Mese: aprile 2015

TEATRO ALL’ANTICA

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Teatro all’Antica

Sabbioneta (1590)

100 posti

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Il raffinato prospetto esterno è ripartito in due ordini: la fascia marcapiano mostra la scritta ROMA QVANTA FVIT IPSA RVINA DOCET (Quanto fu grande Roma ce lo dicono le sue rovine). Il teatro di corte fu inaugurato, nel 1590, alla presenza del duca Vespasiano e della duchessa Margherita Gonzaga di Guastalla, sua terza consorte. Il teatro scamozziano può considerarsi uno tra i primi esempi tra gli edifici teatrali dell’età moderna: il primo europeo di teatro stabile inserito in un edificio appositamente costruito (il precedente, il Teatro Olimpico di Vicenza, era frutto di una ristrutturazione). È stato definito dalla storiografia anche teatro moderno per la presenza di elementi innovatori per l’epoca, quali la facciata autonoma, il diversificato sistema d’ingressi, la forma mistilinea della cavea, l’orchestra inclinata, il retropalco dotato di camerini per i comici e per i musici. Uno spazio teatrale in bilico tra tradizione e innovazione che genialmente sintetizzava la culturale teatrale del XVI secolo e si apriva al futuro.

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Tra il 1584 e il 1585 Scamozzi aveva già portato a compimento a Vicenza il Teatro Olimpico per l’Accademia Olimpica subentrando ad Andrea Palladio, morto nel 1580. Tale esperienza fece maturare nell’architetto-scenografo l’idea di teatro da lui espressa tre anni dopo nell’appartato teatro di corte sabbionetano. Il teatro ha una struttura elegante. La citata cavea mistilinea è sormontata da un peristilio corinzio affrescato con Cesari monocromi, coronato da statue di divinità mitologiche e concluso ai lati da nicchie e busti collocati in intercolumni ciecati. Un tempo il palcoscenico a scena fissa era dotato di un’immagine di città prospettica, lignea, policroma e monofocale. La scenografia è andata distrutta ma è illustrata, in pianta e in sezione longitudinale, dall’autografo schizzo dello Scamozzi conservato al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi di Firenze. L’attuale scena è stata posta in opera nel 1996.

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Pregevoli gli affreschi ricchi di significato che abbelliscono la sala. La balaustra dipinta che si snoda nella parte superiore dell’ambiente evoca l’archetipica idea cinquecentesca del cortile adibito a luogo teatrale; mentre le esemplari vedute di Roma, incorniciate da due illusionistici archi trionfali, evocano per gli spettatori-visitatori il mito romano caro al principe committente a all’architetto. Il duca di Sabbioneta, amante dello sfarzo e delle arti, poté godere poco il proprio teatro, in quanto scomparve il 26 febbraio 1591 e la sua erede Isabella, spesso lontana, non si curò delle opere volute dal padre.A tutt’oggi agibile e restaurato, questo insigne spazio del teatro ospita manifestazioni culturali di ogni genere ed è assai ammirato dai tanti turisti che visitano la città ideale di Vespasiano.

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TEATRO DEL MAGGIO MUSICALE

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Teatro del Maggio Musicale

Firenze (2011)

1800 posti

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L’Opera di Firenze (ora Teatro del Maggio Musicale Fiorentino) è una struttura polifunzionale culturale dotata di una sala destinata al teatro lirico per 1800 posti e una cavea all’aperto per 2000 posti; è in corso di costruzione un auditorium per concerti da circa 1200 posti. Ospiterà la nuova sede amministrativa del Maggio Musicale Fiorentino, mentre coro e orchestra terranno concerti anche in altre sedi.

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L’inaugurazione è avvenuta il 21 dicembre 2011 con la Nona sinfonia di Beethoven diretta dal maestro Zubin Mehta. In seguito l’edificio fu chiuso per consentire, grazie a finanziamenti aggiuntivi, la realizzazione della macchina scenica. In Toscana il principale teatro dedicato alla musica classica e lirico-sinfonica è stato, fino al 2014, il Teatro Comunale, sede della Fondazione Maggio Musicale Fiorentino (che ha nelle proprie disponibilità anche il Teatro Goldoni). L’Opera di Firenze prende il posto del Teatro Comunale, che il Comune di Firenze ha posto in vendita e che sarà quindi destinato ad altri usi. Il progetto è stato firmato dallo studio ABDR e realizzato dall’Impresa SAC in 23 mesi di cantierizzazione.

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Con l’Opening Gala del 10 maggio 2014 la struttura è stata definitivamente aperta al pubblico insieme alla piazza antistante, intitolata a Vittorio Gui, fondatore della Stabile Orchestra Fiorentina. Il primo cartellone completo delle opere riguarda la stagione operistica 2014-2015.

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TEATRO SCIENTIFICO BIBIENA

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Teatro Scientifico Bibiena

Mantova (1769)

300 posti

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Il luogo dove sorge ora il teatro Scientifico dell’Accademia fu in precedenza occupato da un palazzo di Ferrante I Gonzaga, conte di Guastalla, generale dell’esercito imperiale durante il Sacco di Roma, poi viceré di Sicilia. Il di lui figlio Cesare fondò, nel 1562, ospitandola presso di sé, l’Accademia degli Invaghiti (dal 1610 Accademia degli Invitti, dal 1648 Accademia dei Timidi). L’edificio includeva un piccolo teatro coperto, probabilmente a gradoni, in linea con lo stile dell’epoca. Nel 1767, circa sessant’anni dopo l’inizio della dominazione austriaca, fu proprio l’Accademia dei Timidi a commissionare un nuovo teatro. L’incarico venne commissionato al bolognese Antonio Bibiena, figlio del noto scenografo barocco Ferdinando. Scenografo ed architetto egli stesso, Antonio si era fatto notare nella realizzazione del nuovo teatro di Bologna, inaugurato nel 1763 e, in Mantova, nel disegno della facciata della Chiesa di San Barnaba.DSC00027

Il Bibiena demolì il teatrino cinquecentesco e progettò una scena fissa, alle cui spalle edificò due corridoi sovrapposti a formare un loggiato a due piani. La platea ebbe un disegno a campana. L’ambiente appare finemente decorato: con quattro ordini di palchi, divisi da colonne, quattro nicchie con statue dei mantovani illustri (Gabriele Bertazzolo, Baldassarre Castiglione, Pietro Pomponazzi e Virgilio) e un generale assetto decorativo che produce una sensazione di movimento. Il cantiere venne completato in soli due anni ed il nuovo teatro di Mantova venne inaugurato il 3 dicembre 1769 con la cantata Virgilio e Manto di Luigi Gatti. Venne detto Teatro Scientifico, poiché doveva ospitare riunioni accademiche di istruzione ed educazione, in linea con le finalità dell’Accademia e lo spirito illuministico dell’epoca. Poche settimane dopo l’inaugurazione, il 16 gennaio 1770, ospitò un concerto pianistico del giovane Mozart, non ancora quattordicenne, con arie da concerto e due sinfonie di Mozart stesso. L’edificio suscitò il compiacimento del Mozart padre, il quale scrisse da Mantova alla moglie: «Oggi ho visto il teatro più bello del mondo».

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Con decreto dell’Imperatrice il 9 novembre 1767 l’Accademia dei Timidi venne assorbita nella neonata Reale Accademia di scienze e di belle lettere (diverrà Accademia Nazionale Virgiliana sotto Napoleone): una vera e propria università cui vennero aggregate, in quegli anni, le accademie di pittura, scultura ed architettura, la filarmonica, la ‘colonia di arti e mestieri’ e la accademia agraria. Si decise, quindi, di ricostruire anche l’antico palazzo che ospitava il nuovo teatro. Venne indetto un concorso cui parteciparono il mantovano Gaetano Crevola, il bolognese Antonio Bibiena, l’autore del teatro e l’architetto reale Giuseppe Piermarini. Quest’ultimo vinse e realizzò, nel 1770, il disegno, poi realizzato, nel 1773-75 dal veronese Paolo Pozzo. Essi realizzarono un’opera con una sobria facciata di gusto neoclassico estesa anche al teatro senza, tuttavia, intervenire sull’interno dello stesso, che conservò le originarie fattezze barocche.

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MARIINSKIJ II

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Mariinskij II

San Pietroburgo (2013)

2000 posti

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Proprio dietro l’edificio originale, sull’altra sponda del canale Kryukov, si erge oggi il Mariinskij II: una moderna struttura di vetro e cemento caratterizzata dal massiccio impiego di una pregiata varietà di onice color miele. Il progetto prevede che la sala da concerti sia “avvolta” da pareti di onice che hanno richiesto l’impiego di 1.500 metri quadrati della pietra semipreziosa. Procurarsi una simile quantità non è stato facile e ha obbligato il cantiere a farlo arrivare dall’Italia, dall’Iran, dalla Macedonia e dalla Turchia. Viste le imponenti dimensioni del teatro, l’onice è chiaramente visibile anche dal lato opposto della strada, attraverso la facciata di vetro dell’edificio.

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L’architetto canadese Jack Diamond ha definito il nuovo Mariinskij «una chiesa della musica». La sala è stata progettata in modo da favorire al massimo la resa acustica. A questo scopo è stato chiesto l’intervento della tedesca Müller-BBM, che vanta una grande esperienza, avendo collaborato tra l’altro all’allestimento acustico dell’auditorium di Bregenz, del Teatro Bolshoj di Mosca e della Bundestag tedesca.

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I pavimenti di legno conferiscono alla sala un suono eccellente. Il nuovo teatro conta inoltre solo tre balconate al posto delle solite quattro o cinque, e questo contribuisce a renderne l’atmosfera più raccolta e a dare al pubblico la sensazione di un incontro più ravvicinato con cantanti e musicisti.

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Questa “cattedrale” ha una storia breve ma già piuttosto tumultuosa. La decisione di costruire un nuovo Mariinskij venne presa nel 2003. A imporsi su tutti gli altri candidati fu l’architetto californiano Eric Owen, al quale fu affidato il progetto. In seguito i lavori furono interrotti per problemi economici e l’incarico passò all’architetto francese Dominique Perrault. Questi gettò le fondamenta del suo progetto, che prevedeva la costruzione di un enorme uovo dorato. L’idea non convinse Valerij Gergiev, che recentemente, durante una conferenza stampa, ha ricordato con tono sprezzante di «aver capito a un certo punto che non avevamo bisogno di qualcuno che si cimentasse nella costruzione di un teatro, ma di qualcuno che sapesse come se ne costruisce uno».

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Fu allora chiamato l’architetto canadese Jack Diamond, di cui Gergiev aveva visitato e ammirato alcuni lavori: la Symphony Hall di Montreal e il Four Seasons Centre for the Perfoming Arts di Toronto, rimanendo colpito dalla loro acustica. Era proprio quello di cui San Pietroburgo aveva bisogno. Diamond progettò una sala da concerti da duemila posti, da adattare alle fondamenta già esistenti. Il Mariinskij II può facilmente ospitare sino a tre rappresentazioni al giorno. Il vecchio Mariinskij è diventato la sede di elezione per il balletto.

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Russia Mariinsky Theatre New Stage

MARIINSKIJ TEATR

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Mariinskij Teatr

San Pietroburgo (1860)

1625 posti

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L’Opera Imperiale esisteva a San Pietroburgo fin dal 1783 grazie al patronato di Caterina la Grande. Sul sito di un circo equestre venne costruito dall’architetto Alberto Cavos un teatro dell’opera che allora aveva il palcoscenico più grande al mondo. Inaugurato il 2 ottobre 1860 con Una vita per lo Zar  il teatro Mariinskij (Мариинский театр) aveva preso il nome dalla imperatrice Maria Alexandrovna, moglie dello zar Alessandro II. Il nome è cambiato molte volte per riflettere il clima politico e storico del suo tempo.

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Nel 1885, il teatro ha subito un intervento, per mano dell’architetto Viktor Schröter, volto ad ampliare gli spazi esistenti: è stata costruita una nuova ala, a tre piani, adibita a laboratori teatrali e a sale prove, nonché per ospitare l’impianto elettrico e di riscaldamento. Nove anni dopo, sempre sotto la direzione di Viktor Schröter, sono state sostituite le travi in legno e ampliato il foyer e le ali laterali.

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Il teatro è stato il luogo in cui le più importanti opere musicali russe hanno visto il proprio debutto. Tra queste si ricorda: Boris Godunov di Modest Petrovič Musorgskij nel 1874, nonché le più importanti opere di Čajkovskij: La dama di picche nel 1890, Iolanta nel 1892 e i suoi balletti. Anche La forza del destino di Giuseppe Verdi è stata qui rappresentata in prima assoluta il 10 novembre 1862. Nel 1909 avvenne la prima assoluta di Il gallo d’oro di Nikolaj Rimskij-Korsakov. Nel 1988 Valerij Gergiev è stato nominato direttore artistico del teatro e nel 1996 il governo centrale gli ha conferito la carica di direttore artistico e generale, ossia il completo controllo amministrativo e musicale del grande e prestigioso teatro d’opera.

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Proprio dietro, separato da uno dei tanti canali di questa splendida città, è sorto nel 2013 il nuovo Mariinskij II, il modernissimo edificio che raddoppia lo spazio dedicato al teatro musicale: nello storico edifico verdolino si concentrano gli spettacoli di balletto, in quello di onice e cristallo quelli lirici.

Billy Budd

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Benjamin Britten, Billy Budd

★★★★☆

Genova, Teatro Carlo Felice, 23 aprile 2015

«Billy Budd, king of the birds!»

Come se emergesse dagli abissi marini, il vecchio Capitano Vere sale nel buio del palcoscenico a farci ancora una volta partecipi del suo senso di colpa risalente a tanti anni prima quando aveva fatto processare e impiccare il giovane Billy Budd, bello e bravo gabbiere arruolato a forza sulla Indomitable in quegli anni successivi alla Rivoluzione Francese di cui gl’inglesi temevano il contagio anche sulla loro isola. Gli ammutinamenti avvenuti su due navi militari avevano spinto gli ufficiali britannici a una dura repressione a bordo delle navi della corona.

In un’Inghilterra dilaniata dalla questione della pena di morte, il 1 dicembre 1951 debutta la quarta opera di Benjamin Britten. Nel 1960 il compositore rivede la partitura, elimina l’invettiva di Vere alla fine del primo atto, effettua qualche altro piccolo taglio e accorpa l’opera dagli originali quattro atti a due.

Ed è in questa seconda revisione che ritorna al Carlo Felice lo spettacolo di Davide Livermore visto a Torino nel 2004. Per l’opera tutta al maschile lo stesso scenografo di allora, Tiziano Santi, ha ideato un nuovo allestimento scenico che utilizza le strutture del teatro stesso per ricreare  la nave della vicenda di Melville con un budget irrisorio per una scenografia genialmente spoglia. Il mare non si vede, ma è presente nelle vele scure che scendono dall’alto, nel magnifico disegno di luci di Andrea Anfossi e Luciano Novelli, nel movimento incessante dei ponti mobili, nella foschia che inviluppa la nave nel momento tanto atteso e frustrato della battaglia. Cordami e un’amaca sono gli unici elementi in scena. I costumi dello stesso Livermore sono atemporali, di certo non del XVIII secolo, mentre gesti, sguardi, movimenti dei personaggi sono da lui sottilmente calibrati in questa che è tra le sue migliori regie.

Non memorabili, ma stilisticamente perfetti e coerenti con la lettura registica sono gli interpreti principali.

Philip Addis è un baritono dalla voce chiara e sicura nella tessitura acuta del personaggio giovanile. Anche senza la prestanza fisica di altri interpreti nello stesso ruolo per i quali era facile provare qualche turbamento, il suo Billy è reso con partecipazione e sensibilità, dall’ingenuo entusiasmo iniziale alla repressa violenza alla rassegnazione finale.

Nella parte più impegnativa c’è Alan Oke, un Capitano Vere vocalmente meno sicuro, ma che ha dalla sua grande musicalità ed eleganza di fraseggio, continuamente lumeggiato da colori diversi.

Personaggio da espressionismo tedesco (la lunga palandrana e la crapa pelata ricordano il Nosferatu di Murnau) Claggart ha in Graeme Broadbent un interprete di inquietante malvagità, ma con momenti di ripiegamento su sé stesso fino al pianto, che rendono magnificamente il tormento di questo nero angelo corruttore di anime. Il mastro d’armi è sedotto dalla luminosità di Billy per un impossibile desiderio di redenzione, secondo il racconto di Melville, ma c’è anche una combattuta attrazione fisica, secondo Britten, e Livermore rende il rosso fazzoletto di Billy un oggetto di sopito feticismo per Claggart. Vocalmente aspro ma incisivo, Broadbent delinea con efficacia tutte le contraddizioni del personaggio.

Molto ben affiatato il resto del cast. Bravi i due cori (oltre a quello residente è intervenuto quello del São Carlos di Lisbona) negli interventi quasi wagneriani (alla lontana c’è l’Olandese volante) e le voci bianche in cui però era presente qualche fanciulla! Impossibile in Italia avere le voci di giovani coristi così comuni in Gran Bretagna e che tanto incantavano il compositore.

Energico direttore, Andrea Battistoni ha dato buona prova padroneggiando la difficile partitura piena di contrasti (la battaglia, i momenti intensamente emotivi degli interludi, il lirismo da musical di certe pagine, le fanfare degli ottoni) con solo qualche imprecisione da parte degli orchestrali.

Fortunatamente il teatro all’ultima rappresentazione era finalmente pieno dopo una serie di repliche ben poco affollate.

I puritani

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Vincenzo Bellini, I puritani

★★★★☆

Torino, Teatro Regio, 18 e 22 aprile 2015

Arturo, ritorno al futuro

Confortato dalle parole del direttore artistico Gastón Fournier-Facio il quale alla presentazione della prossima stagione del Regio ha annunciato l’inserimento regolare nelle future programmazioni di un’opera barocca e di un’opera moderna, cosa che io auspico da tempi immemorabili, mi reco con cuore più sollevato a godermi questi Puritani.

La messa in scena dei giovani Fabio Ceresa (regista) e Tiziano Santi (scenografo) parte letteralmente dal libretto: uno scabro pavimento con tombe («Sol calma avrà nel sonno della tomba», «Quel suon funereo ch’apre una tomba») da cui escono quattro personaggi che si combattono aspramente – l’odio fra le due fazioni continua anche dopo la morte! – per poi ritornare nel corso dell’opera a interagire coi personaggi, cosa quest’ultima di cui si poteva fare a meno.

Il fondo della scena è occupato da una cupola gotica vista in una vertiginosa prospettiva zenitale («Sala d’arme con logge vaste, ove l’architettura gotica mostra la intera sua pompa», secondo l’impagabile prosa delle didascalie del Pepoli). Nel secondo atto una parte della cupola risulterà crollata per poi collassare completamente nel terzo a indicare il passaggio del tempo vissuto da Elvira («Quanto tempo! Lo rammenti? Fur tre mesi! Ah no… tre secoli!»). Solo un portale a sinistra con raffigurazioni della morte rimarrà integro a sfidare il tempo. La morte, che minaccia la regina, Arturo e la stessa Elvira, qui è protagonista assoluta.

Senza tempo i magnifici costumi di Giuseppe Palella con quei baluginii di pietre preziose nei panciotti che si intravedono sotto i mantelli degli uomini, ognuno contraddistinto da un colore (azzurro quello di Arturo, viola per Sir Giorgio, amaranto per Riccardo). Eleganti gli abiti delle donne del coro, circasse da film muto, e delle due protagoniste, una regale Enrichetta con diadema e una Elvira prima spumeggiante («Son vergin vezzosa | in veste di sposa?») e poi miseramente sfatta nella pazzia susseguente.

Per niente convincente è invece l’interminabile velo da sposa in un funereo color nero coerente sì con la visione d’insieme del regista, che sembra voglia ammiccare a La sposa cadavere di Tim Burton, ma non col libretto che lo insiste a definire «magnifico velo bianco», «candido vel», «ascosa in bianco vel», «sulla verginea testa d’una felice un bianco vel s’addice», «la dama d’Arturo è a bianco velata» …

Non sono pochi i momenti suggestivi dello spettacolo, in cui la regia non si limita a disporre oggetti e personaggi in scena. Particolarmente struggente è la scena in cui Elvira in preda alla pazzia cerca tra i coristi il suo Arturo a cui restituire il mantello per poi metterlo alla fine sulle spalle di Riccardo che si lascia travestire da Arturo pur di vivere un illusorio momento d’amore con la donna da sempre amata e che avrebbe voluto sposare. Riccardo qui è un personaggio positivo che alla fine accetta la felicità dei due innamorati, non come quello perfido della produzione viennese del febbraio scorso, che alla fine ammazzava inaspettatamente Arturo lasciando Elvira sola a cantare un illusorio e sbrigativo lieto fine.

Della prestazione di Olga Peretjat’ko si era già scritto per lo spettacolo di Vienna, ma qui forse la presenza del marito dà quel tocco in più che rende esemplare la sua performance.

Per quanto riguarda il ruolo monstre di Arturo si contano sulle dita di una mano quelli che oggi possono affrontarlo, a prescindere da quel fa sopracuto scritto per il Rubini della prima. Falsettone o voce piena, il problema è che a quell’altezza non è facile la distinzione, ma mentre quello di Pavarotti era chiaramente in falsettone e quello di Matteuzzi in voce piena, ora nei cantanti attuali è un misto delle due tecniche. Albelo e Osborn sono attualmente i più convincenti poiché riescono a inserire al meglio la folle nota nella loro linea di canto e farne un mezzo espressivo. Nella coproduzione Firenze-Torino si sono alternati ben quattro diversi interpreti di Arturo: qui al Regio Dmitrij Korčak nel cast principale ha cantato in maniera soddisfacente pur con qualche nota calante e senza impegnarsi col famigerato fa, qui limitato a un re.

Dei due bassi più che Nicola Alaimo, in serata non del tutto favorevole, si è fatto notare per eleganza e proprietà vocali Nicola Ulivieri che ha reso in maniera magnifica, anche grazia all’orchestra di Mariotti, la romanza «Cinta di fiori». È stato il momento magico della serata.

La presenza nel secondo cast di cantanti altrettanto validi è stato il motivo per assistere a una ulteriore rappresentazione.

Un altro autorevole soprano come Desirée Rancatore ha permesso di confrontare due interpreti diverse per temperamento (Sicilia vs. Russia) che hanno però un bagaglio tecnico e una vocalità entrambi di prim’ordine. La Rancatore, che aveva cantato la parte a Palermo nel 2008, forse eccede nei bamboleggiamenti e ha passaggi di registro più bruschi, ma una volta che piazza la voce in alto riesce a emettere acuti di una grande luminosità. Forse ha meno presenza scenica, ma riesce a commuovere più di quanto faccia la collega russa.

Enea Scala ha una bella voce lirica, non grandissima, ma ha la giusta presenza e porge con grande partecipazione e sensibilità la sua parte dimostrando una particolare empatia con la Rancatore – sarà perché sono entrambi siciliani…

Mirco Palazzi dimostra la sua solita eleganza e sicurezza vocale nel ruolo di Sir Giorgio mentre Simone Del Savio come Riccardo completa con stile il quartetto dei cantanti che si alternano nelle recite.

Se vogliamo continuare con i confronti dobbiamo dire che questa edizione torinese è superiore a quella fiorentina sia nei cantanti (là Jessica Pratt, Antonino Siragusa, Massimo Cavalletti e Gianluca Buratto), sia nella direzione orchestrale (là Matteo Beltrami).

Qui invece Michele Mariotti è perfetto: appassionato, coinvolgente, con dinamiche e tempi sempre giusti e volumi sonori adeguati per non sovrastare le voci. Non si possono che ripetere le lodi di tutti i recensori. Una per tutte, quella di Giorgio Pestelli: «Punto di forza dei Puritani di Bellini, andati lietamente in scena al Regio in coproduzione con il Maggio Musicale Fiorentino, è la direzione di Michele Mariotti, precisa quanto flessuosa, a misura del respiro dei cantanti e senza strepiti e violenze nelle parti drammatiche. Bellini, come spesso gli italiani quando scrivevano per Parigi, dedicò cure particolari all’orchestrazione, le stesse che ha profuso Mariotti rendendo vivi e parlanti i solismi (i corni fraseggiati nell’alba iniziale!) e i preziosi assortimenti tel tessuto orchestrale». Dalla mia terza fila ho potuto constatare che il maestro ha diretto l’orchestra del Regio, tra l’altro in gran forma, cantando tutta l’opera!

Ad entrambe le rappresentazioni a cui ho assistito, il pubblico torinese ha tributato entusiastiche acclamazioni. Forse un applausometro avrebbe misurato una lieve supremazia per la Rancatore e per Scala, ma si sa, loro giocavano in casa…

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THÉÂTRE DU CHATEAU

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Théâtre du Chateau

Chimay (1863)

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L’attuale teatro del castello di Chimay, costruito nel 1863 da Le Fuel et Cambon, sostituisce quello di inizio secolo voluto dall’ex-Madame Tallien diventata principessa di Chimay. È una replica in miniatura di quello di Luigi XV nel castello di  Fontainebleau
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Restaurato nel 1991 ospita regolarmente spettacoli e concerti di musica barocca.chimay-gross

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KONINKLIJKE VLAAMSE OPERA

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Koninklijke Vlaamse Opera

Antwerp (1907)

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Le due maggiori città fiamminghe, Anversa e Gand, fino al 1981 avevano due diverse compagnie d’opera allorché si fusero in una sola, la Vlaamse Opera. Ora le stesse produzioni vengono presentate nei due edifici storici delle città. Ad Anversa fino al 1899 per le produzioni in lingua francese si utilizzava il Bourlaschouwburg, mentre per quelle in lingua fiamminga si decise di costruire un nuovo teatro più capiente.  Chiuso nel 2004 per restauro, si aprì nel 2007 in tempo per il centenario.

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Il progetto del Vlaams Lyrisch Theater, come allora venne chiamato, si deve all’architetto Alexis Van Mechelen. Iniziati i lavori nel 1904, l’edificio venne inaugurato nel 1907 con De Herbergprinses di Jan Blockx. La spesa sostenuta e lo stile neo-barocco della facciata con elementi Beaux-Arts e considerata troppo francese furono motivi di aspre critiche. Il teatro era molto moderno per l’epoca: l’illuminazione elettrica, il riscaldamento e l’unico foyer per ricchi e borghesi furono molto apprezzati. L’interno non è eccessivamente decorato a stucchi con un soffitto dipinto da un artista locale, Karel Mertens, ed è intitolato Il ritmo, una figura maschile attorniata dalle nove Muse. Il foyer con colonne di marmo rosa ha un soffitto dipinto tra il 1909 e il 1914 da Emile Vloors.

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