foto © Daniele Ratti
Pietro Mascagni, Cavalleria rusticana
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Ruggero Leoncavallo, Pagliacci
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Torino, Teatro Regio, 15 ottobre 2026
Il Verismo va in scena: sacro, profano e passioni fatali al Regio di Torino
Il Teatro Regio di Torino inaugura la stagione Fatale con un ambizioso Festival Verismo. Nel dittico Cavalleria rusticana e Pagliacci, Menghini punta su suggestioni religiose, Micheli su un fantasioso universo circense, con esiti più convincenti. Battistoni dirige con energia, ma qualche eccesso; diseguale il cast vocale, eccellenti i cori. Un’inaugurazione applaudita che conferma la vitalità artistica del Regio.
Forte di tre Premi Abbiati consecutivi, il Teatro Regio di Torino non sembra avere alcuna intenzione di adagiarsi sugli allori. Anzi, rilancia, inaugurando la nuova stagione lirica, significativamente intitolata Fatale, con un Festival Verismo che è insieme una dichiarazione d’intenti e una prova di ambizione artistica. Quattro opere, due protagonisti della Giovine Scuola, altrettanti capolavori di repertorio affiancati a due titoli decisamente meno frequentati: Cavalleria rusticana e Iris di Pietro Mascagni, Pagliacci e La bohème di Ruggero Leoncavallo. Un’impresa tutt’altro che ordinaria, che conferma la vivacità del teatro torinese e la sua volontà di costruire percorsi culturali riconoscibili, sottraendosi alla rassicurante routine dei titoli di sicuro richiamo.
Ad aprire le danze, naturalmente, è la coppia più celebre del melodramma italiano: Cavalleria rusticana e Pagliacci, quel Cav & Pag che nei teatri di mezzo mondo costituisce ormai un binomio pressoché indissolubile. Nulla di sorprendente, dunque, nella scelta dei titoli. La sorpresa arriva piuttosto dal versante registico, affidato a due personalità tutt’altro che prevedibili, Daniele Menghini e Francesco Micheli, chiamate a confrontarsi con opere sulle quali sembrerebbe essere già stato detto tutto.
foto © Mattia Gaido
I due registi hanno lavorato quasi a quattro mani, condividendo lo scenografo Davide Signorini, il disegno luci di Gianni Bertoli e il dramaturg Michele Panella. Ne nasce un dittico che, pur conservando due identità distinte, cerca un filo conduttore visivo e concettuale. E lo trova, curiosamente ma non troppo, nella chiesa. Luogo della celebrazione pasquale in Cavalleria, presenza che scandisce la vita comunitaria in Pagliacci, l’edificio sacro diventa il punto di convergenza di un universo nel quale devozione e superstizione, ritualità collettiva e passioni private convivono in un equilibrio precario. Si prega, si festeggia, si tradisce e si uccide. E il cielo, come spesso accade nel Verismo, rimane a guardare.
Per Cavalleria rusticana, Menghini immagina una sorta di presepe pasquale, sontuoso e visionario. Su una piattaforma girevole, metafora fin troppo esplicita dell’eterno ciclo del tempo e del ritorno delle passioni umane, cinque baldacchini barocchi accolgono alternativamente figure sacre e personaggi del dramma, trasformando la Sicilia di Verga in un grande teatro della Settimana Santa. Mentre Turiddu intona fuori scena la sua Siciliana, assistiamo alla vestizione di una statua della Madonna. Poi si susseguono evocazioni del Getsemani, dell’Ultima Cena e del Golgota, in un continuo sovrapporsi di liturgia cristiana e tragedia terrena.
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L’Intermezzo orchestrale diventa occasione per una singolare Annunciazione con un angelo che appare a Santuzza e le porge un giglio. Persino il tavolo dell’osteria, quello del celeberrimo «vino spumeggiante», assume le sembianze del cenacolo evangelico. Il sacrificio di Turiddu si specchia così nella Passione di Cristo, mentre Santuzza sembra caricarsi sulle spalle un dolore che trascende la semplice gelosia amorosa.
L’intuizione non manca di fascino. Del resto, nella religiosità popolare del Mezzogiorno, sacro e profano si sono sempre intrecciati con una naturalezza che la sensibilità contemporanea fatica talvolta a comprendere. Menghini attinge a questo immaginario con gusto figurativo e una notevole attenzione al dettaglio. I magnifici costumi di Nika Campisi contribuiscono in modo decisivo alla riuscita visiva dello spettacolo, distinguendo le figure del presepe dai paesani in abito festivo. Lola si impone con un vistoso vestito rosso, quasi un’apparizione della tentazione, mentre Alfio assume i contorni inquietanti di un messaggero di morte.
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Il problema è che, a forza di moltiplicare i simboli, si rischia di soffocare il dramma sotto il peso della sua stessa interpretazione. Cavalleria rusticana è un congegno teatrale di impressionante essenzialità, nel quale bastano uno sguardo, una parola, un silenzio a precipitare la tragedia. Qui, invece, l’apparato iconografico finisce talvolta per prendere il sopravvento sui rapporti umani. Non aiuta una recitazione spesso convenzionale, fatta di gesti prevedibili e relazioni psicologiche poco approfondite. Anche il coro, continuamente impegnato in processioni e composizioni figurative, sembra talora più chiamato a illustrare un concetto che a partecipare realmente all’azione. Resta uno spettacolo di indubbia suggestione, ricco di immagini memorabili, ma nel quale la bellezza della cornice non sempre coincide con l’intensità del racconto.
Ben altra scioltezza teatrale possiede il Pagliacci di Francesco Micheli, che sul medesimo impianto scenico costruisce un universo circense coloratissimo, popolato di maschere, mimi, creature grottesche e apparizioni fantastiche. Se Menghini guarda alla liturgia, Micheli sceglie la vertigine dello spettacolo, cogliendo con intelligenza la natura profondamente metateatrale del capolavoro di Leoncavallo.
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Tonio, tutto vestito di bianco e con tanto di cilindro, diventa un ambiguo maestro di cerimonie, una sorta di demiurgo che introduce il pubblico in un mondo dove nulla è esattamente ciò che sembra. Il Circo Paradiso, con il suo cavallo alato e le sue architetture fantastiche, possiede il fascino un po’ infantile e un po’ perturbante dei sogni. Ma dietro la meraviglia si nasconde la ferocia, e sotto il trucco dei saltimbanchi pulsa una violenza destinata a esplodere.
Micheli governa con mano felice il continuo cortocircuito tra teatro e vita, tra la commedia che i personaggi recitano davanti al pubblico e la tragedia che li travolge quando la finzione smette di proteggerli. La narrazione procede con ritmo, i caratteri acquistano consistenza, le relazioni risultano più credibili. I fantasiosi costumi di Giada Masi e i movimenti coreografici di Matteo Ceccarelli alimentano un insieme vivacissimo, nel quale anche qualche ridondanza decorativa trova una propria giustificazione. Soprattutto nel finale, quando il gioco delle maschere precipita nell’orrore e la rappresentazione si trasforma in delitto, il meccanismo teatrale funziona con precisione. La commedia è finita, davvero. E non c’è più nulla da ridere.
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Sul podio, Andrea Battistoni affronta le due partiture con energia, slancio e una conoscenza sicura del linguaggio verista. L’Orchestra del Regio risponde con prontezza, mettendo in luce una scrittura strumentale ben più raffinata di quanto certe tradizioni esecutive, inclini a confondere il Verismo con una gara di decibel, abbiano lasciato intendere. Battistoni cerca colori, trasparenze, dettagli, alternando impennate drammatiche a momenti di lirismo raccolto. L’Intermezzo di Cavalleria, particolarmente suggestivo, strappa un caloroso consenso.
Non tutto, però, trova la misura ideale. Qualche sonorità troppo generosa mette in difficoltà il palcoscenico e una certa predilezione per i contrasti dinamici più marcati finisce talvolta per irrigidire il respiro musicale. La tensione non manca, ma non sempre si traduce in autentica intensità espressiva. È una direzione solida, partecipe e teatralmente efficace, alla quale gioverebbe, in alcuni passaggi, una maggiore fiducia nella capacità della musica di emozionare senza bisogno di sottolineature.
Più problematico il bilancio vocale di Cavalleria rusticana. Ekaterina Semenchuk dispone per Santuzza di uno strumento ragguardevole, scuro, corposo, particolarmente consistente nel registro grave. Ma la generosità dei mezzi non basta a costruire un personaggio. L’emissione presenta qualche disomogeneità e la ricerca dell’effetto drammatico sacrifica troppo spesso la morbidezza della linea. Nel racconto «Voi lo sapete, o mamma», pagina nella quale ogni parola dovrebbe ferire, l’accento rimane piuttosto generico e la dizione non aiuta a restituire il peso emotivo del testo. Il dolore si sente, ma raramente diventa commozione.
SeokJong Baek è un Turiddu vocalmente prodigo, dotato di un’emissione sonora e di acuti sicuri, ma incline a risolvere quasi tutto sul piano della potenza e degli effetti, con singhiozzi e grida. La baldanza del giovane seduttore predomina sull’abbandono lirico. Soprattutto nell’addio alla madre si vorrebbe una tavolozza espressiva più sfumata. Ariunbaatar Ganbaatar presta ad Alfio una voce ampia, ben timbrata e autorevole, anche se il personaggio rimane più disegnato nei suoi tratti esteriori che realmente scavato. Corretta e misurata la Lola di Veta Pilipenko.
A ricordare che nel teatro musicale la verità nasce prima di tutto dalla parola provvede Elena Zilio, Mamma Lucia di straordinaria autorevolezza. Le basta una frase, un’inflessione, un accento per restituire a un personaggio apparentemente secondario un’intera storia umana. Una lezione di teatro, impartita senza bisogno di alzare la voce.
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Più convincente, nel complesso, la compagnia di Pagliacci, anche se Martin Muehle affronta Canio con un’emissione frequentemente tesa, soprattutto nella zona di passaggio. La sofferenza del personaggio tende così a tradursi in uno sforzo vocale più che in un autentico percorso emotivo, aggravato da qualche incertezza d’intonazione. E «Vesti la giubba», si sa, non vive soltanto di disperazione esibita: ha bisogno anche di fragilità, di abbandono, di quella dolorosa umanità che rende Canio qualcosa di più di un marito tradito.
Di tutt’altro segno la Nedda di Carolina López Moreno, luminosa nella vocalità, agile nel fraseggio e vivacissima sulla scena. Il suo desiderio di libertà trova accenti convincenti, e il personaggio acquista una freschezza che rende ancora più crudele il destino che lo attende. Eccellente Ganbaatar, questa volta nei panni di Tonio, al quale conferisce una presenza scenica inquietante e una vocalità ricca di sfumature. Fin dal Prologo si impone come uno dei protagonisti della serata, dimostrando una sensibilità interpretativa ben più articolata di quella esibita in Cavalleria.
Joshua Hopkins è un Silvio musicale, elegante e ben fraseggiato, mentre Matteo Mezzaro si distingue per disinvoltura e proprietà stilistica nel ruolo di Peppe. Completano la compagnia Lorenzo Battagion e Leopoldo Lo Sciuto, nei panni dei due contadini.
Una menzione particolarmente convinta merita il Coro del Teatro Regio, preparato da Gea Garatti Ansini, che conferma compattezza, precisione e qualità timbrica, affrontando con sicurezza anche le numerose sollecitazioni sceniche. Ottimo anche il contributo del Coro di voci bianche istruito da Claudio Fenoglio.
Il pubblico delle grandi occasioni, che affolla il teatro per l’inaugurazione, tributa alla serata un successo caloroso. Ed è un risultato che va oltre i singoli meriti e le inevitabili riserve. Con questo Festival Verismo il Regio ribadisce la propria capacità di pensare una stagione come un progetto culturale, non come una semplice successione di spettacoli. Un merito tutt’altro che scontato, soprattutto in tempi nei quali la prudenza sembra spesso prevalere sul coraggio delle idee.
Quanto al Verismo, queste due opere dimostrano ancora una volta che, dietro le gelosie, i coltelli, i tradimenti e le passioni incandescenti, si nasconde un teatro assai più complesso della sua reputazione. Un teatro nel quale il sacro può diventare spettacolo e lo spettacolo trasformarsi in tragedia.
foto © Mattia Gaido
⸪

