ma la sua padronanza vocale e l’intensità drammatica che infonde nel personaggio sono strabilianti. Più fredda, ma tecnicamente ineccepibile, la talentuosa e avvenente Garanča dagli acuti luminosi e dal caldo registro basso. Come al solito impacciato come attore Francesco Meli, nel ruolo che fu del Rubini, ha dalla sua la bellezza del timbro e la “italianità” dello stile. Ildebrando D’Arcangelo fa di Enrico VIII un personaggio fisicamente molto più attraente di quanto lo fosse in realtà, ma il suo tono vocale stentoreo, se non addirittura berciante, certo non aiuta a rendere più accettabile il suo odioso personaggio. Accurata la direzione di Evelino Pidò, sempre a suo agio in questo repertorio nonostante un’orchestra non molto avvezza al bel canto italiano.

La regia del nizzardo Éric Génovèse è abbastanza statica e lascia alla personalità degli interpreti movimentare la scena, spoglia e con un che di non finito. Alcune idee sono buone, come ad esempio la figura della figlia di Anna, un’Elisabetta bambina che ha in sé qualcosa di inquietante, come già presaga del destino che la aspetta nei due successivi pannelli di questa trilogia. Suggestiva poi la scena finale della stilizzata decapitazione. La messa in scena si avvale di una costumista, Luisa Spinatelli, che deve aver consumato buona parte del budget della produzione in sete, broccati, pelli, pellicce e gioielli per vestire degnamente i personaggi di questa vicenda.

Le oltre tre ore di musica sono ripartiti su due dischi. Come extra solo un riassunto della vicenda recitato con asciuttezza dalla Garanča.

(1) Imelda de’ Lambertazzi (duetto Anna-Percy, I,12), Otto mesi in due ore (quintetto «Io sentii sulla mia mano», I,8) e Il paria (introduzione al duetto Anna-Percy).

(2) Sulla vicenda di quell’allestimento milanese e sul susseguente coro di critiche elogiative al soprano greco, con l’unica eccezione della stroncatura di Beniamino dal Fabbro, si veda questa pagina