Autore: Renato Verga

Tosca

foto © Brescia/Amisano

Giacomo Puccini, Tosca

★★★★★

Milano, Teatro alla Scala, 7 dicembre 2019

(diretta televisiva)

Una grandiosa ur-Tosca cinematografica apre la stagione milanese

Dopo recenti Tosche ambientate nella nostra desolata contemporaneità (Calixto Bieito) o negli anni di piombo (Barbara Wysocka) – per non parlare di quella di Christophe Honoré che ad Aix-en-Provence la scorsa estate ha destrutturato la vicenda presentandola come la prova di un’esecuzione concertistica – Davide Livermore riconsegna alle sue giuste coordinate spazio-temporali la giornata del 14 giugno 1800, quella della storica battaglia di Marengo che fa da sfondo al tragico triangolo Floria (Tosca)-Mario (Cavaradossi)-Vitellio (Scarpia). La sua è una ricostruzione fedele nello spirito ai luoghi originali, che ricrea con la tecnologia e con il taglio cinematografico a cui ci ha ultimamente abituato, qui alla Scala col suo Tamerlano, ad esempio.

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«Il più grande regista di Tosca è Giacomo Puccini» dice Livermore, che inaugura per il secondo anno di seguito la stagione del teatro milanese e che mette in scena questo thriller operistico secondo il suo solito horror vacui, riempiendo quindi il palcoscenico di macchine semoventi, quadri e affreschi animati, figuranti, mimi e suore che si muovono anche al rallentatore. Giò Forma firma le spettacolari scenografie che sfruttano le possibilità del nuovo palcoscenico del teatro ma che costituiranno un bel problema per portare lo spettacolo in tournée.

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Al primo atto sant’Andrea della Valle è una giostra inarrestabile in cui la cappella degli Attavanti ruota su sé stessa quasi incessantemente, colonne e lesene salgono e scendono in continuazione, altarini con candele vanno e vengono spinti dalle suore suddette, un enorme schermo a led si posiziona in punti diversi trasformandosi da ritratto della Maddalena (prima un disegno in bianco e nero e poi un olio a colori a seguito delle pennellate del pittore) a quello della Madonna. Il tutto è opera della solita geniale D-wok. L’arrivo di Scarpia tra fumi e controluci è quello di Darth Vader in Star Wars e nel “Te Deum”, degno dello sfarzo di uno Zeffirelli, l’intero affollatissimo palcoscenico ascende con le candele che si accendono da sole mentre Scarpia rimane in basso inquadrato da uno spot e si volta stupito verso il pubblico. Un primo finale di grande effetto cinematografico. Ma non sarà l’unico.

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Meno movimentato scenicamente è il secondo atto, a parte l’andirivieni dei «cagnotti» e delle suorine che allestiscono il tavolo, spostano sedie o suggeriscono il nome di Angelotti al capo della polizia. Anche qui il palcoscenico si alza, ma per mostrare i locali sotterranei in cui avviene la tortura. Qui gli affreschi sono dei video di tableaux vivants biblici pullulanti di santi e religiosi che a un certo punto guardano con raccapriccio la scena in cui Tosca pugnala ripetutamente Scarpia e per buona misura lo strozza pure. Dopo averlo ammazzato, la donna indugia traumatizzata prima di uscire e rivede come in un incubo la scena con un suo doppio che brandisce la lama sul cadavere.

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La scenografia rotante ritorna nel terzo atto con la grande ala dell’angelo. Qui si sprecano i tocchi registici e psicologici (non nasceva solo il cinema quando Puccini componeva Tosca, in quegli anni si stava affermando anche la psicoanalisi). Cavaradossi non crede alla fucilazione simulata – voci di come era finita quella del «conte Palmieri» gli erano forse giunte da tempo e la risatina di Spoletta aveva tolto ogni dubbio – ma finge per il bene della donna amata e si offre sconsolato al patibolo. Finale smaccatamente cinematografico è anche il terzo: Tosca si getta dalla torre e ne vediamo il corpo fluttuare nell’aria precipitando dall’alto al rallentatore – anche se qui i fasci di luce che convergono sulla sua figura e il contemporaneo avvitarsi in basso della scenografia danno l’idea di un’assunzione in cielo della protagonista.

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Pur con le sue ridondanze, quella di Livermore è comunque una prova teatrale magistrale e degna dell’inaugurazione del più grande teatro italiano. Come magistrale è l’esecuzione musicale, con il tocco in più della curiosità della proposta della versione originale, priva dei tagli che apporterà il compositore dopo la prima del 14 gennaio 1900 al Costanzi. Si tratta di poche battute nel duetto del primo atto e nel “Te Deum”, qualche secondo in più nel secondo atto, ma soprattutto nella ripresa del tema di «E lucevan le stelle» prima del salto di Tosca (1). Nulla che aggiunga o tolga qualcosa al capolavoro che conosciamo, ma un piacevole effetto sorpresa in un’opera che sappiamo a memoria. Il progetto di riproporre le versioni originali dei lavori di Puccini non è una fredda operazione di filologia nelle mani di Riccardo Chailly: il direttore affronta la partitura con un amore contagioso in cui il flusso delle note coinvolge e trascina. Innumerevoli sono i momenti che la sua bacchetta mette in luce in una partitura di straordinaria modernità e che l’orchestra rende in maniera mirabile. Nella sua attenta concertazione Chailly riesce a correggere al volo anche alcune incertezze dei cantanti. Come è comprensibile la prima ha conosciuto alcuni intoppi: il ritardo del ritorno in scena di Angelotti ha costretto Chailly a una battuta d’arresto, così che la “versione originale” si è arricchita di una pausa di silenzio in più! La Netrebko ha poi dimenticato la sua battuta al secondo atto («Voglio avvertirlo io stessa») e sul viso si è formata una smorfia prontamente ripresa dalla telecamera. Anche Meli ha attaccato con un leggero anticipo il suo «E lucevan le stelle». Insomma, tutti hanno dimostrato di essere umani.

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Assoluta trionfatrice della serata si è confermata comunque Anna Netrebko: fin dal momento in cui appare (nel secondo atto sfoggiando un abito turchese che sfuma nel rosso del sempre geniale Gianluca Falaschi che ricrea modernamente i costumi in stile Impero della vicenda) il soprano russo si prende la scena e non la molla più calamitando inesorabilmente su di sé lo sguardo dello spettatore. Il timbro è sontuoso e drammatico allo stesso tempo, la proiezione della voce infallibile, gli acuti abbaglianti e di temperamento ce n’è da vendere nella sua interpretazione. Il «Vissi d’arte» si aggiudica meritatamente uno dei due applausi a scena aperta grazie al finissimo gioco di sfumature e di legati. L’altro applauso va ovviamente a Francesco Meli nell’ultimo atto, dove il dolcissimo e pianissimo di «Oh! dolci baci, o languide carezze» e i fiati confermano la qualità del cantante ma anche la sua caratteristica “non modernità”, con un canto spesso troppo spinto, quasi stentoreo, e con troppi portamenti. Scenicamente poi non riesce sempre a convincere e il personaggio fatica a raggiungere la verità. Anche l’altra figura maschile è affidata a un cantante di sicuro mestiere: Luca Salsi delinea uno Scarpia vigoroso, anche se gli manca l’eleganza dell’aristocratico o la sottile libidine del «bigotto satiro» infoiato. Anche il suo dare risalto a ogni termine può portare a risultati non richiesti, come quando la parola «Civitavecchia» si carica di intenzioni del tutto estranee e inutili. Nel lusso di questa produzione non potevano mancare due fuoriclasse per i personaggi “minori”: un Sagrestano teatralmente inarrivabile è quello di Alfonso Antoniozzi, uno Spoletta perfidamente vero è quello di Carlo Bosi. Valido anche l’Angelotti di Carlo Cigni.

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Nella visione da casa sono venuti a mancare non solo le voci e l’orchestra dal vivo, ma anche l’effetto spaziale dei rintocchi delle campane dislocate in punti diversi del teatro, effetto voluto da Puccini stesso e ricreato da Chailly per l’occasione. Patrizia Carmine nella sua regia televisiva questa volta si è limitata nelle dissolvenze, ma non ha risparmiato sulle riprese zenitali e sulle carrellate panoramiche che hanno accentuato il senso di mal di mare provocato dalle scenografie in continuo movimento al primo atto.

Del meritato successo della serata sono piene le cronache, non solo mondane. Cinque i  minuti di applausi al Presidente Mattarella prima dell’esecuzione dell’Inno Nazionale.

(1) Ecco l’elenco delle varianti riportato sul programma di sala:
– cinque misure aggiuntive nel duetto Tosca-Cavaradossi del primo atto, con una frase di Cavaradossi marcata “con passione” in risposta alle parole di Tosca «Oh come la sai bene, l’arte di farti amare» (Cavaradossi: «Non è arte, è amore, è amore, è amore». Tosca: «Sì, sì, ti credo…»);
– un diverso finale del “Te Deum” corale alla fine del primo atto;
– una versione più lunga della macabra preghiera di Spoletta alla fine della tortura di Cavaradossi;
– una riscrittura del famoso verso di Tosca «Quanto? Il prezzo», in cui «Il prezzo» viene cantato e non richiesto “quasi parlato” in tessitura più bassa;
– due misure aggiuntive alla fine di «Vissi d’arte» con intervento di Scarpia sulle parole «Bada, il tempo è veloce!»;
– una versione assai più lunga della scena della morte di Scarpia e delle parole finali di Tosca: un passaggio orchestrale di quattordici battute di stampo espressionista conduce alla frase «E avanti a lui tremava tutta Roma» che non è parlata ma cantata su un do ribattuto. È inoltre posta in un punto diverso dell’azione, all’interno della didascalia;
– una conclusione sensibilmente diversa per gli ultimi momenti dell’opera: dopo la morte di Cavaradossi Tosca riprende “col massimo strazio” il tema di «E lucevan le stelle» sulle parole «Povera Floria tu! O Mario, tu finire così!» mentre dopo le parole «O Scarpia, avanti a Dio!» l’orchestra presenta una ripresa integrale di «E lucevan le stelle».

Tosca

Giacomo Puccini, Tosca

★★★☆☆

Varsavia, Teatr Wielki, 3 aprile 2019

(video streaming)

Tosca negli anni di piombo

In attesa della Tosca che inaugurerà la Scala, Operavision mette on line una versione andata in scena al Wielki di Varsavia. La regista Barbara Wysocka ne ignora l’ambientazione storica e sceglie la Roma degli anni ’70 in cui Angelotti è probabilmente un giovane delle Brigate Rosse in fuga mentre le torture subite da Cavaradossi rimandano agli episodi di torture da parte della polizia avvenute sia allora che dopo. Il secondo atto infatti non è ambientato a Palazzo Farnese, ma negli uffici della Questura, con annessa stanza per gli “interrogatori”. Le note della cantata non provengono da una finestra aperta, bensì da un apparecchio televisivo in bianco e nero.

Nella scenografia di Barbara Hanicka una piattaforma girevole mostra interni ed esterni di un edificio colonnato, di una versione in miniatura di Castel sant’Angelo e della chiesa di sant’Andrea della Valle, qui una spoglia sala circolare affrescata. Sui muri sono sovente proiettati dettagli del volto di Tosca che non aggiungono nulla al pathos della storia e fastidiosamente pleonastica è l’apparizione di una donna “angelo della morte” che appare al momento dell’assassinio di Scarpa rendendo più debole la tensione da thriller della scena. Nell’ultimo atto la figura rimane appollaiata sul muro contro cui avviene l’esecuzione. Che Floria Tosca non si getti dagli spalti ma semplicemente si ammazzi con una pistola non cambia molto il finale, con i due cadaveri per terra contemplati dai poliziotti. Prima avevamo visto il sagrestano recitare l’Angelus mentre tenta di aprire una bottiglia di vino e i fedeli in abiti anni ’70 intonare il Te Deum, Tosca ammazzare Scarpia con una forbice con cui le aveva tagliato l’elastico dei collant e il pastorello, la cui voce fuori scena deve avere un particolare tono evocativo, sembra un ragazzino uscito da scuola e canta la sua canzone al proscenio.

Una Tosca che ha l’aspetto e la presenza scenica di Sophia Loren è quella di Ewa Vesin, soprano di temperamento verista dal registro basso un po’ opaco ma dagli acuti sicuri. Al suo fianco il giovane Mickael Spadaccini, che assomiglia a John Turturro, è un Cavaradossi dalla linea di canto un po’ scomposta, acuti allo stremo e un non piacevole timbro da musica leggera, quasi fosse il quarto cantante de Il Volo. Autorevole lo Scarpia di Krzystof Szumański mentre Tadeusz Kozłowski dirige con slancio drammatico un’orchestra che non sembra però al meglio con le preziosità strumentali non sempre a fuoco.

La sposa venduta

Bedřich Smetana, Prodaná nevěsta (La sposa venduta)

★★★★★

Wormsley, Garsington Opera Pavilion, 23 giugno 2019

Dal folklore ceco alla campagna inglese

Peculiare situazione quella dell’opera nel Regno Unito, dove non è tanto la capitale con il suo glorioso Covent Garden a destare gli interessi degli appassionati di lirica, quanto i suoi tanti festival estivi, per lo più immersi nella verde campagna inglese: dal blasonatissimo Glyndebourne al Grange Festival; dal Longborough Festival Opera all’Ilford Arts’ Festival; dal West Green House Opera al Buxton International Festival; dall’Opera Holland Park al Garsington Opera.

Quest’ultimo si è costruito una rinomata reputazione con una stagione in cui rarità operistiche sono affiancate a titoli di repertorio e dove a cantanti giovani ma promettenti viene data la possibilità di esibirsi in allestimenti molto curati in un padiglione nel parco che viene montato e smontato ogni anno. Nel 2019, anno in cui celebra il suo 30° anniversario, Garsington Opera mette in scena cinque produzioni: Don Giovanni di Mozart, Fantasio di Offenbach, The Turn of the Screw di Britten, I Vespri di Monteverdi e La sposa venduta di Smetana.

Senza stravolgere la drammaturgia, Paul Curran costruisce uno spettacolo delizioso che ha la freschezza e l’umorismo della vicenda originale, soltanto spostando l’ambientazione nell’Inghilterra degli anni ’50 – con il ritratto della giovane regina su un muro della locanda. Nelle scenografie di Kevin Knight il primo atto si svolge nei locali parrocchiali con annessa cucina dove si imburrano i sandwich con la corned beef. Qui il parroco mette un disco sul fonografo a valigetta ed ecco scaturire le note dell’ouverture. Con l’arrivo di giovani parrocchiani imbrillantinati che preferirebbero le canzoni di Elvis Presley, attorno al palo di calendimaggio piantato nel mezzo iniziano le danze di cui è costellata l’opera di Smetana (polka, furiant, ecc.) che qui talora hanno i movimenti del rock. Con un cambio di scena al passo della musica, così fluido da riscuotere gli applausi del pubblico, si passa al pub dell’atto secondo, con tanto di gioco delle freccette e l’andirivieni alla toilette maschile in seguito alle copiose bevute di birra. Anche qui la direzione attoriale del regista si rivela arguta e precisa. Dopo il lungo intervallo – che permette agli spettatori di cenare comodamente con vista idilliaca sulla campagna – il terzo atto ci immerge nella festosa atmosfera di un circo itinerante con la musica che accompagna alla perfezione i numeri dei giocolieri e degli acrobati.

La lingua cantata è quella originale. Qui nessun cantante è di lingua ceca, ma la dizione è quasi perfetta e colpisce la naturalezza con cui gli interpreti sbrogliano i vertiginosi scioglilingua dell’opera. Anche il coro dimostra una disinvoltura vocale e scenica che lascia sbalorditi: ognuno dei 24 coristi si è assegnato una distinta caratterizzazione che porta avanti per tutto lo spettacolo con una maestria frutto di lunghe e minuziose prove – un altro elemento che è sempre più difficile incontrare nelle stagioni dei grandi teatri lirici. Che il tutto avvenga con movimenti precisi e complesse coreografie è un fatto che desta ancora più ammirazione.

Corposa e ben proiettata è la voce di Natalya Romaniw, una Mařenka di carattere ma ottimamente definita nei momenti lirici. Con lo Jeník di Brenden Gunnell dal bellissimo timbro e dalla vigorosa presenza vocale, il duetto dell’atto primo «Věrne milování» raggiunge momenti di grande tenerezza in cui i due giovani, entrambi infelici per ragioni diverse, cercano affetto l’uno nell’altra. Ancora più struggente risulta il fatto che sia intonato tra le piastrelle e gli utensili di una cucina. Joshua Bloom è un Kecal mai troppo caricaturale e dai mezzi vocali sorprendenti per un ruolo buffo. Anche Stuart Jackson riesce a rendere affettuosamente simpatica la figura dell’impacciato e balbuziente Vašek con un’elegante linea lirica. Non sono da meno gli interpreti delle altre parti. A capo della Philharmonia Orchestra, Jac van Steen mantiene in perfetto equilibrio le raffinatezze strumentali, la vivacità dirompente e i momenti di malinconia di questa miracolosa partitura.

Eccellente la ripresa video. Certi teatri italiani avrebbero molto da imparare.

The Importance of Being Earnest

Gerald Barry, The Importance of Being Earnest

★★★☆☆

Friburgo, Nouvel Opéra, 30 aprile 2019

(video streaming)

«This noise is extremely unpleasant»

«A man should always have an occupation of some kind» dice Lady Bracknell ad Algernon che le ha confessato di fumare. Questa è soltanto una delle mille battute fulminanti di cui è farcito il testo di Oscar Wilde, caustica satira delle convenzioni della sua epoca, tratteggiata con un nonsense che ha il corrispettivo in una musica irriverente quale quella di Gerald Barry, compositore che ha studiato con Karlheinz Stockhausen, Maurizio Kagel e Friedrich Cerha e che nel suo catalogo ha pezzi intitolati ∅ e _____!

Questa è la quinta di sei opere per le scene – è del 2015 Alices’ Adventures Underground su libretto tratto ovviamente da Lewis Carroll. Sull’opera e sul suo ruolo oggi ecco quanto ha detto Barry in un’intervista a “Opera Today”: «L’opera è ciò che è sempre stato e sempre sarà. […] È sempre tutto uguale. Niente cambia. Diversi sono livelli di immaginazione, ma è sempre stato così. Non c’è evoluzione immaginativa da Piero della Francesca a Wagner: sono entrambi ai massimi livelli e sono quindi uguali. Questo è ciò che conta. Ogni altra considerazione è una nota a piè di pagina».

Ecco quindi che The Importance of Being Earnest, vaudeville nonsensico che ha le sue radici nell’opera buffa, continua la sua fortuna anche al di qua della Manica con questa coproduzione franco-svizzera del Théâtre Louis-Jouvet di Parigi e del Nouvel Opéra di Friburgo. La musica è eseguita da un ensemble cameristico in cui la fanno da padroni i fiati, sparati spesso in un fortissimo che assorda gli spettatori del piccolo teatro di Friburgo – «This noise is extremely unpleasant» (Questo rumore è estremamente sgradevole)  commenta con autoironia Lady Bracknell a un certo punto. Gli strappi stilistici, gli aggressivi temi dodecafonici, le esplosioni sonore, le onomatopee a tutto decibel non danno tregua all’udito dello spettatore.

La direzione di Jérôme Kuhn non conosce mezze misure nel realizzare questo eclettico pastiche in cui sono presenti vocalità estreme, dalle note gravi di Lady Bracknell (qui un basso en travesti) al registro stratosferico e ai superacuti di Cecily. Con britannica nonchalance Graeme Danby dà corpo e voce alla memorabile Aunt Augusta, ma tutti gli interpreti/attori di questa produzione sono dotati di una presenza scenica efficacissima, in cui corporalità e rapidità di eloquio sono parte integrante della lettura del regista Julien Chavaz che si occupa anche della scenografia argutamente realizzata con pochi oggetti, un frigorifero, una poltrona, un vaso. In frenetico movimento vi sono dei pannelli mobili rivestiti con un motivo scozzese che riprende i colori pastello che contraddistinguono i singoli personaggi non solo negli abiti ma anche nelle parrucche e nel trucco – sfumature di rosa e giallo arancio per le donne, azzurro e verde per gli uomini, glicine per Lady Bracknell, mentre il maggiordomo è vestito come la tappezzeria.

Wozzeck

Alban Berg, Wozzeck

★★★★★

Monaco, Nationaltheater, 23 Novembre 2019

(diretta streaming)

Il coltello nell’acqua

Nei quattordici anni della repubblica di Weimar (1919-1933, due in più del periodo Nazista) vi fu un rigoglioso fiorire artistico in tutti i campi. In musica ricordiamo almeno Strauss, Korngold, Brauenfels, Berg, Zemlinsky, Hindemith. Come autori di “arte degenerata” molti furono poi messi a tacere, banditi o peggio annientati .

Il libretto del Wozzeck, messo in scena nel 1925, ha qualcosa di sinistramente profetico quando parla di fumo che esce da una fornace («Und sieh, es ging der Rauch auf vom Land, wie ein Rauch vom Ofen»), anche se è una citazione biblica, e di esperimenti sul corpo del povero attendente, richiamando alla mente sadici esperimenti in altri laboratori dell’orrore.

Tutto è lucidamente messo in scena da Andreas Kriegenburg, la cui produzione del 2008 viene ora riproposta dalla Bayerische Staatsoper. I personaggi sembrano usciti dai dipinti di Georg Grosz o Otto Dix con i loro costumi deformanti (di Andrea Schraad) mentre una folla anonima in nero è costretta a portare letteralmente sulle proprie spalle la piattaforma su cui suona l’orchestrina del terzo atto, oppure raccatta  le monetine gettate nell’acqua. Già, perché nella scenografia di Harld B. Thor questo è un elemento presente fin dall’inizio, come se lo stagno in cui annega il protagonista nel finale fosse tracimato. L’acqua allaga il palcoscenico come in un set cinematografico e l’allestimento del regista tedesco cita il mezzo filmico anche nell’uso della camera senza finestre di Marie, che avanza e retrocede come in uno zoom, o nel gioco luci di Stefan Bolliger. Il reiterato gesto del coltello gettato nell’acqua sembra poi richiamare il titolo del famoso film d’esordio di Roman Polański (Nóż w wodzie, 1962).

Il dramma dell’uomo Wozzeck, secondo Kriegenburg, è la solitudine, l’alienazione: egli non è mai richiamato al suo ruolo di padre, anzi quando il figlio scrive la parola “papà” sul muro la cancella nervosamente. Né ha momenti di tenerezza per la donna, mai, neppure all’inizio. A difesa dell’accusa di immoralità e depravazione che gli vengono mosse dal Capitano e dal Dottore, Wozzeck replica che «noi povera gente non potremmo vivere come voi per quanto ci sforzassimo: le regole della virtù e del vizio sono state stabilite da voi e da altri come voi: per questo seguirle vi è tanto facile». Come scrive Zygmunt Bauman nel suo Danni collaterali: «Se Andrea Kriegenburg […] potesse riscrivere le parole di Wozzeck nella lingua del pubblico a lui contemporaneo, sostituirebbe forse “Wir arme Leut’” con “Wir, die Unterklasse”: la “sottoclasse” non è una comunità, bensì una categoria. L’unico attributo comune a chiunque ne faccia parte è il marchio infamante dell’alienazione, dell’essere stato estromesso». Essere poveri significa essere soli. «È lo stigma di un’esclusione assoluta, che preclude l’accesso a luoghi e situazioni in cui ogni altra identità umana e ogni titolo di riconoscimento sono creati, negoziati, prodotti o smantellati».

Grande è l’attenzione del regista per gli attori/cantanti, alcuni appartenenti a passate edizioni. John Daszak (Tambourmajor), Wolgang Ablinger-Sperrhacke (Hauptmann), Kevin Konners (Andres), Jens Larsen (Doktor) e Heike Grötzingers (Margret) sono tutti efficaci nel tratteggiare la mostruosità della loro condizione e coerenti nella loro interpretazione con la lettura del regista.

Christian Gerhaher debutta a Monaco nel ruolo del titolo e diversamente ad esempio di Simon Keenlyside del 2013 non evidenzia l’aspetto disconnesso del personaggio, ma ne dà una lettura molto fredda, che rende ancora più terribile il suo destino. Sul piano vocale l’esperienza liederistica del baritono tedesco (che è stato allievo di Dietrich Fischer-Dieskau e di Elisabeth Schwarzkopf) fornisce profondità al personaggio mentre il passaggio dal canto al parlato è sempre realizzato con eleganza. Gun-Brit Barkmin è una sofferta Marie: madre suo malgrado, amante suo malgrado, essere che non ha spazio in questo mondo.

Hartmut Haenchen, debuttante alla Bayerische Staatsoper, riprende la concertazione dell’opera affidata in passato a Kent Nagano e Lothar Koenigs. Chiarezza e intensità contraddistinguono la sua lettura di una complessa partitura che affida alle forme musicali del passato il suo potente messaggio: la suite, la passacaglia e il rondò del primo atto, la sinfonia in cinque atti del secondo e le invenzioni musicali del terzo. Tutto è reso con trasparenza di dettagli e stile appropriato. Lo ha seguito con convinzione la magnifica orchestra del teatro.

Pietro il Grande, Kzar delle Russie

Photo © Gianfranco Rota

Gaetano Donizetti, Pietro il Grande, Kzar delle Russie o Il falegname di Livonia

★★★☆☆

Bergamo, Teatro Sociale, 15 November 2019

   Qui la versione italiana

Young Donizetti pays his debt to Rossini

Unlike regular opera seasons, opera festivals have the task of finding and highlighting little-known works. Bergamo’s Donizetti Opera Festival satisfies this purpose perfectly, wisely delving into the boundless production of works by its illustrious fellow citizen.

This year marks the 200th anniversary of Donizetti’s second opera, Pietro il Grande, czar delle Russie o Il falegname di Livonia (Peter the Great, Tsar of Russia or The Livonian Carpenter) that first saw the light in Venice in 1819. Gherardo Bevilacqua Aldobrandini’s libretto is taken from Alexandre Duval’s Le Menuisier de Livonie, ou Les illustres voyageurs (Paris, 1805)…

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L’ange de Nisida

Photo © Gianfranco Rota

Gaetano Donizetti, L’ange de Nisida

★★★★★

Bergamo, Teatro Donizetti, 16 November 2019

   Qui la versione italiana

In a reborn theatre a never born opera.

Before reopening in 2020 after extensive refurbishment, Bergamo’s Teatro Donizetti unlocks its construction site for a never seen opera by its illustrious fellow citizen, L’ange de Nisida first heard in concert in London last year.

In 1839, following the favourable outcome of his Lucie de Lammermoor in Paris, the Théâtre de la Renaissance commissioned a new opera from Donizetti for its coming season. Although completely finished, the work never made it to the stage due to the theatre’s bankruptcy in May 1840, while rehearsals were under way…

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L’ange de Nisida

Photo © Gianfranco Rota

Gaetano Donizetti, L’ange de Nisida

★★★★★

Bergamo, Teatro Donizetti, 16 novembre 2019

  Click here for the English version

L’opera mai nata. In un teatro che rinasce.

Il Teatro Donizetti di Bergamo, in attesa di essere ri-inaugurato nel 2020 dopo un vasto restauro, apre il suo cantiere per proporre una rarità del suo illustre concittadino, quell’Ange de Nisida di cui l’anno scorso a Londra era stata data un’esecuzione in forma di concerto.

Nel 1839 sulla scia del successo della sua Lucie de Lammermoor il parigino Théâtre de la Renaissance aveva commissionato a Donizetti un nuovo lavoro per la sua stagione successiva. Nonostante fosse del tutto ultimata, l’opera non andò mai in scena a causa del fallimento del teatro nel maggio 1840, mentre erano in corso le prove. Senza perdersi d’animo, Donizetti allora utilizzò parte del libretto e della musica per La favorite, dramma che fu rappresentato all’Académie Royal de Musique (Opéra) alla fine di quello stesso anno. Che poi la musica de L’ange de Nisida fosse un adattamento di una Adelaide per il Théâtre Italien, progetto a sua volta naufragato, la dice lunga sui complessi rapporti con i teatri francesi del compositore che nel frattempo all’Opéra Comique aveva in scena la sua Fille du régiment e all’Opéra Les Martyrs!

De L’ange de Nisida, su libretto di Alphonse Royer e Gustave Vaèz ispirato dal dramma Les amours malheureux, ou Le comte de Comminges di François-Thomas de Baculard d’Arnaud (Parigi, 1790), manca il libretto a stampa e la partitura, smembrata per l’utilizzo ne La favorite, è un mucchio informe di 470 pagine conservate alla Bibliothèque Nationale de France. Il lavoro paziente e sapiente della studiosa Candida Mantica ha permesso di ricostruire una partitura che ora viene utilizzata nella sua originalità, senza le interpolazioni effettuate nel concerto di Opera Rara al Covent Garden poi registrato in CD: qui manca la sinfonia iniziale e i punti lacunosi sono stati lasciati volutamente tali.

Prima parte. Leone, soldato di ventura, ferisce un gentiluomo e, per sfuggire alla pena capitale, scappa a Nisida, dove s’innamora di Sylvia, nobile fanciulla ingannata dal Re Ferdinando con una falsa promessa di matrimonio e che invece ne fa la sua amante. Gli ignari abitanti dell’isola, soggiogati dal suo fascino, la chiamano invece l’Angelo di Nisida. Don Gaspar, faccendiere del Re, aspetta che arrivi il sovrano per l’abituale incontro con la fanciulla, quando s’imbatte in Leone e gli offre la sua “protezione”. Sylvia, in- quieta per la presenza del giovane in quel frangente, gli dichiara che il loro sentimento è impossibile; Leone è determinato a insistere, mentre arriva il Re, che riconosce in lui il condannato e ne ordina l’arresto. Sylvia ottiene la grazia per Leone, quando sopraggiunge un monaco, il Padre Superiore, man- dato dalla Santa Sede a denunciare la scandalosa relazione: il Re viene minacciato di scomunica, per Sylvia invece si profila il convento se non lascerà la corte. Don Gaspar tenta di calmare il Re: bisogna trovare qualcuno disposto a sposare la donna, in cambio di una allettante ricompensa. Leone venuto a sapere di questo progetto si offre egli stesso come sposo. Il Re, dapprima riluttante, accetta credendo che la soluzione lo favorisca nel continuare la relazione.
Seconda parte. Don Gaspar ha capito che Leone ama Sylvia e cerca invano di dissuadere il Re. Sylvia vorrebbe dimenticare Leone che crede voglia sposarla solo per interesse. Nei pressi della cerimonia i cortigiani deridono il giovane per aver preso in moglie l’amante del Re. Irrompe quindi il padre Superiore, sconvolto dal coinvolgimento di Leone in simili macchinazioni. Leone tuttavia rifiuta le profferte del sovrano e Sylvia comprende allora la purezza dei suoi sentimenti. Il giovane risolve di prendere i voti: il Padre Superiore lo accompagna e accoglie in monastero; la straziata Sylvia, travestita da novi- zio, lo raggiunge per chiedergli perdono; il giovane inizialmente la respinge, poi cede al suo amore, ma la fanciulla si accascia e muore. Il Monaco, turbato dalla presenza del cadavere di Sylvia nel convento dei monaci, ne cela l’identità. Leone sconvolto da tanta ipocrisia annuncia la propria morte.

Rispetto a La favorite, questa è un’opera semiseria contenente quindi un elemento comico nel personaggio di Don Gaspar, il macchinatore del dramma in cui la contessa Sylvia, vittima dei giochi di potere tra chiesa e Regno di Napoli, diventa la favorita di re Fernando d’Aragona, combattuto tra doveri istituzionali e vita privata, mentre Leone de Casaldi, innamorato e contraccambiato da Sylvia, è incarnazione degli slanci amorosi. Come Lucia, Sylvia è l’unica donna in un mondo dominato da passioni e interessi al maschile. Ovviamente un libretto del genere non sarebbe stato accettato dalla censura italiana, anche se qui Sylvia ha un che di mistico (gli ignari abitanti dell’isola, soggiogati dal suo fascino, la chiamano infatti l’angelo di Nisida), carattere che manca alla Léonor de La favorite.

Un avvenimento musicale del genere non poteva non avere una cornice di eccezione, e questo è avvenuto. La non finitezza del teatro ancora in restauro è diventata un elemento della drammaturgia scelta dal regista Francesco Micheli: il pubblico prende posto nei primi tre ordini di palchi e in una tribuna in palcoscenico. L’azione avviene in platea, come nel teatro elisabettiano, dove nel primo secondo e secondo atto un telo azzurro rappresenta il mare del golfo di Napoli che cinge l’isola di Nisida, qui raffigurata dal mucchio di pagine della partitura smembrata. Nella scenografia di Angelo Sala il palazzo della contessa a Napoli del terzo atto è un lucido pavimento in cui si specchiano i meravigliosi costumi di Margherita Baldoni; nel quarto basta un grande tappeto bianco per delineare i confini del convento. Il gioco luci di Alessandro Andreoli aggiunge altro fascino all’inconsueto spazio dove si susseguono vari coup de théâtre, tra cui quello del coro, che nella prima parte ha fatto i suoi interventi dai palchi dell’ultimo ordine nei suoi abiti ordinari, ma nella seconda parte scende in platea sfoggiando sontuosi costumi le cui decorazioni richiamano le immagini delle carte da gioco. E di carta, si scopre ben presto, sono fatti mantelli, cappelli e strascichi che i cantanti si strappano per indossare i sai dei monaci del finale. Anche il costume da angelo di Sylvia è di carta: la precarietà della sua condizione è messa così crudamente in evidenza.

Se nella regia di Micheli non si sa se ammirare di più l’abile uso dello spazio o il gioco attoriale degli interpreti, di livello altrettanto eccelsa è la componente musicale, a iniziare dalla direzione appassionata ma precisa di Jean-Luc Tingaud dell’Orchestra Donizetti Opera mentre il coro, istruito da Fabio Tartari, si è dimostrato anche questa volta uno dei migliori in Italia.

E veniamo ai solisti, solo cinque, ma tutti stupefacenti. Lidia Fridman aveva già stupito nell’Ecuba a Martina Franca e qui si conferma interprete sensibile e drammatica nella sua figura ieratica. Leone è Konu Kim, timbro e potenza vocale di tutto riguardo con mezze voci splendidamente espresse, acuti lancinanti e un grande temperamento. Di Florian Sempey già si conosceva l’eleganza e l’espressività, qui come Don Fernando d’Aragona conferma le sue doti. Nel Don Gaspar, i cui couplets finiranno nel Don Pasquale, è un efficace Roberto Lorenzi mentre Federico Benetti dà voce solenne al Monaco.

A questo punto si può affermare che L’ange de Nisida possa contendere il posto de La favorite negli estimatori di Donizetti, che l’altra sera erano numerosi e hanno tributato allo spettacolo una standing ovation con applausi interminabili. Solo un’altra replica, ma è previsto un DVD.

Pietro il Grande, Kzar delle Russie

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Photo © Gianfranco Rota

Gaetano Donizetti, Pietro il Grande, Kzar delle Russie o Il falegname di Livonia

★★★☆☆

Bergamo, Teatro Sociale, 15 novembre 2019

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Un ventiduenne Donizetti paga il suo debito a Rossini

Diversamente dalle stagioni dei teatri d’opera, i festival hanno il compito di scovare e mettere in luce lavori poco conosciuti. Il Festival Donizetti Opera di Bergamo adempie a questo scopo alla perfezione, pescando giudiziosamente nella sterminata produzione del suo illustre concittadino.

Quest’anno, nel duecentenario dalla prima viene messa in scena la seconda “vera” opera di Donizetti quel Pietro il Grande, Kzar delle Russie o Il falegname di Livonia che vide la luce nel 1819 a Venezia, un anno dopo il suo Enrico di Borgogna, suscitando un interesse tale da sopravvivere per una mezza dozzina di ulteriori rappresentazioni. Dopo il 1827 l’opera scomparve definitivamente dal repertorio per riapparire solo nel 2004 a Martina Franca (un altro festival benemerito!), prima rappresentazione in tempi moderni. Il libretto del marchese Gherardo Bevilacqua Aldobrandini è tratto dalla commedia Le menuisier de Livonie, ou Les illustres voyageurs di Alexandre Duval (Parigi, 1805), commedia portata in Italia con un successo tale che nello stesso 1819 a Milano veniva presentato un altro lavoro derivato dalla pièce, Il falegname di Livonia di Giovanni Pacini su libretto di Felice Romani.

Quello dell’Aldobrandini è un testo molto arguto e ricco di citazioni dotte e ironiche, come il verso «Siam navi all’onde algenti» del coro della scena XI preso dalla metastasiana Olimpiade messa in musica, tra gli altri, da Vivaldi. O «Se tutto il codice dovessi svolgere» di Bartolo da Le nozze di Figaro di Da Ponte/Mozart. Per non dire dei ripetuti «Alla caccia, alla caccia» del coro della prima scena che sembrano fare il verso, anche musicalmente, all’analogo momento dell’Hippolyte et Aricie di Pellegrin/Rameau.

Atto primo. Carlo, giovane falegname, ama la sfortunata Annetta, figlia innocente di un traditore della patria ed è geloso dell’usuraio Firman, anche lui interessato alla ragazza. Anche Hondedisky, capitano della guarnigione, adesca Annetta suscitando le ire di Carlo. La locandiera Madama Fritz mette provvisoriamente pace. Giunge il convoglio dello zar Pietro e della zarina Caterina, entrambi sotto mentite spoglie dell’alto ufficiale Menzicoff e di sua moglie e il villaggio cerca di accoglierli al meglio. Menzikoff/Pietro interroga Madama Fritz sul conto di Carlo di cui non si conoscono le origini e suscita le sue rimostranze. Rimasto solo, Carlo teme per il suo legame con Annetta ma Madama Fritz lo rassicura. Giunge Ser Cuccupis, magistrato del borgo, dapprima incline a proteggere Carlo ma poi succubo dinanzi all’autorità di Menzicoff. Annetta teme per la sorte di Carlo e si confida con Caterina, la quale capisce che Carlo potrebbe essere suo fratello, di cui ha perso le tracce da anni.
Atto secondo. Madama Fritz visita il Magistrato per perorare la causa di Carlo che, nel frattempo, viene scarcerato provocando l’umiliazione del Magistrato che altri hanno scavalcato. Liberato e rifornito di abiti eleganti, Carlo si sente a disagio e si scontra nuovamente con Firman, poi però viene a sapere di essere il fratello di Caterina. Madama Fritz e Annetta si rallegrano ma adesso la prima teme per la ragazza, perché la nuova condizione di Carlo potrebbe allontanarlo da lei. Annetta è però fiduciosa. Carlo presenta Annetta a Caterina come promessa sposa e annuncia che la porterà con sé a patto che lo zar non la incontri mai, perché è la figlia del ribelle Mazeppa. Menzicoff/Pietro dapprima ha una reazione di sdegno ma poi perdona Annetta perché il traditore è morto da tempo. Prima di partire, la vera identità di Menzicoff viene svelata e il tristo Ser Cuccupis viene destituito per la gioia di tutti.

Nella encomiastica tirata finale non sono lontani gli echi della Restaurazione così che nella figura dello Zar Pietro si può leggere un omaggio all’Imperatore Francesco II d’Ausburgo regnante su Venezia riassegnata all’Austria dal Congresso di Vienna di pochi anni prima (1815).

Già tutto donizettiano in questo “melodramma burlesco” è il mescolare il buffo col patetico, come avverrà nell’Elisir d’amore o nel Don Pasquale. Lo ha compreso bene il direttore Rinaldo Alessandrini, esperto barocchista che a capo dell’Orchestra “Gli originali” legge con trasparenza e leggerezza una partitura piena di sorprese che mescola ingredienti del linguaggio rossiniano di cui a tratti sembra quasi una parodia, sia nello stile vocale sia nell’accompagnamento strumentale. Il barbiere di Siviglia e La cenerentola sono di pochi anni prima, e si sente. La musica di Donizetti ha comunque la freschezza e la vivacità delle sue opere buffe più mature. Nel Pietro il Grande molti sono i numeri di insieme (tre duetti, un sestetto, due concertati finali) e i cori, qui efficacemente sostenuti dal Coro Donizetti Opera guidato da Fabio Tartari.

Di buon livello il cast vocale anche se non è tanto nel Pietro affidato al sicuro mestiere di Roberto de Candia o nel Carlo di Francisco Brito, tenore corretto ma un po’ scialbo, che bisogna cercare gli interpreti più interessanti: qui la scena è rubata dalla vivacità attoriale e dalla ragguardevole presenza vocale di Marco Filippo Romano, basso comico che veste i panni dell’esilarante Ser Cuccupis, il locale tronfio magistrato. Anche l’altro basso, l’usuraio Firman-Trombest ha in Tommaso Barea un efficacissimo esecutore. Anche tra le interpreti femminili non è la voce esile seppure agile di Nina Solodovnikova (Annetta) a entusiasmare quanto le voci di Loriana Castellano e Paola Gardina, rispettivamente Caterina e Madama Fritz, alle quali Donizetti riserva proprio verso la fine dell’opera due pagine magistrali: alla zarina l’aria «Pace una volta, e calma» di andamento nobilmente mozartiano, e alla locandiera una scena con rondò «In questo estremo amplesso» di grande impatto teatrale. In entrambe le due cantanti hanno dimostrato doti espressive e preziosità vocali che hanno dato una dimensione in più ai due personaggi.

Per la messa in scena di questo raro titolo Francesco Micheli, direttore artistico del festival, ha chiamato il collettivo romano Ondadurto Teatro di Marco Paciotti e Lorenzo Pasquali, compagnia che si è fatta conoscere per i suoi spettacoli interdisciplinari, che spaziano dal nouveau cirque al teatro fisico, dalla danza al gesto. Del loro debutto nel mondo dell’opera è stata apprezzata la giovanile voglia di fare che talora però ha portato agli eccessi di un horror vacui (mimi, trapezisti, proiezioni video) spesso importuno. Negli apparati scenici e nei costumi si sono riconosciuti gli elementi geometrici e ipercolorati dell’astrattismo russo (Kandinskij e soprattutto Malevič), adattati a forza a una vicenda ambientata nella Russia di Pietro il Grande. La rigidità dei pur notevoli costumi del K.B. Project non ha limitato la vivacità dei personaggi, ma ne ha sottolineato la sostanziale schematica tipizzazione.

Fidelio

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Ludwig van Beethoven, Fidelio

★★☆☆☆

Bologna, Teatro Comunale, 14 Novembre 2019

(live streaming)

La banale terribilità del male

Marzelline strimpella Für Elise su un vecchio pianoforte verticale e Rocco batte a macchina. Scene di ordinaria banalità borghese con mobili anni ’50 e tappezzeria a fiorami. Che siamo nell’alloggio di una guardia carceraria ce lo fanno capire i fasci di luce dei fari che talora tagliano la scena e i comandi all’altoparlante, ma si potrebbe essere sul set di un film di Hitchcock. Oltre la vetrata un bosco verdeggia mentre con la sigaretta in bocca Marzelline accenna a passi di twist quando arriva Fidelio che chiunque capirebbe trattarsi di una donna, lei no. Durante il quartetto compare Bamby che osserva i quattro seduti a un tavolo. Nel secondo atto fuori della vetrata ci sarà invece un lupo.

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Intanto, lentissimamente, la parete tappezzata si è aperta e si vedono i loculi dei prigionieri stipati come in un armadio a muro. È evidente che abbiano subito delle torture, come il corpo nudo coperto di sangue di un giovane incappucciato e incatenato. Nel mentre Rocco simula il matrimonio dei due giovani e immortala la scena con un apparecchio fotografico. Talora vengono proiettati testi di Müller e Büchner sulla violenza del potere. Durante il terribile duetto tra Rocco e Pizzarro, Marzelline si prova il velo da sposa, la sua ossessione. Dopo l’aria di Fidelio/Leonore «Komm Hoffnung», cantata davanti a un sipario nero, rientriamo nella casa di Rocco invasa dai prigionieri che dormono per terra e che si risvegliano per cantare «O welche Lust» all’interno del soggiorno. Il secondo atto si apre sullo stesso soggiorno e la drammatica musica che accompagna il risveglio di Florestan fa da sottofondo agli assalti di Jaquino e poi di Pizzarro nei confronti di Marzelline. Il buio («Gott, welch Dunkel hier») e le catene non impediscono a Florestan di battere a macchina pagine che ingombrano il pavimento, però la luce è quasi accecante (“la tortura della luce sempre accesa”). Ciononostante Rocco e Florestan si lamentano del buio della cella. Pizzaro è intanto rientrato in scena tirandosi su la zip dei pantaloni e si versa mestamente un bicchiere di vino. Si sa, omne animal post coitum triste… L’apoteosi finale è quanto mai tetra: Jaquino ubriaco è a un tavolo con gli altri protagonisti mentre un coro, che sembra formato da infermieri, intona tristemente il tema giubilante e si porta via Pizarro. Rocco soddisfatto si rimette alla macchina da scrivere.

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Il regista svizzero Georges Delnon non va per il sottile con la sua messinscena nel mettere in luce la perversione del potere, ma il tema era già presente nell’opera senza bisogno di sottolinearlo a questo modo e la sua lettura non aggiunge molto alla potenza della denuncia. La mancanza di regia attoriale e la schematicità delle psicologie alterate dei personaggi rendono lo spettacolo greve e monotono, non aiutato dalla scena fissa disegnata da Kaspar Zwimpfer o dalla ingenuità dei video.

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Non è molto meglio l’aspetto musicale, con una lettura disorganica di Asher Fisch che manca i momenti di lirismo o quelli esaltanti del finale e impone tempi esasperatamente lenti a un’orchestra imprecisa e disomogenea e a un coro non avvezzo a questo repertorio. Modesto il secondo cast in cui si notano più i difetti che i pregi. Magdalena Anna Hofmann è una Leonora dal timbro infelicissimo con acuti gridati o traballanti e agilità impacciate. Il Florestan di Daniel Frank parte con una bella bella messa di voce e uno squillo sicuro, ma presto evidenzia problemi di fiato. Rocco oltremodo monotono è quello di Petri Lindroos e petulante il tono della Marzelline di Anna Maria Sarra. Restano il sicuro mestiere di Lucio Gallo, un Pizzarro sadicamente definito nonostante i limiti vocali, e la personalità dello Jaquino di Sascha E. Kramer. Un po’ poco per l’unico capolavoro teatrale di Beethoven che viene messo in scena solo per la terza volta a Bologna. Lo spettacolo è già stato dato ad Amburgo come coproduzione con la Staatsoper della città anseatica.

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