Autore: Renato Verga

SEMPEROPER

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Semperoper

Dresda (1880)

1320 posti

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Ubicato lungo l’Elba, il Teatro dell’Opera di Dresda deve il suo nome all’architetto Gottfried Semper che progettò l’edificio orientandosi a una scelta di forme neorinascimentali con influenze neobarocche. La costruzione originale  costruita tra il 1838 e il 1841. Veniva chiamato Teatro Reale di Corte (Königliches Hoftheater) e si distingueva per la facciata di forma convessa semicircolare a doppio ordine, che ricordava vagamente il Colosseo. Un terzo piano più arretrato coronava la costruzione sempre seguendo la forma semicircolare. Questo edificio ebbe breve vita, dato che le fiamme lo rasero al suolo già nel 1869.p1040843

Successivamente, il teatro venne riprogettato e adattato alle nuove esigenze. Trovandosi in esilio per la sua partecipazione ai moti rivoluzionari nel 1849, Semper incaricò il figlio Manfred di portare a punto il progetto e di dirigere i lavori per la nuova costruzione, iniziata nel 1878 e terminata due anni più tardi. Ripetendo la scelta dei canoni rinascimentali, Manfred Semper abbozzò un nuovo progetto ispirato al primo e riprese il progetto di una facciata curva a due piani; come nel vecchio progetto, la facciata è sovrastata da un terzo piano in rientranza che si affaccia sulla piazza antistante con la sua forma tondeggiante. Sul portale, domina la facciata una vistosa quadriga di pantere. Nel complesso, comunque, il progetto risulta notevolmente ampliato e in massima parte reinventato.

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Durante la seconda guerra mondiale i bombardamenti di Dresda distrussero l’opera per la seconda volta. Esattamente quarant’anni dopo il teatro fu riaperto il 13 febbraio 1985 dalle autorità della DDR  con Der Freischütz di Carl Maria von Weber. Stavolta il progetto di ricostruzione, basato su minuziosi studi, aveva come scopo quello di ricostruire l’opera più o meno com’era prima dell’abbattimento. Si attenne quindi ai modelli della costruzione distrutta, anche se all’interno furono previste modifiche per ampliare la grande sala.Semperoper_Interior_-_panorama,_Dresden

Con l’esondazione del fiume Elba nel 2002 l’edificio subì grandi danni, ma con l’aiuto anche internazionale riuscì ad aprire nel dicembre dello stesso anno. Il teatro è la sede della Sächsische Staatsoper Dresden e della Sächsische Staatskapelle Dresden.

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Main entrance hall  Semper Opera House Sächsische Staatsoper Dresden, Germany

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DEUTSCHE OPER

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Deutsche Oper

Berlino (1961)

1865 posti

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Terza istituzione lirica della città, sita in quella che un tempo era Berlino Ovest sulla trafficatissima Bismarkstraße. Il moderno edificio è anche sede del Staatsballett Berlin. La storia del teatro risale alla Deutsches Opernhaus sita a Charlottenburg ove ebbe inizio questa istituzione la sera del 7 novembre 1912 con la rappresentazione del Fidelio di Beethoven. Nel 1925e il nome del teatro venne cambiato in Städtische Oper (Opera Municipale). Con la nascita del Terzo Reich, Joseph Goebbels cambiò nuovamente il nome in Deutsches Opernhaus.

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Nel 1935 il teatro venne ristrutturato dall’architetto Paul Baumgarten. Il direttore generale del tempo Carl Ebert, decise di lasciare la Germania nazista trasferendosi in Inghilterra dove co-fondò il Glyndebourne Opera Festival. Il teatro venne distrutto dai bombardamenti il 23 novembre 1943. Dopo la fine della guerra, Ebert tornò alla guida del teatro che riprese così le sue rappresentazioni al Theater des Westens fino a quando non fu costruito il nuovo edificio, disegnato da Fritz Bornemann, che si inaugurò il 24 settembre 1961 col Don Giovanni di Mozart. Al nuovo edificio venne dato il nome di Deutsche Oper Berlin.

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STAATSOPER UNTER DEN LINDEN

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Staatsoper Unter den Linden

Berlino (1742)

1450 posti

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Costruita in stile neoclassico da Georg Wenzeslaus von Knobelsdorff su commissione di Federico II di Prussia, come primo edificio del mai interamente realizzato “Forum Fridericianum”, la Hofoper(Opera di corte);viene inaugurata il 7 dicembre 1742 con Cesare e Cleopatra di Carl Heinrich Graun. Si deve a quell’evento la collaborazione con la Staatskapelle, l’orchestra le cui origini risalgono al XVI secolo.

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Nel 1843-44 l’edificio venne sottoposto a restauro a seguito di un incendio e i lavori vennero diretti da Carl Ferdinand Langhans, tali lavori modificarono però solo l’interno dell’edificio che diventa Königliches Opernhaus (Opera Reale), ma nel 1918 prende il nome attuale. Negli anni ’20 si avvicendarono sul podio del teatro Kurt Adler, Wilhelm Furtwängler, Erich Kleiber, Otto Klemperer, Alexander von Zemlinsky e Bruno Walter.

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Gravemente danneggiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, venne ricostruito e riaperto il 7 dicembre 1942, con I maestri cantori di Norimberga diretto da Wilhelm Furtwängler. Fino al 1990 faceva parte della Repubblica Democratica Tedesca essendo situato nel quartiere Mitte della sezione russa. Dal 2009 la Staatsoper è chiusa per imponenti lavori condotti dall’architetto HG Merz. Il soffitto della sala viene rialzato  e il proscenio allungato per migliorare l’acustica. Sono parimenti costruiti edifici annessi per le prove e i magazzini.

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I lavori vengono terminati nell’ottobre 2017 quando il teatro si apre  progressivamente in tutte le sue parti. Ecco come si presenta ora.

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KOMISCHE OPER

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Komische Oper

Berlino (1892, 1966)

1270 posti

Komische_Oper_Berlin_interior_Oct_2007_BühneLa Komische Oper Berlin è una compagnia d’opera di Berlino specializzata nelle produzioni in lingua tedesca e in operette così come l’Opéra-Comique lo è per il francese. Il teatro fu costruito tra il 1891 e il 1892 dagli architetti Ferdinand Fellner e Hermann Helmer per una società privata e prese il nome di Theater Unter den Linden. Fallito nel 1896 riaprì come Metropol-Theater con la rivista di Julius Freund Paradies der Frauen diventando in breve tempo il più famoso teatro di varietà di Berlino. Negli anni ’20 vide le prime delle operette di  Franz Lehár prima di essere nuovamente chiuso nel 1933.

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Nazionalizzato nel 1934 come Staatliches Operettentheater diventando sede del programma nazista Kraft durch Freude. Danneggiato dai bombardamenti del ’44 fu quasi distrutto da quelli del ’45 per riaprire due anni dopo, parzialmente ristrutturato, come Komische Oper con l’operetta Die Fledermaus di Johann Strauss. Completamente ricostruito negli anni 1965-1966 dal collettivo di architetti Kunz Nierade, riaprì il 4 dicembre 1966 col Don Giovanni di Mozart. La facciata modernista su Behrenstraße non fa sospettare l’interno fantasiosamente decorato della sala. Ulteriori restauri e miglioramenti tecnologici avvennero nel periodo 1986-1989. Ora è la seconda istituzione lirica della città con una sua ricca stagione operistica e concertistica.

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Roméo et Juliette

  1. Mackerras/Joël 1994
  2. Nézet-Séguin/Sher 2008

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★★★☆☆

1. L’affermazione di Roberto Alagna

Progetto giovanile di Gounod, Roméo et Juliette risale al 1841 quando il musicista si trovava in Italia per il Prix de Rome vinto due anni prima e ha tutta la freschezza e lo slancio melodico di un compositore giovane ed entusiasta. Iniziato sul testo italiano del Romani già utilizzato da Bellini, il progetto viene ripreso nel 1865 sul libretto in un prologo e cinque atti di Jules Barbier e Michel Carré (gli stessi del Faust) con i dialoghi parlati. I librettisti restano sostanzialmente fedeli al testo di Shakespeare, pur introducendo una scena, quella del matrimonio dei giovani, là assente, e modificando il finale, là dove fanno risvegliare Giulietta prima che Romeo sia morto così da fornire un ultimo duetto d’amore.

Atto primo. Dopo un’ouverture-prologo nella quale il coro, come nel dramma, espone il soggetto compiangendo la sorte dei due amanti, eccoci in casa Capuleti, dove ha luogo una sfarzosa festa da ballo. L’arrivo di Giulietta, incantevole figlia di Capuleti, suscita l’ammirazione degli invitati. Tra essi si aggirano mascherati Romeo e Mercuzio. Il primo è turbato da strani presentimenti, Mercuzio lo consola: è stato sicuramente visitato da Mab, la regina dei sogni. Alla vista di Giulietta, Romeo prova un istantaneocoup de foudre. La giovane, promessa sposa al conte Paride, nipote del principe di Verona, si confida con la nutrice Gertrude: vorrebbe poter vivere ancora un po’ senza pensare al matrimonio. Avvicinatosi a Giulietta, Romeo le fa una dichiarazione appassionata, che viene accolta con profonda emozione. L’estasi è bruscamente interrotta dall’arrivo di Tebaldo, cugino di Giulietta, che riconosce la voce del giovane mascherato per quella di Romeo, rampollo della casata dei Montecchi. Per i due innamorati è la terribile consapevolezza di appartenere a famiglie divise da un odio secolare. Tebaldo tenta di aggredire il giovane ma è fermato da Capuleti: la festa deve continuare, intima, si riprenda il ballo.
Atto secondo. Nottetempo, abbandonati i suoi compagni, Romeo si introduce nel giardino di Giulietta e la invita a mostrarsi paragonandola al sole nascente. Giulietta appare al balcone, i due si scambiano infiammate frasi d’amore; ma sono interrotti da un gruppo di servitori, che cercano qualche Montecchi da sistemare per le feste. Allontanatisi questi ultimi, scacciati da Gertude, i giovani riprendono il loro duetto d’amore. La voce della nutrice, che richiama Giulietta, disturba nuovamente gli innamorati che si separano promettendo di vedersi l’indomani.
Atto terzo. Frate Lorenzo accoglie nella sua cella Romeo e Giulietta. Toccato dalla forza del loro amore, li unisce in matrimonio alla presenza di Gertrude. Nei pressi di palazzo Capuleti, Stefano, il paggio di Romeo, è alla ricerca del padrone. Una sua canzone provocatoria irrita il servo Gregorio, che lo sfida a duello. Accorrono Mercuzio e Tebaldo, i quali si schierano l’uno a fianco del paggio, l’altro del servo. Appare Romeo, ma il suo intervento non placa gli animi; Tebaldo dapprima taccia Romeo di viltà, poi uccide Mercuzio. L’assassinio dell’amico scatena la collera di Romeo, che si avventa sull’omicida trafiggendolo mortalmente. Sopraggiunge il duca di Verona; durissime sono le sue parole contro le famiglie rivali: quanto a Romeo, la sua sorte è l’esilio.
Atto quarto. Raggiunta Giulietta nella sua camera, Romeo trascorre con lei l’ultima notte prima della partenza. Il canto dell’allodola, messaggera del giorno, li avverte che è giunto il momento dell’addio. Giunge Capuleti, accompagnato da frate Lorenzo, che dovrà preparare Giulietta alle nozze imminenti con Paride. Il religioso, rimasto solo con la giovane, la convince a bere una pozione che provoca una morte apparente, unico mezzo onde sottrarsi al matrimonio. Penserà lui ad avvertire Romeo e a far sì che essi possano fuggire insieme. Durante la cerimonia nuziale, Giulietta si accascia esanime; tutti la credono morta. Frate Lorenzo apprende da un confratello che il suo messaggio per Romeo non è giunto a destinazione; Stefano, latore dello stesso, è stato ferito da un Capuleti.
Atto quinto. Romeo intanto, saputo della morte di Giulietta, giunge alla cripta dove ella è sepolta. Dopo un ultimo bacio dato all’amata, si avvelena. Al risveglio di Giulietta i due si gettano l’uno nelle braccia dell’altra ma la gioia è di breve durata. Romeo cade stroncato dal veleno, Giulietta raccoglie il flacone vuoto e, intuendo l’accaduto, si pugnala. Gli amanti spirano implorando il perdono celeste.

Dopo la prima del 1867 al Théâtre Lyrique parigino il lavoro subì numerose revisioni, prima nel 1873 per l’Opéra-Comique e poi per la rappresentazione nel 1888 all’Opéra per la quale Gounod musicò le parti parlate e aggiunse l’inevitabile balletto. Le rappresentazioni moderne tengono conto in modo diverso di tutte queste edizioni.

Rispetto al Faust, Roméo et Juliette ha maggior unità stilistica e drammatica unita a una sorprendente continuità narrativa nonostante la diversità dei numeri musicali: dalla brillante “ballata della regina Mab” di Mercutio, alla valse virtuosistica di «Je veux vivre» di Juliette, all’elegante cavatina «Ah, lève-toi soleil» di Roméo, alla beffarda chanson di Stéphano. La partitura segue efficacemente gli stati d’animo dei personaggi come una moderna colonna sonora per film e raggiunge momenti di incantato lirismo nei duetti d’amore dei due personaggi principali.

Opera di non facilissima produzione, Roméo et Juliette ha bisogno di voci di primissimo piano, soprattutto per quella di Roméo. I più grandi tenori si son voluti cimentare con l’impervia tessitura del ruolo: da Jussi Björling a Franco Corelli, da Nicolai Gedda ad Alfredo Kraus, da José Carreras a Plácido Domingo a Roberto Alagna.

E per quest’ultimo è messo in piedi lo spettacolo di Nicolas Joël che aveva debuttato a Tolosa per poi passare a Parigi e nel 1994 approdare a Londra con la direzione di Sir Charles Mackerras alla guida dell’orchestra della Royal Opera House. Il maestro australiano ne dà una lettura quasi estatica e dai tempi molto rilassati, mettendo in evidenzia gli aspetti wagneriani della partitura. La versione è la più completa tra quelle disponibili e infatti sfiora le tre ore.

Per quanto riguarda gl’interpreti, sarà forse un caso, ma i più convincenti sono quelli di lingua francese: Roberto Alagna, François Le Roux e Anna Maria Panzarella.

Alagna è come sempre stilisticamente perfetto e compiaciuto delle sue mezze voci e del bel timbro della voce. Forse troppo trattenuto, non si sa se è lui o Mackerras a voler dilatare così i tempi. Le Roux caratterizza con la solita bravura il personaggio di Mercutio mentre la Panzarella, compensa il fisico non ideale per la parte en travesti di Stéphano con la sua verve vocale.

Leontina Văduva ha il physique du rôle ideale e una recitazione intensa, forse un po’ troppo manierata per la ripresa cinematografica di Brian Large con i suoi frequenti primi piani. Il soprano rumeno si getta nella parte con slancio e la sua voce esile ha i momenti migliori nelle agilità delle sue arie solistiche.

Regia molto tradizionale, così come le scenografie e le coreografie. Spettacolo modesto fatto per far brillare la stella nascente di Alagna.

Roméo Villazon

★★★★☆

2. Testosterone in musica

All’opposto della lettura estatica di Mackerras questa, di Yannick Nézet-Séguin del 2008 a Salisburgo, è coinvolgente, entusiasmante e con tutta la gagliarda energia che gli sa infondere il giovane direttore canadese.

Rolando Villazón asseconda in pieno questa interpretazione e se altrove lo si è potuto accusare di gesticolare troppo o di esagerare con gli effetti, qui invece è efficace e trascinante: l’energia nei duelli e nelle scene d’azione, le cadute, i salti, le grida di gioia e di amore, le urla di dolore e di disperazione, gli abbracci e i baci per Giulietta da vero amante appassionato, tutto concorre a costruire un Roméo di carne, sangue e vitalità impressionanti, lontano dall’accademismo che mina spesso i personaggi di Gounod. E la voce è al servizio della sua totale immedesimazione, potente ma non stentorea, “muscolosa” si direbbe, e tesa a completare la forma atletica del personaggio.

Al testosterone giovanile di Roméo si contrappone la infantile personalità di Juliette che ha nel fisico e negli atteggiamenti di Nino Machaidze (che ha sostituito la originariamente prevista Anna Netrebko perché in dolce attesa) la giusta riverberazione e non si fa fatica qui a vedere la ragazzina di neanche quattordici anni dell’originale scespiriano. La dizione del soprano georgiano è forse l’elemento debole della sua performance, ma vocalmente è perfettamente all’altezza nelle agilità del suo valzer, negli acuti fulminanti, nei colori sempre cangianti.

La non perfetta pronuncia del francese si riscontra anche negli altri interpreti, eccezion fatta per lo Stéphano perfettamente convincente di Cora Burggraaf e il frate di Mikhail Petrenko, turbato e ambiguamente attratto dalla bellezza della giovane Capuleti. Fra tutti gli altri ricordiamo almeno il Tybalt di Juan Francisco Gatell e il Mercutio di Russell Braun, ma non ci sono interpreti di secondo piano in questa ricca produzione salisburghese.

La regia di Bartlett Sher trasporta la vicenda di quattro secoli più avanti nel tempo rispetto al libretto originale con i sontuosissimi costumi settecenteschi di Catherine Zuber, ma questa immersione nel XVIII secolo non pone problemi giacché rivalità tra famiglie e amori contrastati non hanno epoca. Le coreografie di Chase Brock, le scene d’azione e i duelli perfettamente realizzati hanno un’accelerazione e una rapidità di montaggio che richiamano la tecnica filmica e rendono molto bene la tensione adolescenziale della vicenda. Non è poi solo la mancanza di un sipario a coinvolgere gli spettatori: i cantanti accedono dalla platea o usano lo spazio tra la prima fila e l’orchestra, il paggio entra camminando in bilico su un parapetto. Il taglio della scena del matrimonio con Paris qui rende più intensa la vicenda: basta l’enorme telo bianco che Juliette stringe a sé con angoscia per suggerire il velo nuziale che diventa lenzuolo funebre.

L’immensa scena granitica della Felsenreitschule serve a rappresentare una specie di grande strada con i suoi angoli bui e in generale lo smisurato spazio è ben utilizzato nelle scenografie di Michael Yeargan.

Come extra nei due dischi abbiamo il riassunto della vicenda narrata in un forbito tedesco da Villazón e due documentari su Salisburgo e su Verona. Sottotitoli anche in cinese, ma non in italiano.

OPÉRA

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Opéra

Nizza (1885)

1080 posti

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L’Opéra de Nice è un teatro lirico gestito dalla municipalità. Situato nel quartiere vecchio della città, ha due facciate: una a sud sul quai des États-Unis che costeggia il mare e la spiaggia, e l’altra a nord sulla rue Saint-François-de-Paule. È classificato monumento storico dal 1992.

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A metà del secolo XVIII sul sito dell’attuale opera esisteva una sala per spettacoli chiamata Théâtre Maccarani. Nel 1789 la sala viene ingrandita e nel 1792 le truppe francesi che occupano Nizza la trasformano in Club Patriotique. Poi ritrova la sua vocazione come Théâtre de la Montagne. Nel 1826 il re Carlo Felice di Savoia demolisce il teatro e fa costruire al suo posto il Teatro Reale. In stile neoclassico, è edificato dall’architetto Benoît Brunati a modello del San Carlo di Napoli e viene inaugurato il 26 ottobre 1827.

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Durante il Secondo Impero si chiama Théâtre Impérial e nel 1871 diventa Théâtre Municipal. Il 23 marzo 1881 durante una rappresentazione di Lucia di Lammermoor è totalmente distrutto da un incendio che fa duecento vittime. Nel 1882 se ne decide la ricostruzione su un progetto dell’architetto François Aune approvato da Charles Garnier. L’architettura esterna si ispira ad uno stile eclettico e l’interno è sontuosamente decorato. L’affresco del soffitto che rappresenta Fetonte e i quattro pannelli con le nove Muse del foyer sono dipinti da Emmanuel Costa. Il nuovo teatro Municipale è inaugurato il 7 febbraio 1885 con Aida di Giuseppe Verdi. Nel 1902 il  Théâtre Municipal diventa l’Opéra de Nice. Vi si tiene una regolare stagione lirica e di concerti.

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GRAND THÉÂTRE DE PROVENCE

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Grand Théâtre de Provence

Aix-en-Provence (2007)

1366 posti

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Il Grand Théâtre de Provence è una sala per spettacoli di Aix-en-Provence situata nel nuovo quartiere Sextius Mirabeau. Per la costruzione di questo edificio è stato utilizzato un symbole del paese di Aix: la montagna Sainte-Victoire, con le sue pietre di diversi colori per il rivestimento dell’esterno.

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Inaugurato il  29 giugno 2007 con la Walkiria di Richard Wagner, è stato progettato dagli architetti italiani Vittorio Gregotti e Paolo Colao per accogliere le opere e i concerti del Festival international d’art lyrique d’Aix-en-Provence. È costruito su piloni elastici per assorbire le vibrazioni della vicina stazione ferroviaria. Il Grand Théâtre de Provence è sede de l’Orchestre Français des Jeunesse e dell’ensemble Café Zimmermann.

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THÉÂTRE DU JEU DE PAUME

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Théâtre du Jeu de Paume

Aix-en-Provence (1787)

493 posti

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Costruito sulla sito di una vecchia sala per il gioco della pallacorda reale (Luigi XIV sembra che  «y pratica la paume»).  L’architetto è il marchese De La Barben, allora console di Aix. Come tutte le sale di pallacorda De La Barben deve tener conto delle esigue dimensioni,  36 metri per 16. Riesce comunque a realizzare una sala moderna per le esigenze del XVII secolo in cui tutti gli spettatori riescono a sentire e vedere gli attori in scena. Il costo dei lavori supera quelli iniziali e il teatro viene inaugurato nel 1787 senza le decorazioni interne che saranno approntate nell’Ottocento.

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La città di Aix-en-Provence ne diventa proprietaria nel 1829. Nel 1998 il teatro rimane chiuso per restauri e riapre nel 2000 con un nuovo sipario dipinto da  Gérard Traquandi alla presenza di  Fanny Ardant, Jean-Louis Trintignant, Jacques Weber et Clémentine Mazzoni. La direzione artistica è assicurata da Dominique Bluzet, direttore artistico anche del Théâtre du Gymnase di Marsiglia che offre abbonamenti in comune al Jeu de Paume di Aix .

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TEATRO BELLINI

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Teatro Bellini

Catania (1890)

1200 posti

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Il Teatro Massimo Vincenzo Bellini è il centro di rappresentazione dell’opera di Catania. Nel 1870 fu affidato all’architetto Andrea Scala il compito di trovare un sito idoneo per costruire un nuovo Politeama, dopo aver esaminato le varie opzioni si decise per l’area di Piazza Cutelli. Nonostante le incertezze finanziarie venne approvato il progetto dello Scala che con l’assistenza dell’architetto milanese Carlo Sada portava avanti i lavori, finanziati dal gruppo di azionisti della Società Anonima del Politeama.

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Nel 1880 la società finì presto in liquidazione e fu sostituita dal Comune che decise di modificare la struttura a teatro Lirico imponendo variazioni al progetto, in sette anni i lavori furono terminati. Mancando i fondi per affidarlo ad un impresario si dovette aspettare il 31 maggio 1890 per l’inaugurazione con l’opera Norma del compositore catanese Vincenzo Bellini.

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La facciata del teatro in stile neobarocco si ispira al classico sansoviniano della Biblioteca di Venezia. Il resto dell’immobile, però, se ne distacca nello sviluppo laterale, assumendo la forma di teatro. L’edificio è ispirato all’eclettismo francese di Charles Garnier (l’autore dell’Opéra di Parigi), ma l’architetto Sada lo ha arricchito con una varietà e quantità di decorazioni che riecheggiano il barocco del centro storico cittadino. La sala a quattro ordini di palchi oltre il loggione, è di grande ricchezza decorativa ed è una delle più belle tra quelle costruite nell’Ottocento in Italia.

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Il soffitto è affrescato dal pittore Ernesto Bellandi con l’apoteosi di Bellini con le allegorie delle sue maggiori opere: NormaLa sonnambula, I puritani e Il pirata. Il sipario storico, illustrante la Vittoria dei catanesi sui libici, è del pittore catanese Giuseppe Sciuti. Nel ridotto, molto ampio ed elegante tutto marmi e stucchi, notevole è la statua in bronzo di Vincenzo Bellini, opera di Salvo Giordano.

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TEATRO MASSIMO

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Teatro Massimo

Palermo (1897)

1381 posti

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Il Teatro Massimo Vittorio Emanuele di Palermo ai suoi tempi era il più grande edificio teatrale lirico d’Italia e terzo per ordine di grandezza architettonica dopo l’Opéra di Parigi e la Staatsoper di Vienna. Ambienti di rappresentanza, sale, gallerie e scale monumentali circondano il teatro vero e proprio, formando un complesso architettonico di grandiose proporzioni.

timthumb.phpI lavori furono iniziati nel 1875 dopo vicende travagliate che seguirono il concorso del 1864 vinto dall’architetto Giovan Battista Filippo Basile, alla morte del quale subentrò il figlio, anch’esso architetto, che accettò di ultimare l’opera in corso del padre su richiesta del Comune di Palermo, completando anche i disegni necessari per la prosecuzione dei lavori. L’apparato architettonico della grande sala si deve all’architetto Ernesto Basile, raffinatissimo rappresentante del Liberty europeo. La sala è a ferro di cavallo con cinque ordini di palchi e galleria.

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Il 16 maggio 1897 avvenne l’apertura ufficiale del teatro, che allora poteva contenere tremila posti, con il Falstaff di Verdi. Dopo un lunghissimo periodo d’abbandono iniziato nel 1974 per motivi di restauro procrastinato, il Teatro Massimo venne riaperto Nel 1997 col Nabucco diretto da Claudio Abbado.

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La simmetria compositiva attorno all’asse dell’ingresso, la ripetizione costante degli elementi (colonne, finestre ad archi), la decorazione rigorosamente composta, definiscono una struttura spaziale semplice e una volumetria chiara, armonica e geometrica, d’ispirazione greca e romana. I riferimenti formali di quest’edificio sono, oltre che nei teatri antichi, anche nelle costruzioni religiose e pubbliche romane quali il tempio, la basilica civile e le terme soprattutto nello sviluppo planimetrico dei volumi e nella copertura.

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L’esterno del teatro, seguendo la moda dell’attualizzazione delle architetture antiche, presenta un pronao corinzio esastilo elevato su una monumentale scalinata ai lati della quale sono posti due leoni bronzei con le allegorie della Tragedia e della Lirica; in alto l’edificio è sovrastato da un’enorme cupola emisferica.

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Il teatro dispone di uno speciale soffitto mobile composto da 12 grandi pannelli lignei affrescati (i cosiddetti petali) che vengono mossi da un meccanismo di gestione dell’apertura modulabile verso l’alto, che consente l’aerazione dell’intero ambiente. Il sistema permette al teatro di non necessitare di aerazione forzata per la ventilazione e la climatizzazione interna.

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