Novecento

Z mrtvého domu

Leoš Janáček, Z mrtvého domu  (Da una casa di morti)

New York, Metropolitan Opera House, 14 novembre 2009

★★★★★

Boulez e Chéreau ancora una volta insieme

Al buon vecchio Leoš dovevano piacere le imprese ardue. Le sue ultime tre opere sono tratte da testi che sembrano impossibili da portare in scena e musicare: una storia d’amore tra volpi (!), un intricato caso giuridico e infine il diario/romanzo di Fëdor Dostoevskij sulla sua detenzione in Siberia. Da una casa di morti (Z mrtvého domu, rappresentata postuma nel 1930) è il titolo dell’opera del compositore moravo, Memorie da una casa di morti (Записки из Мёртвого дома, Zapiski iz Mërtvogo doma1862) quello da cui è stato tratto.

Atto I. In un campo di prigionia in Siberia, una gelida mattina d’inverno porta la notizia che presto un aristocratico si unirà ai detenuti. L’uomo è Alexandr Petrovič Gorjančikov, un prigioniero politico, che il direttore della prigione fa interrogare e frustare. Gli altri prigionieri intanto hanno trovato un’aquila ferita e giocano con lei finché le guardie non li rimandano al lavoro. I prigionieri si lamentano della loro sorte e uno di loro, Skuratov, rammenta la sua vita a Mosca; un altro, Luka Kuzmič, racconta di quando aveva incitato una ribellione e ucciso una guardia nel campo di prigionia in cui si trovava prima. Terminata la fustigazione, Gorjančikov viene portato tra gli altri, quasi tramortito.
Atto II. Gorjančikov ha fatto amicizia con il giovane tartaro Aljeja, gli chiede della sua famiglia e si offre di insegnargli a leggere e scrivere. Terminato il lavoro, i carcerati si preparano per la festa e un prete benedice il cibo. Skuratov racconta il motivo per cui si trova lì: era innamorato di una giovane donna tedesca, Luisa, ma quando lei fu promessa a un anziano parente Skuratov aveva sparato al promesso sposo. Per la festa, i detenuti mettono in scena una commedia su Don Giovanni e una pantomima su una figlia di un mugnaio bellissima ma infedele. Dopo lo spettacolo, i prigionieri provano a provocare Gorjančikov, deridendolo per il fatto che i suoi privilegi aristocratici gli permettano di bere tè anche in prigione e nella lite che segue Aljeja resta ferito.
Atto III. Prima scena. Nell’ospedale del campo, Gorjančikov si prende cura di Aljeja, che è felice di aver imparato a leggere e scrivere. Accanto al suo letto, Luka sta morendo di tubercolosi. Šapkin racconta la storia del suo arresto, mentre Skuratov delira in preda alla pazzia. Durante la notte, anche Šiškov prova a raccontare la sua storia, ma viene continuamente interrotto dalle domande di Čerevin. Šiškov era innamorato di Akulka, la figlia di un mercante, che però era innamorata di Filka Morozov, che andava in giro dicendo di averla disonorata; durante la loro prima notte di nozze, Šiškov aveva scoperto che la giovane era ancora vergine, ma quando si rese conto che la moglie era ancora innamorata di Filka l’aveva uccisa. Luka muore e Šiškov si accorge solo allora che il malato era proprio Filka. I detenuti vengono interrotti da una guardia, che porta via Gorjančikov. Seconda scena. Il direttore della prigione, ubriaco, si scusa con Gorjančikov per le frustate e gli restituisce la libertà. Proprio mentre l’aristocratico lascia il campo, i detenuti liberano l’aquila ormai guarita, per poi essere rimandati dalle guardie ai lavori forzati.

«La trama è di fatto senza evoluzione, praticamente inesistente o informale: rappresenta la successione narrata di tante storie, indipendenti e diverse, a ognuna delle quali è riservato uno spazio differente nella partitura. Fatale che da un non-romanzo nascesse una non-opera. Il protagonista, Alexandr Petrovič Gorjančikov, giovane aristocratico condannato per le sue idee libertarie, svolge in gran parte dell’opera una funzione di spettatore. […] La vicenda inizia con il suo arrivo al campo e si conclude con la sua liberazione, esattamente come avviene a un’aquila ferita che, guarita alla fine dell’opera, spiccherà un volo verso la libertà negata agli ergastolani. Al destino del prigioniero politico è anche legato quello del malvagio comandante del campo, che interviene al suo arrivo, facendolo frustare senza alcun motivo, e alla sua liberazione, congedandosi da lui con una certa rozza caricatura di umanità, dovuta alla sua ubriachezza e al fatto di avere ormai perso la sua autorità. La poetica intercorrispondenza fra aquila e prigioniero politico è un’intuizione di Janáček. Nel romanzo L’aquila se ne va dal campo ancora ferita sbatacchiando l’ala sana. […] Inoltre in Dostoevskij non si fa menzione di maltrattamenti a forzati di origine nobile internati per i loro ideali libertari. Certamente la diversa e più moderna ottica del musicista verso la pratica della punizione corporale, lo ha portato a ricreare da spunti del romanzo una situazione nuova, ponendola strategicamente all’inizio dell’opera, in modo da rappresentare in tutto il suo orrore l’ottusità capricciosa dell’uso della violenza dell’uomo sull’uomo» (Franco Pulcini)

Per un’attenta lettura musicale dell’opera è sempre di riferimento il vecchio testo di Erik Chisholm sulle opere di Janáček che comprende anche una dettagliata analisi del monologo di Šiškov nel terzo atto.

Trent’anni dopo la memorabile impresa del Ring del centenario a Bayreuth, Boulez e Chéreau si incontrano di nuovo in occasione delle Wiener Festwochen del 2007 per uno spettacolo che sarà ripreso con successo ad Aix-en-Provence, Amsterdam, New York e Milano (qui con la magistrale direzione di Esa-Pekka Salonen).

Mettere in musica la spaventosa monotonia della vita carceraria tra mura opprimenti senza suscitare noia, anzi avvincere e commuovere è la scommessa vinta dal compositore prima e dal regista poi. Per quanto riguarda Janáček la musica della sua ultima opera entra in perfetta sintonia con la concretezza e il realismo della recitazione che qui tocca i massimi vertici con la guida del regista francese. Questo è uno dei pochi casi in cui non si riesce a distinguere l’apporto del compositore e del direttore d’orchestra da quello di chi ha messo in scena lo spettacolo, tanto sono dipendenti e intricati fra di loro.

Il regista francese esalta la solitudine, il dolore, l’umiliazione, la crudeltà, l’affetto, la nostalgia, l’alienazione, l’abbrutimento di queste anime morte alla libertà. Il finale dell’opera nella sua messa in scena è di quelli che ti tolgono il fiato per l’emozione. Assistere dal vivo alla rappresentazione al MET è stato un evento,  sconvolgente e indimenticabile. Come la lettura del testo di Dostoevskij.

Il maestro Boulez, accusato talora di analitica freddezza, qui bilancia magnificamente i momenti drammatici della vicenda musicale con una concertazione attenta dei ritmi incalzanti, spesso reiterati, alternati alle oasi di puro lirismo della splendida partitura resa molto bene dalla giovanile Mahler Chamber Orchestra.

Magnifici gli interpreti, praticamente tutti maschili, che toccano le varie corde espressive. Citiamo solo per brevità Peter Mattei (Šiškov), il delicato Aljeja di Eric Stoklossa, il possente Willard White come Goriančiko, ma è un far torto a tutti gli altri cantanti-attori. Contributo non trascurabile nelle due pantomime quello del coreografo Thierry Thieû Niang.

Věc Makropulos (L’affare Makropulos)

  1. Salonen/Marthaler 2011
  2. Davis/Lehnhoff 1995

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★★★★☆

1. Che noia l’immortalità

Talora viene tradotto in italiano come Il caso Makropulos, ma così si perde l’ambiguità del termine ceco věc (pronuncia vietz) che sta a indicare sia il caso giuridico, sia la cosa, qui una logora pergamena con la ricetta dell’elixir di lunga vita. Meglio L’affare Makropulos.

Di questo infatti si tratta: l’imperatore Rodolfo (siamo nel XVI secolo a Praga) chiede al suo medico personale e alchimista un filtro per prolungare la vita. L’intruglio è presto preparato, ma l’imperatore timoroso degli effetti colla­terali lo fa bere prima alla figlia del medico, che infatti cade in catalessi. Indignazione del monarca e patibolo per il padre sono le imme­diate conseguenze. Ma poi la figlia si riprende ed effettivamente continua a vivere. Elina Makropulos trascorre così indenne i secoli cambiando per opportunità il nome, ma mantenendone le iniziali per non dover cambiare il set da viaggio: Ellian McGregor, Elsa Müller, Ekate­rina Myškina, Eugenia Montez, Emilia Marty.

Il dramma di Karel Čapek, da cui l’opera di Janáček è tratta, va in sce­na nel 1922 e narra l’atto finale della vicenda di Elina Makropulos, ora Emilia Marty, can­tante ultra-trecentenaria (per la precisione sono 337 gli anni) che ha di nuovo bisogno della ricetta perché comin­cia ad accusare qualche acciacco. «La Marty è ancora una donna sofisticata e bellissima, che dimostra una trentina d’anni, anche se a guardarla bene porta con sé l’inquietante aspetto fisico di una vecchia ringiovanita. È una dark lady dal passato bollente, una ricca e celebre cantante lirica, una primadonna dal temperamento accentratore e autoritario, un misto fra Maria Callas e Marlene Dietrich. Giunge a Praga per cantare, ma anche per ritrovare la formula smarrita dell’elisir bevuto un tempo, e che sta ormai perdendo il suo effetto: certi suoi atteggiamenti isterici sono da assimilare ai comportamenti dei tossicodipendenti in carenza, alla spasmodica ricerca di una nuova dose». (Franco Pulcini)

Atto primo. Nello studio legale di Kolenatý, che provvede a un’esposizione dettagliata del caso che vede da tempo i Gregor contro i Prus, Emilia Marty sopraggiunge fornendo preziose notizie. Mentre Kolenatý si reca a prelevare il testamento a casa di Prus come rivelato dalla donna, il fascino di Emilia ha occasione di esercitarsi su Gregor. Questi se ne innamora perdutamente, ma viene respinto con glaciale e annoiata indifferenza. Avendo Gregor ai suoi piedi, Emilia ne approfitta per domandargli del documento che reca la formula della pozione, ma apprende da Kolenatý, di ritorno da casa Prus, che questo è rimasto in possesso del barone.
Atto secondo. Dietro le quinte dell’Opera, la mattina successiva a una rappresentazione che l’ha avuta per protagonista, Emilia continua a trattare con crudele durezza pretendenti e ammiratori. A Gregor, a Krista e Vítek si aggiungono Janek, il figlio di Jaroslav Prus, e il vecchio e ormai demente conte Hauk-Sendorf. In Emilia egli ha riconosciuto Eugenia Montez, la gitana di cui si era invaghito cinquant’anni prima in Andalusia. A Emilia si presenta quindi Jaroslav Prus. Insospettito dalle inesplicabili conoscenze di Emilia sulla sua famiglia e dal suo immotivato interesse alla causa di Gregor, mette la cantante alle strette. Emilia induce il giovane Janek a tentare di sottrarre il documento per lei. Al tempo stesso tenta di comperare il documento da Prus, che acconsente a cederglielo in cambio di una notte d’amore.
Atto terzo. Nella stanza d’albergo ove Emilia e Prus hanno trascorso insieme la notte. Arriva la tragica notizia del suicidio d’amore di Janek. Di fronte al dolore di Prus, Emilia reagisce con assoluta indifferenza, restandosene seduta a pettinarsi i capelli. Prus fa appena in tempo a manifestarle il suo incredulo sdegno allorché sopraggiungono Gregor, Kolenatý e il conte Hauk. Kolenatý e il suo assistito sono decisi a denunciare Emilia per frode, a causa delle sospette e inesplicabili contraddizioni del suo racconto, in cui risultano confuse e sovrapposte le figure di Ellian McGregor e di Elina Makropulos. Emilia si decide infine a raccontare l’autentica versione della sua inverosimile storia: ella è stata Ellian, Elina e molte altre ancora. Ma viene creduta solo quando i primi segni di morte appaiono sul suo volto, ora che la pozione sta esaurendo i suoi effetti. Emilia rinuncia a servirsi della pozione e decide di lasciarsi morire, comprendendo che la sua perpetua giovinezza non dà altro che dolore e apatia. Solo chi vive nell’imminenza inesorabile della morte, rivela Emilia in un appassionato addio ai presenti, può provare qualcosa come la felicità. Emilia muore mentre il documento che cela il ‘segreto Makropulos’, da lei donato con le sue ultime parole alla giovane ammiratrice Krista per farne un’altra prodigiosa cantante, viene dato alle fiamme.

L’opera di Janáček è del 1926. In quel periodo il sessantottenne com­positore stava vivendo una tormentata storia d’amore con la giovane Kamila Stösslová a cui scrive: «Una donna di trecentotrentasette anni, ma al tempo stesso ancor giovane e bella. Piacerebbe anche a te essere così? E sapessi quanto è infelice!» E gli risponde infatti Emilia nel finale dell’opera: «È atro­ce sopravviversi. Se sapeste com’è leggera la vita per voi! Siete vicini a tutto. Per voi tutto ha un senso. Tutto ha valore per voi. Fa persino rabbia vedere quanto siete felici! […] L’uomo non può amare per trecento anni. Né spera­re, né creare. Non ce la fa. Tutto viene a noia.»

L’antefatto, che nella bellissima edizione di Carsen vista l’anno scorso a Venezia veniva narrato in scena dai cambi d’abito della protagonista durante il preludio, qui nella produzione dell’Opera di Stato viennese è sco­nosciuto alle donne in bianco, una giovane e una anziana, che chiuse nella “gabbia” di vetro dei fumatori si scambiano riflessioni sulla brevità della vita durante il prologo muto deciso dal regista, riflessioni che non udiamo ma che vengono proiettate come sottotitoli. Siamo nei moderni uffici dell’avvocato Kolenatý in cui si discute da quasi un secolo la causa di un’eredità che vede Gregor contra Prus.

Nella messa in scena di Christoph Marthaler, qui registrata nel 2011 al festival di Salisburgo, Emilia non è la diva primadonna cui ci hanno abituato molte interpreti, ma ha le fattezze sofferte di An­gela Denoke, fragile nella figura quanto potente nella vocali­tà, perfetta come attrice-cantante. Ottimo il resto del cast.

Non sono molte le sortite del maestro finlandese Esa-Pekka Salonen in campo operistico, ma in ognuna egli mette il suo sigillo di perfezione, come nella sua meravigliosa lettura di Elektra vista recentemente ad Ai­x-en-Provence con Patrice Chéreau. Qui, alla testa dei Wiener Philharmoniker non mette in ombra nessuna delle sottigliezze della splendida partitura, pur in una concezione perfettamente unitaria del dramma musi­cale.

Sottotitoli in sei lingue, cinese e coreano compresi, ma non in italiano. Un segno dei tempi.

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★★★★☆

2. La grande Anja Silja nel ruolo di Emilia Marty

Una fila interminabile di valigie con le iniziali E.M., interminabile come la vita della protagonista. Così inizia nell’allestimento di Nikolaus Lehnhoff a Glyndebourne nel 1995 L’affare Makropulos. Prima era comparsa in scena anche una statua di Crono, una falce in mano a ricordarci invece la morte.

Interminabile anche la catasta di scartoffie che formano il fondo della scenografia di Tobias Hoheisel. Siamo infatti nello studio dell’avvocato Kolenatý che si occupa della causa Gregor-Prus che sta per arrivare al centesimo anno senza essere risolta. Forse è la volta buona, grazie all’arrivo di una strana signora, celebre cantante, che dei fatti che si riferiscono alla causa conosce, inspiegabilmente, molti dettagli.

E la signora qui è nientemeno che Anja Silja, 55enne. Se non è molto plausibile come avvenente giovane che fa innamorare di sé gli uomini che hanno la ventura di incrociarne il cammino, è però splendidamente convincente come donna che porta in scena il peso dei suoi 337 anni. Attrice consumata e dalla grande presenza vocale, il soprano berlinese monopolizza questo allestimento della penultima opera di Janáček, ma è in compagnia di un’eccellente compagine di artisti: da Kim Begley (Albert Gregor) a Victor Braun (barone Prus). Da Andrew Shore (dottor Kolenatý) a Manuela Kriscak (Kristina). Nello straordinario ruolo di Hauk-Šendorf abbiamo Robert Tear e un giovane non ancora famoso ma già bravissimo Christopher Ventris è l’imbranato e sventurato Janek.

Andrew Davis sul podio della London Philarmonic Orchestra contribuisce da par suo con la sua attenta direzione a fare di questo uno spettacolo quasi memorabile.

Immagine in 4:3 con audio appena accettabile, confezione estremamente spartana senza opuscolo né locandina degli interpreti: occorre aspettare i titoli di coda per capire chi ha cantato e che cosa.

Elektra

Elektra

★★★★★

Il testamento artistico di Patrice Chéreau (1944-2013)

Con emozione ho aperto oggi il pacchetto contenente il blu-ray appena uscito dell’Elektra di Strauss con la regia di Chéreau. Chissà se avrei rivissuto la grande commozione che mi aveva procurato, un anno fa, lo spettacolo visto al festival di Aix-en-Provence il 22 luglio 2013.

Encomiabile la solerzia con cui la BelAir mette dunque in commercio, con un libro contenente un testo trilingue, la registrazione dell’ultima messa in scena di uno dei più grandi registi del nostro tempo, scomparso pochi mesi dopo. Il disco contiene come bonus una lunga intervista, probabilmente l’ultima, in cui Chéreau spiega la sua visione dell’opera dove Elettra è, come Amleto, divorata dal desiderio di vendicare il padre ucciso.

Tante sono state le letture di questo lavoro del 1909 su testo di Hugo von Hofmannsthal tratto con poche variazioni dalla sua stessa pièce del 1905, a sua volta rilettura del mito greco che aveva ispirato tutti e tre i tragediografi (Eschilo, Sofocle, Euripide) e poi nel tempo molti altri, da Prosper de Crébillon (1708) a Eugene O’Neill (1931) a Jean Giraudoux (1937).

L’azione si svolge nel periodo immediatamente successivo alla fine della guerra di Troia al palazzo degli Atridi a Micene. Clitemnestra ha assassinato, con l’aiuto dell’amante Egisto, il marito Agamennone, dopo che costui ha fatto ritorno dalla guerra di Troia. Adesso Clitemnestra ed Egisto sono marito e moglie e governano insieme Micene. Le figlie di Clitemnestra, Elettra e Crisotemide, vivono penosamente. Elettra vive come un animale, camminando sempre nello stesso angolo della corte del palazzo, in silenzio, senza comunicare con nessuno, con l’aspetto trasandato e lo sguardo perso. Per Clitemnestra, la presenza di Elettra è come quella di un fantasma accusatore che la incolpa in ogni istante di essere la causa dell’assassinio di Agamennone e per questo motivo cerca di evitarla. Le ancelle si burlano della giovane, mentre lei non smette di vegliare al solito posto nella corte. Solamente un’ancella sembra avvertire compassione per la figlia di Clitemnestra e per questo viene malamente percossa dalle compagne. Elettra è l’unica persona del palazzo che sa che proprio in quel luogo è sepolta l’ascia con cui è stato ucciso il padre. Sopraggiunge la bella e delicata Crisotemide, sorella di Elettra. La giovane è terrorizzata: Egisto e Clitemnestra hanno deciso di recludere Elettra in una torre. Crisotemide vorrebbe soltanto fuggire da lì ed essere felice creandosi una famiglia; per questo motivo incalza la sorella affinché modifichi il suo atteggiamento nei confronti della madre la quale è convinta che Elettra sia colpevole della terribile atmosfera che grava sul palazzo. In risposta, Crisotemide, riceve dalla sorella uno sguardo strano e inquietante. Appare allora Clitemnestra che, accompagnata dai propri sudditi, si incammina verso il tempio senza evitare l’atroce scambio di sguardi con la figlia. L’assassina di Agamennone vuole dedicare alcuni istanti della preghiera per chiedere agli dei di allontanare i fantasmi che popolano i suoi sogni e che la tormentano senza tregua. La notte precedente ha sognato il figlio Oreste, che aveva allontanato dal palazzo quando ancora era in giovane età. Elettra che piange sulla tomba del padre Agamennone. Clitemnestra si avvicina al luogo dove si trova Elettra e chiede alla figlia cosa dovrebbe fare perché i suoi incubi la abbandonino definitivamente. Elettra rompe il silenzio dopo tanti anni e replica alla madre che solo un sacrificio molto speciale potrebbe porre fine ai suoi tormenti. Clitemnestra esige di conoscere immediatamente il miracoloso rimedio, al che la figlia le risponde che deve trattarsi di un sacrificio umano: deve morire una donna sposata per mano di un suo famigliare. Poi Elettra chiede alla madre perché si oppone al ritorno del fratello Oreste. Un brivido turba nuovamente la pace di Clitemnestra, ma proprio in quel momento sopraggiunge un’ancella che le riferisce a bassa voce un messaggio, che la soddisfa enormemente. Dopo aver rivolto l’ennesimo sguardo di odio alla figlia, Clitemnestra entra nel palazzo. Ma ecco che Crisotemide sopraggiunge correndo e piangendo sconsolatamente: ha ricevuto la notizia che Oreste è morto. Elettra pare commossa: per molto tempo aveva custodito l’arma con cui il fratello avrebbe dovuto uccidere la madre, adesso, dovrà occuparsi personalmente della vendetta. Supplica allora la sorella di aiutarla e, per convincerla, la rassicura che dopo vivranno finalmente in pace. Ma Crisotemide fugge atterrita. Elettra non può attendere, lo farà senza l’aiuto della sorella e scava per terra alla ricerca dell’arma criminale. Ma un’ombra misteriosa la coglie di sorpresa e impaurita rivolge lo sguardo verso la presenza inquietante: il misterioso personaggio rivela di essere Oreste; Elettra si lascia trasportare dall’emozione e crolla ai piedi del fratello. Appaiono tre vecchi servi che si prostrano ai piedi del nuovo arrivato. Elettra avverte una felicità smisurata e finalmente riferisce al fratello le proprie disgrazie e reclama vendetta. Oreste è disposto a fare giustizia, effettivamente è venuto per castigare gli assassini. Entra nel palazzo e, mentre Elettra attende nella corte in uno stato d’animo che rasenta l’isterismo, si odono in lontananza le grida raccapriccianti di Clitemnestra. Le urla della moribonda sono causa di grande scompiglio nel palazzo. Appaiono Crisotemide e i servi seguiti da Egisto. Oreste uccide anche lui. Elettra sprofonda in uno stato di trance: l’unico sogno che la manteneva in vita ora si è realizzato. Nonostante tutto è dispiaciuta di non aver consegnato al fratello l’arma con la quale i criminali avevano assassinato il padre. Elettra si alza in piedi e, dopo aver fatto alcuni passi, inizia una danza delirante con la quale celebra il suo trionfo fino a che cade a terra esanime. Crisotemide, che ha assistito alla tragica fine della sorella, percuote la porta del palazzo invocando il nome di Oreste.

Quarta delle opere di Richard Strauss, e di pochi anni successiva alla Salome, è tra gli esempi massimi del suo “teatro orgiastico” dove la musica, senza abbandonare la tonalità, raggiunge culmini di quasi espressionismo con la sua politonalità e le sue innovazioni musicali.

Alla direzione della Orchestre de Paris, Esa Pekka Salonen, in una delle sue non frequenti incursioni nel melodramma – e il secondo incontro con Chéreau dopo il meraviglioso Da una casa di morti –, si dimostra come uno dei massimi direttori del nostro tempo. La sua lettura è piena di tensione, ma controllata allo spasimo e sotto le sue mani l’orchestra dipana luci e colori della meravigliosa partitura con precisione e vivezza sempre mantenendo un equilibrio mirabile con le voci, impresa non sempre facile con la musica di Strauss.

Il sipario si alza su una scenografia, di Richard Peduzzi, in cui delle serve scalze spazzano il pavimento e i gradini del cortile del palazzo di Micene secondo un rito vecchio come il mondo. Nel silenzio si odono solo i fruscii delle scope e dell’acqua sparsa per non sollevare polvere. Poi una serva apre il portone metallico scorrevole e come un pugno nello stomaco risuonano le violente note del tema di Agamennone sputato fortissimo da tutti gli strumenti dell’orchestra. Con esse entra di corsa Elettra, animale braccato e selvatico che si rintana con i suoi stracci in un anfratto del cortile.

Ecco, in pochi attimi è creata una tensione che non abbandonerà il pubblico: dall’estatico riconoscimento di Oreste al lancinante grido di morte di Clitennestra fino alla selvaggia danza finale della donna che, come impazzita, festeggerà così la sua sanguinosa vendetta. La regia ci regalerà molti momenti di grande teatralità e forti intuizioni psicologiche in questa “storia di donne” senza uomini (la virilità di Egisto è messa in discussione da Elettra, e Oreste arriva alla fine).

Il soprano tedesco Evelyn Herlitzius ha ormai fatto di Elettra il suo ruolo di riferimento. Instancabile, è sempre presente in scena, dipana senza fatica le asperità vocali richieste dalla parte e dipinge il suo straziato personaggio con grande forza. Waltraud Meier, elegantissima regina Clitennestra ossessionata dai sogni, accompagna un’intelligente presenza al magistero dell’interpretazione sebbene lo strumento vocale cominci a denunciare qualche affaticamento. Più lirica la canadese Adrianne Pieczonka, forse un po’ troppo matura come Crisotemide, mentre Mikhail Petrenko è un onesto Oreste, spaventato da quella furia di sorella. Non fa danni Tom Randle nella breve parte di Egisto. Nel ruolo del vecchio servitore il commovente cameo di Donald McIntyre, il Wotan del Ring di quasi quarant’anni fa.

Regia video impeccabile di Stéphane Metge. Sottotitoli anche in italiano.

  • Elektra, Welser-Möst/Warlikowski, Salisburgo, 1 agosto 2020

Cavalleria rusticana

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Pietro Mascagni, Cavalleria rusticana

Napoli, Teatro di San Carlo, 15 luglio 2012

Metti una recita di Cavalleria Rusticana al Teatro di San Carlo a Napoli in una calda serata di luglio. Ancor più calda l’emozione. Pippo Delbono, che firma la regia dello spettacolo, a sipario chiuso e con l’o  rchestra schierata in buca, presenta a modo suo lo spettacolo:

«Buonasera. Scusate l’intromissione. Sono il regista di questo spettacolo. Prima di cominciare volevo raccontarvi due piccole storie legate alla Pasqua, la festa ricorrente di quest’opera. Un giorno camminavo in un paese abbandonato in Sicilia. Un paese che era stato distrutto da un terremoto molti anni prima. In quel paese tutto era rimasto uguale, fermo, immobile come se il tempo si fosse fermato là, in quell’attimo del terremoto. I palazzi conservavano ancora intatti i segni di un’eleganza antica ma erano sprofondati nella terra. E in quel piccolo paese distrutto dal terremoto avevo trovato un piccolo agnello pasquale di stoffa, nascosto tra le macerie. Ora quell’agnellino di stoffa lo conserva come una reliquia Bobò, il mio vecchio piccolo attore sordomuto rimasto per cinquant’anni rinchiuso nel manicomio di Aversa e che da molti anni vive con me. Libero. E poi un’altra storia, legata alla Pasqua. Una sera di poco tempo fa, mentre stavo preparando la Cavalleria Rusticana, ero con mia madre. Guardavamo dalla finestra il fuoco della Pasqua nella piazza della Chiesa del piccolo paese dove sono nato. Qualche giorno dopo mia madre se ne è andata. Per sempre. E quella sera in quella veglia pasquale in quel fuoco io e lei vedevamo la resurrezione, vedevamo la vita, la morte. Vedevamo la nostra separazione. Ricordo una poesia che studiavamo da piccoli a scuola:

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
nessuna croce manca
È il mio cuore
il paese più straziato. (1)

Grazie e scusate ancora questa mia intromissione»

Ed ecco che il sipario si apre e il ‘paese più straziato’, nella scenografia di Sergio Tramonti un’immensa camera rossa povera e sontuosa allo stesso tempo, appare in tutto il suo angosciante incombere. «Un lamento d’amore terribile, eccitante e doloroso. Il nucleo della Cavalleria è quello stato interiore che corrisponde alla passione quando diventa distruttiva. Per questo lo spettacolo sarà ambientato in una stanza rosso sangue che può sembrare un inferno o una chiesa, e che in realtà è un luogo della mente, la parte più oscura e pericolosa di noi». E quando il regista si fa personaggio e comincia ad aprire tutte le porte laterali da cui, improvvisa, esplode la luce, regala suggestioni immediate a un’atmosfera visionaria e decisamente surreale.

Nulla resta a evocare gli aranci olezzanti, le allodole cinguettanti tra i mirti in fiore, i campi con le spighe d’oro del libretto. C’è già tutto il dramma che sarà, non importa che sia un dì di festa. Nella poesia di Ungaretti la perdita e il lutto sono fortemente presenti e si ricollegano magicamente alla scena finale con Delbono che si avvicina alla madre di Turiddu – qui un’affranta Elena Zilio – e le porge la mano, un appiglio per non lasciarsi risucchiare dal mare delle lacrime, dal dolore della tragedia appena compiuta. Margherita, la mamma di Pippo, è mancata da poco. Un’altra straziante intrusione della realtà biografica del regista nei suoi spettacoli.

Poco meno di trenta minuti dello spettacolo diretto da Pinchas Steinberg, ripreso da una telecamera fissa, sono disponibili in rete.

(1) Giuseppe Ungaretti, San Martino del Carso

Candide

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Leonard Bernstein, Candide

direzione di John Axelrod, messa in scena di Robert Carsen

produzione del Théâtre du Chatelet di Parigi

2007 Teatro alla Scala di Milano.

Evento emblematico della provincialità italiana per la serie infinita di polemiche dovute alla censura preventiva esercitata dal sovrintendente del teatro alla Scala Stéphane Lissner – non si sa se più ossequiente al potere locale milanese o a quello romano del Vaticano – che definisce la messa in scena di Carsen «non in linea con la produzione artistica del teatro». Una brutta pagina del nostro intendere la libertà di espressione e il valore della cultura.

«Robert Carsen rende piena giustizia all’irriverenza mordace, demolitrice ed irrefrenabile dell’originale [di Voltaire], adattando insieme a Ian Burton il libretto di Hugh Wheeler. Diverte e funziona pienamente l’idea di mettere in parallelo la perdita dell’ottimismo da parte del protagonista con la perdita dell’ottimismo che gran parte del mondo prova nei confronti degli Stati Uniti. E, a dimostrazione del bisogno di mantenere la satira attuale, va detto che tutte le nuove produzioni di Candide hanno sempre alterato il contenuto e la struttura dell’opera di Leonard Bernstein e Lillian Hellman, un inno alla libertà di pensiero contro il soffocante maccartismo degli anni Cinquanta. […] I parallelismi sono sorprendenti: la casa più importante della Wetsphalia (divenuta Westfailure [fallimento dell’occidente] è la Casa Bianca), guerre, “titanici” naufragi, terremoti, auto da fé e, su tutto, la scena, intelligente, briosa e divertente della barcarolle dei cinque sovrani (peraltro mai messa in scena), dove Blair, Bush, Putin, Chirac e Berlusconi, in mutande (ognuno del colore della propria bandiera nazionale), galleggiano su un mare inondato di petrolio e rifiuti, se la suonano e se la cantano, alla faccia del popolo. Tutto è inquadrato dalla televisione e, come in televisione, le scene cambiano in rapida sequenza, come se si passasse da un canale all’altro. La pièce è ancora attualissima e, dopo avere riso e sorriso, rimane, giustamente, l’amaro in bocca, quando, sul finale del migliore dei mondi possibili e del coltivare il proprio giardino, sfilano le immagini delle devastazioni provocate dall’uomo sulla Terra, quando lo spettacolo si era aperto con le immagini del “sogno americano” negli anni Cinquanta. Un pugno allo stomaco che rende risibili e sciocche le polemiche su Berlusconi in mutande, regolarmente in scena senza la paventata e oscurantista censura preventiva (seppure è scomparsa dall’originale una battuta sui preti pedofili). E dopo avere assistito impotente alle onde di petrolio sul mare, alle fabbriche inquinanti, al disboscamento selvaggio, ai ghiacciai che si sciolgono, al deserto in cui vagano popoli affamati e assetati, Voltaire/Lambert Wilson si volta verso il pubblico e chiede “Any question?”». (Francesco Rapaccioni)

Un DVD con una buona registrazione dello spettacolo allo Châtelet si può acquistare qui.