Ottocento

Werther

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Jules Massenet, Werther

★★★★☆

Bologna, Teatro Comunale, 15 December 2016

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Werther’s middle-class dream

It is hard to find a recent production of Werther that adheres to the space-time coordinates of Goethe’s original work: from the backyard with plastic chairs and children playing with hula-hoops in Andrei Şerban’s setting, to Liliana Cavani’s movie theater where Werther dies, not even this Rosetta Cucchi’s new production by Bologna Teatro Comunale evades the tendency to bring the plot to the present time.

The interiors of the Bailli’s middle-class house and Albert’s living room, with its shelves full of fake volumes, represent the environment in which Werther tries in vain to enter. Every time he attempts to get closer to this world…

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Werther

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Jules Massenet, Werther

★★★★☆

Bologna, Teatro Comunale, 15 dicembre 2016

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Il sogno borghese di Werther

Ultimamente è difficile trovare un allestimento del Werther che rispetti le coordinate spazio-temporali dell’originale goethiano: dal cortile con sedie di plastica e bambini che giocano con l’hula-hoop di Andrei Șerban alla sala cinematografica in cui muore il Werther di Liliana Cavani, neanche la regia di Rosetta Cucchi, in questa nuova produzione bolognese, sfugge alla voga di trasportare nella contemporaneità la vicenda.

L’interno borghese della villetta del podestà e la libreria con i volumi finti del salotto di Albert rappresentano l’ambiente in cui ha cercato inutilmente di entrare il personaggio del titolo. Ogni volta che egli cerca di avvicinarsi a questo mondo, un velario nero scende a impedirglielo fino che alla fine, inesorabilmente, la casetta di Charlotte si allontana da lui verso il fondo e diventa lo schermo in cui le ombre di una coppia di vecchietti rappresentano il sogno borghese di Werther. Altro che eroe romantico! La dimensione domestica della sua vicenda è tutta compresa tra divani, poltrone, abat-jour e carillon. Ora, accasciato in una poltrona in proscenio, una bottiglia di liquore in mano e la cassetta delle pistole in grembo, negli ultimi istanti della vita che sta per togliersi, Werther sogna il suo sfortunato amore per Charlotte e nella regia della Cucchi il sogno ha la forma di un flashback cinematografico e di questo mezzo utilizza il fermo immagine, il ralenti e la diversa illuminazione – là una luce calda e dorata, qui su Werther la luce livida di uno spot.

All’esterno la natura inesorabile segue il suo ciclo di vita e morte: le foglie ancora verdi che cadono nell’estate del suo incontro con Charlotte, il grigio tronco dell’autunno, l’albero abbattuto in inverno, con lo striminzito alberello natalizio accanto all’onnipresente poltrona su cui spirerà. Stranamente la regista ci risparmia la nevicata che sempre accompagna il trapasso di Werther nel finale. La regia spesso si perde in scenette che distolgono l’attenzione da quanto avviene tra i personaggi principali, come è ad esempio nel secondo atto col fastidioso picnic che fa da sfondo al duetto di Charlotte e Werther. La stessa scena nel recente allestimento londinese di Benoît Jacquot era realizzata con una ben più congeniale astrattezza che esaltava il dramma vissuto in scena in quel momento.

Alla prosaicità della messa in scena supplisce l’appassionata direzione di Michele Mariotti, che concerta con maestria le voci dei cantanti e i meravigliosi momenti orchestrali: il preludio, la scena del chiaro di luna, l’interludio che precede l’ultimo atto, magnificamente suonato a sipario abbassato («Il neige. Nuit dans la salle» indica il libretto). Tutti hanno inusitati accenti sinfonici sapientemente realizzati dall’orchestra del Teatro Comunale.

Juan Diego Flórez affronta per la prima volta il ruolo in palcoscenico, dopo aver proposto innumerevoli volte in recital e concerti quel «Pourquoi me réveiller?» su cui hanno lasciato ricordi indelebili i più grandi tenori del secolo passato, due fra tutti Nicolai Gedda, che soleva eseguire il primo acuto in pianissimo, e Alfredo Kraus, che ha consegnato alla storia forse l’interpretazione definitiva. Ed è sulla via tracciata da Kraus che si impernia quella di Flórez, col suo carattere astratto, quasi incorporeo e formato sul bel canto rossiniano, che rende qui Werther eroe romantico avulso a questo mondo, un “diverso”. L’impeccabile fraseggio e gli acuti sono espressione di una parola scolpita con una dizione splendidamente curata, mentre gli accenti drammatici danno rilievo al personaggio. Perfetta nel ruolo di Charlotte è l’americana (di origini argentine) Isabel Leonard, sia scenicamente sia vocalmente. Con il suo timbro leggermente scuro dal registro omogeneo e dagli acuti precisi delinea un personaggio intenso e come Flórez dimostra un’ottima dizione del francese. Lo stesso si può dire della spagnola Ruth Iniesta, una Sophie finalmente non infantilmente bamboleggiante. Unico cantante di lingua francese del cast è Jean-François Lapointe, che si è rivelato un Albert efficace e vocalmente autorevole.

La buona resa degli altri comprimari e del coro di voci bianche hanno contribuito al felice esito della serata. Le recite proseguono fino al 23 dicembre con l’alternanza di Celso Albelo e Josè Maria Lo Monaco nelle due parti principali.

Rosmonda d’Inghilterra


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Gaetano Donizetti, Rosmonda d’Inghilterra

★★★☆☆

Bergamo, Teatro Donizetti, 27 November 2016

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The heartbreaking history of the fair Rosamund

Presented a few months ago in Florence in concert, Rosmonda d’Inghilterra (Rosamund of England) has now moved to the stage in Donizetti’s hometown, Bergamo, for its opera festival, in the theatre named after the composer himself.

His final collaboration with librettist Felice Romani, Rosmonda‘s 1834 première in Florence met with such a tepid response that there was only one revival, eleven years later. Then the work disappeared from the repertoire, partly due to…

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Rosmonda d’Inghilterra

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Gaetano Donizetti, Rosmonda d’Inghilterra

★★★☆☆

Bergamo, Teatro Donizetti, 27 novembre 2016

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La dolente istoria della bella Rosamonda

Proposta pochi mesi fa a Firenze in forma concertistica, Rosmonda d’Inghilterra viene ora allestita in forma scenica, quasi con lo stesso cast, nell’ambito del Donizetti Opera e nel teatro intitolato al compositore dalla sua città natale, Bergamo.

Ultima collaborazione di Gaetano Donizetti con il librettista Felice Romani, che aveva scritto originariamente il testo per la Rosmunda di Carlo Coccia (1829), l’opera ebbe la prima a Firenze nel 1834 con scarso successo, tanto che ci fu una sola ripresa undici anni dopo, prima che l’opera scomparisse dal repertorio, anche a causa del successo della Lucia di Lammermoor di pochi mesi successiva. Nel 1975 Rosmonda fu eseguita a Londra in forma di concerto mentre nel 1996 ne uscì un’edizione discografica con Renée Fleming come protagonista titolare. Come nella Maria Stuarda, l’opera susseguente, vi è uno scontro tra due donne per l’amore di un uomo potente, qui il re Enrico II. La vicenda è infatti basata su una storia del XII secolo degli amori di Enrico Plantageneto e Rosamond Clifford.

Atto Primo. Scena I. Nel parco del castello di Woodstock, i contadini acclamano Enrico (re Enrico II) al suo ritorno dalle guerre in Irlanda. Mentre lo salutano, appare Leonora (la regina Eleonora), seguita dal paggio del re, Arturo. Viene rivelato che Arturo è stato una volta preso sotto la protezione di Leonora come un giovane orfano, e di conseguenza si sente profondamente in debito con lei. Come risultato di questi sentimenti, le ha rivelato un potente segreto: che Enrico ha un’amante, e che alla sua partenza per l’Irlanda l’ha alloggiata in una torre a Woodstock e ha lasciato Arturo a sorvegliarla. La sua identità è così segreta che nemmeno Arturo conosce il suo nome. Leonora si rende conto che il paggio si è innamorato di questa donna misteriosa. Leonora lo incoraggia suggerendogli che lo aiuterà a conquistarla per sé, ma allo stesso tempo cerca chiaramente di vendicarsi del suo rivale. Leonora e Arturo si ritirano mentre i contadini ritornano, spargendo fiori sul cammino di Enrico. Il re è felice di deporre le armi e non vede l’ora di tornare dal suo amore. Prima che possa partire, però, viene avvicinato dal suo vecchio precettore, Clifford. È un incontro sgradito e imbarazzante, poiché la sua amante è la figlia di Clifford, Rosmonda. Clifford, da parte sua, non è a conoscenza della situazione di sua figlia, poiché è stato assente per una missione diplomatica in Francia, e crede che lei sia a casa in attesa del suo ritorno. Ha però sentito dire che il re ha abbandonato Leonora e si è preso un’amante, e in qualità di mentore del re si incarica di rimproverare Enrico. Esige di vedere la sventurata, chiunque essa sia, per cercare di ricondurla alla virtù. Enrico gli permette di vederla, pur esortandolo a farsi guidare dalla compassione, e gli assicura che, una volta conosciuta la sua identità, sarà lieto di vederla salire sul trono d’Inghilterra. Scena II. Rosmonda è sola nella sua torre. Sono passati tre mesi da quando il suo amante, che lei conosce solo come “Edegardo”, è andato via, lasciandola alle cure di Arturo. L’assenza del suo amante ha fatto sì che a Rosmonda manchi ancora di più la compagnia di Edegardo, ma le ha anche dato il tempo di apprezzare l’enormità della sua condotta. Ora è combattuta tra l’amore e il rimorso. Mentre si accompagna con la sua arpa e canta le sue pene, Arturo dai giardini sottostanti le fa eco con simpatia. Arturo porta la notizia del ritorno del suo amante, ma aggiunge che “preoccupazioni del re” lo tengono lontano da lei ancora per un po’. Nel frattempo, è stato dato il permesso a un anziano cavaliere di aspettarla. Rosmonda è inorridita nel sentire che il suo visitatore non è altri che Clifford, suo padre, e confessa la sua identità ad Arturo. Ma non ha il tempo di fuggire: colta di sorpresa e del tutto impreparata, si ritrova sola con suo padre. Per un momento Clifford non la riconosce, ma poi, rendendosi conto della situazione, la rimprovera aspramente, e solo la sua angoscia e il suo evidente rimorso gli impediscono di maledirla. Ora Rosmonda apprende per la prima volta l’identità del suo amante, e quando si sente Enrico in persona chiamarla, sviene. Enrico è addolorato nel vedere la situazione di Rosmonda, tanto più che, quando lei riprende conoscenza, lo prega di lasciarla e tornare da Leonora. A questo punto appare anche Leonora, accompagnata da tutta la corte. Ella finge sorpresa, chiedendosi perché debba trovare tutti così palesemente in imbarazzo: il re che la guarda con rabbia, Clifford turbato e Rosmonda in lacrime. Clifford presenta la figlia e prega la regina di prenderla sotto la sua protezione. Leonora accetta di farlo, ma Enrico, sospettando le sue intenzioni maligne, interviene e, informandola che il suo regno è finito, la invita ad andarsene. L’atto finisce in ostilità.
Atto secondo. Scena I. La grande sala del castello di Woodstock. I consiglieri di Enrico concordano a malincuore che, se il suo matrimonio è così fastidioso per lui, dovrebbe divorziare da Leonora. Egli risponde che lei è più pericolosa per lui in Inghilterra che nella sua Aquitania, e ordina che sia rimandata in Francia il giorno dopo. Leonora stessa, tuttavia, è determinata a non essere eliminata così facilmente. Mentre i consiglieri si ritirano, ella intralcia Enrico e cerca, prima con argomentazioni ragionate, ricordandogli l’aiuto che lei gli ha dato per ottenere il trono, e poi cercando di risvegliare il suo amore, di riconquistare il suo cuore. Lui rimane insensibile alle sue astuzie, e il loro incontro finisce con minacce e recriminazioni. Scena II. Una galleria nella torre di Rosmonda. Arturo, solo, esprime il suo amore per Rosmonda, ma teme che, essendo un semplice paggio, il suo amore non sia all’altezza di quello del re. Si rammarica di essersi permesso di diventare uno strumento della regina, ma non vede alcun rimedio: è troppo profondamente indebitato con lei e troppo coinvolto per avere ripensamenti. Sentendo bussare a una porta segreta e credendo che sia la regina, la apre. Con sua sorpresa scopre che è Clifford, che, imprigionato da Enrico ma liberato da Leonora, è venuto a dire a Rosmonda che deve lasciare l’Inghilterra entro un’ora. Clifford desidera che Arturo la accompagni ad Aquitania e la sposi. La proposta sorprende Arturo tanto quanto Rosmonda. Anche se Rosmonda accetta di lasciare Enrico, all’inizio si dichiara contraria a qualsiasi matrimonio alternativo; ma poi, sollecitata sia da Clifford che da Arturo, alla fine capitola e acconsente a tutti i desideri del padre. Rimasta sola, Rosmonda viene trovata da Enrico. Egli tenta di conquistarla informandola che i consiglieri hanno accettato il loro matrimonio. Tutto il regno, le assicura, la accoglierà come regina. Rosmonda rimane irremovibile, insistendo che non potrà mai essere regina: lui è già sposato con Leonora, e lei ha ormai giurato di lasciarlo per sempre. Allo scoccare dell’ora, si allontana da lui. Scena III. In una remota regione dei giardini di Woodstock, Rosmonda ha accettato di incontrare Arturo per partire insieme alla volta di Aquitania. I seguaci di Leonora stanno in guardia per vedere se lei manterrà la sua promessa, e si nascondono nell’ombra mentre lo fa. Rosmonda è sorpresa di scoprire di essere la prima ad arrivare, e si chiede cosa abbia trattenuto Arturo. Sente qualcuno avvicinarsi, ma è invece la regina. Leonora la accusa di essere fuggita dal re visto che ci sono molte guardie nelle vicinanze e brandisce un pugnale. Rosmonda si dichiara innocente, insistendo sul fatto che è qui solo per adempiere alla volontà del padre di lasciare per sempre l’Inghilterra. Leonora sembra essere quasi convinta, ma in questo momento sfortunato i suoi seguaci ritornano, informandola che un Enrico armato e i suoi scagnozzi si stanno avvicinando. In preda al panico e alla disperazione, Leonora pugnala Rosmonda. All’arrivo di Enrico e Clifford, Rosmonda cade morente nelle loro braccia. Una Leonora sconvolta e angosciata rimprovera Enrico per averla costretta a un tale estremo: è lui, insiste, il colpevole finale, anche se entrambi devono essere puniti dalla vendetta del cielo.

Sebbene questa non sia tra le opere più convincenti di Donizetti, cionondimeno il lavoro ha pagine pregevoli e una discreta tenuta drammaturgica. La vicenda storica è immersa in una partitura ricca e un’orchestrazione di gran livello, con arie seducenti, pezzi d’insieme trascinanti e notevoli interventi corali. Infatti, l’aria di Leonora «Perché non ho del vento» all’epoca sostituiva talora «Regnava nel silenzio» nella Lucia di Lammermoor. Tale pratica venne pienamente accettata dal compositore, che nel 1838 inserì l’aria nell’edizione francese, Lucie de Lammermoor.

Solo cinque i personaggi, ma tutte prime parti quelle della Rosmonda. I nomi delle due interpreti originali di Rosmonda ed Eleanora, rispettivamente Fanny Tacchinardi Persiani e Anna Del Sere, testimoniano come nei due ruoli femminili debbano essere impegnate cantanti di prim’ordine per la complessità e la difficoltà vocale delle parti. Con Jessica Pratt e Eva Mei abbiamo due stelle del belcanto italiano che hanno portato a un caldo successo questo felice recupero.

Jessica Pratt dimostra ancora una volta di essere perfettamente a suo agio in questo repertorio: la sua interpretazione è impeccabile, gli acuti e i sopracuti raggiunti con facilità estrema, il timbro luminoso, i fiati e i legati impareggiabili. Il ruolo di Rosmonda non richiede una grande introspezione psicologica e forse è per questo che il soprano australiano è parsa qui più convincente che non nella parte, ben più complessa, della Semiramide rossiniana cantata a Firenze pochi mesi fa. Neanche il personaggio di Leonora ha un grande spessore, chiusa com’è nella sua furia vendicativa, ma Eva Mei è riuscita a emozionare con la sua prestazione. Parimenti efficaci sono stati Nicola Ulivieri (Clifford) e Raffaella Lupinacci (il paggio Arturo).

Fin qui il cast è quello dell’esecuzione fiorentina. Unica eccezione è quella del ruolo di Enrico, originariamente affidato al Duprez, qui ricoperto dal tenore argentino Darío Schmunck, che ha sostituito il glorioso Michael Spyres. Voce dal timbro gradevole, ma di grana sottile e inadeguata alle esigenze belcantistiche. Il suo Enrico si è rivelato scenicamente scialbo e impacciato fin dalla sua prima apparizione. Il maestro Sebastiano Rolli dirige l’orchestra senza partitura, tanta è stata la cura dedicata al lavoro. Fin dall’esecuzione fiorentina si è notato il suo amore per la musica di quest’opera che ha reso con brio e con un eccellente accompagnamento dei cantanti. Il coro si è distinto per qualità vocale e presenza scenica.

La messa in scena è affidata alla regista Paola Rota che fa un lavoro accettabile, senza curare però molto il lavoro attoriale dei cantanti, concentrandosi invece sul coro, qui formato da cortigiani impiccioni in abiti moderni e dal trucco pesante. La scenografia di Nicola Bovey è semplicissima: due pareti parallele semoventi definiscono i vari ambienti mentre in scena ci sono una sedia e un tavolo, nient’altro. Tutto è rigorosamente in total black, come gli abiti della furente Leonora. Elaborati i ricchi costumi d’epoca di Massimo Cantini che provvede di incongrui ombrelli i coristi nel primo atto. Lo stesso Bovey è autore dell’efficace gioco di luci.
Successo entusiastico da parte del pubblico accorso anche dall’estero, con un tripudio di acclamazioni per la Pratt, la Mei e il direttore d’orchestra. Chissà che questo ricupero non rimetta in cartellone questo titolo desueto del teatro donizettiano. Lo meriterebbe.

Mefistofele

Mefistofele - Pfingstfestspiele Baden-Baden 2016 - Erwin Schrott (Mefistofele), Charles Castronovo (Faust), Alex Penda (Margherita), Angel Joy Blue (Elena), Philharmonia Chor Wien, Münchner Philharmoniker, Stefan Soltész (Dirigent)

Arrigo Boito, Mefistofele

Baden-Baden, Festspielhaus, 19 maggio 2016

★★★★☆

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L’intrigante Mefistofele pop di Himmelmann

Il Festival di Pentecoste di Baden-Baden conclude la sua perlustrazione del mito faustiano: dopo il Gounod del 2014 e il Berlioz del 2015 è ora la volta del Mefistofele di Arrigo Boito, opera di rara esecuzione in terra tedesca. Questa eccellente produzione ne spianerà sicuramente la strada ad una maggior popolarità. Dopo quelle di Carsen, ben poche sono le produzioni di Mefistofele che siano risultate convincenti. Questa di Philipp Himmelmann lo è.

Lunghe tende di filamenti argentati formano la semplice scenografia di Johannes Leiacker che ha come contrasto la ricca varietà di costumi di Gesine Völlm. Nel coro ognuno ha una sua individualità, sorprendentemente espressa nel prologo dove in scena si vedono apparire, come anime più o meno beate, personaggi e interpreti usciti dal nostro immaginario cinematografico o (tele)visivo: Charlie Chaplin ed Eliza Doolittle, Marilyn Monroe e Scartlett O’Hara, Elvis Presley e Michael Jackson, Maria Callas e Amy Winehouse, Louis de Funès e Judy Garland, Edith Piaf e Klaus Nomi, e quant’altri riusciamo a riconoscere.

Un enorme teschio, realistico memento mori, troneggia in scena. Le orbite vuote, le narici  sono antri in cui si rifugiano i personaggi, mentre sulla superficie vengono proiettate le intriganti immagini video di Martin Eidenberger: costellazioni, formule matematiche e chimiche, prati fioriti di margherite, repellenti vermi brulicanti che si trasformano in fiamme infernali, paesaggi attraversati in volo, sangue che cola – tutte in perfetto accordo con la musica.

Nella visione del regista il mondo di Mefistofele è uno spettacolo di rivista che ben si addice alla inorganica scrittura del lavoro di Boito, fatto di scene disgiunte prive di un coerente tessuto drammatico. Qui il diavolo è il mattatore di questo spettacolo magniloquente e gli umani sono i malcapitati personaggi del suo trastullo.

Nel ruolo titolare ritorna ancora una volta il basso-baritono uruguayano Erwin Schrott, un cinico e spietato, seducente e beffardo Mefistofele, un po’ androide come il Gigolo Joe di Jude Law in A.I. Artificial Intelligence, il film di Spielberg. In giacca di lamé aperta sul petto tatuato e con la bocca sensuale spesso bloccata in una smorfia di stupore o derisione, Schrott è attore straordinario e cantante spettacolare, anche se la potenza vocale è ottenuta sforzando un po’ nel registro basso. Volume e musicalità eccellenti per il tenore americano Charles Castronovo, Faust, che sfoggia grande sicurezza e squillo quando necessita, ma anche espressive mezze voci. Questa è la sua più convincente interpretazione dopo altre non sempre esaltanti. Con i tempi lentissimi staccati dal direttore in «L’altra notte in fondo al mare» il soprano bulgaro Alex Penda è stata una Margherita drammaticamente sconvolgente e scenicamente toccante. Timbro di velluto per Angel Joy Blue, Elena di sontuosa presenza accompagnata dall’intensa Pantalis di Luciana Mancini. Eccellente il resto del cast, ma sono il Coro Filarmonico di Vienna e il coro di voci bianche Cantus Juvenum Karlsruhe che meritano grandi lodi. Possente e individualizzato in ottimi attori il primo, preciso il secondo.

Il direttore ungherese Stefan Soltész mette in evidenza la ricca scrittura strumentale del lavoro e passa agilmente dall’enfasi delle parti corali all’intimismo dei numeri solistici. Il suo gesto è ben assecondato dall’orchestra dei Münchner Philharmoniker.

Mefistofele - Pfingstfestspiele Baden-Baden 2016 - Erwin Schrott (Mefistofele), Charles Castronovo (Faust), Alex Penda (Margherita), Angel Joy Blue (Elena), Philharmonia Chor Wien, Münchner Philharmoniker, Stefan Soltész (Dirigent) mefistofele1-949x466

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Samson et Dalila

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Jose Etxenagusia Errazkin, Sansón y Dalila, 1887

Camille Saint-Saëns, Samson et Dalila

Turin, Teatro Regio, 15 November 2016

★★☆☆☆

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Cecil B. DeMille in China

Samson was a Nazarite, a chosen one, like Jacob or Isaac, and his birth was a miracle because his mother was barren. The prohibition of cutting his hair, as well as not drinking alcohol, was part of his covenant with the God of Israel to free its people from Philistia. It is written in the Bible, “Book of Judges” 13-16, and it is a subject well suited for an oratorio – Handel set it to music on a text by Milton in 1743.

Saint-Saëns’ opera begins with the solemn tones of a chorus…

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Samson et Dalila

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Jose Etxenagusia Errazkin, Sansón y Dalila, 1887

Camille Saint-Saëns, Samson et Dalila

Torino, Teatro Regio, 15 novembre 2016

★★☆☆☆

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Cecil B. DeMille in Cina

Sansone è un nazireo, un eletto, come Giacobbe o Isacco, e la sua nascita è un miracolo perché la madre era sterile. Il divieto di tagliarsi i capelli, come quello di non bere alcolici, fa parte del suo patto con il Dio di Israele per liberarne il popolo dalla Filistia – così dice il racconto biblico (Libro dei Giudici, 13-16). Si tratta quindi di un soggetto più consono a un oratorio che a un’opera e infatti è Händel a musicarlo come tale nel 1743 su testo di Milton.

L’opera di Saint-Saëns inizia sì con i toni solenni di un coro («Dieu d’Israël! Écoute la prière») che continua in una parte sapientemente fugata, ma presto l’opera prende una piega diversa: è la figura di Dalila quella che interessa maggiormente al compositore ed è a lei che sono dedicate le pagine più seducenti – il titolo originariamente previsto per l’opera era infatti Dalila. Delle imprese eroiche dell’ebreo non viene quasi fatto cenno nel libretto di Ferdinand Lemaire, che si concentra invece sui conflitti interiori del personaggio. La musica oscilla in continuazione tra austera atmosfera religiosa e sensuale erotismo, tra solenni accordi tonali e melismi orientaleggianti, così come oscilla tra passato e futuro la produzione del Regio di Torino affidata a Hugo De Ana. Il regista aveva già messo in scena Samson et Dalila nel 2001 con un’ambientazione che aveva fatto molto discutere: una Palestina con ebrei ridotti a vivere in una discarica di rottami d’automobili i quali come armi brandivano una marmitta o un parafango, mentre i Filistei erano in costumi da Star Trek.

Quindici anni dopo il regista argentino rinuncia a ogni provocazione in questo suo nuovo allestimento, coprodotto con il National Centre for the Performig Arts di Pechino dove lo spettacolo è stato presentato l’anno scorso. La sua lettura ripiega sul colossal biblico cinematografico anni ’50, ma in scena qui non ci sono Hedy Lamarr e Victor Mature, purtroppo, e chi poi sperasse fino alla fine dello spettacolo trattarsi di un’operazione ironica aspetta invano. L’entrata in scena di Dalila chiarisce subito che l’ironia è ben lontana dagli intenti del regista: le donne filistee del suo corteo muovono le braccia come nelle coreografie degli anni ’40 e Dalila accenna a movenze di danza quantomeno imbarazzanti. Durante il duetto del secondo atto l’assoluta mancanza di seduzione ed erotismo è compensata dalla proiezione sul velario che divide la scena dalla platea di corpi nudi i cui dettagli anatomici distraggono più del dovuto da quanto avviene sul palcoscenico. Di nudità ci sarà poi gran copia nel baccanale dell’atto terzo, anche se si tratta per lo più di ballonzolanti organi genitali posticci applicati ai tanga dei ballerini. Senza tensione è il duetto tra Dalila e il Gran Sacerdote di Dagon, qui un bravo Claudio Sgura, e deludente il finale con quattro petardi e alcuni calcinacci che cadono dall’alto. Almeno qui ci voleva un bel cataclisma! Le scenografie sono di gusto cinese e i costumi sono incongruamente lussuosi con ricchissimi ricami. Giustamente sono salite sul palco a ricevere gli applausi anche le costumiste del teatro.

Pinchas Steinberg dirige correttamente uno spartito che conosce bene ma di cui non sembra abbia voglia evidenziare le sorprendenti ricchezze orchestrali. I tempi scelti sono poi talora fin troppo rilassati. Dopo tanto bel canto italiano, Gregory Kunde ritorna a quel repertorio francese in cui ha sempre potuto esprimere al meglio la grazia della voce – il suo Nadir dei Pêcheurs de perles di Bizet è stato tra i massimi di ogni epoca. Kunde riporta sulla scena un Samson lirico, dopo che nel secolo passato il ruolo aveva toccato un vertice drammatico con Del Monaco o Vickers. La sua prestazione rivela ancora una volta il miracolo di una voce che continua a sorprendere per freschezza, potenza ed eleganza. La sua presenza scenica non è però aiutata dalla regia, e risulta impacciata e statica. Così ne risente il personaggio, poco sviluppato.

Debuttante nella parte è invece Daniela Barcellona, anche lei a suo agio nell’opera francese, pensiamo a Les Troyens. Il ruolo di Dalila è vocalmente più impegnativo di quello di Didone ed i passaggi di registro non hanno la fluidità che ci si aspetterebbe, anche se il timbro è sempre bello e gli acuti ben piazzati. Anche qui la regia ha gravemente ipotecato la definizione del personaggio e la femme fatale è diventata un’antipatica megera.

Goplana

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Władysław Żeleński, Goplana

★★★★☆

Varsavia, Teatr Wielki, 3 novembre 2016

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Opera fin de siècle al femminile

Bello farsi sorprendere da un’opera fino a questo momento sconosciuta e di cui si ignorava addirittura l’autore! Il palcoscenico più grande d’Europa, quello del Teatr Wielki di Varsavia, ci permette di colmare questa lacuna con la produzione di Goplana, “opera romantica in tre atti” di Władysław Żeleński, lavoro poco frequentato anche nel suo paese e dalle cui scene è assente da quasi cinquant’anni.

Anello mancante tra Stanisław Moniuszko e Karol Szymanowski, Żeleński (1837-1921) è una figura importante della musica polacca per aver conciliato la tradizione folklorica del suo paese con la fase estrema del romanticismo ottocentesco europeo. Seconda delle sue quattro opere per la scena e su un goffo libretto di Ludomił German dalla tragedia Balladyna di Juliusz Słowacki, Goplana ebbe la prima il 23 luglio 1896 a Cracovia.

Come Rusalka, anche Goplana è una creatura lacustre, la regina del lago Goplo, la quale si innamora di Grabiec, che ha rischiato di annegare, ma il giovane non vuole saperne, spaventato dall’idea di diventare lo sposo di una ninfa acquatica con quello che ne consegue: cibarsi di rane e radici, vestire di foglie… Goplana quindi, non potendolo avere come marito, lo trasforma in un salice. Sulla terra, intanto, il principe Kirkor, in cerca di una moglie, arriva alla casa di una povera vedova che ha due figlie: Alina è buona e gentile, Balladyna è egoista e ambiziosa. Indeciso tra le due ragazze, «una è una rosa, l’altra un giglio» afferma il principe, la vedova propone che chi per prima porterà più lamponi sarà la sposa del principe. Balladyna vince la sfida uccidendo la sorella e sposa il principe con ricche nozze. La donna si ritrova dunque signora del castello, ma è insoddisfatta e infatuata del cavaliere Kostryn. Quando Grabiec, liberato dall’incantesimo, ritorna per raccontare la verità, lo fa uccidere, ma non tarda la punizione dal cielo, nella forma di un fulmine invocato da Goplana, che la colpisce a morte.

L’ambientazione fiabesca suggerisce al compositore una partitura dalla ricca orchestrazione e ingloba gli spunti popolari in un piacevole flusso sonoro che ricorda a tratti Čajkovskij o anticipa in altri momenti il Bartók del Barbablu o il Mahler dell’Ottava sinfonia. La costruzione formale dell’opera dimostra la perizia compositiva dell’autore, che alterna sapientemente numeri solistici a concitati momenti di insieme. Inutile  però cercare un qualche approfondimento psicologico in questa fiaba nera, anche se i personaggi sono musicalmente definiti: alla fata Goplana è affidata una vocalità che comprende tre registri: il drammatico, il lirico e la coloratura; al principe una tessitura acuta; all’ingenua Alina un maggior lirismo; alla perfida Balladyna i toni più scuri.

Oltre alla novità del titolo, un altro motivo di interesse per questo allestimento è la messa in scena di Janusz Wiśniewski, artista visivo legato alla figura di Tadeusz Kantor, uno dei maggiori teorici del teatro del Novecento. Del maestro, Wiśniewski sembra voler portare avanti la sua “scenografia in movimento” in cui sono i corpi degli attori a organizzare plasticamente lo spazio scenico, lasciato per lo più vuoto e con un tappeto nebbioso, a suggerire il tema lacustre della vicenda, da cui emergono o in cui spariscono i personaggi. Costumi e trucco dei volti si rifanno a un teatro del grottesco, pescando da periodi e temi diversi. Intriganti le immagini del coro e della festa di nozze, un incubo popolato di personaggi inquietanti che sfilano al posto del previsto balletto.

Sotto la guida orchestrale di Grzegorz Nowak ci sono ottimi interpreti, per lo più ignoti al di fuori della Polonia. Ricordiamo almeno i nomi delle tre donne, motori della vicenda: Edyta Piasecka, Goplana; Wioletta Chodowicz, Balladyna e Małgorzata Walewska, la vedova.

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La Cenerentola

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Gioachino Rossini, La Cenerentola

★★★★☆

Lille, Opéra, 14 ottobre 2016

(video streaming)

La Cenerentola su due ruote

Duecento anni dopo la sua creazione, La Cenerentola di Rossini non smette di incantare. Così è nella fresca e arguta messa in scena di Jean Bellorini all’opera di Lille, all’insegna della bicicletta: in bici arrivano le sorellastre, ma anche il finto principe, e la carrozza che porta Cenerentola al ballo è un tandem rosso condotto da Alidoro. Il turbinare delle ruote accompagna i tic nervosi di cui sono sempre più vittime i cantanti nel sestetto del «nodo avviluppato» e nel crescendo del finale primo le pedalate aumentano di ritmo come nello sprint finale di una gara ciclistica.

Assieme a Charles Vitez il regista cura le scenografie di taglio cinematografico ma che sembrano anche omaggiare un grande della bande dessinée, quell’Hergé il cui Tintin sembra aver prestato le fattezze al Principe, seppure qui baffuto. Il bel fondale metallico con ruote ed eliche rimanda invece a Melotti e a Tinguely mentre di Bellorini è ancora l’attentissimo gioco di luci.

Il giovane regista dimostra di aver capito lo spirito dell’opera e la sua delicata e meccanica precisione. Rifuggendo da un decorativismo fine a sé stesso, egli ottiene risultati teatralmente efficaci con mezzi molto semplici e ingegnosi: pannelli neri che si aprono e chiudono come i diaframmi dell’obbiettivo di una macchina da presa (1), bolle di sapone durante lo sproloquio di Don Magnifico, lampadari di cristallo che oscillano durante il temporale, sedie impazzite e fiocchi di cenere invece della neve.

I simpatici costumi anni ’50 di Nelly Geyres non cercano di ricuperare gli aspetti favolistici della vicenda: niente abiti da sera o uniformi gallonate, qui il massimo dell’eleganza è un giubbotto di pelle. Sembrano tutti pronti per una fiera di paese o per un luna park, di cui vengono ricreati colori e luci in perfetto equilibrio tra realismo e onirismo.

Antonello Allemandi dirige l’Orchestre de Picardie, non tra le più blasonate, con risultati accettabili in termini di precisione e qualità di suono. Si capisce che ha curato molto la concertazione e in scena tutto fila liscio e senza intoppi con un cast molto ben equilibrato. Qui non ci sono voci miracolose, ma tutti, oltre che scenicamente spigliati, svolgono degnamente il loro lavoro. Angelina/Cenerentola ha nell’americana Emily Fons una voce di garbo e agile che conclude in bellezza con il temibile rondò finale una prestazione ammirevole. Timbro un po’ nasale quello del Ramiro di Taylor Stayton che sconta per di più il fatto di non essere di lingua italiana, ma apprezzabile è comunque la resa della sua aria «Sì, ritrovarla io giuro» con gli acuti al posto giusto. L’acerba vocalità del Dandini di Armando Noguera è largamente compensata dalla sua vivacità scenica e dalla capacità attoriale, condivisa qui dal Don Magnifico di Renato Girolami di chiara scuola italiana – essendo Montarsolo, Dara, Corbelli, Antoniozzi i numi tutelari. Molto ben caratterizzate da Clara Meloni e Julie Pasturaud le due sorelle, qui meno antipatiche del solito. L’Alidoro trova nobiltà di espressione in un altro italiano, Roberto Lorenzi.

Tutto sommato si è trattato di uno spettacolo estremamente piacevole e con una direzione attoriale molto attenta. Un regista da tener d’occhio questo Bellorini.

(1) Un analogo espediente era stato utilizzato in modo sistematico dal nostro Beppe Navello nel suo spettacolo teatrale Cinema!, “film muto in palcoscenico”, visto a Torino nel marzo 2014.

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Samson et Dalila

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Paul-Albert Rouffio, Samson et Dalila, 1874

Camille Saint-Saëns, Samson et Dalila

★★★☆☆

Parigi, Opéra Bastille, 10 ottobre 2016

Sansone e l’accendino

È lunga la gestazione dell’opera Samson et Dalila e segue le vicissitudini storiche della Francia Secondo Impero – periodo cui è dedicata proprio ora una spettacolare mostra al Musée d’Orsay di Parigi.

La composizione era iniziata nel 1859, sette anni dopo la proclamazione di Luigi Napoleone III imperatore dei francesi. Saint-Saëns aveva trascurato il progetto riprendendolo solo  nel 1867, ma la guerra Franco-Prussiana aveva messo di nuovo in stallo il lavoro che fu terminato dieci anni dopo, quando la Francia ora era una repubblica. Nel 1877 l’opera viene presentata in una versione tedesca a Weimar grazie ai buoni auspici di Franz Liszt e nel 1890 è finalmente in scena a Rouen nell’originale francese del libretto di Ferdinand Lemaire, ma dovrà aspettare ancora due anni per debuttare nella capitale, prima al Théâtre-Lyrique e poi all’Opéra.

“Urgenza di una riscoperta” titola il suo intervento sul programma di sala il direttore Philippe Jordan. Infatti questo caposaldo della musica francese mancava da un quarto di secolo dalle scene parigine. Ora in questa produzione, la numero 988 dell’Opéra National come tengono puntigliosamente a dichiarare quelli del teatro, nel ruolo di Dalila c’è una meravigliosa Anita Rachvelishvili che pur avendo una straordinaria potenza sonora fa la prodezza di cantare la sua prima aria, «Printemps qui commence | portant l’espérance», pianissimo e con una mezza voce sorprendente. Ripeterà l’impresa anche nella scena di seduzione del secondo atto, «Mon coeur s’ouvre à ta voix comme s’ouvrent les fleurs», quella che fa crollare Sansone. La potenza sonora la riserva nel duetto con il gran sacerdote, il baritono  lèttone Egils Siliņš, e poi con Sansone, un altro lèttone, il tenore Alexandrs Antonenko. Questa volta riesce anche lui a modulare la voce in modo meno stentoreo e perforante del solito – chi l’avrebbe detto dopo il suo deludente Radames qui a Parigi o il Calaf milanese? Parte del merito va al regista, che impone un intenso lavoro attoriale e aiuta il tal modo l’espressività del cantante che finora non aveva fatto un gran uso  dei colori nella sua  vocalità.

Altra cospicua parte del merito va alla preziosa concertazione di Philippe Jordan che mette in rilievo tutte le raffinatezze strumentali della partitura senza rinunciare a una vigorosa visione d’insieme. L’opera è stilisticamente divisa in tre atti molto diversi: a un primo atto solennemente oratoriale, in cui viene drammaticamente esposto il conflitto tra oppressi e oppressori (trattandosi della Bibbia è chiaro chi siano gli uni e chi siano gli altri), segue un secondo atto di grande tensione sensuale nella figura della donna tentatrice. Il terzo è quello che più cede alle mode orientaliste dell’epoca e alle consuetudini del grand-opéra con il suo “bacchanale” e la grandiosa, ma un po’ affrettata, conclusione. Non solo musicalmente, ma anche nella messa in scena di Michieletto questa è la parte più debole.

Come c’era da aspettarsi il regista veneziano si libera di tutta la paccottiglia esotico-biblica e consegna alle scene dell’Opéra Bastille una lettura attuale della storia, con l’oppressione del popolo schiavo, i soprusi, le umiliazioni. Dalila non è un semplice mezzo di tradimento nelle mani del gran sacerdote di Dagon, ma è un personaggio complesso che rifiuta l’oro che le viene promesso e che alla fine dopo il tradimento si sente in colpa e si immola con Sansone. Ed è Sansone stesso qui a tagliarsi i capelli per perdere la forza e dare così un’estrema prova d’amore.

Coerentemente alla visione di Michieletto lo scenografo Paolo Fantin rinuncia alla cartapesta e all’orientalismo di maniera per immergere la vicenda in un’atmosfera crudamente attuale. La scena unica è compresa fra tre alti muri piastrellati in cui, sospesa nel primo e terzo atto, appoggiata a terra nel secondo, è una stanza matrimoniale elegantemente arredata e racchiusa da tutti i lati da una tenda. Staccata dalle vicende in basso in cui il popolo ebreo viene schiavizzato, Dalila riceve le minacce del gran sacerdote e poi seduce Sansone. Il terzo atto diviene una specie di sala del trono sospesa sui filistei che più che un’orgia inscenano un party in costume e si dimenano scompostamente sotto le note del baccanale quasi fosse disco-dance. Questa del ballo dei coristi sta diventando un topos delle regie moderne – già nella Lucia di Lammermoor, sempre di Michieletto, gli invitati ballavano il twist sulle note donizettiane.

La vicenda si dipana senza colpi di scena, non si coglie nemmeno il momento del tuono minaccioso e del temporale, ripiegando tutto nell’effetto finale: qui Sansone non fa crollare i pilastri del tempio, ma più modernamente dà fuoco a sé stesso e all’edificio con l’accendino che gli mette nella mani Dalila. Nel momento conclusivo tutta la scena è un bagliore di luce gialla. Dalila, il grande sacerdote e tutti i filistei hanno appena il tempo di gridare «Ah!».

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