Autore: Renato Verga

TEATRO GOBETTI

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Teatro Gobetti

Torino (1842)

220 posti

12231_98426_1L’edificio che ospita il Teatro Gobetti venne costruito tra il 1840 e il 1842 ad opera dell’Accademia Filodrammatica, i cui soci desideravano dotarsi di una sede stabile per le loro rappresentazioni, fino a quel momento allestite nei salotti di palazzi privati. L’inaugurazione ebbe luogo il 21 gennaio 1842 alla presenza del principe Vittorio Emanuele II, con la rappresentazione di una tragedia di Carlo Marengo e di una commedia di Eugène Scribe. Del teatro ci resta una descrizione di Pietro Visetti, che racconta di come il piano terreno, riservato all’accoglienza, si aprisse con una «graziosa saletta ottagona appositamente costruita per servire da camera d’aspetto». Si passava poi ad un grande vestibolo di forma ellittica, da cui partiva una sontuosa scala che raggiungeva il piano superiore: qui si trovavano la sala per gli spettacoli e gli spazi di servizio. Il Visetti si sofferma sul «maestoso proscenio, sorretto da quattro colonne scanalate»; sul soffitto erano scolpiti alcuni cassettoni, oltre a «eleganti emblemi musicali rappresentati sui binari di fianco».

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L’architetto Leoni, autore del progetto, ebbe quindi il merito di ricavare, da locali angusti, un edificio impeccabile nella classicità delle proporzioni. Il Gobetti fu sede della prima esecuzione assoluta dell’Inno di Mameli. Nel 1956 cominciarono i lavori per il primo restauro, affidati all’architetto Mario Augusto Valinotti. Il secondo intervento si rese necessario nel 1984 allo scopo di revisionare tutti i sistemi di sicurezza: la ristrutturazione fu realizzata dagli architetti Luigi e Maria De Abate. La sala teatrale fu inaugurata il 18 aprile 2001 dal debutto dello spettacolo La ragione degli altri di Luigi Pirandello, con la regia di Massimo Castri.

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La sala com’era prima dell’ultimo restauro.

TEATRO VITTORIO ALFIERI

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Teatro Vittorio Alfieri

Asti (1860)

750 posti

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Il nuovo Teatro Sociale Vittorio Alfieri, costruito tra il 1858 e il  1860 grazie alla sottoscrizione di 97 azionisti privati, divenne un segno del ruolo che la nuova borghesia urbana esercitava ormai nella vita e nella cultura della città. La necessità di un nuovo e più moderno teatro non era determinata soltanto dalle ambizioni della borghesia astigiana, che vedeva nella proprietà di un palco una manifestazione tangibile del nuovo status sociale, quanto dall’esigenza di avere in città un teatro capiente, funzionale, in grado di attirare le grandi rappresentazioni liriche dell’epoca. Nel 1858, dopo vari tentativi, da parte pubblica e privata, di costruire un nuovo teatro, l banchiere Zaccaria Ottolenghi costituì una apposita società e individuò una nuova area sulla quale edificare la moderna struttura. La sua iniziativa trovò aperta ostilità da parte del Sindaco che, pur non potendo rifiutare la licenza, dichiarò: «Se il Signor Zaccaria riesce a costruire il suo teatro sono pronto, la sera dell’inaugurazione, a mangiarmi il primo scalino dell’ingresso».Venne quindi bandito un concorso cui parteciparono numerosi professionisti; alla fine fu prescelto il progetto di Domenico Svanascini, ispirato al Teatro “Carlo Felice” di Genova: una costruzione a ferro di cavallo per una capienza di 2050 spettatori, con 103 palchi su quattro ordini, più un loggione.Vennero chiamati a contribuire all’opera alcuni tra i più noti artisti del tempo: Costantino Sermo venne incaricato degli affreschi del Ridotto, il cui soggetto rappresenta la caduta di Fetonte, mentre a Francesco Gonin, pittore fra i più celebri dell’epoca, vennero affidate le decorazioni del soffitto, ovvero le Muse e le Arti che, nonché il sipario, rappresentante l’apoteosi di Vittorio Alfieri che, preceduto dalla Fama e circondato dai Geni plaudenti, viene sollevato dai personaggi delle sue opere e sale verso l’immortalità.

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Inaugurato il 6 ottobre 1860 con la rappresentazione del Mosè di Rossini. La mattina dell’inaugurazione l’ineffabile Zaccaria Ottolenghi fece recapitare al Sindaco una lastra di pietra identica ai gradini dell’ingresso del Teatro, con gli auguri di buon appetito. Il teatro visse stagioni di intensa attività, assumendo un ruolo di primaria importanza nella vita cittadina, tanto da spingere i soci ad offrire la proprietà al Comune. Si avvertiva la pressante necessità di trasformare il teatro in un luogo più rappresentativo della società astigiana, un luogo di crescita culturale piuttosto che la sanzione del rango di poche famiglie. Dopo un vano tentativo nel 1903, nel 1911 la trasformazione del teatro venne affidata ad Antonio Vandone, che trasformò radicalmente lo stabile, eliminando l’ultimo ordine di palchi per realizzare una vasta galleria e sostituendo con una gradinata il primo ordine; altri 17 palchi centrali del terzo ordine divennero anch’essi una galleria e diversi palchi del secondo ordine vennero uniti ad altri per realizzarne di più capienti, ampliando anche il foyer, che secondo il progetto, doveva essere l’inizio di una via porticata. Il progetto elaborato dal Vandone non era dettato solo da esigenze culturali, ma anche tecniche. Per il progettista la trasformazione della disposizione dei palchi, che alcune teorie consideravano antiacustici, avrebbe attribuito al teatro astigiano una migliore sonorità, cui avrebbe contribuito anche la realizzazione della buca per l’orchestra. Un teatro così rinnovato divenne, ancora di più, punto di riferimento e sede prestigiosa per gli artisti di fama. La riapertura avvenne il 26 ottobre 1912 con l’opera Isabeau di Piero Mascagni, interpretato da Aureliano Pertile, e con Andrea Chenier di Giordano, mentre nel 1915, nonostante corresse il primo anno di guerra, il teatro vide, subito dopo la prima a Torino, la proiezione del film capolavoro del grande registra astigiano Giovanni Pastrone, Cabiria.

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Il 10 febbraio 1940 lo stabile del Teatro Alfieri divenne definitivamente proprietà comunale. Seguirono anni di affidamento della gestione del teatro a privati, che l’usarono soprattutto come sala cinematografica o sala danze, avviandolo verso un lento declino, nonostante dal suo palco fossero passate grandi compagnie teatrali e i più famosi nomi del tempo. Con gli anni si resero necessari importanti lavori di adeguamento strutturale; a partire dal luglio 1976, anche in considerazione della grande importanza che la cultura ha assunto sotto il profilo economico-sociale, il Teatro Alfieri venne assunto direttamente in gestione dal Comune di Asti e sottoposto, a partire dal 1979, ad estesi lavori di restauro. Con la riapertura il 24 giugno 2002, dopo 22 anni di lavoro e diversi progettisti l’Architetto Paolo Ercole ha portato a termine la Sala Pastrone, piccola sala sotterranea per spettacoli teatrali e rappresentazioni cinematografiche, nonché la ricostruzione del ridotto e degli uffici, mentre l’Architetto Luciano Bosia, con un attento lavoro di recupero del progetto originale, ha provveduto a restituire autenticità storica all’edificio, facendone una struttura moderna e funzionale.

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TEATRO FLORA

Teatro Flora

Penna San Giovanni (1780)

99 posti

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Il Teatro Flora di Penna San Giovanni fu edificato intorno al 1780 all’interno del Palazzo dei Priori grazie all’istituzione di un condominio teatrale, sistema grazie al quale furono creati nelle Marche, tra la fine del Seicento e l’inizio dell’Ottocento, un gran numero di piccoli e grandi teatri, primo fra tutti il Teatro della Fortuna di Fano. Questo modello di teatro barocco in miniatura, pur nelle sue modeste dimensioni, è sicuramente degno di nota sia per la sua rara bellezza, sia per la singolarità della sua struttura che si mantiene intatta con l’originale decorazione da più di duecento anni. L’intera sala teatrale fu realizzata, infatti, quasi interamente in legno dal pittore locale Antonio Liozzi cui si deve sia la struttura, sia la decorazione pittorica caratterizzata da motivi floreali (da qui forse il nome del teatro) e dipinti trompe-l’oeil.

 

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Una serie di esili colonne in legno di pianta esagonale e dipinte con un motivo a finto marmo, sorreggono, rinforzate da un’anima in acciaio, due ordini di palchi con balaustre lignee decorate da finte cornici e sormontate da festoni floreali. Al di sopra della sala il Liozzi, al centro di un complesso gioco di cornici e modanature, sfonda il soffitto ligneo, aprendolo su un cielo azzurro in cui campeggia la dea Flora.

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 Lasciato per anni in disuso ed in stato di abbandono, il teatro Flora è stato recuperato nel 1985. Non esistono fonti storiche scritte dalle quali risulti che la figura femminile, al centro del soffito, sia attribuibile alla dea Flora. Fino al momento del restauro, il teatro veniva ovunque citato come Comunale. La denominazione Teatro Flora compare dopo il 1993, probabilmente coniata da qualche sindaco o amministratore comunale successivi a quella data.

TEATRO COMUNALE

Teatro Comunale

Cagli (1878)

500 posti

All’antico teatro delle Muse, inaugurato nel 1754, il Comune avrebbe sostituito il Comunale la cui costruzione veniva materialmente avviata nel 1871. Venne utilizzato il disegno di Giovanni Santini da Perugia al quale si affiancò, apportando alcune modifiche, l’architetto ingegnere Coriolano Monti. Nel dicembre 1876, con l’ultimazione delle decorazioni, il teatro era terminato. Per l’inaugurazione del 1878 fu appositamente scritta l’opera lirica il Violino del Diavolo di Agostino Mercuri, mentre le dieci scene (fondali e quinte ancora conservate nel palcoscenico) furono realizzate da Girolamo Magnani, lo scenografo preferito da Giuseppe Verdi. Il fronte principale, coronato da un robusto cornicione poggiante su mensole, si inserisce armonicamente nel tessuto urbano grazie all’impiego di elementi classicheggianti quali il bugnato. Ad Alessandro Venanzi va il merito di aver eseguito tutte le decorazioni del teatro, compreso il grande sipario. Le balconate libere dei palchi e del loggione, recano elaborate decorazioni che variano l’una dall’altra. Al secondo ordine la balconata è dedicata agli uomini illustri di Cagli, qui effigiati entro tondi dorati. Alla base dei pilastri, a differenza del primo ordine dove è il Cigno, è posta a tutto-rilievo la Sfinge greca, mentre nel terzo ordine compare l’animale favoloso Pegaso.

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Dominata dalla cromia azzurra è la grande volta dove entro elaborate cornici esagonali sono raffigurate le figure simboliche delle sette arti liberali: GrammaticaDialetticaRetoricaAritmeticaGeometriaAstrologia e Musica. Nei pennacchi delle finte vele si aprono dei tondi nei quali sono i busti a monocromo di grandi personaggi votati alle arti maggiori.

100222539La bocca d’opera reca entro nicchie le statue della Commedia e della Tragedia sotto le quali sono i busti del Goldoni e dell’Alfieri. Il timpano è ornato da un quadrante di un orologio tirato da bighe contrapposte. Nel relativo bozzetto campeggia la scritta esplicativa “L’INVIDO TEMPO VIOLAR NON OSI L’ARA DELL’ARTE”. Conclude la poderosa opera del Venanzi il superbo sipario, ove una folla di armati e cavalieri, di paggi e di alti dignitari attornia il padiglione dell’imperatore Federico Barbarossa che nel 1162 ebbe ad assediare la guelfa Cagli, qui raffigurata sullo sfondo a sinistra. L’episodio ritrae l’imperatore nell’atto di nominare “Ludovico Baglione Duca di Svevia in Vicario perpetuo dell’Imperio sopra la Città di Perugia”. Nel 1998-2002 è stato oggetto di un profondo ed attento restauro.

Aroldo

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★★★☆☆

Il divorzio del crociato

Con un donizettiano assolo di tromba, che si ripresenterà poi con l’aria del protagonista titolare «Sotto il cielo di Siria», si apre l’ouverture di Aroldo, rifacimento di quello Stiffelio così angustiato dalla censura.

Questa volta niente da eccepire: non ci sono religiosi e la vicenda è abbastanza distante nel tempo da non turbare i censori. «Epoca il 1200 circa» recita il libretto di Francesco Maria Piave e il pastore protestante qui è un cavaliere sassone: l’adulterio si può consumare senza scandalo dei benpensanti, ma resta l’incongruenza di un divorzio in età medioevale tra un cavaliere crociato e un’adultera confessa. Il librettista si era rivolto ai romanzi di Walter Scott e di Edward Bulwer-Lytton per i nomi dei personaggi della vicenda ambientata in Iscozia.

Atto primo. Aroldo è rientrato dalla guerra insieme al fedele Briano. Egberto, suo suocero, organizza una festa di benvenuto ma Mina, sua figlia e moglie di Aroldo, oppressa dalla colpa di avere avuto una relazione con Godvino, non gioisce per il ritorno del marito. Questi, rimasto solo con la donna, le rivela il dolore e la nostalgia provati durante la lunga assenza, ma rimane turbato dal suo comportamento, tanto più che Mina non ha più al dito l’anello nuziale. (Per il seguito dell’atto, cfr. Stiffelio).
Atto secondo. (Per la gran parte dell’atto, cfr. Stiffelio). Nel finale, Aroldo, compreso il tradimento, vorrebbe battersi con Godvino. Ma sopraggiunge Briano, che gli ricorda la sua missione di crociato e di cristiano e il suo dovere di perdonare. Sopraffatto dall’emozione, Aroldo perde i sensi.
Atto terzo. (Per la gran parte dell’atto, cfr. Stiffelio). L’atto si conclude con la partenza di Aroldo insieme all’amico Briano.
Atto quarto. Briano e Aroldo vivono da eremiti sulle rive di un lago scozzese. Si scatena una tempesta ma, nonostante ciò, una barca riesce ad approdare: essa reca Egberto, ricercato dalla legge per avere ucciso Godvino, e Mina. Ad Aroldo, che riconoscendola la accusa di perseguitarlo, la donna chiede umilmente se un giorno, non importa se lontano, potrà ottenere da lui il perdono. Aroldo, turbato, sente nascere in lui un sentimento nuovo e mentre Briano ricorda evangelicamente che nessuno è privo di peccati, abbraccia commosso la donna.

Come si vede il quarto atto è totalmente nuovo ed è anche quello con la musica più interessante: la maturità artistica di Verdi si era evoluta nelle opere precedenti, trilogia popolare e Les Vêpres siciliennes di Parigi, e di lì a poco si sarebbe manifestata nuovamente nel Ballo in maschera e nel Simon Boccanegra. L’introduzione di una tempesta sul lago, che ha somiglianze con quella del Rigoletto, e un terzetto aggiungono drammaticità al quadro finale. Si sente poi un lontano eco della Traviata nelle parole che Mina rivolge ad Aroldo, «Allora che gli anni avran domo il core, | e bianco il mio crine sarà pe’l dolore».

In questa edizione dell’ottobre 2003 al Municipale di Piacenza Pier Luigi Pizzi riporta la vicenda ai tempi di Stiffelio, a metà Ottocento quindi, introducendo così nuove incongruenze col libretto. Ma d’altronde il problema sta nel manico, nella retrodatazione della vicenda fatta dal librettista per cui è difficile drizzare le gambe ad una scelta dettata unicamente dallo scopo di recuperare un altro lavoro ed eludere l’ottusa censura del tempo.

Pizzi regista sa far muovere le figure in scena in modo efficace, mentre Pizzi scenografo costruisce un borghese angolo di biblioteca, un cimitero con statua canoviana per il secondo atto e un loggiato neoclassico per il quarto. Pizzi costumista sfoggia eleganti uniformi militari per gli uomini e lunghi severi abiti in nero per le donne, eccetto che per Mina, in sfavillante seta cerise oppure azzurra. Visivamente lo spettacolo è pregevole.

Mina, il personaggio più complesso e sviluppato dell’opera, ha in Adriana Damato un’interprete di gran livello, espressiva e intensa, ma nello stesso tempo attenta alle dinamiche. Aroldo crociato/soldato è invece personaggio molto meno interessante dello Stiffelio marito/pastore lacerato tra la gelosia, l’onore e il ruolo di religioso. Per di più nell’edizione piacentina è venuto a mancare all’ultimo momento il titolare generosamente sostituito da un giovane Gustavo Porta che dalla sua ha la scusante di non aver potuto preparare a fondo una parte che per di più è impegnativa per i suoi mezzi vocali. Meglio quindi gli altri interpreti maschili, soprattutto il Briano di Enrico Giuseppe Iori. Caldamente applaudito dal pubblico (scarsino) del Municipale l’Egberto di Franco Vassallo dalla voce spesso straboccante.

Pier Giorgio Morandi dà una lettura talora sbrigativa della partitura, ma efficacemente sostenuta dall’Orchestra Toscanini.

  • Aroldo, Benzi/Sala & Sanchi, Rimini, 27 agosto 2021

TEATRO MASINI

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Teatro Comunale Masini

Faenza (1788)

500 posti

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Il Teatro Masini è un perfetto esempio di teatro all’italiana ed è uno degli esempi dell’architettura neoclassica in Italia più rappresentativi. Inaugurato nel 1788, fu costruito per sostituire il precedente teatro dell’Accademia dei Remoti che trovava sede nel palazzo del Podestà. Il palazzo cambiò sede rispetto al progetto originario di Giuseppe Pistocchi che  fu oggetto, nel 1826, di diversi interventi di adeguamento e restauro.

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Nell’arco di tempo fra il 1850 ed il 1869 fu attuato il più corposo e organico progetto di lavori che apportarono modifiche definitive alla struttura.
In tempi recenti (1984-90) il Teatro è stato ristrutturato all’attuale aspetto. In particolare le statue sono state restituite al primitivo colore bianco; le superfici delle pareti dei palchi hanno recuperato l’intonacatura a stucco rosato e si è dato risalto all’azzurro delle fasce ricorrenti fra ordine e ordine nonchè a quella del grande arco scenico e del loggione. Dal 1903 è intitolato al celebre tenore Angelo Masini.

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Stiffelio

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Giuseppe Verdi, Stiffelio

Venezia, Teatro La Fenice, 24 gennaio 2016

★★★☆☆

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«Un soggetto a noi contemporaneo, gli attori ci compariscono in iscena coi ridicoli nostri vestiti» (1)

«Lo stiffelius era, fino al XX secolo, una giacca scura, lunga fino al ginocchio, aperta posteriormente, a petto unico, con revers slanciati, indossata da benestanti e persone di ceto superiore (una volta era l’abito dei senatori). Era chiamata anche redingote (da “riding coat”) o finanziera. […] Stiffelio (italianizzazione di Stiffelius) è il nome di un protagonista di una novella francese, poi adattata a commedia, di Émile Souvestre e Eugène Bourgeois, che era stata tradotta in italiano da Gaetano Vestri, Le pasteur ou l’Évangile et le foyer, rappresentata nel febbraio 1849. […] Il dramma dell’uomo tradito negli affetti familiari era di moda nell’Ottocento. […] Il tradimento era, per così dire, fisiologico, perché troppo spesso o quasi sempre allora (ma anche ora) molte giovani donne venivano spinte al matrimonio da ragioni di convenienza, per poi scoprire, una volta sposate, la sensualità e la passione. […] Verdi qui anticipa l’argomento e sceglie il soggetto, su consiglio di Piave, perché stanco dei soliti intrecci melodrammatici, anticipando La Traviata e imboccando la strada del realismo. L’opera, per la prima volta, non gli era stata commissionata da un teatro, ma dallo stesso editore Giulio Ricordi». (Antonio Rizzoli)

A ridosso della trilogia popolare, questo dramma in tre atti di Francesco Maria Piave viene rappresentato a Trieste il 16 novembre 1850, cinque mesi prima del Rigoletto. Il successo è condizionato dagli scrupoli censori di chi vede lo scandalo di un uomo di chiesa, seppure protestante, essere coinvolto in un affare di adulterio. La censura aveva fatto modificare molte battute del libretto (le parole «Ministro, confessatemi» della moglie rivolte al marito pastore evangelico erano diventate le banali «Adolfo, ascoltatemi») ed eliminare dalla scena croce e altare, la chiesa non doveva sembrare una chiesa! Per la ripresa l’anno dopo a Firenze il protagonista è trasformato in primo ministro tedesco e il titolo diventa Guglielmo Wellingrode, finché Verdi stanco dell’accanimento della censura decide di abbandonare il soggetto per riprenderlo sei anni dopo nell’Aroldo. (2)

Il teatro veneziano nel dicembre 1985 aveva proposto assieme le due opere (3) per un utile confronto e ora rimette in cartellone lo Stiffelio, in cui il linguaggio drammaturgico verdiano si rivela totalmente differente dai lavori precedenti, passando come fa dai temi risorgimentali/patriottici alle vicende borghesi del suo tempo. Trent’anni dopo l’opera di Verdi ha l’allestimento minimalista di Johannes Weigand e la direzione di Daniele Rustioni. La vicenda borghese che suggerirebbe un’ambientazione claustrofobica è risolta invece dal regista e dallo scenografo Guido Petzold in un ambiente che non è né interno né esterno: una grata si apre su un palo con tre luci a cui si avvolge una scala (se è un pulpito non viene mai usato come tale). Una lunga tavola portata avanti e indietro, sedie e sgabelli sono gli unici elementi in scena. L’assenza di un’idea drammaturgica si accompagna a stranezze, come quando Stiffelius, pastore protestante ricordiamo, diventa un santone guaritore allorché ridà l’uso delle gambe a una malata. (4) La possibilità di realizzare uno scontro di personaggi e di psicologie contrastanti (c’è chi ha parlato di Pirandello per questo lavoro) viene completamente trascurata da una regia attoriale vuota.

Vocalmente, a parte lo Stiffelio di Stefano Secco ragguardevole per fraseggio e varietà di colori, la Lina di Julianna di Giacomo e lo Stankar di Dimitri Platanias si fanno notare per uno stile vocale generico e tendente al grido verista.

Il giovane Rustioni assomiglia a Riccardo Muti da giovane nei tratti e nella baldanza dei ritmi imposti all’orchestra, ma complessivamente offre una prova sicura delle sue capacità.

(1) Da una recensione della prima.

(2) Atto primo. In Germania al principio del secolo XIX, sulle rive dello Salzbach, presso il castello del conte di Stankar. Stiffelio, alias Rodolfo Müller, capo di una non meglio definita setta assasveriana, già a suo tempo fuggito per le persecuzioni religiose, ha fatto ritorno, dopo la pace, nel castello del suocero Stankar, che ha organizzato una festa di benvenuto. Accolto da famigliari e amici, l’uomo narra un episodio che gli è stato riferito da un barcaiolo: questi percorreva all’alba il fiume quando, da una finestra del castello, scorgeva un giovane che, al culmine di un agitato colloquio con una donna, si gettava nelle acque, perdendo un foglio. Immaginando che nasconda qualche tresca amorosa e non volendo accusare nessuno, Stiffelio lo dà alle fiamme. Mentre i presenti commentano l’accaduto, Lina e Raffaele, riconosciutisi nei due amanti, manifestano il loro sgomento. Rimasto solo con Lina, Stiffelio è turbato dal suo comportamento, tanto più quando si accorge che la moglie non porta al dito l’anello nuziale. Stankar, anch’egli insospettito dal comportamento della figlia, la sorprende mentre scrive una lettera di confessione indirizzata a Stiffelio. Per evitare un tale dolore al genero, impone a Lina di distruggerla. Frattanto Jorg ha scorto Raffaele riporre una lettera in un libro, ma poiché esso passa successivamente nelle mani di Federico, cugino di Lina, il sospetto cade su quest’ultimo. Stiffelio, avvertito del fatto, si impadronisce della lettera: ma prima che possa leggerla, Stankar la distrugge. Mentre Stiffelio dà sfogo al suo furore e al suo atroce sospetto, Stankar affronta segretamente Raffaele e lo sfida a duello presso il cimitero.
Atto secondo. È notte. Lina, in preda alla più viva agitazione, si aggira per il cimitero dove, scorta la tomba della madre, si getta in ginocchio implorando il perdono divino. Sopraggiunge Raffaele, che le dichiara ancora una volta il suo amore. Mentre la donna, pentita, chiede che le venga restituito l’anello nuziale, Stankar li sorprende e inizia a battersi con Raffaele. Stiffelio, richiamato dal clamore, si getta tra i due contendenti per dividerli e, disarmato Raffaele, gli stringe la mano in segno di amicizia. Il gesto suscita lo sdegno di Stankar che, incautamente, rinfaccia a Raffaele la propria improntitudine nello stringere la mano all’uomo che ha tradito. A questo punto Stiffelio vorrebbe vendicarsi; ma Jorg, giunto nel frattempo, gli ricorda la sua missione evangelica e il suo dovere di perdonare. Sopraffatto dall’emozione, Stiffelio perde i sensi.
Atto terzo. Raffaele è fuggito: Stankar, consapevole dell’impossibilità di vendicarsi e sopraffatto dalla vergogna, medita il suicidio. Ma quando Jorg gli rivela che ha convinto l’uomo a ritornare e ad affrontare Stiffelio, esulta al pensiero della futura vendetta. Durante il colloquio con il rivale, Stiffelio gli chiede come si comporterebbe se a Lina fosse restituita la sua libertà. Raffaele rimane perplesso; allora Stiffelio lo fa assistere di nascosto a un colloquio con la moglie, durante il quale le propone il divorzio. Disperata, Lina accetta ma, senza poter nascondere il suo intimo strazio, rivela a Stiffelio il suo amore per lui e la sua debolezza di donna abbandonata, della quale Raffaele ha approfittato. Sconcertato, Stiffelio vorrebbe vendicarsi del rivale: ma apprende che Stankar lo ha già ucciso. Sconvolto, e desideroso di fuggire da una casa dove si sono consumati il tradimento e il delitto, Stiffelio si reca a celebrare il servizio liturgico. Nella chiesa, con il cuore straziato e come in delirio, il ministro passa tra i fedeli. Tra questi riconosce anche Lina. Poi, aperto il Vangelo di Giovanni e leggendo il passo dell’adultera e le parole di perdono del Cristo, perdona a sua volta la donna che, tra la commozione dei presenti, cade ai suoi piedi.

(3) Con la direzione orchestrale di Eliahu Inbal e la messa in scena di Pier Luigi Pizzi, le opere erano state presentate nella stessa giornata: al pomeriggio l’Aroldo, la sera lo Stiffelio.

(4) Vero è che una delle due figure storiche connesse al protagonista del dramma è un tale Stiffelio seguace del dottor Müller, pranoterapeuta di Dresda con velleità miracolistiche.

  • Stiffelio, Calvo/Vick, Parma, 30 settembre 2017
  • Stiffelio, Sini/Pizzi, Reggio Emilia, 18 gennaio 2026

Die Teufel von Loudun (I diavoli di Loudun)

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★★★★★

La prima opera di Penderecki

Quattro anni prima del film di William Friedkin (1), sullo schermo viene rappresentato un esorcismo, anche se è lo schermo televisivo della ripresa de Die Teufel von Loudun, l’opera che Krzysztof Penderecki aveva scritto nel 1968-69 su libretto proprio, tratto dalla drammatizzazione di John Whiting de The Devils of Loudun, romanzo di Aldous Huxley del 1952, e tradotto in tedesco da Erich Fried.

Nel 1961 il regista polacco Jerzy Kawalerowicz aveva girato Matka Joanna od aniolów (Madre Giovanna degli angeli) mentre nel 1971 uscirà il film di Ken Russell The Devils con Vanessa Redgrave e Oliver Reed, entrambi basati sul romanzo di Huxley.

La vicenda reale rimanda al processo di stregoneria che ancora nel 1634 venne tenuto in Francia contro il vicario di Loudun, Urbain Grandier, accusato di possessione demonica a danno delle Orsoline della chiesa di San Pietro e della loro priora, madre Jeanne des Anges. Non mancano le implicazioni politiche, con il cardinale Richelieu avverso alle voglie di indipendenza della città dal potere centrale.

Atto primo. In un’allucinata visione notturna, anticipazione onirica del momento conclusivo della vicenda, Jeanne vede Grandier torturato e martirizzato procedere verso il rogo. L’azione reale prende avvio con l’ingresso di sorella Claire: la lettera che reca contiene il rifiuto di Grandier a divenire padre spirituale del convento. Jeanne si abbandona a fantasie malsane in preda a eccitazioni erotiche. La sorvegliano Mannoury e Adam, il chirurgo e lo speziale, cui non sembra vero di poter raccogliere notizie sulla vita licenziosa dell’odiato Grandier. Si susseguono immagini di una scena d’amore fra la bella Ninon e Grandier, di Jeanne che prega in chiesa, della giovane Philippe che in un confessionale rivela a Grandier di amarlo. Giunge il commissario regio Laubadermont con il comando di abbattere le mura della città; il borgomastro, spalleggiato dal parroco, vi oppone rifiuto. La situazione diventa pesante per Grandier, sospettato politicamente oltre che oggetto del pubblico ludibrio per le presunte avventure sessuali. Come non bastasse, Jeanne racconta al proprio confessore di avere visioni demoniache in cui un uomo con le sembianze di Grandier profferisce oscenità. Nell’interrogatorio cui viene sottoposta dai due esorcisti convocati (padre Barré e padre Rangier), la priora si esprime improvvisamente con una voce maschile: è quella di Asmodeus, il demone della lussuria.
Atto secondo. Gli esorcisti si adoperano per scacciare lo spirito impuro da Jeanne. Invitato dal borgomastro e dal giudice a difendersi, Grandier afferma la propria estraneità alle accuse. Quando Jeanne viene nuovamente interrogata, riferisce però di essere stata obbligata da Grandier a partecipare a una messa oscena nella cappella, la notte, con altre suore nude. Philippe confessa di essere incinta. Richelieu nel frattempo si è imposto: le mura della città saranno abbattute. Il medico valuta il comportamento delle suore come frutto di isterismo, ma padre Mignon riesce ancora a provocare in loro la manifestazione di uno spirito infernale: sono di scena nuovi esorcismi sulla pubblica piazza. A Jeanne viene portata una reliquia che dovrebbe contenere gocce del sangue di Cristo, che fa effetto ma in realtà risulta vuota. Il diavolo entra ora in Mignon e Rangier, nonché in donne della folla. Le guardie tentano di sedare la popolazione invasata. Jeanne ha paura. Grandier viene arrestato.
Atto terzo. Una folla di trentamila persone è giunta in città per assistere all’esecuzione di Grandier. A Mannoury e Adam viene affidato il compito di preparare il condannato: lo spogliano, lo rasano, gli strappano le unghie. Malgrado le minacce di tortura, Grandier ricusa pubblicamente i reati di stregoneria ascrittigli. Le suore riescono a impedire il tentativo di suicidio di Jeanne. Grandier continua a professarsi innocente anche quando gli vengono spezzate le gambe, ma la sua apparente insensibilità al dolore viene giudicata una prova del demonio che agisce in Grandier. Viene infine condotto in processione per le vie della città: davanti alla chiesa di San Pietro riceve l’ultimo conforto da padre Ambrose e davanti al convento delle Orsoline si presenta agli occhi di Jeanne come l’incarnazione della terribile visione iniziale. Ora ella gli può parlare, per la prima volta. Al palo Grandier continua a tacere, istigando così la furia omicida dei suoi aguzzini. Sul rogo ha ancora la forza di chiedere perdono a Dio per i suoi nemici. Mentre la moltitudine si disperde, Jeanne rimane sola.

Nel 1966 Penderecki era diventato a suo modo popolare con la monumentale Passio et Mors Domini Nostri Jesu Christi Secundum Lucam per coro e orchestra che, nonostante la sua scrittura atonale, era stata però apprezzata dal pubblico per l’intensità emotiva che sprigionava ed era stata caldamente applaudita alla sua prima esecuzione nella cattedrale di Münster e nelle successive riprese in giro per il mondo.

Era con curiosa attesa quindi che Die Teufel von Loudun erano andati in scena il 20 giugno 1969 ad Amburgo. Appena due giorni dopo ne veniva presentata a Stoccarda un’altra produzione. L’opera passava poi a Berlino Ovest, Colonia, Monaco e in altre città sia europee che americane suscitando pareri contrastanti, soprattutto per la musica. Il lavoro è suddiviso in trenta brevi episodi (poi portati a 32 nella revisione definitiva del 1975) di taglio quasi cinematografico e ognuno distinto dal suo proprio stile musicale in cui canto, parlato, grida, risate e rumori vari si aggiungono a glissandi, clusters e suoni alle estremità della scala. Una partitura che oscilla in continuazione tra delicati effetti puntillistici e ingenti masse sonore nei momenti più drammatici, come le due scene di esorcismo.

Enormi le forze musicali impegnate: diciannove solisti, cinque cori diversi, grande orchestra (con una gran quantità di percussioni), strumenti elettrici e nastro magnetico. Per ogni strumento sono poi impiegate tecniche esecutive diverse segnate su una partitura di notazione proporzionale, senza suddivisione in battute, e con l’utilizzo di inchiostri di colori diversi – come si vede nella partitura autografa riportata sulla copertina dell’album che accompagna l’edizione discografica in LP dell’opera.

Poco dopo la prima lo spettacolo di Amburgo viene registrato in studio dalla televisione tedesca e riversato in questo DVD Archiv. I cantanti sono gli stessi, con una splendida Tatiana Troyanos nei panni della deforme Jeanne, e ottimi interpreti maschili sia polacchi sia tedeschi, tra cui un giovane Hans Sotin. La regia teatrale è di Konrad Swinarski, quella video di Joachim Hess. Nuova è qui la direzione attenta di Marek Janowski.

Immagine in 4:3 di qualità accettabile. La mancanza di extra è in parte compensata dalle notizie fornite nell’opuscolo accluso alla confezione.

(1) La colonna sonora de The Exorcist di Friedkin (1973) contiene brani di Penderecki: oltre a pagine dei Teufel, ve ne sono altre del Kanon (1962), Polymorphia (1961), Quartetto per archi (1968) e Concerto per violoncello (1967).

Attila

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Giuseppe Verdi, Attila

★★★★☆

Bologna, Teatro Comunale, 31 gennaio 2016

Superlativa direzione orchestrale di Michele Mariotti

Questa produzione dell’Attila di Verdi al Comunale di Bologna è stata turbata da due incidenti: il 26 gennaio il baritono Piazzola ha un malore in scena e la recita prosegue senza di lui; domenica 31 è la volta del baritono titolare che dopo il prologo accusa un’indisposizione – non è probabilmente assente un grave problema famigliare – e Ildebrando D’Arcangelo viene prontamente sostituito dall’interprete del ruolo nel cast alternativo, Riccardo Zanellato.

Peccato, perché fin dalla sua entrata, con il cappuccio che gli nasconde il viso come l’imperatore di Star Wars e con le prime battute («Eroi levatevi! Stia nella polvere | chi vinto muor. […] Attila i prodi venera, | abomina il codardo») aveva già impresso al suo personaggio, la figura più onesta e leale di quest’opera, un carattere di umana empatia che manca agli altri. La bella fotografia di Renato Morselli rispecchia la lettura data dal baritono al personaggio, ripiegato su sé stesso e desolatamente solo.

Purtroppo la sostituzione in corso di spettacolo con il pur bravissimo e generoso Riccardo Zanellato non ha permesso di portare a compimento la lettura del personaggio, anche se sul piano musicale la recita ha avuto livelli eccellenti. Maria José Siri si è rivelata una magnifica Odabella con una tale padronanza vocale da entusiasmare il pubblico bolognese. L’Ezio di Simone Piazzola ha dispiegato la sua calda voce in un declamato elegante e sempre intelligentemente trattenuto pur nella pienezza dell’emissione. Non così trattenuta è sembrata invece la prestazione vocale di Fabio Sartori, Foresto di gran bella voce di cui dovrebbe controllare maggiormente il volume per essere perfetto. Sulla presenza scenica, transeat.

Eccezionale è risultata la prestazione del coro del Comunale, qui in una prova grandemente impegnativa, ma l’esaltazione del pubblico si è scatenata con il direttore Michele Mariotti: la musica dell’orchestra sembrava uscire dalla gola dei cantanti, tale era perfetta la simbiosi tra voce e strumenti; la scansione di tempi sempre esatta, ora sostenuti ora languidamente melodici; non ultima l’esaltazione dei timbri orchestrali (chi aveva mai notato quell’intervento dei violoncelli nel terzo atto?) e la precisione dei concertati.

Non altrettanto esaltante l’aspetto visivo della regia statica e noiosa di Daniele Abbado e della scenografia di Gianni Carluccio, un ambiente opprimente e ferrigno che non dà spazio agli elementi atmosferici presenti nelle didascalie del libretto – la luce delle lagune adriatiche, l’alba a Rio-Alto (1), i raggi di luna sul ruscello. Non che le prescrizioni dei librettisti debbano essere pedissequamente osservate (e nel moderno Regietheater questo non avviene quasi mai), ma allora vanno sostituite con un’idea forte che qui sembra mancare, se non vogliamo intendere tale l’eterna notte in cui è inserita la vicenda solo a tratti illuminata da bagliori di tempesta. I prigionieri appesi alle funi e le statue sedute e acefale (un macabro richiamo alle decapitazioni dell’ISIS?) aggiungono il tono lugubre a una storia che è per di più una vicenda di sentimenti, seppure estremi come la sete di vendetta di Odabella, l’ambizione di Ezio o l’odio di Foresto. Il ritmo drammatico è poi ripetutamente interrotto dal calare di un telo nero che separa le varie scene con lunghi minuti di pausa davanti a questo funereo sipario in attesa di un cambio di scena che il più delle volte o non c’è o si poteva risolvere in pochi secondi.

Tutto è dimenticato nell’entusiasmo finale con il pubblico che non si stanca di applaudire e non lascia andare via gli artefici di questa intensa serata.

(1) «Le tenebre vanno diradandosi fra le nubi tempestose: quindi a poco a poco una rosea luce, sino a che (sul finir della scena) il subito raggio del sole inondando per tutto, riabbella il firmamento del più sereno e limpido azzurro».

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TEATRO MALIBRAN

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Teatro Malibran

Venezia (1678, 1834)

800 posti

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Progettato da Tommaso Bezzi per volere dei fratelli Vincenzo e Giovanni Carlo Grimani e inaugurato come Teatro San Giovanni durante il carnevale del 1678 con il Vespasiano di Carlo Pallavicino, diventò subito il principale, il più lussuoso e il più stravagante palcoscenico veneziano. Venivano allestite opere sontuose e si esibivano cantanti di alto livello e durante il suo periodo d’oro furono attivi presso questo teatro grandi compositori, come Alessandro Scarlatti e Georg Friedrich Händel. Nel 1737, quando Carlo Goldoni fu posto alla direzione del palcoscenico veneziano, iniziarono ad essere rappresentati anche lavori in prosa (tra questi molti erano sue commedie). Successivamente, a causa della sua notevole grandezza la famiglia Grimani decise nel 1755 di aprire un teatro più piccolo, il San Benedetto. L’apertura di questo nuovo palcoscenico provocò la fine dell’egemonia del San Giovanni che, una volta passato in secondo piano, vide diminuire pian piano il repertorio operistico rappresentatovi.

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A seguito dell’occupazione francese di Venezia, fu fra i pochi teatri veneziani a non dover essere chiuso. Nel 1819 fu venduto ai Gallo, i quali nel 1834 lo restaurarono, ribattezzandolo una prima volta Teatro Emeronittio (in quanto aperto sia di giorno che di notte) e poi una seconda volta, nel 1835, Teatro Malibran, in segno di gratitudine verso Maria Malibran, la grande cantante che l’8 aprile di quell’anno, in quel teatro, aveva interpretato La sonnambula rinunciando al suo compenso. Nel 1849 con il ritorno degli austriaci a Venezia, dopo la famosa resistenza della città lagunare durata quasi un anno, tutti i maggiori teatri del Veneto chiusero per protesta, tranne il Malibran.

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Dopo essere passato nuovamente di mano nel 1886, fu riaperto nel 1913, ma dopo una stagione lirica, fu nuovamente chiuso a causa di alcuni problemi di sicurezza. Fu riaperto per l’ennesima volta nel 1919 e per quasi tutta la prima metà del secolo fu sempre attivo nella rappresentazione di opere, operette, nonché spettacoli cinematografici. Nel 1992 il Comune di Venezia acquistò il teatro e, dopo averlo restaurato e ampliato, lo rimise in attività. A seguito dell’incendio doloso che nel 1996 distrusse il Teatro La Fenice, l’orchestra di quest’ultimo passò provvisoriamente al Malibran, dove furono allestiti diversi spettacoli che rivalutarono l’antico teatro veneziano, diventato recentemente la seconda sede della Fenice dopo la riapertura del 2001.