Autore: Renato Verga

Der fliegende Holländer

Richard Wagner, Der fliegende Holländer (L’Olandese volante)

Torino, Teatro Regio, 16 ottobre 2012

★★★☆☆

Il mare in una stanza

Apertura di stagione con Wagner, di cui si celebreranno l’anno prossimo i duecento anni dalla nascita. Il Teatro Regio sceglie la sua prima opera matura, quell’Olandese volante che aveva visto il debutto a Dresda nel 1843. La durata di circa due ore e un quarto permette un’esecuzione senza intervallo, come voleva originariamente l’autore, ma è anche comune il taglio in tre atti. A Torino viene scelta la soluzione dell’atto unico, la più efficace per mantenere la tensione del dramma.

La messa in scena è di Willy Decker, che l’aveva approntata per Parigi nel 2000. Minimalista la scenografia: una grande stanza bianca e spoglia con una grande marina sulla parete di fondo e un’enorme porta su quella di destra. Il regista privilegia una lettura onirica e psicanalitica della vicenda in cui non è il mare la presenza incombente, bensì l’inconscio oltre quella porta. Non ci sono navi in scena, solo delle funi a cui si aggrappa l’Olandese, né il suo ritratto sulla parete, la sua effigie è in una miniatura che Senta porta al collo. Tutto è rarefatto nella regia di Decker, che risolve in maniera scioccante la morte della donna: non essendoci rupe da cui potersi gettare, ma neppure il mare, alla donna non resta che piantarsi un pugnale nel petto per porre fine alla sua esistenza e sacrificarsi così per l’uomo amato.

Il mare in scena non c’è, se non nel dipinto, ma è nell’orchestra, diretta da Gianandrea Noseda con passione e grande controllo musicale. Cast eterogeneo quello sul palcoscenico. Mentre Mark S. Doss è un autorevole Olandese, il tenore Stephen Gould (Erik) è stentoreo e il suo canto spesso gridato e Steven Humes ha un timbro un po’ troppo chiaro per Daland. Convincente invece Adrienne Pieczonka, intensa e vibrante Senta. Bene il timoniere di Vicente Ombuena e la Mary di Claudia Nicole Bandera. Buona la prova del coro del teatro salutato al termine dai calorosi applausi del folto pubblico torinese.

Rienzi

Richard Wagner, Rienzi

★★★★☆

Roma, Teatro dell’opera, 18 maggio 2013

Rienzi, tribuno attuale

Poche altre opere sono così “romane” quale il Rienzi: come nella Tosca e nel Benvenuto Cellini di Berlioz, qui la città eterna è vera protagonista. Ghiotta occasione quindi quella di vedere sulle scene del Costanzi il giovanile capolavoro di Wagner allestito nel bicentenario della nascita del compositore.

Il compositore l’avevo scritto tra il 1837 1e il 1840, prima quindi dei moti rivoluzionari di Dresda a cui parteciperà, e si capisce quanto fosse legato alla figura del tribuno romano Cola di Rienzo quale figura liberatrice e repubblicana in lotta contro i nobili e gli sfruttatori del popolo. «[Opera] prettamente romantica, il libretto connota Rienzi anche in questo senso, esaltandone i tratti più ingenui e freschi, quanto la tragica caduta per vizi nondimeno e purtroppo effimeri ed identici a quelli dei potenti che combatteva, pur non sottraendogli quel manto di eroe della pace che fino all’ultimo combatte contro l’oligarchia dei nobili  dell’epoca». (Livia Bidoli)

Proposta in versione non integrale, dalle 4 ore e 40 minuti della versione completa si è scesi alle tre ore (mancano i ballabili e vi sono alcuni tagli), viene eseguita da Stefan Soltész senza eccessiva enfasi ma con giusta sottolineatura della matura scrittura orchestrale e della vena melodica che ha il solenne tripudio nella preghiera intonata nel quinto atto. Protagonista instancabile e autorevole è Andreas Schager nel ruolo eponimo, ma bene è anche il reparto femminile con Manuela Uhl (Irene) e soprattutto Angela Denoke en travesti nella parte di Adriano Colonna, entrambe ottime attrici.

Evocata con pochi elementi architettonici più che esattamente ricostruita è la Roma di Hugo de Ana che firma regia e scenografie: il portone del Pantheon, i Fori, la colonna Traiana, le statue equestri. Anche i costumi rimandano al passato, ma le problematiche offerte dall’opera rimangono di grande attualità anche oggi, sembra dire il regista che però non ha insistito come hanno fatto invece certi registi tedeschi anche se ha dichiarato di ispirarsi, per l’interpretazione ideologico-registica di Rienzi, a figure del totalitarismo novecentesco, come Mussolini e Hitler. Quest’ultimo amava a tal punto quest’opera da farsi regalare dalla famiglia Wagner l’autografo, andato perduto nell’incendio del bunker dove si suicidò. «Sempre più, nel corso dell’opera, il Rienzi di de Ana lascia l’austera compostezza per abbandonarsi a risa maligne e atteggiamenti assolutistici, in nome della restaurazione dei fasti romani. In tal senso risulta efficacemente drammatica la scena dell’aggressione a Rienzi di fronte a San Giovanni in Laterano, tutta giocata in moviola (i movimenti scenici sono a cura di Leda Lojodice); emozionante la scena finale, che è invasa da una proiezione di un incendio che si staglia sulla Colonna Traiana, con la fulminea lapidazione di Rienzi e di Irene, mentre una folla inferocita vuole appenderli. Uno spettacolo musicalmente centrato e visivamente appagante. Impreziosisce il tutto una serie di citazioni poetiche, proiettate durante tutta l’opera, che esortano un’Italia prostrata a rialzarsi, monito attuale ora come un tempo». (Stefano Ceccarelli)

Lo schiavo

Antônio Carlos Gomes, Lo schiavo

★★☆☆☆

Cagliari, Teatro Lirico, 22 febbraio 2019

(registrazione video)

Amori contrastati nella foresta pluviale

Un caso praticamente unico in Italia è quello del coraggioso Teatro Lirico di Cagliari che punta su novità di oggi e rarità del passato per arricchire i suoi cartelloni.

È il caso del recupero de Lo schiavo del compositore brasiliano Antônio Carlos Gomes, dramma lirico in quattro atti presentato la prima volta a Rio de Janeiro il 27 settembre 1889 in onore della Principessa Isabella, figlia dell’Imperatore Pedro II. L’improponibile e scalcagnato libretto di Rodolfo Paravicini, tratto dall’originale di Alfredo d’Escragnolle Taunay, fa svolgere l’azione nel 1567: «Questo melodramma è basato sulla storia del Brasile e sulle guerre sostenute dalle tribù dei Tamayos alleate ai francesi contro i portoghesi vincitori. Iberè, prima schiavo, poi capo dei Tamayos, è il protagonista nell’episodio storico-romantico avvenuto a Guaipacarè sulle rive del fiume Parahyba». La questione politico-umanitaria, che piacque molto ai regnanti del Brasile che in occasione dell’abolizione della schiavitù fecero de Lo schiavo un manifesto musicale delle loro politiche, in realtà si perde nelle solite vicende di un banale triangolo amoroso.

Atto I. Ilàra e Iberè, della tribù Tamoyo, sono schiavi nella fazenda del conte Rodrigo il cui figlio, Américo, è innamorato corrisposto di Ilàra. Américo libera Iberè e quest’ultimo giura che sarà eternamente fedele al suo giovane protettore. Conoscendo l’amore del figlio per la ragazza indiana e la sua pietà per gli schiavi, il conte manda il giovane a Rio de Janeiro, per raggiungere l’esercito contro la rivolta dei Nativi. Durante l’assenza di Américo, il conte chiama Gianfèra, il suo caposquadra, per organizzare il matrimonio di Ilàra con Iberè.
Atto II. A Niterói, la giovane contessa di Boissy, un’abolizionista, accoglie Américo di cui è innamorata, ma egli pensa sempre a Ilàra. Sorprendendo tutti, decide di liberare i suoi schiavi indiani, tra i quali Iberè e Ilàra, ora in suo possesso. Quando gli dicono che i due sono ora uniti, Américo nella sua gelosia mostra tutto il suo odio.
Atto III. I due indiani, ora liberi, vivono in una foresta in Jacarepaguá e il giovane cerca di conquistare l’amore di sua moglie, nella speranza di farla un po’ più felice. Ilàra, tuttavia, rivela a Iberè il suo giuramento di fedeltà verso Américo. Iberè riunisce la sua tribù contro i portoghesi.
Atto IV. Américo viene imprigionato e portato alla presenza di Iberè. Al fine di mantenere il suo giuramento, il Tamayo tradisce il suo stesso popolo e libera il suo benefattore. La fuga di Américo e Ilàra è notata dai selvaggi, che vogliono vendetta. Iberè si uccide, offrendo la sua vita in cambio di quella degli amanti, così permettendo loro di essere felici per sempre.

Gomes è una figura singolare nel panorama musicale dell’Ottocento. Il compositore brasiliano si adegua al linguaggio operistico del tempo e agli evidenti riferimenti verdiani affianca soluzioni personali. Nelle parole di Alberto Mattioli Lo schiavo «è uno di quei casi in cui scontiamo il fatto di esserci persi per strada un pezzo di Ottocento, e che pezzo. Oggi Meyerbeer e soci sono quasi scomparsi dai cartelloni (ma l’inversione di tendenza è già iniziata, anche se da noi ovviamente non se ne sono accorti), ma nel secondo Ottocento, in Italia, il grand opéra francese passava per l’avanguardia musicale più à la page e “filosofica”. Da qui il fiorire e il successo della sua versione autarchica, le “opere ballo”, possibilmente su soggetto esotico come questa, che ne riproducevano la formula grandiosa. […] Gomes si muove in quest’ambito […] ma il successo grande anche se non persistente di Gomes si spiega con le sue doti di melodista efficace, benché raramente memorabile. Insomma, siamo in zona Petrella, o Ponchielli». Bene quindi rispolverare titoli desueti, ma che questi abbiano un valore intrinseco oltre a quello di curiosità storica è talora dubbio, come nel caso di questo lavoro di Gomes, che sicuramente non rimpiangeremo se non verrà mai più riproposto.

Destinato per l’Italia, come era successo a Il Guarany che aveva debuttato alla Scala 19 anni prima, Lo schiavo invece non è mai stato rappresentato nel nostro paese prima di questa coproduzione del Festival Amazonas de Ópera de Manaus che inaugura la stagione lirica cagliaritana. Il brasiliano John Neschling (lo stesso che ha diretto Plácido Domingo nel Guarany discografico) rende abilmente i differenti piani sonori dell’opera: il primo atto indubitabilmente verdiano, il secondo in stile brillante nel disegnare l’ambiente francese della dimora della contessa di Bussy, gli altri due di colore notturno, dove esotismo significa trasparenza di scrittura e raffinatezze orchestrali. Le voci sono quelle del soprano Svetla Vassileva, Ilàra, dagli evidenti limiti vocali già rilevati altrove; il baritono Andrea Borghini, nobile Iberè dalla voce ben chiaroscurata; il tenore Massimiliano Pisapia, Américo che però tutti pronunciano Ameríco, personaggio tanto magnanimo quanto è spietato il padre, ma irrimediabilmente convenzionale e il cantante non fa molto per convincerci del contrario; Elisa Balbo è una Contessa di Boissy un tantino isterica; Dongho Kim l’inflessibile Conte Rodrigo. Istruito da Donato Sivo, non è sempre compatto e perfettamente intonato il coro del teatro.  

Nella sua lettura il regista Davide Garattini Raimondi sottolinea il tema della schiavitù: gli spettatori entrando in teatro trovano corpi riversi per terra, in scena non si risparmiano le frustate («Se la frusta non temete, c’è il baston») e nella foresta ribelli impiccati alle liane fanno da sfondo all’incontro dei due amanti. Nei costumi di Domenica Franchi i crudeli oppressori vestono cuoio e pesanti armature sotto il sole tropicale mentre Tiziano Santi disegna le scene che ci si aspetta, né più né meno. L’idea di presentare questo titolo in un modo un po’ più problematico non è proprio passata nella mente di nessuno dei responsabili dell’allestimento.

Werther

Jules Massenet, Werther

★★★★☆

Brescia, Teatro Grande, 6 novembre 2020

(diretta streaming)

Werther, opera del distanziamento

Diretta streaming da Brescia per lo spettacolo coprodotto dai Teatri di OperaLombardia (Sociale di Como, Fraschini di Pavia, Ponchielli di Cremona, Grande di Brescia, Donizetti di Bergamo): in tempi di Covid-19 questa è l’unica possibilità di assistere a uno spettacolo teatrale. Da casa, mentre il teatro rimane tristemente senza spettatori.

Il concorso AsLiCo porta in scena i quattro finalisti. Magari non sono ancora perfetti, ma escono da una severa selezione e hanno avuto il tempo di prepararsi, il tempo che cantanti in carriera si sognano. E i risultati si vedono: la cura per la dizione e l’espressività sono massime e l’inesperienza è largamente compensata dalla freschezza e dall’entusiasmo. Per di più sono giovani e belli e rivelano particolari doti vocali.

Werther introverso e tormentato, ma anche pieno di slancio giovanile, è quello di Gillen Munguía che vive con trasporto la parabola esistenziale del personaggio romantico per eccellenza, dal momento magico dell’innamoramento alla disperazione e al suicidio. Il timbro è piacevole, virile, con appena un leggero tono nasale. Il “Lied d’Ossian” è affrontato con grande sensibilità in una mezza voce che poi sfocia in un finale altamente drammatico. Dotto di buon fraseggio e piacevole presenza scenica, il suo è un debutto che fa prevedere  una felice carriera. Voce ferma è ben proiettata quella di Karina Demurova, espressiva e bella Charlotte, la ragazza combattuta tra dovere e sentimento. Alcune note sono un po’ fisse, ma il temperamento non incide sul suo controllo vocale e il personaggio esce fuori molto ben delineato. Particolarmente apprezzabile la caratterizzazione di Sophie di Maria Rita Combattelli, che disegna con efficacia la giovane nascostamente innamorata di Werther e che vocalmente risolve con grande brillantezza la sua ariette del secondo atto, «Du gai soleil plein de flamme». Meno impegnativa la parte di Alberto Comes, bonario Borgomastro. Più che accettabili gli altri interpreti.

Dopo un inizio che faceva temere il peggio, l’orchestra trova la giusta via ma la direzione manca di tensione, sono fiacchi gli slanci e gli abbandoni lirici che fanno di questa la più amata delle opere di Massenet. Anche i timbri strumentali non sono sempre a fuoco. Sembra che al maestro Francesco Pasqualetti sia riuscito meglio il lavoro di concertazione con le voci di quello con l’orchestra.

Stefano Vizioli è autore di una messa in scena molto attenta alla psicologia dei personaggi e trova nei giovani interpreti un valido riscontro alla sua lettura. Due grandi porte, un pavimento sghembo, di carta come il fondo stropicciato, una poltrona e un cavallino a dondolo nel primo atto sono i soli elementi presenti nella bella e semplice scenografia di Emanuele Sinisi. L’atmosfera è sottolineata dalle suggestive ed evocative proiezioni di Imaginarium e dalle giuste luci di Vincenzo Raponi. L’ambiente è senza tempo, solo i bei costumi di Anna Maria Heinrich definiscono l’epoca (ma i guanti sono di lattice…). Altrettanto efficace quello del secondo atto: tre casette sullo sfondo, per terra delle foglie secche, una panca di pietra. Un divano Biedermeier, un clavicembalo, qualche pacco regalo: ecco l’atmosfera natalizia del terzo atto.

Nel quarto il colpo di scena del regista: Vizioli risolve genialmente il problema del distanziamento che è stato a suo modo funzionale fino a questo momento, ma che ora sarebbe insensato: vediamo quindi Charlotte invecchiata, su una sedia a rotelle, rivivere il suo ultimo incontro con Werther. Il rimorso tormenta ancora in tarda età la donna e un telo separa la donna dall’uomo morente sul letto. È la stessa immagine che avevamo intravisto all’inizio, senza intenderla.

Al termine dell’esecuzione il direttore d’orchestra, che non si è mai tolto la mascherina, si inchina verso la platea vuota mentre sul palcoscenico i cantanti si mettono in fila al proscenio sotto gli scarsi applausi degli orchestrali.

Una scena surreale. Per quanto tempo ancora dovrà succedere?

Fernand Cortez

Gaspare Spontini, Fernand Cortez

★★★☆☆

Firenze, Teatro del Maggio Musicale, 20 ottobre 2019

(registrazione video)

Un proto-grand opéra con tutta la sua polvere

Apertura di stagione con un raro titolo mai eseguito a Firenze: 210 anni dopo il debutto del 28 novembre 1809 al Théâtre de l’Académie Imperiale de Musique (l’Opéra di Parigi), va in scena Fernand Cortez ou La conquète du Mexique.

In collaborazione con la Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, la tragédie lyrique di Gaspare Spontini viene presentata nell’edizione critica a cura di Federico Agostinelli che così sintetizza l’importanza dell’operazione: «Se La Vestale viene tuttora ritenuta il capolavoro di Spontini, Fernand Cortez può essere a buon diritto considerato il punto focale del suo percorso artistico: da un lato, perché con le sue due versioni, quella del 1809 e quella del 1817, si pone cronologicamente al centro della parabola creativa del compositore – compresa tra il 1796, anno del suo esordio a Roma con I puntigli delle donne e il 1829 anno della prima rappresentazione a Berlino della sua ultima opera, Agnes von Hohenstaufen – dall’altro, perché nella genesi di quest’opera, nel suo travagliato percorso attraverso mille correzioni e rifacimenti, nel continuo lavorio di adattamento al quale l’autore la sottopose senza giungere in fondo mai ad una versione definitiva, troviamo compendiati ed esemplificati in modo emblematico i tratti peculiari della figura umana ed artistica del compositore marchigiano».

Su libretto di Victor-Joseph-Étienne de Jouy e Joseph-Alphonse d’Esmenard la vicenda narra della fine della spedizione in Messico del conquistador Hernán Cortés (1485-1547), abile condottiero che oltre alle armi utilizzò l’astuzia riuscendo a farsi amico il capo maya Montezuma che lasciò libero di governare in nome del re di Spagna mentre cercava di convertirlo al cattolicesimo. Diverse e meno trionfalistiche le versioni del Motezuma di Vivaldi (1733) e del Montezuma di Graun (1755). Con Bonaparte il bon sauvage era diventato crudele e superstizioso.

Atto I.  Le truppe spagnole sbarcate in Messico intendono far ritorno in patria, ma il loro comandante, Fernand Cortez, riesce a convincerle a desistere dalla rivolta. Il fratello di Cortez, Alvaro, è prigioniero dei nemici e il comandante stesso è innamorato di Amazily, principessa indigena, che gli reca la notizia dell’imminente sacrificio rituale di cui sarà vittima Alvaro. Si avvicina intanto una folla di messicani guidati da Télasco, fratello di Amazily: le donne si esibiscono in danze affascinanti, cui Cortez contrappone le evoluzioni belliche della cavalleria spagnola. Inaspettatamente, Télasco proclama i propositi di vendetta del suo popolo e consiglia a Cortez di partire. Questi però ribatte di essere intenzionato a rimanere, se non altro per abolire il locale culto inumano e, a riprova delle sue intenzioni, appicca il fuoco alla propria flotta.
Atto II. Mentre i soldati spagnoli avanzano verso il tempio, Télasco, loro prigioniero, invoca la morte e accusa la sorella di tradimento verso il proprio popolo. Cortez annuncia la liberazione di Alvaro e libera a sua volta Télasco. L’idillio dura pochissimo, perché i messicani hanno chiesto, in sostituzione di Alvaro, la testa di Amazily. Cortez si trova conteso tra i due affetti, mentre Amazily decide di accettare eroicamente il proprio destino: raggiunge il tempio attraversando a nuoto il lago e salva così Alvaro, per amore di Cortez. Mentre sta per compiersi il sacrificio di Alvaro, il fratello, raggiunto dalle tragiche notizie, ordina alle truppe spagnole di attaccare il tempio.
Atto III. Nel tempio del dio del Male, Alvaro esorta gli altri compagni di sventura a morire con dignità. I sacerdoti e i guerrieri sono pronti per il sacrificio, e il dio risponde, con un oracolo, di volere il sangue dei nemici e non di una «bontà colpevole». Giunge Amazily per proporsi come vittima. Di fronte agli insulti del sommo sacerdote, che la apostrofa come traditrice, Télasco difende la sorella. Un soldato annuncia che il re Montezuma è caduto nelle mani degli spagnoli. Télasco muove alla liberazione del sovrano, portando con sé i prigionieri nemici come ostaggi. Il sommo sacerdote decide intanto di procedere al sacrificio di Amazily, mentre i cannoni di Cortez tuonano sempre più vicini al tempio. Gli spagnoli giungono proprio nell’istante in cui la ragazza sta per cadere vittima del rito. Distrutto il tempio, i due amanti possono venire uniti in matrimonio proprio da Télasco, in segno di riconciliazione tra le due nazioni, nel tripudio generale.

Esaltazione propagandistica della campagna militare francese in Spagna condotta a partire dal 1808 da Napoleone Bonaparte, l’opera non riscosse un successo travolgente. Fu quindi ripresa, con notevoli modificazioni, nel 1817 (1), nel frattempo Napoleone era caduto e c’era stato il Congresso di Vienna, ma all’Imperatore di Prussia la spettacolarità da grand opéra, i cannoni, le fanfare, i cavalli, le masse corali, gli incendi, i ballabili erano piaciuti e fu quindi offerta al compositore la carica di General Musikdirecktor. A Berlino Fernand Cortez fu sottoposto a due ulteriori revisioni (2) andate in scena nella traduzione tedesca alla Königliches Opernhaus nel 1824 e nel 1832.

E con rulli di tamburi e ritmi marziali inizia appunto l’ouverture di questo proto-grand opéra. «Protagonista prima dell’opera è Amazily, contesa tra l’amore per il conquistatore e i doveri verso la patria. A lei spettano alcuni dei pezzi migliori della partitura, quali il recitativo con Cortez e l’aria “Hélas! Elle n’est plus” (spostati dal primo al secondo atto nel rifacimento), entrambi esemplari dell’intensità espressiva degli interventi di Amazily su diversi registri, dall’elegiaco a quello romanticamente appassionato (si veda la seconda sezione dell’aria, Allegretto animato). Altra apparizione notevole della ragazza è il duetto con Cortez “Un instant nous reste” sul finire del terzo atto, luogo in cui i sentimenti dei personaggi (lo ‘spirto guerrier’ dell’uno e la calma rassegnazione dell’altra) si scontrano, risolvendosi, nella seconda versione dell’opera, in una scena di Amazily in cui l’orchestra commenta drammaticamente la situazione angosciosa della ragazza. Carattere insigne della partitura è l’elaborata strumentazione: Spontini utilizza una seconda orchestra fuori scena, introduce in modo massiccio le percussioni, tra cui l’ajactazily messicano, e prescrive per diversi strumenti l’impiego con la sordina (tra di essi i clarinetti e i piatti). Sorta di ‘vetrina’ di questa serie di esperimenti timbrici è il coro di spagnoli “O doux moment”: su un motivo di marcia sentito da lontano il coro festeggia la liberazione di Alvaro, cedendo poi il passo a un gruppo di tre solisti (Cortez, Amazily e Moralez), che viene quindi raggiunto dalla massa corale, ottenendo in progressione un effetto di sonorità monumentale. L’opera, secondo le consuetudini di Francia, è ricca di danze, tra le quali spicca in particolare quella che precede, nel secondo atto, il coro “Enfants du dieu de la lumière”, un Allegretto cantabile affidato al timbro argentato di violini e flauto; oppure la danza ‘barbara’ migrata, nel rifacimento, all’inizio del primo atto. Tra i pezzi scritti ex novo per la ripresa del 1817, emergono il concertato iniziale dell’opera e quello che chiude il primo atto. In quest’ultimo, che muove da un quartetto (Amazily, Telasco, Montezuma e il sommo sacerdote), la tensione cresce progressivamente e inesorabilmente sino all’intervento del coro; al popolo messicano viene affidata in questo caso una parte scritta nel primo Cortez per il finale del secondo atto e destinata in origine ai soldati spagnoli. Un altro importante coro, scritto già dal 1809, è quello dei prigionieri spagnoli con Alvaro, “Créateur de ce nouveau monde”, in cui un l’afflato religioso, di sapore già romantico, viene evocato da un’orchestrazione rarefatta, basata su viole e violoncelli con sordina». (Raffaele Mellace)

Il compito di portare in scena questa vicenda, inaccettabile per i nostri valori («L’Universo appartiene agli eroi») e insopportabile secondo i nostri gusti, cade sulle spalle di Cecilia Ligorio: «Siamo partiti, il mio team e io, proprio dal sottile spazio esistente tra la realtà dei fatti e la narrazione favolosa (e faziosa) della storia del Fernand Cortez, provando a lasciar lavorare l’immaginario nella direzione del ricordo del mondo cinquecentesco, ma permettendoci di esercitare in maniera libera l’azione dell’interpretazione poetica – ed etica – di quello stesso mondo. Abbiamo cercato di fornire un piccolo contributo a questa versione: oltre ad avere la responsabilità di mettere in scena una storia mai rappresentata in tempi moderni, c’è anche la responsabilità di affrontare una storia che all’epoca è stata raccontata per celebrare Napoleone attraverso la figura di un uomo che ha stravolto la storia di un popolo. Con il tempo si è scoperto che Cortez non era esattamente l’eroe che Spontini raccontava per osannare l’imperatore e noi dunque cerchiamo da una parte di onorare una composizione che fu importantissima e che oggi torna alla luce e dall’altra di rendere giustizia a una storia dell’umanità che ha in sé anche aspetti equivoci e confusi».

Partendo da un memoriale anonimo e dalle parole di un compagno di missione di Cortéz, la regista legge la vicenda come fosse raccontata dal capitano Moralez nei suoi ricordi: eccolo quindi in un angolo lasciare traccia scritta di quanto ha vissuto e che noi rivediamo vissuto in scena. Per far ciò la vicenda è lasciata nel suo contesto storico, se non ambientale: del Messico conquistato non vediamo i paesaggi e i personaggi nei costumi d’epoca si stagliano su un fondo scuro sul quale si proiettano immagini pittoriche del mare e della flotta dell’invasore. I cavalli e cannoni erano sconosciuti agli indigeni e motivo di terrore, e cannoni e cavalli non mancano sul palcoscenico.

Gli interminabili ballabili sono affidati alla Compagnia Nuovo Balletto di Toscana coreografati da Alessio Maria Romano: «con i sedici danzatori, abbiamo lavorato molto sulla ferocia e sulla tribalità del popolo azteco visto da Spontini e molto altrettanto sulla fisicità degli spagnoli. Abbiamo cercato di “trovare” e rappresentare i due mondi: la natura e la macchina». Abbandonando gli astratti movimenti del balletto classico qui predomina lo stile pantomimico con cui si ricostruisce la storia della conquista del paese.

Amazily è l’unico personaggio femminile ed è anche quello quasi sfibrante in termini di resistenza, con le pagine più pregevoli qui rese con intensa partecipazione e buon controllo vocale da Alexia Voulgaridou. Cortez è Bonaparte, il portatore di civiltà tra barbari crudeli e superstiziosi. Il belcantista Dario Schmunck è un po’ sprecato in un ruolo che si esprime in un continuo e un po’ monotono declamato, ma riesce a ben definire il carattere introverso del personaggio eponimo. Moralez è l’incisivo Gianluca Margheri mentre la pronuncia è l’unica cosa accettabile del Télasco di Luca Lombardo. Jean-Luc Tingaud, che ha sostituito in poco tempo Fabio Luisi, dimostra un’ottima padronanza di questa complessa partitura e della sua  grandiosa orchestrazione.

(1) I cambiamenti consistettero soprattutto nella ridisposizione dei fatti – e quindi della musica già composta – all’interno dei tre atti, nonché in alcune soppressioni e aggiunte. In particolare venne smembrato il primo atto, che nella versione originale prevedeva 307 pagine di partitura, quasi quanto gli altri due atti messi insieme.

(2) La revisione del 1824 introdusse lo spettacolare incendio di Città del Messico nel terzo atto, mentre nell’ultima versione predisposta da Spontini il grandioso rogo veniva soppresso.

Die Vögel

photos © Bayerische Staatsoper

Walter Braunfels, Die Vögel (Les oiseaux)

★★★☆☆

Munich, Nationaltheater, 31 octobre 2020

(live streaming)

 Qui la versione italiana

La Götterdämmerung d’un compositeur (à demi) juif

Walter Braunfels est né à Francfort en 1882 d’Hélène Spohr, arrière-petit-fils du célèbre compositeur et chef d’orchestre allemand. Il grandit dans une famille d’intellectuels et abandonne ses études de droit et d’économie pour celles de musique après avoir assisté au Tristan de Wagner. En 1913, il commence la composition de son troisième opéra, Les Oiseaux, sur un livret qu’il écrit lui-même, mais la première n’a lieu qu’en 1920 – avec un grand succès. Hitler l’apprécia beaucoup : il ignorait que son compositeur était à moitié juif…

la suite sur premiereloge-opera.com

Der Kaiser von Atlantis

Viktor Ullmann, Der Kaiser von Atlantis (L’Empereur d’Atlantis))

★★★★☆

Düsseldorf, Opernhaus, 16 octobre 2020

(video streaming)

 Qui la versione italiana

L’art comme acte de résistance et volonté de vivre

Par un concours de circonstances, à quelques jours d’intervalle, l’Allemagne – un pays qui regarde son passé en face – propose deux œuvres de compositeurs persécutés par le nazisme : à Munich la Bayerische Staatsoper monte Die Vögel (Les Oiseaux) de Walter Braunfels, à Düsseldorf la Deutsche Oper am Rhein met en scène Der Kaiser von Atlantis oder Die Tod-Verweigerung (L’Empereur d’Atlantis ou le Refus de la mort) de Viktor Ullmann, deux paraboles faisant référence à la terrible réalité de leur époque…

la suite sur premiereloge-opera.com

Die Vögel

foto © Bayerische Staatsoper

Walter Braunfels, Die Vögel (Gli uccelli)

Monaco, Nationaltheater, 31 ottobre 2020

★★★☆☆

(live streaming)

bandiera francese.jpg Ici la version française

La Götterdämmerung di un mezzo ebreo

Tra le pagine in tedesco di Wikipedia ce n’è una che riporta la lista, in stretto ordine alfabetico, dei compositori uccisi dai Nazisti: 57, da Heinz Alt a Vilém Zrzavý. Ancora più lunga la lista di quelli perseguitati e costretti all’esilio, 132. Alla lettera B compare il nome di Walter Braunfels.

Era nato a Francoforte nel 1882 da Hélène Spohr, pronipote del celebre compositore e direttore d’orchestra tedesco. Cresciuto in una famiglia di intellettuali abbandonò gli studi di legge ed economia per quelli di musica dopo aver assistito al Tristano di Wagner. Nel 1913 iniziò a comporre la sua terza opera Gli uccelli su libretto proprio, ma la prima avvenne soltanto nel 1920, in compenso con grande successo. Piacque anche molto a Hitler, che non sapeva fosse di un autore mezzo ebreo e proprio per questo nel 1933 Braunfels fu costretto all’esilio in Svizzera dopo aver perso il posto di direttore al Conservatorio di Colonia. Dopo la sua morte nel 1954 il suo stile neo-romantico, se non addirittura neo-wagneriano, non fu più apprezzato e solo recentemente la sua musica è stata in parte recuperata, a partire dalla incisione discografica nella collana “Entartete Musik” (Musica degenerata) della Decca del 1995

Opera “lirica fantastica” in un prologo e due atti, Gli uccelli è liberamente ispirata alla omonima commedia di Aristofane: due umani delusi dalla vita sulla Terra si recano nel regno degli uccelli e li convincono a costruire la loro città tra la Terra e il Cielo, così da intercettare le offerte degli uomini agli dèi che abitano al di sopra e assicurare ai pennuti la signoria del mondo. Ma gli dèi puniscono gli uccelli, che si sono sono lasciati corrompere da un umano fino a sfidare i valori eterni, e distruggono la città. Davanti alla potenza del divino rivelata nella tempesta, gli uccelli cantano un inno solenne. I due amici ritornano sulla Terra: uno, identico a prima, al conforto del suo focolare e l’altro, profondamente mutato, con il ricordo del canto dell’Usignolo.

Oltre ai due terrestri – Fidoamico deluso dall’arte e Sperabene dall’amore – gli altri personaggi principali sono l’Upupa, un ex-umano ora re degli uccelli, l’Usignolo, anche lei (in tedesco Nachtigall è femminile) un ex-umano che cova il segreto di aver ucciso il proprio figlio e che all’amore vero preferisce l’idea di amore quale è espressa dal chiaro di luna. In Braunfels Prometeo non è il traditore della favola di Aristofane, ma l’ammonitore, colui che mette in guardia gli uccelli dalla vendetta di Zeus – lui ne sa qualcosa…

Quasi esattamente cento anni dopo, Gli uccelli ritornano a Monaco dove erano stati presentati la prima volta il 20 novembre 1920. Ingo Metzmacher dirige l’orchestra del teatro con mano leggera: le trasparenze atmosferiche della partitura sono rese mirabilmente, così come i nostalgici incisi melodici tipici della musica di Braunfels, vicina a quella di Korngold per struggente cantabilità, e gli evidenti richiami straussiani.

L’Usignolo in Aristofane aveva solo una piccola parte decorativa, in Braunfels è invece il personaggio centrale della favola, in risposta al panteistico e spirituale anelito di Sperabene. Quella dell’Usignolo è una parte che nell’opera del Novecento si affianca a quella di Zerbinetta (Arianna a Nasso, Strauss) o della regina di Šemacha (Il gallo d’oro, Rimskij-Korsakov) per difficoltà e tessitura acuta. Qui Caroline Wettergreen supera la prova a pieni voti e per di più esibisce una presenza scenica ragguardevole, il che non guasta. I due umani trovano in Charles Workman (il lirico e sognatore Sperabene) e Michael Nagy (il cinico e indifferente Fidamico) eccellenti interpreti, soprattutto Workman impegnato nello struggente monologo finale. Un altro notevole monologo è quello di Prometeo, qui un autorevole Wolfgang Koch che evidenzia il debito wagneriano di Braunfels. Günter Papendell (l’Upupa), Emily Pogorelc (lo Scricciolo) e Bálint Szabó (l’Aquila) sono gli altri efficaci interpreti.

Poco convincente la messa in scena di Frank Castorf, irrisolta tra realismo e fiaba, la sua lettura ha certe cadute di gusto. Il regista prestato alla lirica dopo il cinema lascia i cantanti senza indicazioni e questi si muovono a caso ognuno con una sua scelta interpretativa diversa. Nell’horror vacui tipico di Castorf c’è un po’ di tutto, ma non tutto fila liscio: vasi cadono, copricapi non stanno a loro posto, costumi impacciano i cantanti. Forse il numero di prove non è stato sufficiente. La scenografia di Aleksandar Denić è la replica di quella utilizzata per Da una casa di morti nello stesso teatro due anni fa: una piattaforma rotante con una struttura praticabile irta di antenne, ripetitori televisivi, un radar, schermi televisivi, poster pubblicitari (là era la Pepsi qui la Coca Cola…) e la faccia sorniona di Hitchcock, l’autore di The Birds, il film le cui drammatiche immagini contrastano con l’inno di esultanza per la costruzione della città.

Sono tanti i riferimenti iconografici nei costumi di Adriana Braga Peretzki: le uniformi da ufficiali delle SS, i piumati costumi degli uccelli, le maschere, i travestimenti. Una via di mezzi tra Halloween e il carnevale di Rio. Non mancano le riprese video in tempo reale con steadycam, quasi un obbligo nelle regie di oggi, così come la pioggia finale.

Questa doveva essere la prima di una serie di repliche. Tutte cancellate quelle di novembre a causa della pandemia da Covid-19. Angoscianti e surreali le riprese della platea vuota, ma almeno lo spettacolo raggiungerà un pubblico molto più vasto: per un mese sarà disponibile come video on demand sul sito del teatro.

 

Der Kaiser von Atlantis

Viktor Ullmann, Der Kaiser von Atlantis (L’Imperatore di Atlantide)

Düsseldorf, Opernhaus, 16 ottobre 2020

★★★

(video streaming)

bandiera francese.jpg Ici la version française

L’arte come resistenza e volontà di vivere

Per uno strano caso, a distanza di pochi giorni la Germania – il paese che continua a fare i conti con il suo passato – mette in scena due lavori di compositori che sono stati perseguitati dal Nazismo: a Monaco di Baviera la Bayerische Staatsoper Die Vögel (Gli uccelli) di Walter Braunfels, a Düsseldorf la Deutsche Oper am Rhein Der Kaiser von Atlantis oder Die Tod-Verweigerung (L’imperatore di Atlantide o La negazione della morte) di Viktor Ullmann, due parabole che non potevano non fare riferimento alla tremenda realtà del loro tempo.

Che valore hanno la vita e la morte in un mondo in cui le persone sono state private della loro dignità? Questa è la domanda attorno alla quale ruota l’opera di Ullmann composta nel 1943-44 per un ensemble di solisti di prim’ordine tra gli orrori quotidiani del lager di Terezín in cui erano rinchiusi il compositore e il librettista Peter Kien. Il campo di concentramento ceco era stato scelto dalla propaganda nazista come modello per mascherare le atrocità e gli orrori dei campi di sterminio: qui si giravano film di vita apparentemente idilliaca, vi erano dei caffè, vi venivano allestiti concerti e rappresentazioni teatrali (1). La partitura di Ullmann è sopravvissuta quale testimonianza di appassionata resistenza artistica contro un regime inumano.

L’opera racconta la storia del paranoico imperatore Totalitario (Overall) che fa la guerra con una tale passione che persino la Morte decide di prendere posizione contro di lui. Trattenuta dalla silenziosa accettazione delle masse, la roccaforte del sistema dell’ingiustizia imperiale perde il suo potere nel momento in cui la Morte si dimette dai suoi doveri. L’immunità alla morte di cui parla la vicenda doveva suonare crudelmente sarcastica nel lager di Terezín, luogo di morte per 140 mila persone.

Di fronte alla morte meccanizzata su scala industriale presieduta dall’Imperatore di Atlantide, Arlecchino e Morte – «la vita che non può più ridere e la morte che non può più piangere» – si riducono a osservatori di un mondo «che ha dimenticato come dilettarsi nella vita e morire di morte». Quando l’Imperatore dichiara una guerra di tutti contro tutti, la Morte sente di essere stata derubata di ogni dignità e rifiuta di servire ancora l’Imperatore. Se la morte perde il suo orrore, tutto perde senso: che potere ha un despota assassino se nessuno nel suo impero può più morire? Non si possono eseguire esecuzioni, i soldati si dimostrano incapaci di uccidersi a vicenda e ben presto l’intero Paese viene sopraffatto dalle aspre proteste dei morti viventi contro l’immortalità che è stata loro imposta. La Morte si offre di porre fine al suo sciopero se l’Imperatore accetta di sacrificarsi «come il primo a subire questa nuova morte«. L’Imperatore allora dà l’estremo saluto e segue la Morte.

Unica opera che conosciamo essere stata composta nella deprivazione e nell’orrore di un campo di concentramento nazista, si è tentati di innalzare L’imperatore di Atlantide a memoriale di fronte all’oppressione e all’annientamento, fulgido esempio di coraggio e volontà creativa nelle circostanze più disastrose. Ma anche se merita un riconoscimento per la sua posizione unica nel repertorio operistico, questo non deve oscurare la sua specificità e il suo valore artistico intrinseco. Il suo interesse drammatico e musicale trascende le condizioni della sua creazione.

Ciò che non era loro possibile nella vita reale, Ullmann e Kien sono stati in grado di trasporre in arte. La loro espressione artistica è stata un mezzo di resistenza per riaffermare la loro dignità umana e volontà di vivere. Attraverso di essa hanno dimostrato di appartenere alla tradizione culturale europea da cui i nazisti li hanno così brutalmente strappati: in questo lavoro della durata di appena un’ora Ullmann non solo fa riferimento alle influenze della sua contemporaneità, da Schönberg ai balli alla moda degli anni ’20 e ’30, ma include anche criptiche citazioni musicali come il corale di Bach Ein’ feste Burg ist unser Gott e l’inno nazionale tedesco. Di questi temi popolari accostati a passaggi atonali e reminiscenze mahleriane, Axel Kober e i Düsseldorfer Symphoniker offrono una lucida lettura e rendono organico un lavoro frammentario che non ha conosciuto una versione definitiva.

Nella messa in scena di Ilaria Lanzino, Arlecchino (la vita) e la Morte sono legati da un filo – tutta la scenografia di Emine Güner, che disegna anche i costumi, è fatta di fili tesi, come in un lavoro costruttivista di Naum Gabo o un disegno prospettico tridimensionale, che definiscono gli spazi – e la Morte stancamente spegne la fiammella accesa ripetutamente da Arlecchino, qui uno stracciato Pierrot che inneggia alla luna esprimendosi in un quasi Sprechgesang non molto lontano dal Pierrot Lunaire. Quello di Schönberg non è l’unico influsso sulla musica di Ullmann, anche Kurt Weill è presente con i suoi suoni lividi e le marcette.

Diverse fonti ispirano i costumi dei personaggi in scena: l’Imperatore è tutto dipinto d’oro, non ha i baffetti ma nei video che passano dietro di lui il suo atteggiamento ricorda quello di un certo imbianchino di Braunau; l’Altoparlante ha sul petto una spirale come quella dell’Ubu disegnato da Jarry, ma qui luminosa, mentre trucchi antirealistici e parrucche rigide contraddistinguono il Soldato, la Ragazza e il Tamburino, gli altri personaggi di questo atto unico.

Dei sette interpreti sono da ricordare almeno le belle prove del baritono Emmett O’Hanlon (Imperatore), del basso Luke Stoker (Morte) e del tenore David Fischer (Arlecchino).

(1) Nel suo straziante libro del 1963 Il Requiem di Terezín lo scrittore Josef Bor racconta la vicenda dell’esecuzione del Requiem di Verdi con un coro e un’orchestra formati da deportati, tutti consapevoli di essere destinati presto alla morte. Tra il pubblico, oltre ai prigionieri, c’erano alti gradi nazisti tra cui Adolf Eichmann in persona.

Un mari à la porte

Jacques Offenbach, Un mari à la porte

Firenze, Teatro del Maggio Musicale, 12 febbraio 2019

★★★☆☆

(registrazione video)

No, non è Feydeau

Soltanto due teatri in Italia si sono ricordati dei duecento anni passati dalla nascita di Jacques Offenbach, ed entrambi con due rari atti unici: a Martina Franca il Coscoletto in forma semi-scenica mentre a Firenze Un mari à la porte è inopinatamente abbinato a Cavalleria rusticana, una vicenda ben distante nel gusto e accomunata soltanto dal sentimento della gelosia,.

Una stanza buia, con una porta, finestre, un camino. Mezzanotte. Florestan, un compositore di operette in fuga da un marito geloso, dai creditori e da un ufficiale giudiziario, esce dal camino nella stanza di Suzanne mentre fuori si sente il valzer di una festa di matrimonio. L’uomo si nasconde in un armadio proprio mentre entrano la giovane sposa Suzanne e la sua amica Rosita. Suzanne ha appena litigato con il suo nuovo marito e Rosita sta cercando di convincerla a tornare al ballo. Suzanne scopre Florestan e lo supplica di salvare il suo onore uscendo dalla finestra nel giardino, ma la stanza è al terzo piano. Quando Rosita torna – e dopo che Florestan ha spiegato che la sua ultima operetta è stata rifiutata dai Bouffes Parisiens – cercano un modo per farlo uscire senza che sia notato. Mentre Florestan racconta la sua storia, si rende conto che il giovane marito Martel è l’ufficiale giudiziario da cui sta fuggendo. Quando Martel bussa alla porta chiusa, sente la voce di Florestan e crede che Suzanne stia cercando di farlo ingelosire. Nella confusione Suzanne lascia cadere la chiave dalla finestra. Ancora fuori Martel finge di spararsi, poi va a recuperare la chiave caduta in giardino. Mentre è via, Florestan si prepara a scendere in strada con una corda, ma si ricorda improvvisamente che una vecchia zia aveva promesso di pagare i suoi debiti se si fosse sposato, così chiede a Rosita di sposarlo, e dopo lo stupore e la riluttanza iniziali, lei accetta. Quando cala il sipario, il marito entra dalla porta.

Un mari à la porte fu rappresentato il 22 giugno 1859 mentre la Francia, alleata col Regno di Sardegna, faceva guerra all’Austria. Era sì una guerra combattuta al di fuori del paese, ma i morti erano comunque tanti anche per i vincitori della battaglia di Solferino. Ma gli spettatori venivano al Théâtre des Bouffes Parisiens proprio per dimenticare quei fatti e divertirsi con questa surreale vicenda.

Cento e sessanta anni dopo l’atto unico ritorna in scena e il primo problema è la partitura, che non c’è, esiste solo lo spartito per canto e pianoforte e Luca G. Logi, archivista dell’Orchestra del Maggio, ne ricostruisce la parte strumentale con gusto. I registi Luigi di Gangi e Ugo Giacomazzi di Teatrialchemici mettono in scena il lavoro pensando ad Aristofane, in particolare a Gli uccelli, e allestiscono una stanza-voliera riccamente decorata (scene di Federica Parolini) con pennuti sgargianti e un po’ isterici nei costumi di Agnese Rabatti. L’arguto libretto di Alfred Delacour e Léon Morand è reso con volenteroso spirito dai quattro interpreti che hanno a disposizione un solo numero solista, la tyrolienne di Rosita, e per il resto un duetto, un trio e due quartetti. La recitazione ha una sua fluidità ma manca di naturalezza e la dizione è appena accettabile. Il marito tenuto fuori della porta è Patrizio la Placa, Florestan è Matteo Mezzaro, Suzanne Marina Ogii e Rosita Francesca Benitez, la più convincente dei quattro. Valerio Galli, direttore più avvezzo ai drammi veristi, punta al ritmo ma non dimostra sempre quella leggerezza che sarebbe costituente fondamentale di questo repertorio così inusitato da noi.

Lo spettacolo è disponibile su DVD/BR della Dynamic.