foto © Virginia Brown
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Carlo Goldoni, Una delle ultime sere di Carnovale
regia di Valerio Binasco
Torino, Teatro Carignano, 9 ottobre 2026
Goldoni alla festa di Binasco
Al Teatro Carignano di Torino, una regia che sa far vivere il mondo goldoniano, ma che talvolta sembra fidarsi più delle proprie invenzioni che della forza del testo.
C’è un momento, in Una delle ultime sere di Carnovale, in cui la festa è ancora nel pieno del suo splendore, ma già si avverte nell’aria la malinconia del congedo. Le risate si fanno un poco più fragili, i brindisi nascondono qualche rimpianto, e sotto il chiacchiericcio degli invitati si insinua la consapevolezza che, di lì a poco, bisognerà tornare alla vita di tutti i giorni. È precisamente questa temperatura emotiva, sospesa tra allegria e nostalgia, che Valerio Binasco riesce a cogliere con notevole felicità nella prima parte della sua messinscena del lavoro di Carlo Goldoni, al Teatro Carignano di Torino.
L’avvio è dei più promettenti. Binasco costruisce un microcosmo vivacissimo, un piccolo universo umano in cui ogni personaggio sembra possedere una propria musica, un proprio passo, una personale maniera di stare al mondo. È una vera sinfonia di caratterizzazioni, per lo più felicemente intonate, nella quale le individualità emergono senza compromettere l’armonia dell’insieme. Il merito della regia sta soprattutto nell’aver compreso che Goldoni non vive soltanto nelle battute, ma nelle relazioni, negli sguardi, nelle esitazioni, in quel continuo gioco di attrazioni e repulsioni che trasforma una riunione conviviale in un irresistibile campionario dell’umanità da guardare con tenerezza se non indulgenza.
A dare corpo e sostanza a questo piccolo universo è una compagnia numerosa, nella quale il piacere del gioco collettivo prevale felicemente sulla tentazione del protagonismo. Natalino Balasso (Sior Momolo), Michele Di Mauro (Sior Zamaria), Elisabetta Mazzullo (Siora Marta), Matteo Cremon (Sior Anzoletto) figurano tra i nomi di maggior richiamo di un cast che comprende, tra gli altri, Marta Cortellazzo Wiel, Milvia Marigliano Orietta Notari e Nicola Pannelli. È soprattutto nella qualità degli scambi, nella precisione dei tempi comici e nella capacità di abitare la scena anche quando la parola passa ad altri che si misura la riuscita dell’insieme. Gli interpreti partecipano a una grande partitura musicale, ciascuno con il proprio timbro, le proprie pause, le proprie dissonanze. Non tutte le caratterizzazioni sfuggono al rischio di qualche eccesso macchiettistico, ma nei momenti migliori la recitazione trova quella misura sottile che permette ai personaggi di essere ridicoli senza diventare caricature, commoventi senza indulgere al sentimentalismo. Ed è proprio agli attori, forse più ancora che alle trovate registiche, che si deve il piacere di sentirsi, per qualche ora, invitati a quella tavola.
Si ride, e spesso di gusto. Ma soprattutto si riconoscono le persone dietro le maschere sociali, le piccole vanità, i desideri malcelati, le gelosie e le tenerezze. La festa diventa così uno specchio nel quale il pubblico può ancora riconoscersi, a quasi tre secoli di distanza.
Peccato, allora, che a tanta sensibilità teatrale non corrisponda sempre un’analoga fiducia nella scrittura goldoniana. Binasco, come se temesse che il testo da solo non bastasse a conquistare lo spettatore contemporaneo, interviene con aggiunte e sottolineature che non sempre brillano per necessità o buon gusto. Alcune strappano magari un sorriso immediato, ma finiscono per appesantire un meccanismo comico che possiede già una sua straordinaria precisione. È il paradosso di certe regie contemporanee: nel tentativo di rendere moderno un classico, rischiano di non accorgersi di quanto moderno sia già.
Eppure, quando Binasco abbandona la tentazione di commentare Goldoni e si affida alla pura invenzione scenica, sa trovare immagini di autentica poesia. Bellissimo, in questo senso, il momento della lanterna magica: una parentesi di incanto, quasi un piccolo sortilegio teatrale, capace di evocare il fascino delle immagini, della memoria e di un mondo che sta per dissolversi. Qui la regia trova una leggerezza rara, una qualità evocativa che non ha bisogno di spiegazioni. Il teatro, semplicemente, accade.
Meno felice appare invece la scelta di collocare l’intervallo nel mezzo della scena della partita di meneghella. Una decisione che spezza proprio quel ritmo collettivo sul quale Goldoni costruisce buona parte della propria efficacia. La partita non è soltanto un passatempo, ma un ingranaggio drammaturgico nel quale conversazioni, schermaglie e tensioni si intrecciano con crescente naturalezza. Interromperla significa arrestare una danza mentre la musica sta ancora suonando. E quando il pubblico rientra in sala, ritrovare il passo non è così semplice.
Resta uno spettacolo ricco di intuizioni, sostenuto da una lettura dei caratteri spesso acuta, da una compagnia affiatata e da una prima parte capace di restituire con vivacità il respiro della commedia goldoniana. Ma resta anche la sensazione che Binasco avrebbe potuto ottenere di più facendo, paradossalmente, un po’ di meno.
Perché Goldoni conosce benissimo il segreto delle feste riuscite: lasciare che gli invitati parlino, si incontrino, si contraddicano, si innamorino e si salutino. Senza che il padrone di casa senta continuamente il bisogno di intervenire.
⸪
