Mese: febbraio 2017

TEATRO DEL GIGLIO

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Teatro del Giglio

Lucca (1819)

750 posti

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Affacciato sull’omonima piazza, il Teatro Nomunale del Giglio fu edificato come teatro pubblico alla metà del XVII secolo, quando in città erano operanti i teatri di corte dei grandi palazzi nobiliari. Le uniche sale cittadine attive a quell’epoca erano la sala del palazzo Pretorio, chiamata sala del Podestà, e la sala del palazzo De’ Borghi. L’espandersi dell’arte del teatro indusse il Consiglio della Repubblica lucchese a promuovere nel 1672 la progettazione di un nuovo teatro da edificare sul sito dell’antico – e ormai soppresso – convento dei gesuati, situato presso la chiesa di San Girolamo. Poco più di due anni dopo la nuova struttura venne inaugurata con il nome di Teatro Pubblico. Organizzato su tre ordini di palchi e con due accessi, l’edificio era stato progettato da Francesco Buonamici e realizzato dall’architetto Maria Giovanni Padreddio. Per l’inaugurazione vennero allestite due rappresentazioni d’opera: l’Attila in Capua di Niccolò Berengani e il Seiano di Niccolò Minato.

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Prima che il teatro andasse a fuoco  il 16 febbraio 1688, vennero allestite con una certa regolarità due stagioni liriche annuali, una in autunno (per le festività della Santa Croce) e una in coincidenza con il periodo del carnevale. La struttura, dopo il rovinoso incendio che la distrusse completamente, venne riedificata nel 1692 sulla base del progetto originario con l’aggiunta di affreschi al soffitto di Angelo Livoratti ed un nuovo palcoscenico disegnato da Silvano Barbati. Tra il 1754 e il 1799, anno della caduta della Repubblica, il teatro ebbe momenti di grande fama e importanza all’interno della vita cittadina, tanto da essere affidato a una speciale istituzione chiamata Cura sopra il Teatro. Con la caduta della Repubblica la fama del Teatro Pubblico fu eclissata da quella di un nuovo teatro privato, il Teatro Castiglioncelli, situato in via del Moro, e da quella di altri teatri. Fu decisa così l’edificazione di una nuova struttura, di proprietà dello Stato, la cui costruzione iniziò nel 1817 per terminare nel 1819. Il nome teatro del Giglio venne scelto da Maria Luisa di Borbone, sovrana di Lucca, che lo preferì a quelli prospettati di Teatro San Luigi e Teatro Alfieri.

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Il primo grande successo, il teatro lo registrò nel 1831, con la messa in scena del Guglielmo Tell di Gioachino Rossini, che fu diretto per l’occasione da Niccolò Paganini. Il Giglio ha avuto il momento di massimo fulgore nel pieno del XIX secolo, quando vi si esibirono i cantanti più in voga dell’epoca, come i tenori Nicola Tacchinardi e Gilbert Duprez e la celebre Maria Malibran. Più tardi, lo stesso Puccini vi curò personalmente la messa scena di alcune sue opere, tra cui l’Edgar nel settembre 1891. Il teatro subì modifiche e restauri nel 1911 prima di essere chiuso per l’esplosione della prima guerra mondiale, quando fu usato come deposito militare. Servito come sede di adunate speciali durante il fascismo, fu sottoposto nel 1957 a lavori per ampliare i posti a sedere di quattrocento unità costruendo una galleria al quarto ordine di palchi. L’ultima serie di lavori, che ha costretto ad una chiusura forzata di sette mesi, risale al 1983 ed ha riguardato la messa in sicurezza in base alle norme di legge.

teatro del giglio di lucca, dicembre 2006, interni ed esterni

Il teatro ospita annualmente una stagione di opera lirica, una di teatro di prosa, una di danza e una di musica sinfonica. Organizza inoltre attività di formazione che prevedono iniziative varie e laboratori rivolti al mondo della scuola, con l’allestimento di spettacoli per la sezione Teatro ragazzi.

 

 

Space Opera

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Aleksander Nowak, Space Opera

★★☆☆☆

Poznań, Teatr Wielki, 14 marzo 2015

(live streaming)

La mosca nello spazio

La drosophila melanogaster, comunemente moscerino della frutta, è la prima forma biologica a essere stata mandata nello spazio. Nel 1946, con un razzo V2, come ci informa il coro schierato sui tre lati della scena del teatro Wielki. Verranno subito dopo le scimmie e i cani, martiri della nostra insaziabile sete di conoscenza. Così inizia questo lavoro fantascientifico di Aleksander Nowak, musicista polacco nato nel 1979 e laureato in composizione all’Accademia di Musica di Katowice dove ora insegna.

Space opera è il suo secondo lavoro per la scena. Scritto nel 2014 su libretto in inglese del bulgaro Georgi Gospodinov, è ora prodotto dall’Opera di Poznań con la regia di Ewelina Pietrowiak. In due atti e sedici scene viene messa in scena la solitudine dell’uomo nel cosmo. I personaggi sono l’astronauta Adam e la moglie Eva, oltre alle voci di vari animali utilizzati come cavie, dalle mosche alla cagnetta Laika.

Nella prima scena vediamo l’uomo e la donna insonni nella loro ultima notte in attesa di imbarcarsi in un viaggio per Marte lungo 500 giorni, i primi umani a partire per un pianeta. La moglie dà l’addio alla Terra: «Farewell to the air, farewell nitrogen, farewell oxygen, farewell to the bushes and bees, farewell to the evening breeze». Il loro viaggio sarà ripreso per un reality show, come ricorda il produttore televisivo che è venuto a far firmare il contratto al marito. Nella terza scena inizia il count down e subito dopo il take off parte lo show sul Cosmic Prime Time accompagnato da una musica volgare. Fino a questa momento lunghe note sospese degli archi sono state intervallate da ritmiche percussioni nel crescendo della partenza. Filmati a loro insaputa, vediamo la tranquilla vita a bordo dei due. Con l’“Aria della mosca negletta” avviene la scoperta della musca domestica a bordo dell’astronave, supposta sterile. Cosa che mette in agitazione l’uomo che vorrebbe eliminarla, mentre la donna vorrebbe lasciarla vivere. Quando Eva scopre di essere filmata spegne la telecamera con grande sconforto del pubblico a Terra e soprattutto del produttore che vede così svanire i soldi della pubblicità. Quando ritorniamo sulla nave spaziale che sta scendendo su Marte troviamo due mosche che ci rivelano finalmente il loro segreto: sono tornate a casa poiché loro sono gli alieni! Sono loro che ci hanno osservato in tutto questo tempo, essendo loro che sono scampati da Marte sull’arca di Noè per approdare al nostro pianeta e colonizzarlo. La coppia di umani intanto discute di amore e scienza. Il frutto del discorso sarà un bambino, il primo bambino cosmico. Le telecamere ora si possono riaccendere.

Due begli esemplari umani, Bartłomiej Misiuda e Magdalena Wachowska, prestano le loro voci alla coppia di Adamo ed Eva, le due mosche sono un soprano e un controtenore, l’orchestra è diretta da Marek Moś.

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The Minotaur

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★★★★★

A ottant’anni Birtwistle corona con un capolavoro la sua produzione operistica

Commissionata dalla Royal Opera House al compositore inglese Sir Harrison Birtwistle, classe 1934, la versione in musica del mito greco del Minotauro venne presentato sulla BBC2 nell’aprile 2008 e poi al Covent Garden, da cui deriva questa registrazione in blu-ray. Nel 2013 il teatro ha ripreso lo spettacolo con la maggior parte degli interpreti del debutto.

La vicenda di Arianna, Teseo e il Minotauro è qui narrata in tredici scene suddivise in due parti.

Parte prima. Scena 1: Arianna osserva l’arrivo a Creta di una nave con gli innocenti che saranno sacrificati alla mostruosa creatura. Tra di loro c’è Teseo. Scena 2: Arianna affida al caso il destino di Teseo: se lui sceglie la mano con la pietra entrerà nel labirinto ad affrontare il mostro, se sceglie la mano vuota starà fuori, testimone della carneficina. Arianna, che si è innamorata dell’uomo, bara e gli fa scegliere la mano vuota. Scena 3: pregando i numi gli innocenti entrano nel labirinto. Scena 4: Arianna racconta le circostanze della nascita del Minotauro dall’unione di sua madre Pasifæ con un toro venuto dal mare. Scena 5: raggiunto il centro del labirinto gli innocenti hanno la loro prima vittima, una fanciulla del cui corpo dilaniato dal mostro si cibano le Keres. Scena 6: acquistata in sogno la facoltà di parlare, il Minotauro medita sulla sua esistenza. Scena 7: il coro sveglia definitivamente il Minotauro che finisce di massacrare gli innocenti tra il tripudio del coro.

Parte seconda. Scena 8: Arianna cerca di fermare Teseo che desidera battersi col Minotauro. Scena 9: nuovamente assopito, il mostro si lamenta del suo destino e ha una visione di Arianna. Scena 10: la donna chiede alla pitonessa come aiutare Teseo. Un gomitolo di filo dipanato lungo la discesa al labirinto permetterà all’eroe greco di ritrovare l’uscita. Scena 11: Arianna rivela a Teseo l’espediente estorcendogli la promessa di portarla via con sé in Grecia. Scena 12: entrato nel labirinto Teseo combatte col Minotauro e lo uccide. Scena 13: il Minotauro morente dichiara essere il figlio di Poseidone. Entrano le Keres per cibarsi del suo corpo.

Nel libretto di David Harsent il Minotauro è la vittima innocente dei capricci degli dèi: imprigionato doppiamente nel suo corpo mostruoso e poi nel labirinto, egli ha però sogni umani («but all too human») e anche un nome, Asterios. Ed è solo nel sonno che riesce a esprimersi con parole umane. La totale umanità è raggiunta però solo al momento della morte. Degli altri due personaggi, Teseo è l’eroe semplice, mentre Arianna sfrutta ai suoi fini la vicenda del fratellastro per raggiungere la sua libertà. «You are my clue to the world outside» gli confida cinicamente.

Oltre agli archi e alle due arpe, l’orchestrazione comprende una quindicina di legni, tredici ottoni e cinque percussionisti, talora in scena. La discordante armonia dei segmenti musicali (le scene e le “toccate” che le collegano) mantiene l’ascoltatore in una continua tensione che non approda mai a una linea melodica né nello strumentale né nella vocalità, quest’ultima risolta in un declamato molto espressivo in cui è totale il rispetto per la parola, sempre perfettamente comprensibile. Ma non mancano momenti in cui le linee ondulanti o il tambureggiare dei timpani evocano il mare, il moto incessante delle onde («a door that slams, slams» dice Arianna nel bellissimo libretto di David Harsent), una frase dei violini una luce nel cielo, un assolo di flauto la desolazione della scena, i gong e i bassi tuba dell’inizio e i passaggi percussivi le forze brutali in gioco mentre Arianna è accompagnata da un sassofono contralto che ne raddoppia la voce e ne fa eco.

Il discorso musicale è realizzato con dedizione da Pappano e da una schiera di grandi interpreti: la magnifica Christine Rice è Arianna, la vera protagonista dell’opera, Johan Reuter è un Teseo di grande sobrietà e Sir John Tomlinson la memorabile voce del Minotauro. Tra gli Innocenti si nota Tim Mead, mentre un altro controtenore, Andrew Watts, presta la sua voce agli arcani fonemi della pitonessa tradotti dal sacerdote Philip Langridge.

Nella bellissima messa in scena di Stephen Langridge la scenografia minimalista di Alison Chitty utilizza sabbia, acqua, una linea di luce azzurra per l’orizzonte marino. Il centro del labirinto è un’arena in cui far avvenire il sacrificio degli innocenti col mostro aizzato da un pubblico feroce («Kill, Asterios, kill»). Molto belli i costumi ed efficace la maschera di toro che solo a tratti lascia vedere in trasparenza le fattezze umane di Asterios/Minotauro. Giustamente spaventose e truculente le scene delle Keres con i loro gridi agghiaccianti e inquietanti le onde del mare realizzate in computer grafica. Uno spettacolo notevolissimo, magnificamente reso nel blu-ray, che contiene anche una mezz’ora di extra con le interviste ai creatori dell’opera.

Il Giasone

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Francesco Cavalli, Il Giasone

★★★☆☆

Ginevra, Opéra des Nations, 25 gennaio 2017

(live streaming)

Il Giasone rimaneggiato di Alarcón

In attesa che terminino i lavori di restauro del Grand Théâtre, la stagione lirica della città di Ginevra continua all’Opéra des Nations, teatro provvisorio in legno, dove viene presentata «une version remaniée», come è il suo solito fare, da Leonardo García Alarcón del Giasone di Cavalli. Nel suo adattamento il testo è ampiamente scorciato, ne sopravvive meno della metà, e due personaggi vengono eliminati. Ai suoi tempi la rappresentazione dell’opera di Cavalli, la più popolare del ‘600, poteva durare un’intera giornata, qui anche con i consistenti tagli, supera le tre ore. Ma il ritmo accelerato della squinternata vicenda qui prende toni farseschi sottolineati dalla regia affidata, come quella di Anversa ora in DVD, a una donna, Serena Sinigaglia. Forse la sensibilità femminile meglio di adatta a trattare il sensuale erotismo che pervade tutta l’opera. Fatto sta che qui è tutto uno sbottonarsi, un mostrare petti nudi, calare le brache, simulare goffi amplessi.

Le tragicomiche vicende dell’eroe della Colchide, diviso tra l’amore per Medea e quello per Isifile, sono riassunte nel duetto tra la nutrice Delfa e il confidente Oreste:
Oreste Ma dimmi in cortesia di tua signora la ventura e ‘l nome.
Delfa Diciam, tu della tua, io della mia. La mia nacque regina.
Oreste Andiam del pari.
Delfa Medea si noma.
Oreste Isifile s’appella.
Delfa Ama la mia Giason.
Oreste La mia l’adora.
Delfa La godé.
Oreste L’impregnò.
Delfa Partorì.
Oreste La lasciò.
Delfa Lo seguì.
Oreste Lo trovò, ma tradita dolente erra per queste piagge poco men che furente.

La scena unica è costituita da un mucchio di rocce con nuvole e siepi verdi disegnate su cartone che suggeriscono i vari ambienti: la marina, il giardino, il paesaggio di campagna, la «stanza degli incanti» di Medea, il recinto del castello, le grotte d’Eolo, il porto di mare, il bosco fiorito, il palazzo con rovine. I costumi di Ezio Toffolutti attingono a varie epoche: dai completi coloniali al marinaretto Querelle de Brest di Giasone agli abiti della maga Medea – con gran utilizzo di gommapiuma per l’Amore nudo o per l’Ercole, fatiche tatuate sul corpo ipertrofico.

Alla testa della Cappella Mediterranea Alarcón, habitué di Cavalli (L’ElenaEliogabalo), dirige con verve questo suo adattamento e in scena ottimi interpreti, ahimè nessuno di lingua italiana e si sente, danno vita ai numerosi personaggi della vicenda. Valer Sabadus, un altro assiduo di questo repertorio, presta il suo prezioso stile al carattere inconcludente del titolo a fianco della corposa Medea di Kristina Hammarström, dalla voce di velluto e dal bel temperamento. Isifile si ritrova nella figura e nella vocalità luminosa di Kristina Mkhitaryan, nel prologo anche Sole. Due cantanti di lunga carriera si spartiscono i ruoli di Oreste e Giove, Willard White, ed Egeo, un Raúl Giménez che tramuta ogni suo intervento vocale in canto flamenco. Con Dominique Visse abbiamo la parodistica nutrice Delfa e il cruccioso Eolo. Spigliata Alinda è Mariana Flores, ma anche negli altri ruoli sono impiegati efficaci professionisti.

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Falstaff

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Henry Fuseli, Falstaff in the laundry basket, 1792

Giuseppe Verdi, Falstaff

★★★★☆

Milan, Teatro alla Scala, 2 February 2017

bandieraitaliana1.gif   Qui la versione in italiano

Verdi’s last opera is nostalgically staged by Damiano Michieletto

The 2013 Salzburg production of Damiano Michieletto’s Falstaff finally arrives in Milan, like a devoted message to the city: the Venetian director sets the opera in “Casa Verdi”, the Milanese residence for elderly singers and musicians founded by the composer in 1899 shortly after completing his last work where the old musician sets to music the ludicrous adventures of an old man who does not accept his physical decline and is nostalgic of his times past.

Famous Verdi tunes strummed at the piano introduce us to the Gothic Hall of the nursing home…

continues on bachtrack.com

Falstaff

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Henry Fuseli, Falstaff in the laundry basket, 1792

Giuseppe Verdi, Falstaff

★★★★☆

Milano, Teatro alla Scala, 2 febbraio 2017

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Con Michieletto l’ultima opera di Verdi è all’insegna della nostalgia

Arriva finalmente a Milano la produzione salisburghese del Falstaff di Damiano Michieletto, quasi una dedica alla città in quanto il regista veneziano ambienta la vicenda in “Casa Verdi”, residenza milanese per cantanti e musicisti anziani fondata dal compositore nel 1899 dopo aver completato la sua ultima opera dove lui, vecchio musicista, mette in musica le poco gloriose avventure di un vecchio che non accetta la sua decadenza fisica e ha nostalgia del tempo passato.

Le note di famose arie verdiane strimpellate al pianoforte ci introducono nella Sala Gotica dell’attuale casa di riposo…

continua su bachtrack.com

Il trovatore

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Giuseppe Verdi, Il trovatore

★★★☆☆

Londra, Royal Opera House, 31 gennaio 2017

(live streaming)

Il tank del Conte di Luna

Non sempre l’attualizzazione fa bene a un’opera: trasformare una faida famigliare di inizio ‘400 in una guerra moderna con tanto di carri armati e mitragliatrici, trasportando quindi la vicenda – con annessi e connessi di trovatori, duelli al pugnale, roghi di streghe, fughe in convento, serenate e liuti – ai giorni nostri, non trasforma Il trovatore in qualcosa di più logicamente ammissibile di quanto sia, né rende più accettabile l’assurda vicenda di infanticidio e vendetta narrata dal Gutiérrez, messa in rima dal Cammarano e musicata da Verdi.

David Bösch e lo scenografo Patrick Bannwart non usano la mano leggera nel trasferire la storia del giovane combattuto tra l’amore per l’infelice amata e l’affetto per la donna che crede essere sua madre in paesaggi, presumibilmente balcanici, devastati da guerre civili, divisi da fili spinati e teatro di crudeltà gratuite e incongrue. Ovunque è devastazione nella messa in scena del regista tedesco, un mondo tutto grigio ravvivato solo dai colori sgargianti dei costumi degli zingari, una troupe di circo felliniano che si muove su veicoli improvvisati, con Azucena su una roulotte disseminata di lugubri bambolotti. Il regista ha infantili cadute di gusto come quando Leonora incide L♡M sul tronco di un albero spoglio, o la bottiglietta di veleno che porta appesa al collo con una catenina, i bianchi fiori di carta sugli alberi scheletriti, le ingenue proiezioni video. Questa è la terza ripresa della produzione di Bösch alla Royal Opera House e molti particolari di quella originale sono stati abbandonati o modificati – un selfie col prigioniero, farfalle sfarfallanti, la testa di Manrico che rotola come una palla… – ma la messa in scena ancora non convince e la regia attoriale è sempre latitante.

Non si contesta invece l’aspetto musicale della rappresentazione. Star indiscussa della serata è ancora una volta Anita Rachvelishvili, fatta segno di meritate ovazioni. Debuttante nel ruolo, si è subito dimostrata un’Azucena memorabile: pur con tutta la potenza vocale in possesso, è nelle mezze voci del suo racconto allucinato, nella mesta dolcezza di «Ai nostri monti», nel soffocato grido finale «Era tuo fratello!» che va ricercata la grandezza di un’artista che tramuta in oro tutto quello che fa, contendendo spesso i riflettori ai protagonisti titolari – che si tratti della sua Amneris in Aida, Ljubaša ne La sposa dello zar o Končakovna nel Principe Igor. Per non parlare delle sue indimenticabili Carmen o Dalila.

Non che il ruolo del titolo non sia affidato a un illustre interprete, ma qui (magia dell’opera) il figlio Manrico ha il doppio degli anni della madre Azucena! Gregory Kunde è vocalmente il miracolo che conosciamo: il nobile fraseggio, l’espressività della parola, gli acuti luminosi – Kunde non ci priva neppure delle puntature di tradizione della «pira», anche se qui un po’ corte – ma è scenicamente che si fa fatica a riconoscere il giovane e irruente Manrico, qui travestito da hippy, nell’affascinante uomo di mezza età che porta con orgoglio i suoi anni.

Molto festeggiato dal pubblico anche l’altro interprete femminile, il soprano armeno Lianna Haroutounian che dipinge una Leonora dal bel timbro, eccellente dizione e con frasi splendidamente legate in cui è la liricità a prevalere, meno l’agilità richiesta dal compositore nell’aria «D’amor sulle ali rosee» con quei trilli un po’ schiacciati.

Conte di Luna è qui un terzo cantante di area orientale, l’ucraino Vitaliy Bilyy dalla generosa e bella vocalità. Assiduo del ruolo, ne «Il balen del suo sorriso», un suo cavallo di battaglia, ha infiammato il pubblico londinese, ma è forse quello che più ha sofferto della mancanza di regia sugli interpreti e il personaggio rimane rigido e indefinito.

Ancora un altro ucraino per Ferrando, cui presta la possente voce Alexander Tsymbalyuk, l’intenso Boris Godunov di Calixto Bieito.

In questa ripresa il direttore Richard Farnes prende il posto del nostro Noseda alla guida dell’orchestra reggendo bene il confronto: tempi non trascinanti ma complessivamente giusti, buona resa dei colori e delle frasi musicali, rispetto per la voce di cantanti. Ma qui c’è il sospetto di una amplificazione, cosa difficile da verificare in una sala cinematografica con il volume a pieni decibel.

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